La pulce felice. Rapide considerazioni su Angelo Maria Ripellino

Di sé e dei suoi versi, dei suoi libri, Angelo Maria Ripellino (1923-1978) aveva previsto un futuro posto “in cima a un perduto scaffale della Biblioteca del Cosmo”. Del resto era una persona dotata di una tale intelligenza e sensibilità (dolorosa) per non sapere che a lui era stato riservato un piccolo angolo di tolleranza all’ombra dei mostri sacri della nomenclatura poetica al suo primo apparire, nel 1960, con Non un giorno ma adesso. Lui era slavista e come tale s’era fatto notare dieci anni prima col volume Storia della poesia ceca contemporanea; volume che apriva uno sguardo preciso – competente si direbbe ora – su nomi e versi, o versi e nomi, ignoti ai più (come pure accadrà negli anni a seguire per la poesia russa; un nome fra tutti: Marina Cvetaeva).
Ripellino è stato invece un vero poeta; uno di quegli autori in grado di scavare per un dettato completamente estraneo alle mode del tempo, alle avanguardie vecchie e nuove, alle contestazioni. Lui estraneo, perché forse non letto o non considerato, eppure in grado di contrastare i poeti laureati sui quali proprio negli anni Sessanta si scagliava la nuova generazione (quella generazione che non sarebbe sopravvissuta a sé stessa e avrebbe lasciato nuovamente il passo ai maestri tanto bistrattati).
Fino a non molti anni fa leggere Ripellino era diventata una vera impresa degna del più noto archeologo cinematografico. Ognuno di noi si trovava costretto ad affidarsi alla propria pazienza nello scovare quello scaffale da lui indicato. E spesso quello scaffale stava nascosto in qualche fondo minore (penso a quando trovai una copia di Non un giorno ma adesso tra i libri del fondo Camerino dell’ex Dipartimento di Italianistica e Filologia Romanza di Ca’ Foscari; quasi nuovo e chissà da quanti anni non più letto).
Certo, qualcosa di Ripellino era apparso in Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, volume bianco-einaudiano curato da Enrico Testa (presto sparito dagli scaffali, ma non dal catalogo). Due pagine secche con tre poesie; due pagine schiacciate tra Giovanni Giudici ed Elio Pagliarani.
In parte era stato tolto da una sorta di anonimato. Ma in molti chiedevamo che fosse tolta anche la polvere e fossero ridonate a chi anelasse rileggerle, o ne fosse interessato, tutte le sue poesie, perché non c’è niente di peggio per ogni singolo verso ch’essergli negato anche un solo lettore.
Ora che l’oblio è finito, di Angelo Maria Ripellino si è ripreso a parlare dopo la pubblicazione dei volumi Poesie prime e ultime (con le cure di Federico Lenzi e Antonio Pane per l’editore Aragno, 2006), e Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (curato da Pane e Lenzi insieme ad Alessandro Fo e Claudio Vela, per i tipi di Einaudi; le tre raccolte vennero pubblicate per la prima volta sempre da Einaudi rispettivamente nel 1969, 1972 e 1976).
Alla fine capita sempre così in Italia: qualcuno continua a coltivare l’amore per un autore; forse ne fa pure un culto personale; continua a parlarne in varie sedi (o meglio quelle disposte ad accogliere un piccolo contributo su di lui); e poi qualcosa esce, e allora si ritrova un senso di giustizia per chi è stato sottratto per molto tempo al suo naturale diritto d’essere letto (e qui so di ripetermi).
Disponiamo così ora di tutta la produzione in versi di Angelo Maria Ripellino; e se il volume bianco-einaudiano non aggiunge molto, se non nelle illuminanti note critiche, al già noto (ma come si può parlare di già noto per un autore che arricchiva fino a ieri la lunga serie di nomi che meriterebbero dignitose ristampe per colmare un indegno silenzio?), è nel volume pubblicato da Aragno che ci si presenta anche il poeta inedito, poiché sono ben sessanta le liriche inedite in esso pubblicate, e più di cento le poesie extravaganti; sicché quasi duecento “nuove” poesie affiancano le introvabili raccolte che l’autore aveva pubblicato prima del periodo einaudiano e anche dopo, dal momento che Autunnale barocco uscì nel 1977 per Guanda (l’anno seguente Ripellino sarebbe stato stroncato da un collasso).
Io, personalmente, devo più ai rari contributi apparsi negli ultimi anni su “Poesia” il mio interesse per l’autore palermitano. Cosa possa colpire di lui è presto detto: il dettato singolare che fa della ricerca linguistica e tematica una sorta di paradigma totalmente distaccato da quanto negli stessi anni si poteva leggere in Italia e all’estero. Se un uomo percepisce di sé il precario destino, spesso legato alla malattia, quello stesso uomo può descrivere di sé, per sé, e forse per gli altri, tutta la tensione e l’attaccamento alla vita caduca. Si è quindi più fisici che metafisici, verrebbe da dire. Si è pure inafferrabili e perciò condannati alla non considerazione che è peggiore dell’incomprensione. Soccorrono più spesso le parole dell’autore stesso che non quelle di un critico per spiegare o cogliere un segno (non dico il segno) della sua poesia, e così le “invarianti” sono ciò che accompagnano il lettore di Ripellino: i volti, le maschere, la moltitudine di oggetti ammonticchiati negli armadi, tutto interviene a costruire un universo nel quale si scaglia senza mezze misure la parola del poeta per sottrarre questa mole dalla condizione reietta. Che in ciò abbia agito il suo non appartenere a nessuno se non a sé stesso in ambito poetico lo lascio dire a chi meglio lo conosce, mentre io vorrei riscoprirlo con voi, se anche voi con me continuerete a cercare tra gli scaffali delle librerie terrene i suoi libri.

