“Duchessa del nulla”: la Bestia e il sentimento del contrario

È a questo punto che mi rendo conto di due cose. La prima: sto fumando e bevendo contemporaneamente. Non fumo e non bevo mai contemporaneamente. Una cosa o l’altra, mai tutte e due insieme. La seconda: non è whisky che sto bevendo, ma rum, e con il rum non sono mai andata d’accordo. La terza: a quanto pare sto urlando. Quest’ultima cosa la deduco sulla base di alcune prove immediate, come la prossimità della voce al mio orecchio e un senso di costrizione al petto. A quanto pare sto urlando ciò che segue: È mia opinione che Edmund non sia capace di accettare di essere venerato e io amavo la sua schiena! Se non vorrà accettare amore, se è troppo grasso per accettare amore, non è colpa mia. Comincio a confondere Edmund con la gatta; la parola grasso è sparsa per tutta la mia conversazione. La scopa del gobbo cade rumorosamente per terra. L’amore è fatale, dichiara il bambino, Dobbiamo resistere all’amore. Mi giro verso di lui. Sì, dico avvilita, lo so, lo so.

DuchessaDelNullaHo la fortuna di possedere un paio di occhiali da sole color ambra, molto simili a quelli che la protagonista di Duchessa del nulla di Heather McGowan, edito in Italia da Nutrimenti nel 2009, compra dopo l’abbandono da parte di Edmund. La cosa mi permette, quando li inforco per guardare la stessa città in cui la duchessa si muove, di tornare con la memoria a questo libro acutissimo e serrato, e di rendermi conto ogni volta di quanto un’opera possa crescere in significato e precisarsi con il procedere della nostra vita.

Il libro, che deve il suo titolo alla poesia La bestia di Sylvia Plath (e ne è, viene da aggiungere, rapsodia sul tema), si regge interamente sul lungo monologo che la duchessa, personaggio senza nome, ingaggia come una lotta verbale nei confronti della propria esistenza. Abbandonata dal compagno Edmund con il fratellino settenne di lui («Hai sentito, bimbo? Tuo fratello ha dovuto lasciare Roma, anche se lasciare Roma significa lasciare te e lasciare me, senza contare lasciare me con te»), la duchessa decide di farsi carico dell’educazione del ragazzino; un’educazione tutt’altro che convenzionale, basata su un controllatissimo, a volte velenoso flusso di coscienza, una vera e propria cattedrale di pensieri dalla cesellatura perfetta e da improvvisi gargoyles che occhieggiano dalle nicchiette. Girovagare ossessivamente per Roma con degli occhiali color ambra e alternare le passeggiate con lunghe sessioni di furibondo riposo sono le uniche occupazioni che la duchessa si concede, mentre il bimbo assiste, ubbidiente e composto, alle sue folgoranti lezioni. Alcuni insegnamenti calano come scuri («Gli intelligenti, secondo le mie circospette inquisizioni, sembrano nel complesso discretamente depressi, sempre lì ad aggiornarsi a vicenda sulle varie afflizioni sotto la luna»), ma è nella filigrana delle contraddizioni, nell’aggrapparsi a un passato mai raccontato con sincerità, che emerge la vera figura della duchessa. Donna forastica, lacerata tra l’impulso di libertà e il bisogno d’amore, «desiderosa e al tempo stesso riluttante a essere addomesticata»,(1) ha abbandonato un marito perché «a mio marito piaceva salvare giovani donne, così come cani morsicati o cavalli recalcitranti. Poco dopo averlo salvato, al cane morsicato dovemmo sparargli. Il parallelo ti sarà chiaro senza che ne debba precisare i termini»; eppure ancora spera che la sua gatta attraversi le Alpi in cerca di lei, «leccando la neve per idratarsi». Abbandonata a sua volta da Edmund perché troppo dura, accanto alla sua reazione beffarda («Suppongo che essere una donna dura sia un vantaggio se si attraversa l’Artico in slitta. Se governi una muta di cani e rimani a corto di cibo, te li devi mangiare per forza i tuoi cani») c’è l’accettazione del ruolo di madre di un figlio non suo, che sia testimone dei suoi sfoghi ma che le dia anche il calore umano di qualcosa di fragile cui sorvegliare il sonno. A patto di dire, a se stessa più che al bambino (il monologo è spesso, in realtà, un terapeutico soliloquio), che «non me ne sto qui per il mio bene, […] non parlo così solo perché mi piace il suono della mia voce, anche se si dà il caso che io abbia una voce gradevolissima e in molti mi abbiano incoraggiata a considerare una carriera in radio. Sono qui affinché tu possa imparare quelle cose che a me hanno richiesto anni.»

