Le cronache della Leda #32: Un sogno della Luisa

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Le cronache della Leda #32: Un sogno della Luisa

 

 

La notte fuori dalle finestre
di un ospedale riflette
sui vetri il padiglione
di fronte, una luce bianca
che potrebbe essere luna
passa lunga come un taglio
dietro le spalle gli zoccoli
degli infermieri lasciano
le ultime tracce

La città è lontanissima
soltanto i neon sono stabili
e giocano di sponda.

 

Da una settimana la Luisa è uscita dalla rianimazione, sta bene, se vogliamo essere sintetici. Bene, se pensiamo alla morte. La morte quasi toccata e ora messa di nuovo a distanza. La Luisa parla e sorride, appena può, appena riesce. Sa di averla scampata. In accordo con i medici, a turno, io e le ragazze la sera ci fermiamo fino a tardi e le teniamo compagnia. Mi rendo conto, però, che spesso è lei a tener banco, come ha sempre fatto. L’altra sera, mentre le raccontavo le ultime novità, mi ha interrotta e mi ha detto: «Smettila Leda, adesso ti racconto io delle robe interessanti, robe che ho sognato quando stavo in rianimazione.»

Ho sognato di nuotare in un fiume rosso. No, non era sangue. Non nuotavo in una sostanza liquida. Era tessuto o almeno somigliava a un tessuto. Nuotavo in questo fiume di tessuto rosso, sono certa fosse un fiume perché vedevo entrambe le sponde. Alla mia sinistra c’erano molti uomini che lavoravano a un grandissimo telaio, vecchio come quelli che ci facevano vedere a scuola, o che trovavamo nelle favole. Avevano tutti la barba. Alla mia destra stavano le donne, sedute a gambe incrociate sulla riva: pescavano. Le canne erano di legno, lunghissime. Non ci crederai, ma abboccavano pullover, sciarpe, guanti, cappelli, camicie. Guardavo un’altra volta verso l’altra sponda e vedevo gli uomini che lanciavano nel fiume rocchetti di filo, filo che subito si svolgeva per cucirsi sotto la superficie. Era come se nuotassi sopra una grossa sartoria subacquea. Le donne gridarono in coro: “ora blu”, ed ecco che nuotavo dentro uno splendido blu. Cominciavano ad abboccare capi blu. Una donna mi faceva cenno di avvicinarmi alla riva. Stupita mi avvicinavo. Mi ha passato una canna e  mi ha detto: «Pesca con noi, per nuotare c’è sempre tempo.» Le ho chiesto per che cosa pescassero. Mi ha risposto: «È il raccolto per l’inverno, è la provvista per i nostri bambini e per noi.» «Pescate i prodotti nel fiume?» «Solo i tessuti, il cibo, per esempio, lo ricaviamo dal vortice elettronico che sta sotto la collina gemella. E gli arredi si autocostruiscono per sottrazione. Si autoestraggono dagli alberi come sostanza liquida e poi si ricompongono nelle case che li hanno ordinati.» Ho pensato che gli arredatori lì non avrebbero fatto molta strada.  «Di chi è gemella la collina?» Domandavo. «Mia cara, se resti con noi lo scoprirai, non avere fretta.» Poi mi sono svegliata, non sopporto chi mi dice mia cara, nemmeno nei sogni.

E si è fatta una risata, da queste cose capisco che la porteremo a casa presto, la Luisa non molla e non cede nemmeno nei sogni. Le cose che le stanno sulle scatole sono sempre le stesse, la morte è una di quelle.

Leda