fabio michieli

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

Dire di Fabio Micheli – Nota critica

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Scrivere del libro di Fabio Michieli non è impresa facile per almeno due ragioni: 1) perché si manifesta come un lavoro in corso, in quanto pubblicato in prima edizione alla fine del 2008, è tutt’ora oggetto di un’ampia e sofferta riscrittura che dovrebbe portare a una seconda edizione nei prossimi mesi. Questa riscrittura, a cui il sottoscritto ha avuto accesso, è essa stessa un libro nel libro e amplifica, potenziandoli, molti temi centrali della prima edizione, basti pensare al tema della memoria che diventa, in una nuova sezione dedicata alla figura paterna, un vero e proprio dialogo con le ombre, un corpo a corpo con il senso dell’esistenza; 2) perché, paradossalmente, proprio per essere un lavoro soggetto a una potente riscrittura, è un libro che aspira a una compiutezza estrema, a una limpidezza cristallina, ottenuta con un lavoro di sottrazione e cesello certosino, che respinge qualsiasi sovrabbondanza interpretativa e si presenta come un tentativo estremo di espressione di purezza, in cui il verso fa tutt’uno con il bianco, con la pagina bianca da cui sorge (volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca quasi pura).

Dire – L’arcolaio, 2008, con nota di lettura di Augusto De Molo e foto di Anna Toscano –, dunque, è un libro radicale, nel senso etimologico del termine, sin dal titolo, si confronta con la radice del poetare, con la sua espressione primigenia, il ‘dire’ appunto e lo fa riuscendoci in maniera originale, grazie al continuo confronto con la tradizione poetica italiana e classica. Questa necessità di scavo e di confronto con gli archetipi della nostra cultura, che non ha nulla della pedanteria archeologica o pseudosperimentale di tanta poesia contemporanea, emerge dalla presenza di tante figure del nostro immaginario letterario – San Sebastiano, l’Ulisse di Dante, le Muse – ma anche e soprattutto dalle due poesie dedicate esplicitamente al mito di Orfeo ed Euridice, in cui si sviluppa un dialogo breve e intensissimo, un botta e risposta serrato che definisce il perimetro del quadrilatero vita, parola, amore e morte che fonda il libro di Michieli. In questo perimetro si muovono tutti i testi, guidati in un invisibile filo comune dalla memoria, che non è una semplice memoria personale di luoghi (Venezia su tutti), eventi, persone, ma è una vera e propria memoria pensante che attraversa e fa riemergere immagine archetipiche sedimentate nel profondo. Il dialogo tra Orfeo ed Euridice, in cui lui parla nella prima poesia e lei risponde nella seconda, nella sua drammatica brevità, mostra il rapporto tragico tra canto, amore e morte. Come sottolinea De Molo nella sua nota di lettura, l’originalità del dialogo è data dalla risposta di Euridice. Ella sa, a differenza di Orfeo, che il canto non può salvare dalla morte, che essa è un limite invalicabile e che riattraversare il Lete non è dato ai mortali, ma invece può eternare l’oggetto del canto e dell’amore, proprio annullandolo come principium individuationis, attraverso una trasfigurazione che trasforma il corpo, la carne in parola. Una trasfigurazione che permette di riconoscere il niente che siamo per aprire la via al tentativo di eternarsi della poesia. Solo riconoscendo il nostro esser finiti possiamo aprirci all’eternità del canto, la resurrezione è soltanto, ma forse è già tanto, nelle parole e nella memoria, il portato classico ed etico del dettato di Michieli è in questa verità.

L’intera opera, come una partitura che riprende di volta in volta i temi e i leitmotiv del dettato poetico, è attraversata da una musicalità sommessa ma costante che, reggendosi sull’architrave endecasillabica, crea un melodioso andante che è il tessuto sonoro di tutte le composizioni, un sottofondo di armoniosa lira, per rifarci ancora una volta all’archetipo di Orfeo, che però alcune volte assume le note di un malinconico tango che dalle strade del ‘900 e della contemporaneità dialoga con la musica degli antichi e delle sfere celesti. La poesia è mèlos e dire, unione inscindibile, totalità che scaturisce dalla visione dall’immagine, per tradurre il titolo della poesia Das Bild. La poesia è un tradurre l’immagine, la visione in parola e in quanto immagine e parola essa si fa forma (Gestalt) e informa di sé l’intero dettato, come unione inscindibile di musica e senso, parola che suona e che dice e dà vita a un tutto che è maggiore della somma delle pari che lo compongono.

