Alla cortese attenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Chagall, "La città di N." (dal ciclo "Le anime morte"), 1927.

Chagall, “La città di N.” (dal ciclo “Le anime morte”), 1927.

Egregio Nikolaj Vasil’evič Gogol’,
negli anni tra il 1845 e il 1852, nel corso di una vostra febbre spirituale che incontra il mio rispetto anche nelle sue forme più brutali, voi avete fatto e reiterato due cose di cui la storia letteraria a venire avrebbe sofferto non poco: rifiutare come fossero state forme di idolatria gli incontri con quelle nuove generazioni di scrittori che si riunivano per leggere le vostre opere, e dare alle fiamme, due volte, quanto avevate scritto in anni di lavoro della vostra opera maggiore, Le anime morte. Ma, davvero, ciascuno deve guardare bene cosa intende per “soffire”: e sarebbe vigliacco, da parte nostra, paragonare il dolore che vi portò a bruciare parti di voi con quello che proviamo sentendoci privare di un vostro dono. Voi avete, lo ripeto, il mio rispetto. Ma rispetto chiedo a voi se in questa mia generazione vi scrivo, da un supporto che non avreste potuto immaginare, e uso questo mio scrivervi come stupido pretesto (già visto, già sentito) per commemorare (è questa la parola) quel vostro poema incompiuto che non arrivò mai a delinearsi nei suoi Purgatorio e Paradiso ma di cui ci resta un incredibile, beffardo Inferno tuttora perla rara della letteratura russa e universale. Spero voi abbiate fatto pace, Nikolaj Vasil’evič, con tutto questo.

E ecco che così mise radice nella mente del nostro eroe questa strana trovata, della quale non so se gli saranno grati i lettori, ma quanto gli sarà grato l’autore, non è cosa facile a esprimersi, giacché, si dica un po’ quanto si vuole, se non fosse venuta in mente a Čičicov quell’idea, non sarebbe venuto alla luce questo poema.

Voi lo chiamate così: poema. Avete saputo che in molti, da lì a qualche anno, si sarebbero battuti a filo di spada per etichettare il vostro lavoro sotto questa o quell’intenzione, questo quel genere letterario?[1] Eppure voi avevate messo lì, in prima pagina, una ruota di carrozza, a farsi spellare viva dagli occhi degli avventori di un’osteria per capire se avrebbe sopportato o no altre ore di viaggio; e il primo libro terminava con una corsa a perdifiato, con quella stessa carrozza che si sganghera nella fuga, l’uccello-trojka, mentre Čičicov ride perché ama la velocità. Un viaggio alla ricerca di quel nulla (contadini morti da rilevare e da presentare allo Stato per farsi dare sovvenzioni) su cui costruire un prestigio e un patrimonio che batta sul vuoto; viaggio dove solo al capitolo undicesimo ci viene fatta la grazia di una narrazione che ci spieghi chi è, da dove viene il nostro viaggiatore. Viaggio che a ogni tappa prepara l’incontro con un altro essere grottesco – lo stucchevole, la superstiziosa, il violento, l’astuto, l’avaro: personaggi, tipi assoluti, che pulsano tra l’eccesso e il trinceramento, votati alla rovina perché incapaci di ogni mezza misura. E si può litigare sull’accostarvi a Omero o sul vedere Čičicov come un Don Chisciotte, ma il vostro libro è nell’inquietante gioco di parole che è nel titolo, in quelle anime morte che sono i contadini periti tra un censimento e l’altro con cui truffare lo Stato ma soprattutto la lunga, inquietante galleria di personaggi che voi non avete paura di delineare nel loro eccesso, nel loro distacco dalla più minima parvenza di umanità.

L’autore è profondamente perplesso sul nome da dare alle due dame, giacché non vorrebbe suscitarsi contro dei risentimenti, come già gli è avvenuto un tempo. Chiamarle con un cognome inventato, è pericoloso. Qualsiasi nome si escogiti, infallibilmente si ritroverà, in qualche angolo del nostro impero – è grande, l’amico – qualcuno che lo porta; e infallibilmente costui si risentirà, e non per burla, ma a fondo, e comincerà a dire che l’autore s’è recato apposta, di soppiatto, a vedere com’è e come non è, e in che pelliccetta va in giro, e di quale Agrippina Ivànovna s’interessa, e che cosa preferisce mangiare. A usare la designazione dei gradi, Dio ce ne scampi e liberi: sarebbe ancora più pericoloso. Ormai, da noi, tutti i gradi e le classi sono in tale stato d’irritazione, che qualunque cosa appaia in un libro stampato, sembra loro un’allusione personale: tale è ormai, evidentemente, l’umore ch’è in aria. Basta dire soltanto che v’ha, in una data città, un uomo stupido, e questa è già un’allusione personale: d’improvviso salta fuori un signore di rispettabile aspetto, e grida: – Anch’io sono un uomo, e dunque, sono anch’io uno stupido; – insomma, afferra in un batter d’occhi il nocciolo della questione. E così, per evitare tutto questo, chiameremo la signora a cui l’altra veniva a far visita col nome con cui la chiamavano quasi a una voce nella città di N., e cioè: signora amabile da tutti i punti di vista.

