Nulla al ver detraendo. In difesa del Leopardi di Martone

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.
E anch’io sono andato a vedere Il giovane favoloso di Martone con tutti i pregiudizi possibili e immaginabili, per la scarsissima stima che ho per il cinema contemporaneo italiano tutto e per le perplessità che hanno suscitato in me, con l’eccezione di Morte di un matematico napoletano, le precedenti opere registiche di Martone. Ma anche e soprattutto per il soggetto difficile e anticinematografico e perché intravedevo il pericolo della caricatura, della riduzione di Leopardi a figurina stantia e posticcia dell’album italiota. Il film mi è sembrato invece riuscito, onesto e con una visione ben precisa. A differenza di Noi credevamo, qui la visione c’è ed è quella di un Leopardi consapevole e fiero, non riducibile alle vuote formule del pessimismo, ma neanche violentabile facendolo diventare un fautore del progresso dell’umanità. Nelle immagini e nelle inquadrature, accompagnate da una colonna sonora riuscitissima, più che nei dialoghi, il regista sembra coglierne l’aspetto essenziale di pensatore e poeta tragico, in cui un’indomabile volontà di vita si intreccia e si scontra senza possibilità di mediazione con la consapevolezza dell’orrore del mondo, si vedano a tal proposito le bellissime scene napoletane, ma non solo. Leopardi ci viene restituito come uomo sofferente, ma  allo stesso tempo animato dal desiderio di vivere, di uscire dal borgo natio prima e dai salotti letterari poi che lo porta a cercare la realtà senza finzioni, ma con la forza immaginativa del suo pensiero poetante. A proposito trovo che il titolo, tratto da un verso della Ortese, sia bellissimo, con quell’aggettivo “favoloso” che può essere interpretato in maniera polisemica, e in particolare come aggettivo riferito al giovane come inventore di favole, dicitore del bello e del vero, disvelatore dell’enigma dell’esistenza, favoloso appunto. Se un limite c’è nel film è un limite insito in tutti i film biografici che seguono il personaggio in tutte o quasi le fasi della vita, ed è quello della possibile discontinuità  della trama e del didascalismo. Forse il concentrarsi su una sola parte della vita avrebbe dato più tensione al film, ma d’altro canto se ne sarebbe perso il senso complessivo, non essendoci un momento della vita di Leopardi più sintomatico o paradigmatico degli altri, come invece avviene per il film Morte di un matematico napoletano che coglie gli ultimi giorni di vita prima del suicidio di Renato Cacciopoli, rifacendosi al modello cinematografico di Le feu follet di Louis Malle, o come nel film di Montaldo sugli ultimi anni di vita e sul processo di Giordano Bruno. Ma questo pericolo è superato grazie all’attore protagonista che riesce a rendere il personaggio con ardore e misura senza gigioneggiare, cosa difficilissima di questi tempi nel cinema italiano, magari l’unico suggerimento che si può dare a Elio Germano è quello di concedere meno interviste in cui paragona Leopardi a Kurt Cobain o le sue poesie a un piatto di spaghetti, perché neanche il più sprovveduto degli spettatori è così stupido da crederlo. Ma il film risulta riuscito anche grazie e soprattutto alla sua tenuta stilistica, alla sua lentezza che porta in maniera sobria e ipnotica la storia fino al suo esito, e Martone sembra comprendere bene che in una vicenda del genere non c’è da far concessioni all’azione, al dramma esteriore perché con la forza della ricostruzione storica, la precisione delle immagini e delle parole il dramma vero dell’esistenza di Leopardi, come cifra del dramma dell’esistenza in generale, emerge chiaro e implacabile. E qui entriamo nel cuore a mio parere dell’operazione di Martone, che è quello di far parlare Leopardi, attraverso le sue opere e i suoi luoghi, nelle scene del film e di renderlo in carne e ossa. Lo si veda  nella sequenza in cui si combina la più famosa poesia di Leopardi con il luogo che l’ha ispirata e, se si superano i pregiudizi dovuti alla solo apparente facilità della scelta, si noterà la straziante bellezza di tutta la scena sul colle dell’Infinito, come del resto della scena finale alle pendici del Vesuvio e di quella della visione del Dialogo della natura e di un islandese.
In ultimo c’è da dire che il caso Leopardi è tale perché è spia di qualcosa di rimosso che riguarda noi e il nostro rapporto con il dolore e la vita, anche coloro che lo amano in fondo fanno fatica ad accettare le estreme conseguenze del suo pensiero e cercano di trovarvi qualcosa che ne redima il senso, cercano di addomesticarlo, inserendo nel suo pensiero un possibile rimedio al male ontologico che ci pervade. Leopardi nel suo messaggio ultimo resta ancora uno scandalo per l’Italia, sia quella delle magnifiche sorti e progressive e delle varie sinistre che pure hanno cercato di intrupparlo postumo, sia quella cattolica che al massimo lo vede come una pecorella smarrita, un genio mal riposto o quella liberale incarnata dalla condanna senza appello di Croce. Come è possibile che ci sia un pensiero così radicale e anticonsolatorio, così consapevole, duro e irriducibile alle formule comuni, così alternativo a tutte le chiese,  anche laiche che in qualche modo vogliono spacciare un rimedio all’uomo che lo distragga dal tremendo della natura? E questo sgomento che suscita l’opera di Leopardi è ancora presente, ripeto anche in coloro che l’hanno amato che cercano disperatamente una luce di speranza nei suoi versi e così invece ne fraintendono l’essenza. Il merito di Martone è, con gli strumenti concessigli dal mezzo cinematografico, di riconsegnarci un Leopardi dolente anche nel corpo, perché Leopardi era nu ranavuottolo, cupo, malinconico, ardente e disperato dove, però, la sua arte non è effetto della sua gobba, ma anzi è grande a dispetto di essa, pur rimanendo inseparabile da quella materia che l’ha partorita. Questa pellicola è una testimonianza seria e appassionata, che potrà rimanere anche dopo l’infatuazione di massa di questi giorni, e magari tra qualche anno qualche ragazzo, vedendo questo film in qualche orario impossibile o scaricandolo dalla rete, potrà provare un’attrazione verso quest’uomo che con la sua opera continua a parlarci in maniera sublime e tragica, eppure comprensibilissima, del fango del mondo e della sua disperata bellezza, nulla al ver detraendo.