L’aspirazione del poeta è di scorgere, di aver visione del tutto che ci comprende, ma il vedere è anche e soprattutto un esser visti dalla forma e l’esser visti, scorti, frugati è un esser riconsegnati alla nostra finitudine, essere consegnati alla nostra fine costitutiva. Il tema della fine è strettamente connesso a quello di limite, il limite è ciò che ci definisce appunto, che separando dà forma, la sottrazione crea la forma in cui emerge un senso che ci ha preceduto e che ci sopravviverà, un macrocosmo a cui far corrispondere il microcosmo che l’io lirico è. Ma questo nesso nei versi di Michieli ha poco o nulla di rassicurante, la forma e l’immagine da cui scaturisce il senso del limite sono percepiti come problematici, come qualcosa che non è dato naturaliter ma che è una conquista. L’esser forma, nell’esistenza di ognuno di noi, può darsi non come pienezza ma come vuoto per l’io lirico che non sa chi è. Il pericolo insito nel vivere e nel dire è diventare una sagoma a cui non corrisponde niente e che mette in evidenza in maniera plastica il contrasto irrisolto dell’esistenza, come mostra perfettamente la poesia Sebastiano (A volte penso di essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sono ancora). Imparare a finire è una conquista esistenziale e morale, che spesso risulta irraggiungibile, bisogna attraversare il negativo che abita l’esistenza, l’inganno che ci vive, nella consapevolezza che nessuna sapienza è data una volta e per sempre (e non so mai quando è giusto finire).

In questa prospettiva il testo Epigramma assume un valore paradigmatico, sia per l’utilizzo di una forma classica, sia per il richiamo alla tradizione novecentesca con Montale citato in epigrafe, sia, soprattutto, perché la parola, in questa poesia, è presa direttamente dalle Muse che rispondono alla domanda del poeta, l’unica forse che i poeti hanno sempre posto: chiedere versi. La risposta delle Muse non è evasiva, le Muse inviano versi ma a determinate condizioni, loro presiedono all’ispirazione che unisce i poeti e gli dei, inviano parole sotto forma di versi canticchiati, come usava un tempo, i versi volano di bocca in bocca per giungere al poeta che deve saper porre ascolto, la parola poetica non si concede a chiunque ma solo a chi ne comprende il codice, la struttura che la rende quel che è, la forma: attento a non dimenticare/ che la rima chiude il tema iniziale. La poesia, in quanto forma e canto, chiede compiutezza, è un circolo che si chiude e in cui il poeta è un semplice punto della circonferenza. La poesia è dunque un ritorno all’origine di cui il canto del singolo poeta è solo un infinitesimo segmento, ma che aspira ad essere un punto decisivo e inaggirabile. Il ritorno all’origine, che ogni dire poetico è, mostra la propria originalità nel percorso, nel segmento di cammino che la singola voce poetica intraprende. Il tratto originale del percorso di Michieli si manifesta chiaramente nell’ultima poesia della raccolta, in cui il rapporto tra parola e vita viene sintetizzato nella figura dell’Ulisse dantesco che però si moltiplica nei tanti Ulisse quotidiani, anonimi alle prese con le loro personali odissee. Il senso dei versi danteschi subisce un rovesciamento epocale, la consapevolezza che non fummo e quindi del nostro dover essere oltre il mero dato dell’esistenza si trasforma nell’ineluttabilità di essere sempre più a brani su sfatte pareti alle prese con la sconfitta delle nostre esistenze, alle prese tragicamente con la nostra pesta dignità. La poesia è dunque non salvezza ma luce e consapevolezza estrema dell’unione drammatica dell’esistenza con le forze antiche che ci attraversano ed è il cercare di tenerle insieme, di dirle di chiuderle in forme che abbiano il sigillo dell’irripetibilità.

Francesco Filia

1 2 3 Penna! #3: Quarant’anni e non sentirli?

20170115_122755Quarant’anni fa, il 21 gennaio 1977, moriva a Roma, nell’appartamento di Via della Mole dei Fiorentini, ma sarebbe più corretto dire nella sua camera da letto, Sandro Penna. Da più parti, e a più riprese, si è cercato di definire l’eredità della sua poesia nelle generazioni successive, e in un paio di casi, Saba e Mon­tale, si è scandagliata la sua presenza nella poesia a lui contemporanea.
Ora, se guardo all’eredità penniana in senso materiale, riscontro soltanto l’assenza nelle librerie italiane di Poesie, ossia del volume garzantiano che a partire dalla prima edizione del 1989 per almeno tre lustri ha permesso ai lettori, come me nati agli inizi degli anni Settanta del Novecento, di avvicinare la sua opera per non abbandonarla più, o per rifiutarla in blocco. Sì!, Penna può essere rifiutato in blocco sia per questioni di gusto (e uso “gusto” come l’usava Giovanni Nencioni quando cercava di definire il suo approccio alla poesia di Albino Pierro), sia per questioni morali. Se invece penso all’eredità morale della sua poesia, qui si aprono infinite finestre.
Alcuni giorni fa un mio amico catalano mi chiedeva come fosse possibile guardare a Sandro Penna senza vedere in lui non solo l’innamorato eterno dell’amore, ma pure una sorta di strenuo difensore della pede­rastia, che vista con i nostri occhi sfiora o a volte coincide con la pedofilia? Non posso nascondere di essere sobbalzato sulla sedia nel sentirmi porre questa domanda, perché rite­nevo la questione chiusa e risolta da anni. In Penna non c’è traccia di peccato, non c’è morbosità e so­prattutto non esiste una ma­schera che nasconda agli occhi della gente la sua vera natura:[1] Penna e la sua poesia sono là dove sappiamo di poter trovare entrambe. Nella domanda dell’amico si ripete un cliché antico; un cliché che non consi­dera alcuni aspetti che stanno alla base e della poesia penniana e della poesia europea del primo Nove­cento: agisce in Penna il Rilke del “fanciullo divino” (nonché il Rilke dell’angelo tremendo e dell’angelo neces­sario) che è superamento di ogni stereotipo; è la proiezione del desiderio d’amore che supera la carnalità, pur presente nella poesia del perugino. E Penna era consapevole di ciò – junghianamente consapevole? forse –, dal momento che ha sempre cercato di tenere tra le carte nascoste quelle poesie che egli sentiva “oscene”, e che cominciò a pubblicare solo quando, sopraggiunta la maturità anagrafica, entrò nella sua poesia anche quel velo di malinconia che impone di guardare tutta la sua opera non più soltanto nell’ab­bagliante luce, bensì in controluce. (altro…)