© Fabio Michieli

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Piccolo circo (da Non un giorno ma adesso)

Pendeva al trapezio: e osannanti formiche
battevan laggiù le manine nel rombo del jazz,
e la luce rovente con un mannello di spighe
avvolgeva la pendula testa di pezza.

La luce sbiancava, cavallo spaurito,
balzando con raggi gommosi nella pista,
quand’egli s’infilava a capofitto
negli anelli dell’aria, evitando ogni svista.

E frattanto un pagliaccio dal verde tubino,
con barche-scarpacce ed occhietti di scricciolo,
spiumava burle sul tremante cinema,
in cui volteggiano i mimi, gli augusti, i rossicci.

E scrosci di risa buttando sul ghiaccio del rischio,
così roteava la dilettosa giostra:
sui circoletti e sui triangoli di Kandinskij
nasceva l’emblema della vita nostra.

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17 (da La fortezza d’Alvernia e altre poesie)

Da questa spenta città minerale vi mando notizie e un fagottino di desideri.
L’uomo sprofonda nel fango, ma le oche si muovono in fretta
con passo sicuro e arrogante sulla superficie.
Carezza i miei libri la sera, guarda i quadri di Klee,
perché non so ancora il finale di molte sue storie,
ripensare una sferica infanzia, un maneggio di sogni,
cercare su un comodino deserto bugiarde conchiglie,
e udire la voce di Dio nei fili di pioggia, che grondano
come gli urlanti capelli dei Beatles.

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2 (da Notizie dal diluvio)

Slavista! mi gridano donne con frappe sul capo
e con fettucce e colombe e fleurettes e cràuti e baubau.
Slavista! mi assalgono omini violacei
con scròfole e maschere e nasi di Ostenda.
Slavista! mi strillu un rez-de-schaussée spelacchiato
con pesciolini semimorti sul davanzale.
Slavista! mi insulta un groom d’ascensore
e un albume molliccio dalle mani sudate.
Slavista! mi frusciano i fiumi di Piazza Navona.
Slavista! mi zufola un gazzelloni sul flauto.
Slavista! mi dice un tacchino di plastica, un gozzo di polistirolo.

Slavista! mi beffano da un carro funebre,
gonfio come una torta con ciòndoli d’oro.
Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta
farò un altro mestiere.

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43 (da Sinfonietta)

Il cerchio degli amici si va restringendo, ciascuno
ha troppi guai, non vorrebbe pesare sugli altri.
Mi chiudo in me stessa, rimesto il mio malumore, il mio affanno,
imparo a tacere, mi rodo, nemmeno gli scaltri
sanno ciò che avverrà tra sei giorni, tra un anno.
Ma se riuscissi a venire da te, districandomi
da questo invoglio marcito, da questa kàtorga,
sarei felice: felice come una pulce.