© Francesco Filia

12 comments

  1. Guarda Francesco, io non l’ho ancora visto e tu mi hai fatto venire – per la prima volta – la voglia di andarci. Volevo farti, però, di nuovo i complimenti per l’articolo: ricco, serio, approfondito e bellissimo. In un mondo ideale Martone e Germano dovrebbero farti un bonifico, Cobain passarti una canna (a te mica a Germano) e Leopardi regalarti almeno una cassa da 12 di vino rosso.
    Grazie

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  2. Ma tutto ciò di cui parli deriva dalla visione dello sciagurato film di Martone oppure è il risultato di un tuo personale approfondimento sul nostro massimo poeta romantico magari dovuto alla curiosità che ti hanno comunicato quelle quattro notizie ripetute meccanicamente da qualche professoressa di lettere che, come ben sai, sicuramente non capiva niente di letteratura?

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  3. Visto un paio di giorni fa. Da amante di Leopardi, da preferitrice di Manzoni, da professoressa di lettere, da appassionata di cinema, da ammiratrice di Elio Germano, dico “chapeau” alla tua recensione, fresca, ironica, appassionata e felicissima per un film che non è pietra miliare ma campana importante, come tutto quello che con intelligenza si appropria per un attimo di quello che è profondamente Nostro, per restituirlo ancora.

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    1. Grazie Giovanna! L’intenzione del mio articolo, come tu hai ben colto, è quella di elogiare un film, che pur non essendo un capolavoro, ha il merito di riproporre la figura di Leopardi a un pubblico più vasto in maniera rigorosa e non banale.

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  4. condivido quanto di bello e vero hai scritto, Francesco Filia. lascio questo breve scritto dopo aver visto il film:

    cosa sto pensando mio caro fb?
    al film che ho visto ieri sera ovvero, ” Il Giovane Favoloso”

    consiglio di andare in tanti a vederlo perché non dico “film bellissimo” ma unico nel suo genere e questo è il primo merito nello nostra cinematografia che, patria di poeti (musicisti e navigatori) non mi risulta essersi mai cimentata appieno in questo tema.

    Il film verte principalmente sulla centralità dell’uomo Leopardi, sul suo stato di sofferenza e del fanciullo; della sua bella fanciullezza che ha saputo preservare grazie alla quale Leopardi ci dice, ci fa sapere senza esitazioni che: è Leopardi!

    Il film si sviluppa (seppur ad accenni o in salti temporali o in flash back) nel contesto storico culturale che mette in luce le affinità con il nostro tempo; il servilismo al potere da parte dell’intellighenzia nostrana e dell’ipocrisia che la sorregge. Il film mi ha fatto pensare a un sacco di cose, prima fra tutte, a quanto noi dobbiamo e quanto ancora dovranno le generazioni future a quest’uomo dalla profondità e vastità intellettiva e d’animo insuperabili e quanto poco lo si faccia conoscere. Ho pensato alla vanità dei molti per le loro piccole cose scritte e fatte e all’enorme ignoranza che ci attraversa, della carenza di un sapere profondo e della ricerca dell’essenzialità. Devo dire che sono uscita con la musica universale della poesia Leopardiana in testa, con il desiderio di approfondire la conoscenza di Leopardi, della sua poesia e della poesia tutta e della necessità di un linguaggio poetico da diffondere per mettere il paese – mondo su una careggiata politicamente etica. sono uscita dalla sala con l’umiltà del genio Leopardi quale valore da coltivare e preservare e questa me la tengo stretta nei pugni e ringrazio.

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  5. Una recensione acuta e vissuta – che come tutte le buone recensioni è anche sempre un bel “racconto” – di un film che mi ha incantato: Il giovane favoloso di Mario Martone. Pellicola tanto struggente quanto rigorosa sulla vita di Giacomo Leopardi. Grazie Francesco.
    La condivideró anche su FB.
    Un saluto da Mimmo Cortese
    (un napoletano al nord – da ormai 47 anni…)

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