Mauro Pierno, Pulcinella addormentato (Eduardiana)

De Filippo Eduardo

“Il advient que notre coeur soit comme chassé de notre corps.
Et notre corps est comme mort.

“Avviene che il nostro cuore sia come
cacciato dal corpo. E il corpo
è come morto.”

René  Char-Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono


I titoli di questa piccola silloge sono tratti dal testo Natale in casa Cupiello di  Eduardo De Filippo

È incominciato il telegrafo senza fili

Evidentemente come gli occhi socchiusi
che piangono, che a mente
ricordano i sogni, la vita,
la tua, Francesco, un breve scroscio divenne.
Mista così ad una giornata
di sole, la pioggia, che riconoscesti
acerba, fugace.

Sei vecchia, ti sei fatta vecchia!

Artistica sei
come la Maraini,
la Wertmüller,
gli occhiali sulla fronte di Squitieri,
immodificabili;
tu però anche
ti porti in fronte
la voglia matta della vecchiaia,
il sigillo canuto, lo strazio,
il canto, la voce amara di un sorriso
pieno, un cuore aspro solo
umano, in comunicato
solenne, sincera
dimenticanza d’esistere.

Conce’, fa freddo fuori?

Quella mano che non ritrovo
quando a letto ti accarezzo
ed i piccoli tizzoni dei tuoi piedi
che trattengo a stento,
sono le stesse smozzicate parole,
amore, che assidero
burbero, silenzioso, assuefatto.
“Fa freddo fuori ?”.
La sostanza non cambia,
sto a ripetermi che nulla accanto
mi appassiona, eccetto te,
e non so spiegartelo!

Scetate, songh’ e nnove

Stamani raccolti nelle
pieghe delle mani addormentate,
ripristina i tuoi sogni,
soddisfa appieno il dolore
che sopravviene, cosi come
la luce, scopriti, rianimati.
Di sovrumana eccitazione
perdurano le nostre ore;
semmai dovessi accorgerti del tempo,
a tempo respirerai.

O Presepio…Addò stà o Presepio?

Intanto un sogno hai lasciato
che al mattino svelandosi
hai rivestito. Un corpo fantasma,
ridicolo, inanime, esangue sostanza.
Colpendolo al volto
e più volte sul corpo
nemmeno una lacrima
un rivolo strano.
Sopravvivi di certo,
la sostanza non cambia,
passeggiando con accanto
un pullecenella di pezza.

(19.02.2014)

O Presebbio!?
Chi è stato che ha scassato o’ Presebbio?

Quante sconfitte allineate
cadenzano & frammentano
la via e sono pure rovine
quelle che addentrandoti scopri.
Trascini sequenze d’immagini
e la sofferenza perdura
e non vengono volti
non vengono visi a rallegrarmi.
Cade perenne quest’ultimo urlo
che un cuore sepolto
palpita invano. La regola
aura son costruzioni di
sangue & mattoni,
vie Falcone e Borsellino-; eppure
risuonano alti i boati,
gli asfalti divelti.
Rammento soltanto
un silenzio di polvere
pulviscola quiete, acquiescente &
sparsa.

-…ma tu faie overamente?
-Faccio overamente!

E questa è una rivoluzione
fanno, overamente.
Di impegno entro venerdì,
caro Leopoldo,
lo smantellano il Senato,
fanno overamente;
ci toccherà allora rivedere
i parametri, i confronti,
le misure anche della poesia
ed abbattere, sfoltire
i rami secchi,
le abbondanze rimetiche,
i riverberi, le incontinenze,
dichiarare l’inutilità del verso
a verso avverso e nella nota
della salute appuntare pure “però
con qualche malattia!

Questo è un altro capolavoro tuo!

Imminente lo sguardo
che ti coglie impreparato
ad osservarli adulti
già belli & cresciuti
così come semi dispersi
che giorni addietro spargesti e che
invero sopraggiunsero come
rami e tronchi ad osservarti;
chiome altissime perturbate,
remote radici, vaganti vagiti
urla di incolpevoli refoli:
allora ferirvi non era dolore
ma un perpetrare d’amore
che sopraggiungeva a strati
decomposto, vivo.

Niculì, questo poi…
è materia tua,te ne intendi: è corno vero.