1 2 3 Penna! #2: Il poeta insonne tra Ginzburg e Raboni

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Sandro Penna, fotografato nella sua stanza da letto, nella casa romana di Via della Mole de’ Fiorentini, negli anni Settanta

Verrebbe quasi da dire che l’occasione di incontro tra Natalia Ginzburg e Sandro Penna sia stata una delle più classiche occasioni mancate. È una storia romanzata, questa, perciò aleggia legittimo il dubbio che le cose siano andate diversamente da come le raccontò la Ginzburg nel suo primo scritto dedicato al poeta perugino, a quel «pederasta» che all’epoca «viveva vendendo alla borsa nera saponette e marmellate.» L’anno è il 1945: Penna, privo di un lavoro stabile, da anni si arrangiava con il mercato nero, vendendo quel che gli capitava di vendere, forse pure contento di vivere un’anomala libertà anche nel modo di procacciarsi di che sostentare lui e la madre. Aveva, del resto, per primo alimentato questa immagine di sé, generando un vero e proprio cliché al quale nemmeno la Ginzburg si sottrae.
Nel 1945 Penna non era più un esordiente; anzi!, direi che fosse già un caso letterario dato che, come ben sappiamo, aveva mosso a curiosità prima Saba e poi Solmi e infine anche Montale (salvo poi assistere a una sorta di vera e propria ritrattazione da parte del ligure). Nel 1939 Parenti aveva pubblicato quello smilzo libercolo intitolato Poesie, pronto da almeno 6 anni e più volte rinviato, a ridosso del ben più roboante Le occasioni di Montale. Ora, nel ’45, la Ginzburg ci descrive Sandro Penna gironzolare per la sede romana dell’Einaudi, che allora si trovava in via Uffici del Vicario, con le bozze di un nuovo libro che, stando a quel che scrive, avrebbe visto la luce solo anni dopo e per un altro editore. Ora, a Poesie del ’39 seguì soltanto nel 1950 Appunti, pubblicato per le Edizioni della Meridiana e costituito da poesie com­poste dal 1938 al 1949. Certo, Penna poteva davvero nel ’45 avere pronta una nuova raccolta, e non si può escludere che fosse una prima forma di Appunti. Di poesie, come mostrano le varie appendici pub­blicate a partire da Poesie, e riprese e implementate nei successivi volumi Tutte le poesie e Poesie, Penna dal ’27 al ’45 dovette averne composte parecchie. Ma tutta la ricostruzione dell’aneddoto, a mio avviso, serve solo a ribadire l’immagine lazy di Penna e l’assenza di un’idea minima dell’urgenza del tempo:

benché venisse là con quelle bozze non mostrava d’avere un vero ansioso desiderio che il suo libro fosse presto pubbli­cato. Questo non perché non volesse pubblicarlo, ma perché il tempo, come presto compresi, non esi­steva o non valeva nulla per lui. […] Seduto sul divano azzurro, parlava delle sue poesie. Ma poiché non mostrava nessuna ansia di veder pubblicato quel libro, e poiché c’erano là folle di altri libri in stampa e persone ansiose di pubblicare, quelle sue visite erano del tutto prive di scopo.[1]

