Léggere

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Come affondare, volontariamente. Immergersi per arrivare a scrutare il fondo, un fondo sondabile secondo dettami di piacere. Certo, confidando che dell’acqua permanga durante tutta l’esplorazione la trasparenza inizialmente solo intravista. E con la certezza di riemergere, s’intende. Forse, nel caso della poesia quest’avventura si compie in modo se possibile ancora più vertiginoso: lì infatti l’immersione può farsi più profonda, l’esplorazione ardita e vasta − dati i nodi delle analogie e la libertà d’interpretazione che ne proviene. Comunque sia, da poesia e prosa di valore − e particolarmente laddove il confine tra esse si assottigli − l’emersione apparirà in massimo grado liberatoria, regalando tutta l’altezza della conquista. È in questa dimensione verticale di discesa-ascesa, tesa a inseguire i disegni del testo e le strade percorse dall’autore, che il meccanismo elastico al cuore della lettura si manifesta in tutta la sua capacità di estensione.
Estensione, già, e distensione. A questo proposito, tra le affermazioni di Proust troviamo: «Tutte le ansie legate all’amicizia scompaiono sulla soglia di quell’amicizia pura e tranquilla che è la lettura». Ecco, in quel “tranquilla” starebbe il nodo essenziale: l’esperienza fisica rappresentata dalla lettura. Sì, questa che Proust mette giustamente in luce è la sua qualità peculiare: un guardare paziente, un ascolto prolungato. Condizione fisica e disponibilità psicologica, appunto come quelle in gioco tra due persone che costruiscano nel tempo la propria amicizia.
Come per ogni effusione dello spirito, con la lettura si prova a riconoscere e superare il limite incarnato esattamente da se stessi. Tra fine e confine, leggendo, si cerca la libertà di affondare nel testo per uscirne liberi. Liberi di una libertà impensata prima perché inconsapevoli che una prigionia ci fosse stata imposta. Basterebbe in tal senso citare Čechov: «La vita è una marcia verso il carcere. La vera letteratura deve insegnare come fuggire, o promettere la libertà.»
È così che “affondando”, acquisendo cioè le stesse armi in mano allo scrittore, e quindi tramite di esse superandosi, il lettore potrà trovare il vero sé.
È il fuori-di-noi d’altronde, se attratti davvero dall’assoluto, dall’infinitamente-di-più, a guidarci tra le pagine, al fine di trovare, magari d’improvviso, una “possibilità di noi” (dando spessore, con questa affermazione, al “senso di possibilità” così come definito da Musil). Cosa che poi, in fondo, con l’azzardo di rischiare molto, potremmo anche chiamare “verità”. E ancora una volta, dato il rischio, è il caso di farci soccorrere da Proust: «…la verità, − afferma l’autore della Recherche − concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno…».
E se esemplare, quanto a libertà di interpretazione in forza al lettore, fino alla sua possibilità di reinventarsi da sé e per sé, è il verso di Borges: «Chi legge le mie parole sta inventandole», in tema di scelte e di opportunità di lettura, risuona ancora la considerazione di Auden: «Questioni di qualità a parte, è sempre preferibile leggere a fondo pochi libri che sfogliarne molti». Perché affondare è soprattutto approfondire. Per trovare e poi risalire.

Cristiano Poletti

7 comments

  1. Apprezzo la sintesi dell’articolo e la sua profondità concettuale condividendone la natura dell’argomento.
    Le parole diventate leggère possono s-gravare l’incombenza di testi astrusi, ma sta allo scrittore sceglierne la compattezza o la leggerezza, e perfino il ritmo e il suo tragitto. Rileggere sempre e oltre “messe in carica” di Magrelli mi permetto di aggiungere anche “messe in autocritica” specialmente oggi, dove parrebbe così facile far scrittura…ma facile non è!

    Un saluto cordiale
    Tiziana

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  2. un articolo denso di spunti di riflessione, per una autoconspevolezza nel processo di lettura ma anche , specularmente, per l’attività di scrittura

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  3. L’andare a fondo, sul letto del mare, è una metafora non so quanto valida per tutti i percorsi di scrittura. Scrivere approfonditamente, secondo il mio modesto parere, è lottare con la stessa Lingua. Lingua che ci si oppone, che non vuole essere troppo disturbata. Più il pensiero e l’architrave dell’opera sono fondi, e vanno giù nelle oscurità delle tenebre, più il linguaggio ci lascia nudi di sé, indifesi e incapaci di produrre su di esso una manipolazione capace di creare una filiera sintattica. Ora a me sembra che in poesia la fatica maggiore nell’assorbire l’opera sia più del lettore che dell’autore. Quest’ultimo, infatti, travolto e affascinato dal processo retorico e dal mistero delle parole e dei loro significati, è vissuto dal suo linguaggio e quasi gode nel procedere blindato verso un senso che ancora non gli si è “aperto”. Un famoso autore (non ricordo chi) alle persone che gli chiedevano: “Cosa voleva dire in quel testo?”, rispondeva d’istinto: “Non chiedetelo a me: sono la persona meno adatta a rispondere”.
    Cristiano, ho scritto in maniera compulsiva. Avrò capito il tuo discorso? Se non fossi giunto alla sua comprensione, non mi rimarrebbe che chiederti scua.

    Un abbraccione dal tuo editore ed amico. Gianfranco

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  4. @Gianfranco: grazie delle considerazioni che seguono e, anche qui, approfondiscono quanto ho voluto proporre: più che alla scrittura in questo caso ho pensato alla lettura, al processo di “effusione dello spirito” -diciamo- che con essa si produce. In merito a Lingua e Linguaggio, e quindi al difficile “inseguimento” lettore -> autore, sono d’accordo. E direi che è proprio questo il difficile – che ha tuttavia senso compiuto, quando riesce – dell’immergersi/riemergere, dell’approfondimento. Ti ringrazio e ti abbraccio :)

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