La mia Milano

foto di Uliano Lucas

foto di Uliano Lucas

LA MIA MILANO

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. Stavano sempre con me, certo per l’amore che per quei testi provavo, perché consideravo quei poeti veri Maestri, non ancora di scrittura; ignoravo a quei tempi che avrei provato più avanti a scrivere. Furono maestri di vita. Imparavo la Milano di Giudici. Andavo a toccare con le mani i muri delle case dei Navigli, Le case della Vetra di Raboni. Volevo sapere com’era stata Milano prima che io la conoscessi. Allora prendevo il tram e giravo a caso: il 29, il 30, il 9, il 33. Il 24 e giù verso Viale Ripamonti con La ragazza Carla. La 54 o la 61, per arrivare in fondo a viale Argonne, dove passava la E e dove stava la casa di quell’amore perduto, raccontato in quella splendida poesia di Pagliarani. Imparavo Milano così, perché volevo che Milano diventasse la mia città e perché ciò accadesse, dovevo conoscere il più possibile quello che c’era stato prima di me. La Milano del dopoguerra con quelle poche luci (Le luci di Milano poca cosa, lo so – un magistrale incipit di Giovanni Raboni). Poi c’erano i fornai, le città passano dall’odore del pane. L’odore che veniva dalle botteghe dei Prestinée era diverso da quello di Napoli o di Parigi. Pane del luogo, odore del luogo. Un odore indimenticabile come quello della nebbia mista al ferro che senti passando sotto il ponte della Ghisolfa. O quello di ruggine che arriva passando sopra il ponte di Greco. I miei poeti e le mie passeggiate mi insegnavano Milano. Poi c’erano i racconti dei vecchi, la Baggio dei miei zii, il Giambellino di Gaber. Immaginavo fumose sale da biliardo piene di gente e poi vedevo quelli che la mattina andavano in fabbrica. Le luci negli appartamenti che si accendevano alle cinque, alle sei. Flash in mezzo al buio. Donne e uomini alle fermate degli autobus, stretti nei cappotti, negli impermeabili. Pensavo che uno che esce al mattino presto con il freddo e l’umido – pensavo e lo pensavo in bianco e nero – dovesse per forza combinare qualcosa di buono. Naturalmente non è così, o meglio non è sempre così. Ma pensarlo mi piaceva, mi pareva di essere arrivato nel posto giusto. Poi c’erano gli amici. Il jazz, San Siro. Con Bruno e Walter (che adesso gioca a golf, come cambiano le cose) andavamo a sentire la musica dal vivo al  Capolinea (che ora non c’è più). Durante i concerti mi distraevo e decoloravo la sala, vestivo tutti come se fossero gli anni cinquanta o sessanta, e mi guardavo nella vecchia Milano insieme a loro, ascoltando jazz. E c’erano le canzoni e per me, più di tutte, c’è stata Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. Quel brano, scritto per “Romanzo popolare” di  Monicelli, mi ha raccontato quello che volevo sapere di Milano in pochi minuti. La fabbrica, gli operai, i padroni, il calcio, il freddo, il disagio, il lavoro. Tutto scritto e cantato in quella lingua masticata e unica di Jannacci, l’amarezza e l’ironia. La sintesi perfetta: «Zero a zero anche ieri ’sto Milan qui / ’sto Rivera che ormai non mi segna più, / che tristezza il padrone non ci ha / neanche ’sti problemi qua». Tutti loro, tutti insieme: i due Giovanni, Elio, Vittorio, Giorgio, Enzo e altri, mi hanno insegnato Milano, ognuno alla propria maniera. Un poco per volta, un sabato dopo l’altro.

© Gianni Montieri

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12 comments

  1. Una dichiarazione d’amore, brani di storie, una porzione rilevante di storia. Scorrono i fotogrammi, sale l’odore, unico, del pane, da sotto il braccio fanno capolino i versi, dai finestrini del tram si scorgono volti, cappotti pesanti, di lana marrone, rincasano. Nebbia fuori, cene di magro dentro. La colonna sonora ha nomi e generi diversi, ma non si può, non vuole essere dimenticata.

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  2. certo che non avevi un ca..o da fare…. però bella quell’immagine di quei Falsh nel buio che si accendevano dalle finestre verso le cinque e le sei. è come se t’avessero scoperto, e impresso nella loro camera mentre tu cercavi di scoprire la città e cogliere gli attimi

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  3. Non sono di Milano, è una città che conosco poco e che non si è lasciata amare da me. Però tutti quei poeti li conosco bene, sono stati miei compagni nella prima giovinezza, non mi hanno insegnato ad amare Milano, ma la poesia, e la gente e le cose che nella poesia trovano casa.
    Grazie per aver condiviso questi ricordi.
    Narda

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  4. Adoro Milano ed è dopo Firenze la mia seconda città.
    Capito spesso a Milano e tutte le volte mi fa una
    strana impressione: sembra che sia sempre la prima
    volta. La prima volta che andai a Milano, trascorsi tutte
    le feste natalizie, diversi anni fa. In una settimana ho
    visto un sacco di cose: il Museo Poldi Pezzoli, il Museo
    della Scala, il museo (privato) Enrico Caruso che forse oggi
    non esiste più.numerose chiese ecc. ricordo che vidi
    a ridosso del Duomo una bellissima mostra di Guttuso,
    insomma la Milano opulenta mi affascina. Alcuni
    fiorentini, forse per rivalità calcistiche, sostengono che
    Milano è una fabbrica! non è vero, è anche una città d’arte
    ed ha diverse attrattive per il turista. Mi è piaciuto l’articolo
    sulla città che in un certo qual modo ricorda i miei primi
    passi a Firenze che come Montieri andavo allo sbaraglio
    a scoprirla in tutti i suoi risvolti. (sono nato a Messina
    ma non conosco la città perchè non l’ho vissuta)

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  5. Io Milano l’ho amata a Messina
    prima d’arrivarci per lavoro,
    l’ho amata sotto i bassorilievi
    con le scene di Lepanto,
    illustrate da Cattafi a Raboni,
    per la loro presenza immensa
    entrambi sullo Stretto per l’evento
    annuale del Vann’Antò, quando
    la città diventava la cosmopoli
    del verso, come ebbe a scrivere Caproni.
    L’ho amata leggendo Porta e Tessa,
    o sentendo dalle vecchie l’espressione
    “tela Olona” per indicare quella grezza
    usata anche per le olive o i materassi
    di crine o granoturco, freschi nel caldo.
    E tale è rimasta, me lo dico passando
    per via Manzoni o dinanzi al Verziere.
    Non so cosa, camminandoci, mi piglia.
    Anche pensando a mio cugino Onofrio, il sarto
    comunista in zona Duomo, ritornato
    in Sicilia, con una voglia immensa
    di rivoluzione e di famiglia.

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