Lo scritto poi prosegue con un salto temporale che ci consegna il Penna degli ultimi anni, quello del lungometraggio di Mario Schifano per intenderci; e qui i cliché si moltiplicano a dismisura, sicché pare a me che a un certo punto sia accaduto qualcosa tra i critici e i lettori di Sandro Penna; qualcosa di irrepa­rabile; qualcosa che nemmeno Pasolini riuscì a superare, malgrado il suo culto; qualcosa che solo Garboli riuscì a combattere: l’essere assaliti da un senso di impotenza davanti alla poesia di Sandro Penna. Più facile è liquidare poesia e poeta ripetendo fino alla noia sempre le solite cose: cataste di carte e libri ai lati del letto, vasi da notte con urine azzurrognole, voce impastata al telefono, telefonate a ore improbabili, me­lenso e maligno, e via di seguito. Salvo poi accorgersi d’avere compreso tardi ogni cosa:

non sapevo e non pensavo, quando lo conobbi, che egli fosse un grande poeta; l’idea della grandezza non la univo allora ai suoi versi, così come non univo allora alla sua persona l’idea della libertà. Lo trovavo, allora, soltanto strano e singolare; e mi stupiva che la sua poesia, che ammiravano e amavo, nascesse da quella persona singolare e strana che non mi sembrava dare grandi ricchezze di esperienza umana ma solo un amore maniaco per i suoi versi. Molto più tardi, compresi però che la grandezza della sua poesia, ignara e involontaria, aveva radici nella sua grande innocenza e nel suo modo candido e libero di esistere al mondo.[2]

Perdonatemi questa lunga e articolata premessa, ma era necessaria: necessaria perché nelle ripetizioni della Ginzburg si capisce lo sconcerto destato dal caso Penna. E di vera e propria epifania si potrebbe parlare quando, poche righe oltre, scrive che nella poesia di Penna «si riflette insieme l’infinità dell’universo e il tempo in cui viviamo, rotto e discorde e incoerente.» Ecco allora che si fa percepita la grandezza del poeta perugino, estraneo forse a idee ‘ordinarie’ di tempo e di storia, ma affatto estraneo al tempo, come da sempre sostengo.
Questo primo scritto di Natalia Ginzburg è datato «1 Dicembre 1976», e tutti sanno che compare come prima delle due Presentazioni alla raccolta postuma di Penna, Il viaggiatore insonne.[3] Penna sarebbe morto il 21 gennaio 1977. Ovviamente l’autrice non poteva immaginare che le sue righe avrebbero assunto una valenza del tutto nuovo, un colore postumo involontario; eppure è innegabile che queste pagine non guardino al futuro, non proiettino il poeta di cui trattano in avanti: hanno lo sguardo rivolto al passato, perché ripercorrono esattamente, senza aggiungere nulla, tutto ciò che di Penna già era noto. (altro…)

1 2 3 Penna! #1: La lettura “caotica” di Carlo Picca

13119937_824282444384061_1811723937994021597_oCarlo Picca, 106/110. Sandro Penna
FaLvision Editore, 2016

 

Le stelle sono immobili nel cielo.
L’ora d’estate è uguale a un’altra estate.
Ma il fanciullo che avanti a te cammina
se non lo chiami non sarà più quello…

