Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte

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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte, Marco Saya edizioni 2015

Hanno il sapore di una veglia prolungata, dilatata dal rapido scorrere di chilometri dal sud al nord della penisola; hanno l’impronta (che, sì, fa pensare Mario Rigoni Stern di Amore di confine) della familiarità con la montagna, suggellata dalla consuetudine che si dipana giorno dopo giorno, ascesa dopo ascesa; hanno la novalisiana conoscenza rivoluzionaria dell’oscurità − rivoluzionaria perché rovescia i consueti rapporti di valore, novalisiana perché una delle tappe fondamentali di tale conoscenza è costituita dagli Inni alla notte di Novalis − le Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini. Hanno, più di ogni altra cosa, la voce inconfondibile dell’autore, queste sue Istruzioni che vengono pubblicate a distanza di alcuni mesi dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, editore, “costruttore di pace“. Si tratta di un’opera di altissimo valore, all’effetto profondo e incisivo della quale concorrono tutte le qualità e le caratteristiche della scrittura di Lucini: l’intreccio-fusione di ruvidezza e spiritualità delle Sapienziali, la critica argomentata − e sempre diretta, ché il poeta guarda in faccia gli avversari, di volta in volta nominati e identificati −  del tempo, che ha ispirato le sue numerose iniziative ‘corali’ − L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cronache da Rapa Nui, Keffiyeh. Intelligenze per la pace, per menzionarne solo alcune −, il gesto poetico nato dall’indignazione di Vilipendio. Conoscere le tenebre, praticare l’ascesa, rendere più acuta la vista, tendere l’orecchio, essere sempre pronti per il viaggio, trovare argomenti che vincano «con pazienza/ogni resistenza»: questo è l’impegno, questo è il percorso, questa la proposta per la quale ogni verso rende testimonianza, si popola di vissute “istruzioni”. «Ci vuole un aiuto anche alla metafora / dell’ascesa»: questo aiuto ci giunge, meditato e colmo di risorse, da Gianmario Lucini con le sue Istruzioni per la notte. (Anna Maria Curci).

Dalla sezione Istruzioni per la notte 

VII – Routine

Quando rientro da lunghi viaggi
è sempre fonda la notte. L’Italia
stuprata dalle luci elettriche mi scorre
veloce a lato,  mi trova e mi lascia
col volto duro del barista all’Autogrill
a pisciatoi orrendi e straniti che declamano
due millenni di cultura col puzzo di latrina
numeri di cellulare scritti col lapis
da disperati sulle ceramiche dei cessi – gli specchi
più fedele del nostro progresso –

e quando dopo il lago appare la mia valle
– chiara di luna la mia valle e cime innevate –
io non mi sento rincasare ma soltanto
precario sostare alla periferia d’una notte
provvisoria
in un luogo improbabile dove un fiume scorre
a metà strada fra l’inferno e il paradiso;

e mi pare di tornare dagli inferi
per dire tutto ma non so qual cosa dire
con la terra che mi balla sotto i piedi e il corpo
che in balìa di se stesso barcolla
nella notte
anch’esso provvisorio.

(p. 17)

 

IX

Lasciati condurre a caso, mentre fuori
la violenza del fulmine squassa di bagliori
le tenebre e riappare
stralunato il volto del paesaggio in un singulto
di luce

e come leggi le figure di alberi e case
in quel bagliore rileggi i tuoi anni
nello stesso durare
precario che si svela e si rivela

perché troppo potenti sono i simboli, troppo
potenti e inane la mente che li indaga:
troppo poca la forza in questa luce. Conviene
orientarsi con altri astrolabi.

(p. 19)

.

XIV

Ama la notte e sarai sempre amato:
ti brilleranno gli occhi e nella mente
non avrai che silenzio, ogni pensiero
al suo posto; ti renderà la vita
più chiara di quella luce nera
che illumina il lato opposto delle cose.

Lascia che ti ingravidi il sorriso dell’alba
che fa risorgere i vivi,
ascolta il silenzio
della notte che svanisce e ricordalo
lascialo vibrare nelle tue parole
lasciati accendere, lasciati accecare

non ha di meglio la vita
dell’attimo che muore.

(p. 24)

.

Dalla sezione Istruzioni per l’ascesa

III

Due bastoncini allungabili leggeri
con una fettuccia al pugno ti saranno comodi
per scaricare dalle gambe la fatica
dell’ascesa, per meglio equilibrarti
dove l’asperità del terreno insidia.

