“Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi. Recensione

Fabio Stassi recensione

Narrare una ‘voce’, raccontare la storia di una voce e la Storia attraverso una voce che sia tante, tante voci che risuonino nello spazio di un romanzo: questo è Come un respiro interrotto di Fabio Stassi (Sellerio, 2014). Una prosa che sfida la narrabilità del ‘vocalico’ perché ciò che ‘resta nell’oralità’ non può con facilità essere ‘detto’ (nella sua totalità) attraverso la scrittura.
La protagonista, Soledad, è una cantante dalle qualità uniche; il suo canto procura “la sensazione di mettere il piede nel vano vuoto di un ascensore” come amava dire Coltrane su di sé. Soledad destabilizza, ammutolisce; le sue peculiarità canore non hanno eguali eppure, durante la sua carriera, non inciderà mai una nota. Le sue ambizioni mancate, la sua vita alla ricerca di un senso, e tutto intorno una famiglia per metà siciliana per metà sudamericana, complicata e stratificata; e poi gli amici musicisti, i maestri, l’Italia del secondo dopoguerra e Roma, Palermo, che aprono a scenari narrativi che conosciamo, ad esempio quelli de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.
La musica è letteralmente pretestuale al romanzo: serve a dare un ritmo alla vicenda di Soledad-tutta-voce e agli altri personaggi che parlano attraverso di lei, come fosse lei stessa a fare da filtro al loro ‘dirsi’: musica funzionale alla costruzione della prosa familiare e sociale, dunque; musica diegetica a tutti gli effetti. Musica, secondo l’autore, sempre in ‘tempi dispari’, che parte spesso in levare cercando una direzione non sempre riconoscibile, dando la possibilità al lettore di arrangiare il proprio ritmo di lettura e, soprattutto, di ascolto. ‘Levità’, a ben vedere, può essere cifra di Stassi, dal momento che la sua scrittura gode di un riuscito tentativo di rendere leggero ciò che pesa, anche i fallimenti, anche la morte, anche tutte le mancanze (i respiri interrotti?) di cui si fa un’esistenza.

Il suo non è, tuttavia, un romanzo ‘generazionale’: l’intenzione pare quella di poter restituire un testo che comunichi a tutti partendo da una prospettiva di racconto legata alla ‘storia orale’ che fa parte dell’imprinting che lo stesso scrittore dice di aver avuto ricevuto da bambino. Il ‘respiro interrotto’ del titolo non è soltanto quello filtrato dalla grana della voce di Soledad bensì è il ‘prender fiato’ della scrittura che si traduce nel disegno ellittico della trama, dagli anni Settanta ad oggi. Le lunghe pause con salti temporali segnano le evoluzioni dei personaggi (o la loro immobilità) ma anche il sentire di un’Italia che muta radicalmente l’idea di appartenenza, motivi espressi sempre attraverso la voce.
Tutti i fili del racconto convergono a costruire la struttura di quest’opera, pensata affinché sia il lettore ad attribuire a Soledad la voce che preferisce o, per meglio dire, la voce che risuona nell’orecchio di ciascuno. Il lettore dunque dà un’identità a Soledad, quella Soledad che ‘è molti’ per chi scrive. Il vero quid del romanzo sta tutto qui e scarta con forza l’operazione di ‘riconoscimento’ del sé-lettore all’interno della trama; Come un respiro interrotto va oltre. Questo passo ulteriore si potrebbe astrarre da un ragionamento del filosofo americano Arnold Davidson apparso ieri sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore. Davidson tratta di certo jazz di oggi votato alla novità e, in particolare, dell’ultimo album dell’ottetto di Steve Lehman come esempio di musica ‘democratica’ che evolve la tradizione. In questo contesto non è utile ‘il cosa’ di Davidson ma ‘il cosa di Davidson che diventa il come’ di Stassi il quale, attraverso i suoi personaggi, scegliendo un tema specifico come quello della ‘voce’, compie un’operazione audace che comporta l’idea di una scrittura democratica per tutte le ragioni sinora espresse, democratica sia verso l’interno (dalla parte dell’oggetto) sia verso l’esterno (dalla parte del lettore) e che veicola forse anche la capacità autoriale di pensare una ‘democrazia della scrittura’.
Ancora Davidson propone di seguito: «Non è soltanto l’estetica che cerca forme di creatività inedite e coraggiose [oggi], ma anche la politica e l’etica.» Seguendo ancora l’astrazione verrebbe da dire che anche il romanzo di Stassi tocca ciascuno di questi punti, certo con una declinazione che non vuole essere ‘sociale’ a tutti i costi, ma letteraria. E appunto si sa che l’arte, in qualunque forma, può incidere nella vita di ogni giorno e connotarne alcuni aspetti fondanti in modo indelebile. Ben vengano dunque romanzi come questo, perché l’originalità di Stassi sta nell’affrontare la sfida all’indicibile strumento-voce in tutte le sue sfaccettature, e farlo compiendo percorsi tracciati da sé e da far tracciare a chi legge, affermando il proprio stile con intelligenza, alla ricerca di una voce di scrittore in continua evoluzione.

© Alessandra Trevisan