Questi versi di Sandro Penna dicono tutto, ma proprio tutto, della sua idea del tempo; sia del tempo umano, intendo, ovvero quell’ossessivo bisogno di contare il tempo che trascorre per rincorrere il medesimo, sia del suo ‘intimo’ tempo, che è il tempo dell’amore per la vita, ossia il sentimento che anima tutta la sua poesia e che coniuga (e declina) insieme i tuoi temi portanti della sua poetica, “vita” e “amore”.
L’immagine dantesca racchiusa nel primo verso aggiunge l’autorità necessaria a stabilire l’assunto penniano, che è di fatto un vero e proprio assioma: un assioma che ha distratto buona parte della critica sin dalla prima apparizione in rivista del poeta perugino.
Il fiore, oltre ad avere un gambo, ha pure le radici profonde della pianta, con buona pace della ‘famigerata’ formula di Bigongiari.
Liquido, così, con un motto rapido, qualche decennio di critica alla e sulla poesia di Sandro Penna. La liquido perché, come scrissi qualche anno fa, esiste in certa critica italiana la malsana abitudine di ripetere all’infinito, fino allo sfinimento, sempre le medesime formule, cristallizzando, se non addirittura fossilizzando, di fatto sia la poesia sia la critica. E non mi riferisco solo al “fiore senza gambo” di Bigongiari, ma pure al “Penna alessandrino” di Solmi, al “Penna poeta dell’omosessualità” di Anceschi, e via discorrendo.
A vedere oggi questi cliché si stampa sul mio volto sia un sorriso sornione, sia una smorfia amara; ma è innegabile che queste sono pagine di quella che potremmo definire la storia della critica penniana, mentre sono altri ormai le pagine e i nomi da seguire: su tutti, Garboli, l’unico a mio avviso ad avere compreso Penna perché affrontato prima di tutto con la curiosità del lettore, e poi con la lente del critico.
A un simile approccio, con i dovuti distinguo, si è avvicinato anni fa alla poesia del perugino Carlo Picca, autore del saggio 106/100 Sandro Penna (FaLvision Editore, 2016). Il titolo non cela l’origine del saggio, ovvero il suo essere la rielaborazione della tesi di laurea; e per diritto di cronaca, e per zittire subito chi eventualmente dovesse levarsi contro un passaggio inatteso, della sua natura originale conserva lo spirito, la struttura e parte dei contenuti al punto tale che non si è nemmeno intervenuti a correggere il luogo in cui Giovanni Raboni, chiamato in causa insieme a Roberto Deidier, come possibile editore critico di tutta l’opera di Penna, è dato ancora per vivo.
Sappiamo tutti che fine fece, anzi dirò meglio: sappiamo tutti che fine ha fatto ogni tentativo di portare il nome di Sandro Penna dentro la preziosa collana dei “Meridiani” mondadoriani, o al felice porto di un’edizione critica e commentata, alla quale a più riprese, e con dedizione e competenza, si sono messi all’opera il già ricordato Roberto Deidier e Giuseppe Leonelli, autore del monumentale e indispensabile Commentario penniano. Storia di una poesia (Aragno, 2015), che nel saggio di Picca non trova menzione, e dal quale inevitabilmente avrebbe preso linfa e forza per argomentare alcune felici intuizioni.
Ma non è certo questo il fine di 106/110 Sandro Penna, definito da Picca stesso «poemetto caotico» allo scopo di fugare ogni debito con la critica accademica, perché questo saggio è quanto di più distante l’autore si è prefissato da quella critica che affossa, a suo dire, la poesia in generale e, nello specifico, la poesia di Penna. In realtà i debiti contratti con esso sono più che evidenti, e non potrebbe essere diversamente, dato che comunque si tratta di un debito contratto per formazione; lo è, per esempio, la prima persona plurale con la quale tutto viene esposto e al quale, personalmente, avrei preferito, visto il disegno, una bella prima persona singolare a tagliare ogni ponte con la critica della critica e, di contro, avvicinare davvero il lettore ai versi ampiamente testimoniati di Penna. Ma, direbbe un critico accademico, son cose che si perdonano rapidamente e che altrettanto rapidamente si possono correggere se a questo saggio che si è fatto subito notare dovesse seguire una seconda edizione riveduta e accresciuta. Perché le felici intuizioni sono parecchie e meriterebbero una più ampia trattazione. (altro…)