A ogni lettura, a ogni ritorno, ci si rende conto del grande potere che ha questo libro fondato sul tutto e sul nulla: mantenersi immobile nella sua costruzione eppure permettere sguardi obliqui, ogni volta differenti. In base alle fasi della propria vita, si può privilegiare un tema di questa articolata sinfonia e vederlo improvvisamente come portante. Ma c’è un unico elemento che cambia una volta sola, una per tutte, nel momento in cui si imbocca la propria strada verso l’età adulta e si smette di pensare che nessun cammino ne escluda altri, che nessun passo abbia conseguenze, ed è il rapporto intimo che improvvisamente si instaura nei confronti della protagonista. Leggere Duchessa del nulla prima di questo passaggio vuol dire, probabilmente, seguire a perdifiato un personaggio affascinante, godere di un registro brillante e arguto, ridere delle piccole incoerenze e del sistema di contrappassi su cui è costruito il libro. Finché arriva quel limite – anagrafico – in cui la duchessa non è solo un personaggio di cui seguire le peripezie mentali, ma una maschera che, prima o poi, ognuno di noi si è trovato a indossare. Nasce allora una pietas non solo verso di lei, ma verso se stessi, perché nostre sono le dinamiche che le appartengono, nostra l’abitudine di somministrarci piccole dosi non richieste di bugie, nostra la capacità tutta umana di ingarbugliarci tra il desiderio di libertà e il bisogno d’amore. Come i migliori personaggi letterari, la duchessa resta nella memoria al punto da cambiare al nostro sguardo rimanendo nient’altro che se stessa, facendo di noi il personaggio tondo che arriverà a comprenderla. Simile a quelle lontane zie che, da bambini, ci incuriosivano con leggerezza attraverso i racconti familiari, e con cui sentiamo, una volta adulti, una vicinanza, una comprensione, una parentela che non sapevamo essere così inscritta nei nostri geni. E questo cambiamento necessariamente avviene con il tempo, perché di tempo ha bisogno il sentimento del contrario, e «queste cose si imparano a mano a mano che voltiamo i fogli del calendario. Dentro di noi possiamo sentirci delle fiere, ma poi continuiamo a stirare vestiti, dico. È il contratto che abbiamo stipulato con il mondo.»

© Giovanna Amato

Sylvia Plath, The beast

He was bullman earlier,
King of the dish, my lucky animal.
Breathing was easy in his airy holding.
The sun sat in his armpit.
Nothing went moldy. The little invisibles
Waited on him hand and foot.
The blue sisters sent me to another school.
Monkey lived under the dunce cap.
He kept blowing me kisses.
I hardly knew him.

He won’t be got rid of:
Mumblepaws, teary and sorry.
Fido Littlesoul, the bowel’s familiar.
A dustbin’s enough for him.
The dark’s his bone.
Call him any name, he’ll come to it.

Mud-sump, happy sty-face.
I’ve married a cupboard of rubbish.
I bed in a fish puddle.
Down here the sky is Always falling.
Hogwallow’s at the window,
The star bugs won’t save me this month.
I housekeep in Time’s gut-end
Among emmets and mollusks,
Duchess of Nothing,
Hairtusk’s bride.

(1959)

(Era uomo toro, prima, / Re del pasto, mio animale fortunato, / respirare era facile nel suo dominio d’aria. / Il sole sedeva nella sua ascella. / Niente è andato a male. I piccoli invisibili / erano al suo completo servizio. / Le azzurre sorelle mi hanno mandata a un’altra scuola. / La scimmia viveva sotto il berretto d’asino. / Lui continuava a mandarmi baci. / Io lo conoscevo a stento. // Non si farà togliere di torno: / micetto, piangente e dispiaciuto. / Fido Animella, l’amico di viscere. / Una pattumiera gli basta. / Il buio è il suo osso. / Chiamalo come ti pare, ci arriverà. // Pozzadifango, felice faccia-tugurio. / Ho sposato un armadio di spazzatura. / Mi sdraio in una pozza di pesci. / Quaggiù il cielo è sempre in caduta. / Il porcile è alla finestra. / Gli insetti stellari non mi salveranno questo mese. / Sono casalinga dall’altro capo del Tempo / tra formiche e molluschi, / Duchessa del Nulla, / sposa di zanna pelosa.)

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Tutte le citazioni sono da E. McGowan, Duchessa del nulla, ed. it., Nutrimenti 2009 (traduzione di Marco Bertoli).
La traduzione della poesia di Sylvia Plath, basata sulla redazione di Ted Huges (S. Plath, The collected poems, Harper&Row 1981), è di chi scrive.
La citazione (1) è da una nota al libro di E. McGowan: «Ricordo che quando leggevo i diari di Sylvia Plath fui colpita da una sua confessione. Anziché studiare Locke si era lasciata rapire dalla lettura di Joy of Cooking, un famoso libro di cucina. D’un tratto, allora, si è delineato nella mia mente un personaggio un po’ ferino, una donna desiderosa e al tempo stesso riluttante a essere addomesticata. […] Ho iniziato a scrivere il libro proprio nella stanza che fu di Sylvia Plath quando scrisse la poesia La bestia, a cui il titolo del mio romanzo è debitore.»

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6 comments

  1. Magnifica recensione; libro interessante che non conosco. Grazie per riportare la letteratura nella realtà e viceversa. A cosa servirebbe sennò? Grazie davvero.

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