Due protesi leggiere alle zampe anteriori
e diventiamo animali di montagna
seppure impacciati camosci o capre
di loro più lenti ma lentamente
dov’essi arrivano anche noi arriveremo
graffiando la pietra e lasciando il segno
della nostra animale umanità.

Ci vuole un aiuto anche alla metafora
dell’ascesa, un argomento che vinca
con pazienza ogni resistenza
e godere di un cielo più libero
quando la vetta ci chiama alla sua gloria
intramontabile nel tempo dell’effimero.

(p. 29)

.

VIII

Quando la nebbia  sale dai pendii
mai perdere la vista dei segnali:
tu non sei un camoscio o un animale
che sempre sa dove si trova
e fiuta  l’aria, interpreta l’eco
dei suoi stessi richiami,
tu sei soltanto umano e la natura
ti è ormai aliena e tu ad essa.

E se non trovi segni bada alla traccia
del sentiero, che sia ben marcata
da orme d’umani, non di capre
o camosci  che qui stanziano sicuri,

l’udito affina, se mai di lontano
riconosci il fragore d’un torrente,
lo scampanio felice d’un alpeggio;
ricorda i dirupi osservati nell’ascesa
il loro muto orrore, la loro
tremenda bellezza che ci chiama,

come le Sirene il saggio Odisseo
che fu legato sulla tolda dai compagni.
Tu non sei legato e dunque
dovrai essere di lui ancor più saggio.

(p. 34)

.

Dalla sezione Istruzioni per l’ira

I

Non abbiamo più tempo per adulare il verso
badare a che il ritmo trotterelli giusto
empiendo di grazia spazi di sogno
a sedurre equilibri, ora che tutto
sconquassa e su macerie di parole
bisogna costruire con materiale di riporto

rubando l’arte alla cronaca in questo
campo di sterminio della sottocultura
dove tutto soccombe alla forza del danaro.

(Ruberemo gli avanzi dei vostri banchetti
per non morire d’inedia; non c’è tempo
per altre bellezze perché l’ira
è più bella che mai quando s’infiamma:
con gli occhi accesi e il petto gonfio
vi scaccerà tutti dal tempio e con le capre
vi manderà nelle marcite a pascolare).

(p. 39)

.

III

Quello che scrivo l’ho stivato per anni
sedimentato in fondo alla coscienza
dentro di me considerando un’indecenza
l’ira e lo sbottare senza più contegno

perché in ogni caso ci sarebbe soluzione
ragionevole ad ogni aberrazione e forse
quello che appare non sarebbe quel ch’è vero
e a pensar male forse non ci s’azzecchi.

Ma ora che vado incontro alla sera e
ripenso a volte a quel che sono stato
l’ira mi monta al capo, l’occhio arrossa,
mi sento sfatto, sfruttato e coglionato.

Cerco e non trovo la pazienza dei vent’anni
non mi rimetto in dubbio, più non mi concilio
e forse tramuto in un cane ringhioso
che abbaia a lato del treno che fugge

della vita.

(p. 41)

.

dalla sezione Istruzioni per la città

II

In mezzo alla città si eleva un ponte
altissimo. Il tempo
vi scorre sotto le campate,
fra argini assolati dove alberi
s’affacciano e case. Uomini
e donne l’attraversano come
seguendo una traccia in cerca di un totem
da qualche parte sepolto fra i vialetti scuri
di un unico mondo diviso dal fiume.

Puoi fingere di credere a questo
eterno rito dell’andare e del venire
per le vie della città, puoi credere
al ponte, al tempo, ai rumori
di un cuore meccanico, ma se
aguzzi bene lo sguardo e l’udito
senti in un grido incarnarsi la città.

Non è un ronzìo meccanico il suo rito,
soltanto un altro modo di gridare.

(p. 46)

.

Dalla sezione Istruzioni per il viaggio

Invocazione per il viaggio
La mia terra è la casa solitaria
della neve e della tramontana,
del sole e della vigna che risale
gli scoscesi pendii della montagna.

Chiedo all’azzurro dell’Adda e ai poggi petrosi
di riposarmi dentro e con me viaggiare
per ricrearsi in altri luoghi e in altri segni,
in altri boschi, al canto d’altri uccelli

e ci conosceremo un poco e un poco potremo
tanta fiera bellezza rammentare
di lontano – perché ogni terra sempre
la terra prima e l’ultimo rammenta

nostro destino –.

