Le cronache della Leda #26: Il tè, Saverio e Raboni

 

Le cronache della Leda #26: Il tè, Saverio e Raboni

2014-10-13 19.17.24

 

Starsene un pomeriggio, e poi una serata intera con le poesie di Raboni, smettere di leggere soltanto quando gli occhi non ce la fanno più e cominciano a bruciare. Ritornare indietro, aprire, uno per uno, i cassetti della memoria e lasciare che le cose tornino, sentire le voci e le paure di quando eri ragazzina. E così nei versi torna la guerra, ed era così, era terrore e speranza. Era sgomento. Ed è vero quel che scrive Raboni: “Con tutta quella morte in giro / nessuno moriva”. Noi bambini ancora meno, si giocava e quando c’era da scappare, lo si faceva ridendo. Più che paura, la nostra, era suggestione. Avevamo paura, ma era una proiezione della paura degli adulti. Per quel che ricordo, avremmo continuato a giocare anche sotto i bombardamenti. Gli stati d’animo che ci trasmettevano i nostri genitori erano un altalenarsi continuo tra paura e sicurezza. Le corse a perdifiato che faceva mio padre per andare in campagna a procurarsi da mangiare, e com’era bello vederlo spuntare dal fondo del nostro sgangherato viale; come il padre di Raboni raccontato in quella splendida poesia che è La guerra. Poesia che nella seconda parte diventa rimpianto per la lontananza dai figli, rimpianto che arriva lancinante. Ed ecco la grandezza della poesia, ecco come diventa degli altri, di chi legge. Non conta più l’origine della lontananza, conta la lontananza soltanto. Allora un figlio lontano sa comunque di rimorso, di rimpianto. Per ore ho fatto avanti e indietro tra le poesie del poeta milanese ritrovando quelle che ho più amato, e riscoprendone altre che non ricordavo o che non conoscevo, come le due meravigliose, tra le prime di Barlumi di storia:

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…

***
O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda…

Pochi versi per dire tutte le domande sulla felicità, saperne coglierne l’essenza che è poi la sua inafferrabilità, la sua non appartenenza. Fare delle ipotesi e tentare una spiegazione che spiegazione non è. La felicità non si spiega e se accade pare sempre non essere nostra, ma solo degli altri, un riflesso, un’utopia.
Ho chiuso i libri solo un paio di volte, una per preparare un tè, l’altra per rispondere al telefono, era la Luisa. Luisa che, ovviamente, voleva sapere cosa mi avesse raccontato la Wanda, le ho detto che era stata una confidenza, e che quando sarebbe stato tempo la Wanda avrebbe detto tutto anche a lei e all’Adriana. So che c’è rimasta male, ma non l’ha dato a vedere, anzi a sentire, ci siamo date appuntamento al giorno dopo e ci siamo salutate. La storia che mi ha raccontato la Wanda è bellissima ma molto intima, ve ne parlerò quando lei mi darà il permesso, quando le parole della confidenza potranno trasformarsi in scritte. Sono tornata alle poesie, e come non rifare il viaggio tra vita e morte che è così presente nei versi di Raboni? Come non farsi le domande su chi non c’è più? E se avesse ragione il poeta? Se la forza del ricordo, della memoria, tenesse qui con noi i morti, fatti non più di presenza ma della sostanza di cui sono fatti i momenti che hanno passato con noi.
Ho alzato gli occhi dal libro e l’ho visto, per un attimo l’ho visto. Saverio, lì davanti alle librerie. Saverio che tira fuori un volume, gli accarezza il dorso, lo sfoglia, si volta verso di me per un momento e sorride: «Questo non l’hai ancora letto, lo so, ma dovresti leggerlo, Leda.» Dopo lo ha rimesso a posto ed è svanito prima che io riesca capire di quale libro si tratti, ma tanto tornerà, cioè, stando a Raboni, è sempre qui con me.

Leda

 

***

© Gianni Montieri

 

Nota: Le poesie di Giovanni Raboni qui citate sono tratte da Tutte le poesie, Einaudi, 2014

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