Jean Gabin nella scrittura di Cesare Pavese e Goliarda Sapienza

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Questo scritto divulgativo propone un breve excursus sulla figura di Jean Gabin nell’opera di Goliarda Sapienza e di Cesare Pavese. Non si intende qui sistematizzare uno spunto (forse troppo vasto per essere governato), ma tentare di dare verità ad alcuni legami sottili, cercando il più possibile e con puntualità di evidenziare come questi mettano in luce un interesse comune ai due autori nei confronti dell’arte cinematografica. Si è scelto inoltre, proprio per la vastità dell’argomento, di non entrare nei testi ma di darne accenno, lasciando spazio a considerazioni e riflessioni.
Spunto per l’autrice nel romanzo postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), modello di eroe ribelle, sovversivo, simbolo di un’etica da abbracciare e attraversare in un momento storico complesso come il 1979 − anno della stesura −, Jean Gabin risulterà soltanto una traccia di fondo nella scrittura di Pavese, un’ispirazione fugace per una sceneggiatura dal titolo Amore amaro,¹ di cui si occupò negli anni Cinquanta.
Il rapporto dell’autore con il cinema è stato affrontato da Franco Prono nel suo volume Pavese e il cinema. Primo e ultimo amore (Bonanno, 2011), in cui il critico ritesse approfonditamente la trama di possibilità che questa diversa esperienza di scrittura può aver rivelato a un autore che aveva attraversato tutti i mestieri letterari possibili nella sua epoca fino a quel momento, salvo quello dello sceneggiatore. Non solo la citata ma anche altre sceneggiature sono, nella lettura di Prono, dei “noir”, parlano di “malavita” e di “triangoli amorosi”; si tratta di testi con valore letterario minimo, “non attrattivi”. Pavese, innamorato all’epoca dell’attrice Constance Dowling, proponeva con tale modalità l’intenzione di lavorare con lei e la sorella, allora attive in Italia; come conosciamo dalla filmografia di Constance, lei era stata co-protagonista di Riso amaro di Giuseppe De Santis (1949), titolo che ha affinità con Amore amaro. Se il soggetto tuttavia, come ricorda anche un’altra studiosa di Pavese, Maria Rosa Masoero, sarà proposto per la realizzazione a registi che in quel momento erano impegnati nel Neorealismo − e sono De Sica e Zavattini, poco attratti da storie non attinenti alla loro esperienza − viene da andare più a fondo nell’etimologia dell’aggettivo “amaro”, che si suggerisce di consultare qui. Se si considera la radice, che contiene il significato “dell’immaturità, dell’asprezza e dell’essere forte”, si nota come la scelta di Pavese (e della Dowling) non paia frutto dell’istinto – banalmente – ma pretenda una connessione alla trama e alla figura di Gabin, per cui sarà pensata. Certamente, questa considerazione a posteriori potrebbe sembrare un ‘leggere oltre’, ma la vicenda di Claudio, amante di due sorelle di diversa età, Natalia e Cloti, diviso tra il suo essere un fuorilegge e il desiderio d’amore confuso dalla necessità d’aiuto, un uomo che chiede alle due donne di rifugiarsi presso la loro casa ben conscio della doppia relazione in atto (duplice, se si considera la parentela di Natalia e Cloti), ne fanno un personaggio tratteggiato con toni aspri, immaturo (amàs,  “crudo”) eppure “forte” nella e della sua illegalità. E l’attore francese, che durante il periodo del Realismo degli anni Trenta ha ricoperto più volte ruoli simili, pare adatto a questo genere di soggetti. «Quarantenne, taciturno, cinico»: il Claudio di Pavese è di poco lontano da quel Gabin che vediamo in Pépé le Moko di Duvivier (1937) o ne Il porto delle nebbie di Carné (1938), entrambe fonti di Sapienza; amante-amato, forse più generoso, sex symbol traviato da una solitudine disarmante, la stessa che vive Claudio, e forse la stessa di Pavese allora.
Sempre Masoero sostiene come l’amore per la Dowling accogliesse il «mestiere affascinante» dello sceneggiatore, un ritorno al cinema come quella passione che ha formato il giovane Pavese e, in terza istanza, lo sguardo all’America di cui la sua opera è pregna. Il “mestiere cinema” non è ricostruibile con completezza in questa sede: articolato e complesso, consta di materiali di varia provenienza, tra cui lettere, diari, scritti critici e recensioni apparsi più di recente in questi anni, e appunti che coprono decenni diversi. Si tratta di scritti che nutrono con curiosità l’intuizione (o meglio, l’attrazione?) verso un linguaggio contemporaneo, visto come fondante di un’epoca proprio nelle sue parti costituenti. I critici che si sono occupati del rapporto tra Pavese e il cinema (e nominiamo anche qui Lorenzo Ventavoli) documentano infatti la tensione interna-esterna della spinta dell’autore, capace di riconoscere in quell’arte la tipicità di ciò che rappresenta: un nuovo modo di intendere l’immagine, il tempo, la scrittura, “fuori dalla letteratura e dal teatro”. Per un quadro completo si suggerisce, comunque, la visione del documentario Il cinema secondo Pavese (qui), omaggio ufficiale alla plurivocità della scrittura filmica nell’opera pavesiana. Chi scrive – inoltre – non conosce i rapporti critici fra Pavese e il pensiero di Walter Benjamin, forse già indagati in un parallelo che svisceri affinità e contrasti, probabilmente ‘nutriente’. (altro…)

‘3 dicembre’ di Vittorio Sereni

Una lettura ingenua (e compilativa) di 3 dicembre di Vittorio Sereni

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3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.[1]

Il 5 dicembre 1940 Vittorio Sereni scriveva all’amico Giancarlo Vigorelli di avere «dedicata, nelle inten­zioni e non dichiaratamente, all’Antonia» la poesia 3 dicembre, una delle otto poesie nuove composte a Modena dopo uno di quei periodi, a volte lunghi, a volte meno, durante i quali il poeta non componeva nulla. Di lì a un mese la poesia avrebbe visto la luce in «Tempo» (a. V, n. 1 [2-9 gennaio 1941]), insieme a Paese, unite col soprattitolo Due poesie.[2]
Dell’amicizia che legò Sereni ad Antonia Pozzi molto è stato scritto;[3] fu un legame sincero, di dialogo, e anche di ricerca, da parte della giovane poetessa, di un reale confronto che forse a un certo punto lei sentì venir meno, come se pure Sereni, come già alcuni amici della cerchia di Banfi, non le riconoscesse quella patente di poeta che Antonia sentiva di meritarsi. (altro…)

Albino Pierro 1916-2016 (sulla scia di Mengaldo)

Mbàrache mi vó’,
e già mi sònnese, ’a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ’a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.

[Forse mi vuoi,/ e già mi sogni, la notte./ Io pure,/ comincio a tremare nella sete,/ e ho pa­ura./ Mi avventerei su di te,/ e tutto quanto te lo succhierei, il sangue,/ in una sola bevuta senza prendere fiato,/ come chi ubriaco ci si attacca/ a una botte spaccata/ e vorrebbe nuotare nel vino rosso,/ per morirci.]

