Kipling (ancora un racconto sui cuccioli d’uomo)

J.L.Kipling o W.H.Drake, illustrazione per "L'Ankhus del Re", 1895

J.L.Kipling o W.H.Drake, illustrazione per “L’Ankhus del Re”, 1895

 

Le dicono che potrebbe approfittare di quell’ora a settimana per far leggere ai cuccioli un libro. Nina insegna così, un’ora a settimana per classe, un totale di quindici ore. Nessuno si aspetta che conosca tutti i loro nomi – del resto, nessuno immagina che passi tutte le sere a giocare a memory con le loro fototessere – ma tutti confidano nel fatto che ci sarà affiatamento: la forbice di età, tra Nina e quel nugolo di undicenni, è straordinariamente stretta. Stretta a livelli imbarazzanti, considerato come ancora Nina corra per i corridoi quand’è in ritardo e con quanto equilibrio interiore affronti i problemi burocratici.
Leggesse un libro, le dicono, e avesse solo cura di scegliere un libro popolare.
Nina sa – lo sa – che si sono rivolti alla persona giusta. Si sente come l’uomo al telefono in Pulp Fiction, quello che “risolve problemi”. Nina ha a curriculum la conversione a Harry Potter di fior di esponenti della generazione precedente alla sua; per lei, la sesta stagione di Buffy è il massimo esempio di opera d’arte totale; scrive saggi sui fraseggi vivaldiani, ma scoppia in lacrime durante le sessioni di kick boxing con la sorella appena lo stereo rimanda Formidable.

 «Hunger Games», dice subito. «Hunger Games: la storia di una ragazza scelta per il massacro annuale tra distretti di una società futura che ha fatto di questo tributo di sangue al tiranno un reality show.» Dentro c’è tutto: la distopia, il bacino mitico, la critica alla società contemporanea con la sua spettacolarizzazione del dolore.
Lo propone in classe con la gioia in gola, ma non c’è cucciolo d’uomo che non le risponda: «l’abbiamo letto già.» (e capito, pure.)
Mentre il suo cuore li ama follemente, il suo cervello macina; bisogna andare indietro, frugare in qualche cosa che sembri già archiviato, dare al popolare un’altra prospettiva, e allora dice: «E I libri della Jungla
«Quello no», rispondono, «ma abbiamo visto il film.»
Bene. Ci sarà da lavorare.

«E adesso, cuccioli d’uomo», dice lei brandendo il libro, «leggeremo la storia di un cucciolo d’uomo come voi, Nathoo, detto Mowgli, “ranocchietto”.»
«Perché non chiama “ranocchietti” pure noi?»
Se lo scordino, pensa. È tutta una vita che chiama i bambini  “cuccioli d’uomo”, e non perderà l’occasione di farlo in pubblico per dar loro il nome di anfibi con cui ha già abbastanza problemi.
Mette bene in chiaro, fin dall’inizio, la gerarchia: è lei quella sulla Rocca del Consiglio. La cattedra su cui si ostina a fare lezione da seduta sarà il luogo dal quale il capobranco narrerà ai suoi cuccioli, dettando legge sul quanto e il come delle sue letture. Tempo tre volte e un impalpabile, improvviso ammutinamento fa sì che i cuccioli si alternino alla lettura e a lei spetti il posto cantonale dei vegliardi.
Studiano un saluto. Chiudono le falangi come ad artigliare, le loro mani alzate sembrano impronte di lupo, e così la accolgono all’ingresso, così la salutano in corridoio, così concludono ogni lezione.
Alcune minime questioni, come il sesso di Shere Khan o la pronuncia di Bagheera, vengono risolte subito per lasciare spazio a problemi più pressanti:

1) Cos’è quella nausea che ci prende tutti quando un giro di frase sembra ristagnare e diventare tossica come il notturno indiano che descrive poi gonfiarsi come il monsone e dopo diventare più affilata dell’Ankus del re?

2) Perché sembra che Kaa possa agganciarci gli occhi se è per quelle scimmie che sta danzando giù alle Tane Fredde perché si scaraventino nella sua bocca?

3) Perché abbiamo un groppo in gola mentre Mowgli ignora cosa sia a portarlo verso il villaggio dell’Uomo quando è primavera?

4) Perché l’idea che Mamma Lupa si chiami Raksha, “protezione”, ma che il suo soprannome sia “la diavola”, ci fa rizzare i nervi? E perché il pianto dei fratelli di Mowgli ci fa male al cuore?

È Nina a voler leggere l’ultimo racconto. Li avverte di tenere in mano un fazzoletto perché i cuccioli d’uomo, ha constatato, sono facili a commuoversi. Devono recuperarla singhiozzante in bagno, mentre la collega di educazione fisica, subentrata all’ora, regge mezza classe e cerca di schivare i tentativi sovreccitati di consigliarle il libro, prendesse il loro se non ne ha copie a casa, ma lo leggesse.

I giorni successivi, dalla sala professori, Nina vede cuccioli d’uomo scambiarsi cenni di una mano chiusa a orma di lupo, e di questo e di altro, dovunque sia, ringrazia Kipling: buona caccia a te.

© Giovanna Amato

Il racconto qui postato è stato scritto e letto in occasione del numero speciale di Viva!, nell’ambito della kermesse poetica Le rose del Parnaso, il 27 settembre 2014 presso il Museo Maxxi di Roma. Non può che essere dedicato a Vittoria e Cristina, e a una caterva di cuccioli d’uomo.