L’odore fuori era di mare assolato
ed arancione,l’aria propensa d’un
adulterio salmastro e
sebbene t’avessi vista e
d’accorgermi non ne avevo voglia,
stropicciandomi gli occhi,
senza sconvolgermi rinveniva
adagio incombente una marea
antica, una canzone, mi tradivi.

Aspetta Pasca’…Stuta, stuta: sta parlanno

Dalla tua bici
cadendo poi
non è così difficile
mi dirai di certo
che è anche facile
simulare, adagiarsi e scomparire.
Dalla tua bici
così vicino
casuale il trapasso
un passo breve
ridicolo, accidentale.

E mettece duie pastore ncoppa, come vanno vanno

Si è fatta polvere
anche la nostra verità
fastidiosa tra noi
ed impalpabile. Una costante
di punti, inafferrabile,
il tempo univoco dell’inesistenza.
Abbiamo mani e piedi
di un mammifero errante,
la blasfemia dell’informatico.
Proteggici ovunque.

© Mauro Pierno

8 comments

    1. Ringrazio il caro Gianni Montieri
      per questo debutto.
      Fondamentalmente é per condivisione.
      Condividere la memoria di EDUARDO
      con voi è anche commozione.
      Sopratutto la poesia.
      Ringrazio io te, Tebaldi.
      Decripto e abbraccio Anna Maria Curci e Leopoldo Attolico e le altre affascinanti icone
      che frequentano Poetarumsilva.com.
      Grazie.

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    1. Colgo l’incoraggiamento della cara Amarelli e affido, redazione permettendo,
      a questo spazio di appendice
      l’ultima scritta

      ” Questi sono i Re Magi, tutti e tre: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre…
      Mangiano con noi”

      Questo consenso che potrò rubati
      porta il salmodiare di un aspetto biblico
      in bilico, mio amico credi,
      è questo rispedirci chiari
      a noi mittenti la controparte
      -oggetto- di una missiva autentica.
      Così sfrecciando arriva
      a noi medesimi,quello che a taluni
      la nostra arte pensavamo andata
      e certo rischia di scomparire
      colui che blogga gloria ad insaputa.

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  1. La lettura di questi versi ti mette subito di fronte alla forza dei sentimenti, quelli basilari, dei misteri più intimi, quelli che uniscono gli uomini anche se lontani nei tempi, nelle generazioni, nelle “mode”.
    Per questo questi versi vengono fuori con energia e intelligenza, perché contengono nel loro “cuore” lo sforzo perenne che gli uomini (di ogni paese e epoca) fanno per dare senso alla vita. Come diceva proprio Eduardo quando spiegava quale era l’essenza e la forza del Teatro. Un plauso a Mauro.
    Francesco Lorusso

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  2. Ritorno su questa “Eduardiana” di Mauro Pierno che fa sgorgare occasione di poesia dai quadri, evocati per citazioni, di “Natale in casa Cupiello”, ovvero (mi riferisco mia generazione e per la provenienza geografico-culturale di una parte di essa) dal lessico famigliare che si è intrecciato con l’arte, qui messinscena atroce del rituale di desideri e rancori, “pezze a colori” e ipocrisie, grandi aspirazioni e quotidiane meschinità. A chi non può fare a meno di sorridere recitandosi mentalmente, pressoché ogni giorno, la lettera di Tommasino Cupiello, antidoto a tutte le illusioni materne (“Cara matre, da oggi voglio diventare un bravo giovine; ho deciso mi voglio cambiare: preparami…. la camisa, la maglia e le calzettine”), non sfugge l’ironia dei versi di Pierno, nella tensione tra desideri di ascesa e constatazioni di cadute. Una poesia che conosce e pratica il crescendo («un passo breve, / ridicolo, accidentale»), i tempi teatrali di scambi di battute iniziati altrove e proseguiti – per scatti e allusioni – anche in questi testi e che, istituendo collegamenti tra fonti disparate, si protende verso una prosecuzione. Non c’è la parola fine e, nell’attesa del prosieguo, rivolgo il mio augurio a questa poesia, che inserisco convinta nella mia personale “nota della salute”, memore sempre della già menzionata lettera di Tommasino Cupiello.

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