Il Jingle Jungle di Alessandra Carnaroli. Recensione di Martina Daraio

animalier

Per Alessandra Carnaroli la poesia è un’operazione di “scrosto”: consiste, cioè, in quella «passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene».
Pressoché priva di artifici retorici o di abbellimenti lirici, la sua ultima raccolta si propone allora di scrostare l’apparente civiltà della società italiana contemporanea lasciando emergere tutta la bestialità sottostante.
Il titolo, Animalier, è in questo senso già parecchio esplicativo: il termine rimanda infatti al campo tessile, e in particolare a quegli abiti leopardati, zebrati, tigrati, pitonati che rappresentano lo stile di chi si sente aggressivo, felino, e allo stesso tempo capace di cambiar pelle e di immedesimarsi in ruoli differenti purché interni a dinamiche animali del tipo preda-predatore.
Dalla fashion-jungle alla jungle-e-basta, come mostra Alessandra Carnaroli, il passo è però più breve di quanto si creda: Animalier è infatti il racconto di una società, la nostra, ancora descrivibile a pieno titolo attraverso logiche darwiniane basate su rapporti di forza e squilibri intrinseci anche alle più banali interazioni quotidiane.
Sono storie di violenza fisica o psicologica, come nel caso della poesia sui migranti in cui dalla voce “ingenua” di una bambina emerge la brutalità ideologica soggiacente ai contesti in cui cresce: «i musulmani gli puzzano le mani / dice mia figlia di sei anni / che glielo ha detto la collega bambina anche lei / della scuola primaria / primaria dell’odio / delle razze». Particolarmente riuscita, sempre nello stesso testo, la sovrapposizione della condizione dei migranti “spiaggiati” e quella dei turisti: «s’abbronzano i vermi in fila regazzine col costume spezzato / confrontano il segno dove finiscono le mutande inizia / il riconoscimento delle salme / un po’ d’olio nel sistema / solare per proteggersi dai tumori / della pelle esposta».
Il discorso scorre con un ritmo piuttosto accelerato nella forma di un flusso di coscienza, in cui le associazioni mentali si accostano in efficacissimi enjambement, smontando le tradizionali norme metriche in versi rotti, spesso formati da discorsi quasi prosastici (salvo il fatto di essere separati al loro interno da barre oblique), seguiti a poca distanza da versi composti da una sola parola e a volte anche meno. Un po’ come se l’urgenza del dire non avesse tempo per la grammatica e la forma, o come se in fondo la realtà descritta nemmeno la meritasse tanto è aliena dalla bellezza.
Tornano temi e stilemi di FemmINIMONDO, come in poesia su un proiettile che bucò i polmoni e lesionò il midollo in cui l’occasione è tratta da una tragedia probabilmente attinta da un fatto di cronaca o, peggio, da un trafiletto sul giornale a cui il tutto si è ridotto.
La Carnaroli sceglie un registro linguistico decisamente basso, piuttosto pulp: non si tratta infatti solo di rivolgersi alla quotidianità e alle sue situazioni, ma di una scelta più profonda che appiattisce il linguaggio alla sua forma meno controllata, quasi come se si trattasse di un verso animalesco talvolta quasi forzato, ostentato, pur di far sgorgare del sangue, al limite di perdere il contatto con quella stessa realtà che si vuole raccontare: «Noi teniamo la paura a novanta per montalle / Sopra e scrinare le natichelle / Alla chetichella scopare / spiegare / Il ventaglio delle possibilità arrese / Al deficit cognitivo all’handicap / psicofisico / Al ritardo / mestruale / Come scoreggia / amore profonde : / Invoglia / La bestia / riattacca il filtro catartico / e impietoso / Alla marmitta / Umana / Discende dunque / Dalla scimmia / dopo averla inculata». Frequentissimi sono i riferimenti al parlato: le ripetizioni, la deissi, le espressioni dialettali, l’utilizzo del che polivalente e dell’indiretto libero o dell’indicativo al posto del congiuntivo. Il punto di vista è quello di un io molto dialogico, completamente assorto nelle varie situazioni che la poesia mette in scena e dunque, nell’insieme, quello corale di un io collettivo.
L’aspetto più interessante di questa operazione sta nel riuscire, attraverso queste catene associative, a mostrare come le parole non siano mai innocenti e, anzi, spesso sottintendano delle idee del mondo discriminatorie o violente. Non direi che si tratti, però, di una poesia civile o di denuncia: lo “scrosto” infatti, più che un gesto di demistificazione e svelamento preparato al dolore che potrebbe conseguirne, pare nascere più come processo liberatorio, catartico. L’intenzione che spinge a togliere la crosta pare derivare, cioè, più da un profondo desiderio di provare (e provocare) dolore ostentando brutalità per poi liberarsene.
Tra le incrostazioni di cui disfarsi, infine, non viene risparmiata neanche la tradizione poetica, la forma lirica classica, gli autori del canone letterario. Ecco ad esempio il montaliano non chiederci la parola trasformato, ancora una volta, in un episodio di brutalità: «attaccata al ramo resisto / come nido come scimmia / non chiedermi il biglietto / che il ventre possa aprirmi / ho già pagato dazio ho / la ricevuta del pestaggio».
Infine: chi volesse leggere la raccolta, cosa io che consiglio di fare, sappia che sarebbe del tutto inutile rivolgersi ad una libreria o ad un editore. Fedele al suo rifiuto delle logiche di scambio capitalistiche, la Carnaroli baratta i suoi testi solo in cambio di altre bestialità, siano esse un pelo, una bottiglia di vino o la presente recensione.

© Martina Daraio