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pierro_nuove_lirichee vai con la fissa dei dialettali! − Questo annotavo, studente, sotto il nome di Albino Pierro nel men­galdiano ‘Novecento’: non ne capivo il senso, escluso il gusto personale del critico. E insieme a lui, andando à rebours tra le pagine del volume, scorgo simili considerazioni per Delio Tessa, Biagio Marin, Tonino Guerra e Franco Loi. Per me, all’epoca – e si parla di un bel po’ di anni fa –, una volta antologizzato Giacomo Noventa la poesia dialettale aveva già trovato fin troppo spazio; per ta­cere, poi, di quegli altri autori in lingua, invece, per i quali ancora aspetto lumi: Paolo Buzzi, Lu­ciano Folgore, Giovanni Boine, il Bontempelli poeta; tutti rei di negare spazio a voci sicuramente più degne.
Comunque a infastidirmi di più era assolutamente la fissa dei dialettali, espressione di per sé già suffi­cientemente idiomatica e quindi contraddittoria se non paradossale. Cosa in effetti mi infastidiva? Semplice! l’accesso negato dal limite invalicabile del registro linguistico e della lingua; quel dia­letto che in poesia si fa immediatamente lingua, con una grammatica, una tradizione, era troppo spesso un muro invalicabile (Mengaldo stesso affermava che il dialetto in poesia passava da «vei­colo di messaggi socialmente aperti e comunicativi» a «lingua gelosamente individuale, quasi endo­fasica»). Inutile dire che devo alla mediazione di Zanzotto, prima, e dei miei studi sul Tommaseo cultore della poesia popolare, poi, il merito del cambio di rotta. Del resto, se su Mengaldo potevano avere agito le chiacchierate con Folena – supposizione tutta mia –, perché in me non doveva matu­rare la lezione del più grande poeta che questa infelice terra veneta abbia mai conosciuto?
A catturare però ora la mia attenzione è quel «regresso alle origini esistenziali e discesa in un mondo sotterraneo» (Mengaldo) che l’abbandono della lingua italiana e la scelta della parlata ma­terna, vistosamente arcaica, ha comportato in Pierro (e in quasi tutti i poeti dialettali – si pensi al più recente caso rappresentato da Andrea Longega, con i dovuti distinguo). Finisco così per confrontare l’esperienza del Pierro maggiore e dialettale con quella dei conterranei Scotellaro e Sinisgalli, così profondamente radicate nelle aride zolle lucane, eppure tràdite in italiano (disincantato italiano in Scotellaro; più terso in Sinisgalli). Lo scarto con i due conterranei agisce pure sull’area tematica dato che in Pierro in dialetto è quasi assente l’evocazione geografica presente nei versi in italiano; manca pure un atteggiamento vagamente engagé, quale può essere riscontrato nei versi del poeta di Trica­rico.
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#Meriggiare: un secolo con Montale

Ossi di seppia, Carabba, Lanciano

Eugenio Montale avrebbe compiuto il 12 ottobre scorso ben 120 anni, e, se la natura gli avesse concessa una vita così lunga, sarebbe stato il più iconico dei segnali da inviare alla Mosca (o, forse, sarebbe stato il più clamoroso tra i messaggi tanto attesi da lei, quello che in vita lo designava quale ‘patriarca’ della poesia italiana).
Cento anni compie, invece, la sua poesia, in questo 2016 entrato nella sua fase finale! Perché cento? Be’, semplicemente perché la poesia sua più antica, Meriggiare pallido e assorto, inizialmente intitolata Rottami e poi consegnata alla storia attraverso il primo verso, se vogliamo dare fede a quanto di sé ha voluto tramandare il poeta, risalirebbe proprio al 1916, relativamente alla primitiva stesura, rivista poi nel ’22 e nuovamente nel ’23.
Quest’osso diventato uno dei componimenti più noti, anche per obbligo scolastico, segna tutt’ora il passaggio da una poesia che risuona ancora note care a Pascoli alle nuove esperienze più prossime al giovane Montale, come la lezione dei poeti liguri a lui cari:

