Reloaded – riproposte natalizie #10: CON LENTEZZA: INTERVISTA A ELISA RUOTOLO

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

elisa ruotolo / ovunque proteggici fonte kataweb.it

elisa ruotolo / ovunque proteggici
fonte kataweb.it

 

Incontro per la prima volta Elisa Ruotolo al Festivaletteratura di Mantova, una mattina di sole. La seconda frase che scambio con lei riguarda il concetto di “lettura lenta”, l’unica possibile, per me, di fronte al suo romanzo Ovunque, proteggici, edito da Nottetempo nel 2014. Per un attimo temo di star dicendo la cosa sbagliata, che sarebbe forse carino tenere per me (perché sto dicendo anche questo, mi accorgo) il fatto di non aver superato le poche pagine al giorno, e di essere spesso tornata indietro con la lettura, accorgendomi di essere rimasta impigliata in una parola come si ruzzola su un sasso in un viale. Scopro invece che Elisa Ruotolo coglie benissimo quello che intendo, che il mio è rispetto nell’incontro con una prosa densa e incendiata, chiara ma non semplice, una lingua in grado di sterzare tra un’immagine e la successiva con il polso fermo della migliore poesia.
Quello stesso pomeriggio seguo il suo incontro con il pubblico, e siamo in molti, scopro con piacere, a condividere quest’esperienza di rallentamento, di concentrazione, di dedizione alla pagina di un libro con la volontà di addentrarsi a occhi aperti nelle parole. Da questo, e dal suo modo di annuire, ho l’impressione di ricevere una chiave importante per comprendere la particolarità della scrittura della Ruotolo, porosa e minerale come una zona flegrea: l’abilità e la pazienza di saper decantare.

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Per noi che leggiamo, è questo che si avverte: una sapienza nel gesto, ma anche una sapienza nell’attesa. Cos’è, per te, il legame con le tue parole?

Le parole per me sono tutto, sono la voce di ogni storia, perciò non vanno usate o scelte a dozzina. C’è qualcosa di sacro nel loro utilizzo, unitamente alla consapevolezza che l’interscambiabilità sinonimica non è mai perfetta, assoluta: cioè ogni parola in una frase deve avere la sua collocazione più esatta, la sua necessità; può sembrare strano, ma a volte lo spostamento di un avverbio o di un aggettivo ha il potere di migliorare un periodo o di farlo collassare. Scrivere mi è sempre parso un lavoro molto simile a quello dell’artigiano, quanto alla cura, ma richiede anche l’irripetibile accoramento della madre. Il senso d’attesa, poi, cui molti fanno cenno mi pare una naturale conseguenza del riguardo applicato in fase di scrittura: come se chiedessi al lettore un ricambio, in termini di concessione di tempo. I libri dovrebbero fare questo: chiederci le ore della giornata, invaderle, occuparle con una determinazione legionaria.

Nei tuoi libri (penso anche alla raccolta Ho rubato la pioggia, uscita per Nottetempo nel 2010) lo sfondo è una provincia non meglio identificata ma chiaramente identificabile, un Sud guardingo e superstizioso, di roccia più che di costiera. Si avverte, nonostante siano praticamente assenti le descrizioni, come si avvertono tutte le dinamiche di una piccola comunità di provincia. Mi chiedevo, leggendo, se ti sei posta il problema di entrare in comunicazione con chi ha avuto altri imprinting, i lettori abituati all’occhiata più vasta della città, o se costruire una dimensione così credibile ti è venuto naturale nel corso della scrittura.

La riflessione sull’effetto che farà ogni mia storia, avviene in me sempre dopo (in genere quando volge alla fine o sono così avanti che non ha più senso guardarsi indietro). Dopo aver terminato “Ovunque, proteggici” ho avuto però la sensazione che il Sud che avevo sempre e comunque in mente durante la stesura si fosse piegato, liquefatto, quasi diradato lasciando il posto a una dimensione spaziale che aveva più a che fare con l’universalità che con il particolarismo geografico. Dopo aver trovato la voce di Lorenzo Girosa (il narratore delle vicende) devo dire che è stato naturale, andare avanti e seguirlo pur senza sapere dove mi avrebbe condotto. E lo è stato nonostante la mia scrittura proceda sempre in una nebulosità da palude: lavorando senza trama procedo col rischio di arenarmi o di avanzare in una direzione sbagliata, da cui dovrò arretrare. È una metodologia azzardata, lo so, eppure capace di tenermi desta con lo stesso fascino suscitato dalla lettura. Poi un giorno, tutti i nodi, i problemi insoluti, i dettagli lasciati cadere nel corso delle pagine hanno trovato senso, come se in fondo avessi sempre saputo ciò che neanche io potevo immaginare.

Ancora una domanda “tecnica”. Ovunque, proteggici è un romanzo che, più che ruotare attorno alla storia delle generazioni dei Girosa, si sviluppa per forza centrifuga dall’ultimo esponente della famiglia. Ma la storia non segue un andamento strettamente cronologico, e spesso i personaggi accarezzati in un punto del libro vengono scavati con più cura oltre. Anche questa, mi sembra, è capacità di attesa. Come hai raggiunto questo risultato? Un’operazione di artigianato, di montaggio, o anche questo naturale corso della scrittura?

Non avendo a disposizione la trama, ho dovuto fare a meno anche di qualsiasi ipotesi di struttura cronologica. Scrivevo seguendo il mio bisogno di fare luce. Dopo aver presentato Lorenzo e suo padre Nicola, ho avvertito appunto la necessità di risalire alle origini, per tentare di capire anch’io quali fossero le radici della genia. Non l’ho fatto con intenti deterministici, ma per urgenza di comprensione: volevo capire da dove provenisse la durezza di Nicola (alias Blacmàn) e cosa potesse motivare il bisogno d’orfanezza nutrito da Lorenzo. Ho indagato come una persona poco informata sui fatti, i resoconto è diventato la mia storia.

Durante il nostro incontro hai definito il tuo romanzo, contrariamente a quanto mi aspettavo, una non-saga. La spiegazione mi ha immediatamente convinta. Per quanto puoi a chi non avesse ancora letto il libro, vorresti tracciarla anche qui?   

Sì, parlavo di una non-saga o saga alla rovescia perché qui non vi sono discendenze generose. Il grave vizio dei Girosa è quello di non avere certezze d’avvenire: per sterilità, per aver abbracciato nel tempo vite malandrine, per essere espatriati in cerca di lavoro o di meraviglie senza importanza, a volte per essere stati chiamati dai conventi. I patriarchi di questa famiglia non possono quindi essere latori di paternità orgogliose, sono altresì timidi custodi di una stirpe che rischia l’estinzione, che crede ciecamente nel proprio sangue, salvo poi comprendere che il legame biologico non è tutto, e che quello elettivo non è secondo né ancillare.

© Giovanna Amato 

 

Intervista pubblicata in origine il 06/10/2014