(p. 59)

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dalla sezione Elegie brissinesi

Se una speranza ancora perdura
è questo dolce degradare di colline
verso il mare, il gracchiare di corvi
i richiami dei gabbiani nel mattino
terso di febbraio. L’epilogo
di questo tempo è da tempo segnato
e siamo già oltre quel passo deviato
oltre i confini di una mappa ragionevole
e il clangore del disordine
è come arido vento negli occhi.

Sassari, 10.02.2013
(p. 80)

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dalla sezione Istruzioni per un sentimento trascendente

Non sto in ginocchio davanti a Te perché ci hai fatto dritti
capaci di parlarti e guardarti negli occhi
come un padre o un fratello, non sto
prono davanti a Te perché non sto prono
davanti a chi amo e mi piace vederlo
toccarlo, stringergli la mano,
sapere il mio debito senza vergogna
perché mi hai fatto povero e il tempo
non mi basta a ripagarti.

Posso soltanto regalarti
questa mia flebile canzone e lo sguardo
di uno che attende la morte e l’incontro,
questa mia espiazione e la rabbia
del condannato al carcere forzato
d’una civiltà libertaria e democratica
che ogni cosa sbriciola
fra le sue mostruose mascelle.

Posso dedicarti un canto ribelle
e lo canteremo insieme
dal Golgota
quando sarò crocifisso
e dall’alto vedrò un altro mondo che sfuma
nell’orizzonte, lontanissimo,
e un libro dove sta scritto col fuoco
«non più servitori né padroni».

Bari, S. Nicola, 2011
(p. 106)

 

Gianmario Lucini è nato a Sondrio (1953) e ha vissuto a Piateda (SO) fino alla scomparsa (2014). Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Allegro moderato, A futura memoria, Il disgusto; Monologo del dittatore; Krisis, Ballata avvelenata, Poemetti del dito, Bestiario e altre confessioni; Sapienziali; Canto dei bambini perduti; Per il bosco; Memorie del sottobosco; Hybris; Vilipendio (2014). Per la saggistica ha pubblicato le monografie in volume di sette autori contemporanei e i saggi Ipotesi sulla nascita della poesia, Cattivo maestro libro, Editore impostore, Pensiero poetico e critica integrale dell’arte. In pubblicazione Zizzania, campionario di mala politica. È stato curatore e co-autore di rassegne annuali di Poeti e poetiche (3 volumi) e di Retrobottega (3 volumi) con una quarantina di saggi brevi. Ha curato la pubblicazione di Enciclopedia degli autori di poesia dell’anno 2000 (volumi 2). È stato ideatore, curatore e co-curatore di alcune antologie di poesia tematico-collettiva: L’impoetico mafioso; 105 poeti per la legalità; La giusta collera. Scritti e poesie del disincanto; Il ricatto del pane. Scritti e poesia sul significato del lavoro (a cura di Nerina Garofalo e Gianmario Lucini); Keffiyeh. Intelligenze per la pace (a cura di Mario Rigli e Gianmario Lucini). È stato editore, con la sigla CFR.

 

Domenica 29 marzo, alle ore 17:00, Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini sarà presentato all’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic. Relatori: Luca Benassi, Manuel Cohen, Marco Saya. Annamaria Giannini leggerà la prefazione che Giovanna Iorio ha scritto al volume. Per informazioni qui.

3 comments

  1. Tornare su Gianmario Lucini fa onore a Marco Saya e ad Anna Maria Curci ; e questo va detto senza enfasi in questa nostra società letteraria dispensatrice di fama e di titoli fasulli a personaggi che non li meritano . Di questi ultimi Gianmario è e sarà la cattiva coscienza ; come poeta dell’etica , della morale e della civiltà , scordati strumenti come il vecchio “cuore” di Montale .

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  2. Tornare su Gianmario Lucini fa onore a Marco Saya e ad Anna Maria Curci; e questo va detto senza enfasi in una società letteraria che dispensa fama e titoli fasulli a personaggi che non li meritano. Di questi Gianmario è e sarà la cattiva coscienza; come poeta della morale, dell’etica e della civiltà; “scordati strumenti” come il vecchio “cuore” di Montale.

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