Meriggiare pallido e assorto,
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicala dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Sembra di ritrovare, con segno nuovo, «tutte le cose buone della terra/ che bastavano un giorno a smemorare» il Camillo Sbarbaro di Talora nell’arsura della via, poesia che chiude Pianissimo del 1914; poesia che contiene l’immagine iniziale del canto di cicale e a poca distanza quell’altra dello «stupor sciocco» nel notare ancora la presenza di alberi e acque, immagini, queste, che sembrano condensarsi prima e dilatarsi poi nella terza quartina montaliana.
gozzano-montale-sbarbaroDel resto i tratti in comune tra i componimenti dei due poeti e amici liguri sono parecchi, a partire proprio da quell’ora meridiana in cui il canto incessante delle cicale spezza il silenzio assordante dell’esistenza umana; ora che sempre negli ossi propriamente detti di Montale si ripercuote e rafforza in ben altre e famose immagini: come il «falchetto che strapiomba/ fulmineo nella caldura», in Non rifugiarti nell’ombra; o ancora, e ovviamente, Gloria del disteso mezzogiorno in cui viene indicata «l’ora più bella» al di là di un muretto che è sicuramente parente stretto della muraglia coi cocci di bottiglia, a sua volta imparentata − (se non addirittura figlia!) − con la «cinta vetusta» di Gozzano («Pensa i bei giorni d’autunno addietro,/ Vill’Amarena a sommo dell’ascesa/ coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa/ dannata e l’orto dal profumo tetro/ di busso e i cocci innumeri di vetro/ sulla cinta vetusta, alla difesa…», La Signorina Felicita ovvero la Felicità; mio il corsivo).
La fitta presenza, strategica, nel tessuto montaliano, di verbi all’infinito, parla a noi lettori già la lingua della modernità che avanzava in quel lontano 1916. Le rime a fine verso, o al mezzo, miste alle assonanze e alle allitterazioni, invece, ci parlano sia dell’aderenza alla tradizione tardo ottocentesca, sia della rottura dall’interno della medesima.
Il meriggio di Montale è quello di un orto, e non urbano come probabilmente è quello di Sbarbaro che, di poco più anziano del futuro premio Nobel, ha in qualche modo nei suoi versi (e sappiamo quanto Montale amasse la sua poesia) indicata la strada da percorrere per dare voce a quel ‘male di vivere’ che è ben altra cosa, e perciò nuova, rispetto allo spleen, alla noia, alla malinconia, che pervadono tutto il secolo precedente. Non ci troviamo posti innanzi a una bucolica fuga dalla città per la campagna in entrambi poeti, perché è comunque rappresentata l’angoscia per il desiderio di fuga disatteso, per un mancato rifugio, ricovero per l’anima, in seno alla natura: non c’è locus amoenus, perché oltre quel muro che si costeggia, oltre la siepe di «cocci aguzzi», ossia di «cocci innumeri di vetro», non c’è nient’altro che la presa di coscienza della desolante esistenza, poiché ogni senso reale è nascosto in questo triste meravigliarsi in cui echeggia, con segno negativo, lo «smemorarsi» di Sbarbaro.

© Fabio Michieli

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La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli

solchi

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli, Fuori Collana, collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2016

dalla prefazione di Anna Maria Curci

Allegoria della tensione: Solchi. La parabola si compie nei risvegli di Maria Allo

«La parabola si compie nei risvegli»: questa frase, tratta da un verso e che costituisce la seconda parte del titolo della raccolta di Maria Allo, consolida, man mano che si scorrono i componimenti qui raggruppati, il suo ruolo di punto di riferimento costante, lanterna alla lettura e, insieme, di mistero che non può e non vuole essere ridotto a una formula di spiegazione, per quanto acuta, per quanto illuminante, per quanto prossima allo stato delle cose la spiegazione possa essere. Le manifestazioni del termine parabola si articolano e si mescolano: narrazione esemplare e allegoria, curva e andamento ellittico si gettano, non di rado precipitano, tendono al compimento in quei risvegli anch’essi polisemantici. Si destano i sensi, si desta la coscienza, la rivelazione si cela e si mostra, risale in superficie, colta in un contrasto, in una effusione, in una esplosione di colore e materia.
La tensione è narrata, afferrata, attraversata; è una tensione che alimenta lo scorrere del tempo e che nutre la condizione umana, che scuote la natura, con tremende deformazioni o improvvise trasfigurazioni all’occhio attonito delle creature. Vale la pena soffermarsi, dunque, su ciascuno di questi elementi che innervano la voce poetica di Maria Allo.
La tensione è innanzitutto ricerca della luce, che, come rivela l’analisi delle occorrenze, è termine centrale, meta costantemente perseguita e perennemente insediata da un patire che assume di volta in volta le sembianze di Weltschmerz, ovvero di sofferenza che pervade il mondo intero e ogni cosa al mondo, e di affanno del singolo individuo. Si alternano così dichiarazioni come quella contenuta nel compiuto distico, composto da un endecasillabo e da un settenario, che apre e chiude il secondo componimento della raccolta – «un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra» – al tendere i sensi anelanti, come avviene già all’inizio del quarto componimento: «Tendo orecchio ai voli che generano luce».
La prevalenza della prima persona plurale quando oggetto del dire poetico è la condizione umana si manifesta anch’essa con considerevole frequenza, soprattutto laddove l’intenzione è quella di sottolineare l’appartenenza a un comune dolere. Similitudini e metafore si susseguono, allora, per segnalare la cifra dell’esistenza terrena di tutti i viventi: «Siamo alberi anche noi/ Flussi di linfa e venature/ che il Tempo attraversa come all’inizio/ Radici e semi in attesa dei frutti,», «E noi una sola polvere», «Noi eravamo indocili radici», «Fanno di noi deserto e vuoto» o, ancora, sfruttando appieno la duplicità del termine “arsi” e l’appello ad altri contesti di riferimento, familiari a chi scrive: «Noi arsi di grafemi». (altro…)