Diario del Torino Film Festival #2: Magic in the moonlight, Annuncian sismos e dintorni

allen

DIARIO DEL TORINO FILM FESTIVAL #2

L’ATTESISSIMO “MAGIC IN THE MOONLIGHT” DI WOODY ALLEN, IL RITORNO IN TERRA DANESE DI SUSANNE BIER E “THE TEORY OF EVERYTHING” SULLA VITA DI STEPHEN HAWKING

*

Prosegue a gonfie vele il Torino Film Festival. Nonostante l’inizio della settimana lavorativa, l’affluenza nelle varie sale non è diminuita e molti film registrano il tutto esaurito.È il caso dell’attesissimo “Magic in the moonlight” di Woody Allen,  i cui biglietti sono andati a ruba, nonostante la sua uscita in lingua italiana sia prevista per giovedì prossimo. Siamo nel 1929 e un mago inglese (Colin Firth), in arte Wei Ling Soo, diletta le platee con i suoi mirabolanti spettacoli in cui è in grado persino di far sparire un elefante. Egli però è anche specializzato nello smascherare le frodi nel mondo dell’occulto. Su richiesta di un vecchio amico si reca in Costa Azzurra per incastrare una ragazza (Emma Stone), che sembrerebbe in grado di parlare con l’aldilà e prevedere il futuro. Ben presto le cose si complicano, perché la ragazza non sembra avere punti deboli, tanto da far tentennare la totale fede nel raziocinio di Wai Ling Soo. Sebbene non sia stato accolto benissimo da una parte della critica, la nuova fatica di Woody Allen (nonostante l’età produttivissimo, in grado di partorire un nuovo film ogni anno) non rientrerà nel novero delle sue migliori opere, ma sicuramente riesce a ritagliarsi un suo spazio ben definito, grazie anche alla bravura di un Colin Firth in stato di grazia, misantropo e nichilista all’inverosimile, il quale riesce a strappare molte risate, sorretto da una dosata e pudica Emma Stone. Già con il precedente “Blue Jasmine” mi sembra proprio che Woody Allen si sia ripreso dopo lavori sbiaditi come “To Rome with love” e con questo “Magic in the moonlight” abbia inanellato un altro film davvero riuscito.

Nella sezione “Festa mobile” questo inizio di settimana è anche stato il momento di “A second Chance” di Susanne Bier, melodramma tragico dai toni decisamente forti che colpisce come un pugno nello stomaco, senza fare sconti. Il poliziotto Andreas e sua moglie conducono una vita serena e felice ed hanno appena avuto un bambino. Un giorno Andreas viene chiamato a intervenire nella casa di due tossicodipendenti, il cui bambino di pochi mesi giace malnutrito in mezzo alla sporcizia e ai suoi stessi escrementi. Quando accidentalmente il neonato di Andreas muore, egli decide di fare irruzione nella casa dei due tossici e a loro insaputa sostituisce il loro neonato con il figlio appena morto. Le cose non andranno come si aspettava Andreas e ben presto la situazione precipita.  Pellicola cruda e angosciante che assume i connotati di una vera e propria discesa agli inferi, il ritorno in terra danese della Bier lascia il segno e regala delle emozioni difficili da dimenticare.

Una buona confezione in grado di commuovere non poco gli spettatori è invece “The teory of everything” (“Festa mobile”), film che narra la vita adolescenziale del famosissimo fisico Stephen Hawking, che a Cambridge sfida tutti con le sue rivoluzionarie teorie sui buchi neri, l’origine della vita e del tempo e si innamora della bella Jane, con la quale avrà quattro figli, nonostante la malattia degenerativa del motoneurone che progressivamente lo porterà all’immobilità e all’incapacità di comunicare verbalmente. Malgrado il terribile dramma personale, la pellicola è un ostinato inno alla vita e alla forza dello spirito umano, in grado di regalare positività e speranza verso il futuro.

Un film difficile da decifrare è il belga “Eau zoo” (“Festa mobile”) di Emilie Verhamme, storia di un amore che ricorda Romeo e Giulietta fra due adolescenti su un’isola fuori dal tempo, a metà strada fra “The Village” di Shyamalan e “Il signore delle mosche”, che si perde strada facendo e annoia, nonostante i buoni numeri di una regia comunque molto estrosa.

Da dimenticare completamente nella sezione ”Festa mobile” è la commedia indie americana “The mend”, storia di due fratelli in crisi personale e con le loro donne. Vorrebbe essere una commedia dai toni drammatici in stile Judd Apatow o Alexnader Payne, ma risulta davvero indigesta, con scene ingiustificatamente lunghe e dialoghi scontati e banali, tanto che per evitare un inutile supplizio ho deciso a metà proiezione di abbandonare la sala.

Ora concludiamo con il Concorso parlando del notevole “Annuncian sismos” degli argentini Rocio Caliri e  Melina Marcow, storia cupissima di un ragazzino, Mariano, ambientata in una zona  sperduta dell’Argentina, dove c’è stato un picco eccezionale di suicidi fra i giovani. Il protagonista osserva con il suo binocolo i funerali di questi suicidi e cerca riscatto dalla sua misera posizione entrando nel laboratorio di musica della scuola. Il titolo del film è dovuto al fatto che secondo la gente del posto “I cani annunciano i terremoti” e in tutta la pellicola aleggia la paura di una minaccia imminente. Minimalista, quasi privo di dialoghi, anche questa pellicola deve molto al cinema di Van Sant e dei fratelli Dardenne.

Altro film in Concorso è il canadese “Félix et Meira”, dramma senza infamia né lode su un amore impossibile, qiuello fra Félix e Meira, donna sposata che fa parte di una comunità chassidica, ma che dissente dai rigorosi dettami che le vengono imposti dal marito e cerca conforto nella musica e nella figura del buon Félix, conosciuto casualmente in un bar. Opera che volutamente agisce per sottrazione, e con pudore racconta la difficile vita di una donna che vuole ribellarsi alle regole.

©Nicolò Barison