La vostra ironia è stata a lungo dissezionata, Nikolaj Vasil’evič. Specie dal punto di vista del linguaggio, dell’uso dello sguardo, della trattazione di ogni oggetto in maniera iperbolica fino a dargli immeritata dignità. Qualcuno ha parlato di riso, e non pochi hanno accostato a tutto questo la parola tragico. Spero siate al corrente delle parole di Dostoevskij in una nota del 1861: «Comparve poi la maschera ridente di Gogol’, con la terribile potenza del riso, una potenza che mai si era ancora espressa con tanta forza, in nessuno, in nessun luogo, in nessuna letteratura da quando fu creata la terra. Ed ecco che dopo questo riso Gogol’ muore davanti a noi, lasciandosi morire, incapace di creare e definire con esattezza un proprio ideale sul quale egli potesse non ridere».
Dopo che molti mi avevano parlato del vostro romanzo, è stato uno stralcio di questa nota in quarta di copertina a farmi decidere di accostarmi a voi.
Vi auguro tanta pace, Nikolaj Vasil’evič.

Ai lettori riesce facile trinciar giudizi guardando dal loro angolo tranquillo, da una sommità da cui è tutta aperta la visuale su tutto quanto avviene in basso, dove l’uomo scorge soltanto gli oggetti vicini. Anche negli annali universali dell’umanità vi sono addirittura molti secoli che, si direbbe, andrebbero cancellati e annullati, come superflui. Molti errori si sono compiuti a questo mondo, tali che, si direbbe, ora non li farebbe neanche un bambino. Che strade tortuose, cieche, anguste, impraticabili, lontane dal giusto orientamento, ha scelto l’umanità nel suo conato di pervenire alla verità eterna, mentre pure avanza inanzi tutta aperta la retta via, simile a quella che conduce alle splendide stanze, destinate all’imperatore di una reggia! Più larga di tutte l’altre vie, più fastosa era questa, rischiarata dai raggi del sole e illuminata tutta notte dai fuochi: ma fuori di essa, nella fitta oscurità, ha proceduto il flusso degli uomini. E quante volte, già guidati da un pensiero che scendeva dai cieli, essi hanno ancora saputo deviare e smarrirsi, hanno saputo nel pieno fulgore del giorno cacciarsi un’altra volta nei fondi impraticabili, hanno saputo un’altra volta spandersi l’un l’altro negli occhi una cieca nebbia, e vagando dietro ai fuochi fatui, hanno pur saputo spingersi fin sull’orlo dell’abisso, per poi, inorridendo, domandarsi l’un l’altro: – Dov’è l’uscita? dov’è la via? – Ora tutto appare chiaro alla generazione che passa, e si meraviglia degli errori, ride della semplicità dei suoi antenati, e non vede che un fuoco celeste irradia tutti questi annali, che grida da essi ogni lettera, e che di là, penetrante, un dito s’appunta proprio su essa, su essa, la generazione che passa. Ma ride la generazione che passa, e sicura di sé, orgogliosa, dà inizio a una nuova serie di errori, sui quali a loro volta rideranno i posteri.

© Giovanna Amato

Repin, "Gogol brucia il manoscritto della seconda parte de Le anime morte", 1909.

Repin, “Gogol brucia il manoscritto della seconda parte de Le anime morte”, 1909.

[1] Per una trattazione completa della storia della critica a Le anime morte perlomeno in ambito russo (dal giudizio positivo in termini di realismo di Belinskij fin dal 1942 passando per le accuse di denigrazione da parte di Polevoj fino al “carnevalesco” di Bachtin) si veda almeno il saggio di Vittorio Strada a introduzione dell’edizione Einaudi 1977 e segg; da qui è tratta la traduzione di Agostino Villa dei passi citati.