Domani si concluderà la stagione. Una lunga catena
di recite in giugno. Ritorno a Pilsen, a cuccia.
Vladia finisce il sei luglio, avremo in casa i pittori.
Poi, sciup: voleremo verso una spiaggia romena,
per riposare lontano da ukase e sermoni.
Ti auguro buone vacanze e un po’ di salute.
Se mi penserai qualche volta, solleva il bicchiere,
perché si ravvivino tutte le nostre speranze perdute.
Sarei felice. Felice come una pulce.
Ma intorno a noi sempre più alte barriere
si levano e mura gelide e mute.

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(da Versi inediti e rari)

È tardi per i sogni, spunta l’alba,
si spegne il gocciolìo della fontana;
come su un flauto l’acqua si lamenta,
ora che il freddo la muta in cristallo.
Ritorno oggi dinanzi alla capanna.
Le lanterne cinesi erano buffe,
come cilindri ammaccati da un grassone,
la notte che leggemmo «Rudoarmêjci».
E alle ore quattro, coi piedi nell’erba,
correva il treno dalla gola roca
sul terrapieno bianco di rugiada.
Lunga notte e frescura del fiume
e scintillìo di stelle su Řevnice,
uccelli pigri, erba gelosa, amore.

11 comments

  1. come sempre puntuale fabio che vai a scovare autori maltrattati dall’incombenza dei grandi, ma che talvolta offrono scorci ancora più interessanti degli stessi che definiamo grandi (e spesso è un’idolatria troppo esagerata, posti comunque gli effettivi meriti dei suddetti). detto questo per me ripellino sarebbe da annoverare fra i grandi, e il fatto che compaia in pochissime antologie (e certamente non fra le maggiori) è sconcertante più di quando si parla di grandissimi scrittori (vedi recentemente consolo) solo due o tre giorni dopo che sono morti.
    ribadisco
    Ottimo pezzo

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  2. grazie Diego.
    sarà che essendomi “accademicamente” occupato di un grande non considerato ma che ha attraversato per intero la più grande stagione ottocentesca lasciando un’enorme eredità dalla quale hanno attinto Carducci, D’Annunzio, un po’ Pascoli, e financo Fortini (almeno per questioni metriche); dicevo, sarà che essendomi occupato di un grande trattato come un minore mi viene spontaneo scovare l’autenticità là dove molti preferiscono nuotare sempre in acque sicure ma non pulitissime.
    Ripellino per me è stata una di queste scoperte nel mio caso.
    lo ritengo un grande poeta per questa sua sensibilità onesta.

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  3. Mi sono avvicinato alla poesia di Ripellino in maniera seria, solo quest’anno, in passato l’ho sempre letta in modo discontinuo, trovando comunque delle punte di genialità e originalità rarissime. La nota scritta da te Fabio, mi convince ad avvicinarmi alla sua scrittura in maniera più approfondita. Aggiungo che una nota critica (o “rapide considerazioni” come tu preferisci) scritta come tu l’hai scritta, rappresenta una delle poche eccezioni che contengano profondità e, contemporaneamente, leggerezza. Di questo e di molto altro ti ringrazio

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  4. grazie Gianni.
    però, in tutta onestà, queste sono davvero rapide considerazioni. una sorta di primo punto fermo dal quale partire per una lettura più attenta.
    una vera nota critica, a mio avviso, prende in esame almeno un tema specifico e ricorrente nella poesia di un autore.

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  5. Non conoscevo il poeta Ripellino.
    Mi sono documentato su internet,
    ed ho scoperto una figura nobile:
    poeta, una carriera universitaria
    ragguardevole, la sua poesia
    e quant’altro. Un ottimo poeta
    sfortunato e ingiustamente
    emarginato. ud

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  6. Gentile Michieli, se va in internet e digita “Foto di Antonio Sagredo” vedrà tra tante foto, questa foto: Ripellino al centro seduto fra due allieve, e a sinistra sdraiato con cappello ci sono io (a destra invece una allieva). Era l’anno 1971, al Teatro Abaco di Mario Ricci, si presentavano due opere di , V. Nezval poeta pragjhese (Dipacci a rotelle) e di A.- Blok Balagancik (il piccolo baraccone). Se vuole tutte le notizie mi scriva alla mia e-mail

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