prosa

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Mauro Valentini, Marta Russo. Il Mistero della Sapienza

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Mauro Valentini, Marta Russo. Il Mistero della Sapienza, Sovera 2016

Inizia con un preambolo che risale a venti anni prima della vicenda il libro di Mauro Valentini Marta Russo. Il Mistero della Sapienza. È un preambolo che scuote la memoria di chi quel giorno ricorda con rabbia e con dolore, è un preambolo che potrebbe sembrare spiazzante, ma non lo è. C’è un filo, anzi, ben più di un filo, oltre il verificarsi di alcuni eventi che accadono nel corso delle indagini e che saranno palesati dall’autore di questo libro, che collega la morte di due ragazze nel mese di maggio a Roma. La morte è per gli umani insieme irremovibile certezza, esito di tutte le esistenze e mistero insondabile. Ma se si tratta, come si è trattato in entrambi i casi, di un omicidio, e di un omicidio del quale movente, mandanti e materiali autori, a diversi gradi, restano nel buio ovvero si muovono in uno «stagno torbido», per usare un’espressione dell’autore, la morte scatena un dolore che gli anni non riescono a scalfire. Gli anniversari – e questo è l’anno del ventennale della morte di Marta Russo, morta nel maggio 1997, venti anni dopo la morte, nel maggio 1977, di Giorgiana Masi – rendono più acuto il dolore, più amara la constatazione che giustizia non sia stata fatta. Il preambolo narra proprio della morte di Giorgiana Masi, durante una manifestazione a Roma, il 12 maggio 2007, a Ponte Garibaldi. Il libro di Mauro Valentini ricostruisce la morte di Marta Russo il 14 maggio in seguito al colpo di pistola sparatole mentre percorreva, conversando con l’amica Jolanda, un vialetto alla Sapienza. Non si limita a questo, naturalmente: vengono riportati, con ritmo narrativo incalzante e ampio spettro nella scelta e nell’uso delle fonti, indagini, perizie, interrogatori di imputati e di testimoni, l’iter processuale. (altro…)

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

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Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui. (altro…)

Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)

Günter de Bruyn, Bilancio provvisorio

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1° novembre 2016: Günter de Bruyn compie novant’anni. Uno dei narratori che maggiormente ha illuminato le mie letture appartiene a quell’anno di nascita particolarmente fecondo alla narrativa, al teatro, alla poesia, alla critica, alla traduzione, alla musica: come Günter de Bruyn, sono nati nel 1926 Ingeborg Bachmann, Italo Alighiero Chiusano, Alfredo De Palchi, Dario Fo, Carlo Fruttero, Hans Werner Henze, Judith Malina, solo per citarne alcuni. Mi fanno compagnia, oggi, i libri di de Bruyn che possiedo. Non sono in traduzione italiana – ché  della vasta produzione di de Bruyn abbiamo solo i volumi L’asino di Buridano e Un eroe del Brandeburgo tradotti e curati da Palma Severi; si deve a Domenico Mugnolo una monografia del 1993 dal titolo Günter de Bruyn narratore – e tra essi spiccano i suoi due volumi autobiografici, Zwischenbilanz. Eine Jugend in Berlin (“Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino”) e Vierzig Jahre (“Quaranta anni”). Il mio omaggio a Günter de Bruyn e alla sua prosa limpida e, ai miei occhi, magistrale, è la mia traduzione dell’inizio di Zwischenbilanz, là dove il “mentitore di professione” dichiara la sua intenzione di esercitarsi nell’arte della verità senza infingimenti e prende le mosse, nel narrare, dalle affabulazioni e dalla tendenza alla “trasfigurazione” materne. Affabulazioni e tendenza alla trasfigurazione materne che non mi sono ignote anche dalla “protostoria” della mia famiglia, così come mi è stata tramandata da mia madre, nata anch’ella nel 1926.  (Anna Maria Curci)

 

Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino

Fonti storiche

A ottant’anni ho in animo di fare il bilancio della mia vita; il bilancio provvisorio che inizio a stendere a sessant’anni intende essere un esercizio preparatorio: un allenamento a dire “io”,  a dare ragguagli senza il velo della finzione. Dopo aver girato a lungo attorno alla mia vita scrivendo romanzi e racconti, tento ora di raffigurarla direttamente, senza abbellimenti, senza enfasi, senza maschere. Il mentitore di professione si esercita a dire la verità. Promette di dire con onestà ciò che dice; non promette di dire tutto.
Prima di arrivare a me, tocca alle origini della mia famiglia. Mi sono note soprattutto grazie a mia madre.  Se è vero che ai suoi racconti mancavano cronologia e correlazione, tuttavia le sue immagini-ricordo erano dettagliate e variopinte e noi ce le sentivamo raccontare in continuazione, cosicché, cionondimeno, venne a crearsi una storia di famiglia a grandi linee. La storia iniziava nel 1911, in una sera di gennaio nel corso della quale il giovanotto, che sarebbe diventato in seguito mio padre, aveva dimostrato, al ballo dell’associazione corale delle poste, la sua capacità nel flirtare e la sua imperizia nel ballare il valzer, proseguiva con la domanda del postino Hilgert: E come intende provvedere al sostentamento di mia figlia, signor de Bruyn? – e cambiava poi ripetutamente scenario. (altro…)

Nota su Stephen King, Un ragazzo sveglio

Locandina di "Apt Pupil, film del 1998 di Bryan Singer tratto da "Un ragazzo sveglio" di Stephen King

Locandina di Apt Pupil, film del 1998 di Bryan Singer tratto da Un ragazzo sveglio di Stephen King

È Halloween e io mi domando come il Re possa venirci incontro per celebrare la giornata con un bello spavento. Ricordo il mio racconto preferito, quello del viaggio iperspaziale da compiere dormendo a meno che non si voglia passare coscienti un tempo simile all’eternità rinchiusi in una capsula di un metro e mezzo; oppure Il virus della strada va a Nord, dove il protagonista compra un quadro raffigurante un uomo in automobile e si accorge, sfrecciando lungo l’autostrada che lo riporta a casa, che nelle tempere il paesaggio cambia e si fa straordinariamente somigliante alla strada che si è lasciato alle spalle.
Tuttavia è quando ricordo che il protagonista del racconto che sto per presentare si chiama Todd, e il suo nome in tedesco – tedesco è l’altro protagonista del racconto, e questo è un dato essenziale – richiama la morte, capisco che dovrò lasciare da parte il soprannaturale e concentrarmi su una piccola gemma della letteratura kinghiana che fa sembrare l’orrore, l’altro orrore, un gioco divertente.
Un racconto lungo di King è, nella vocazione pantagruelica dello scrittore, l’equivalente di un romanzo, e tale è Un ragazzo sveglio, secondo dei quattro romanzi sul tema dell’anno astronomico contenuti in Stagioni diverse. È lui il reale racconto sull’estate, spodestato nell’immaginario collettivo dall’autunnale The body (più celebre con il nome Stand by me dell’omonimo film) che viene considerato il reale capolavoro della raccolta.
Prendo posizione, nel mio piccolo, e punto il dito su Un ragazzo sveglio, una delle più profonde meditazioni di Stephen King sui due temi che realmente gli sono cari: quello dell’infanzia e della crescita, e quello dell’incubo racchiuso dentro il sogno americano. (altro…)

Francesca Genti, Preghiere del posto nel mondo

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Pubblichiamo tre poesie di Francesca Genti, appena uscite nell’antologia Ma il mondo non era di tutti, a cura di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2016 – Antologia sui confini voluta da arci Nazionale e composta da Violetta Bellocchio, Emmanuela CarbéFrancesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi

*

Preghiere del posto nel mondo

*

mia landa, mio posto nel mondo,
mia tundra, mia steppa africana,
mio posto dove cammino,
metropoli, giungla, savana,
deserto, bosco pluviale,
foresta di foglie che cadono,
villaggio, città, capitale,
mare e cielo da guardare.
mangrovia, prateria,
taiga di muschi e di cicale,
mio posto dove dormo,
mio posto del ritorno,
mio posto dentro al mondo,

mio mondo, sii universale

*

mio dolce piccolo fennec
che poi sei la mia vita
che ti vedo così: furba e bellissima
magra nel deserto delle cose
mentre compro frutta e verdura
e mi siedo al tavolo e rifletto
e vedo tutto azzurro
come se fossimo in grecia d’estate
e invece siamo al bar da francesco
a milano vicino al penny
e alle strade intitolate ai poeti crepuscolari.
mio piccolo dolce fennec
che sei la mia vita: ossuta e bella
e vivi in una buca in fondo al corpo
e scatti verso l’essenziale
mentre sto in un corridoio
o nell’altra sala con la finestra grande.
mio piccolo dolce fennec,
oggi su di te rifletto al bar
e voglio dirti questo che ti ammiro molto
perché te la sei cavata nei deserti
con animali più grossi e più feroci
e che di te tantissimo mi fido

perché so che sai

*

parola, mio posto nel mondo,
parola che dici le cose,
parola che dici le storie,
che dici la guerra e la morte,
che dici le mani e la faccia,
parola di un altro mondo
che arriva sulla spiaggia,

parola, resta forte

 

*

© Francesca Genti

proSabato: Sergio Solmi, Specchi

2010-10-08-solmi_meditazioni-sullo-scorpione

SPECCHI

.  Gli specchi regolano le apparizioni. Penso che una volta la forma umana si riflettesse soltanto nell’aria colpita dalla luce, nell’alone fugace del miraggio, e che, salendo una duna sabbiosa, ci potesse accadere d’incon­trare la nostra stessa persona, fatta leggera e luminosa come quella dei semidei. Così, vedersi doveva essere un miracolo, la nostra immagine sorgeva capricciosamente di sottoterra, si proponeva a noi senza averla ma cercata né sospettata, con la logica importuna e incomprensibile dei fantasmi. Forse soltanto e qualche privilegiato, impalpabile e nera come la morte, si animava, assumeva l’incarnato vivido, l’umido lampo che brucia nell’aspetto delle creature, si riannodava, in un soffio di rapita nostalgia, al colorito cerchio delle cose terrestri.
.  Ma dal giorno che le belle forme di Narciso sorsero dal fondo delle acque, e rimasero per sempre imprigionate a fiore di queste, la nostra immagine prese costume d’apparirci soltanto attraverso la super­ficie trasparente degli stagni, e nell’acqua solida e morta del cristallo, riposante sul suo ingannevole fondo d mastice e di mercurio. L’essere, ormai diviso per sempre, si differenziò sempre più dal proprio riflesso; sicché le figure che vediamo negli specchi ci appaiono incredibilmente estranee e lontane, come apparte­nessero a un mondo ignaro della fatalità e della morte; stagliate e brillanti, mosse dall’aria immateriale e pulita d’uno spazio a due sole dimensioni, dove è chiaro che le profondità e le distanze sono affatto illusorie, e ogni parvenza vive a fiore di se stessa, e non oltre. Perciò la bella donna che, inchinandosi fuggevolmente davanti alla spera nitida, vi sorride di traverso come all’amore, pensa che il tempo abbia fermato la sua discesa, la carne cessato di sfiorire, e crede d’aver vissuto, per un attimo, immortale come le immagini.
.  Così si spiega come lo specchio sia sempre stato considerato strumento di magia, e che dalle sue profondità le versiere riuscissero ad evocare il volto dei trapassati, e a sciogliere le vicende chiuse nei limbi confusi del futuro. Attraverso il leggero appannamento che l’età diffonde sui cristalli, le apparenze si fanno nebbiose e vane, come se dovessero d’un tratto svaporare e lasciare il posto a qualche forma bellissima ed increata. Inganno anche questo, tuttavia, e miraggio: poiché tutti gli specchi, come quello di Laura, furono fabbricati sopra l’acqua del Lete, e non sono che la forma tangibile dell’oblio.
.  Per questo agli altri oggetti familiari, destinati ad accompagnarci accogliendo i segni del tempo e del dolore come la nostra stessa carne, ho sempre preferito gl’incorruttibili specchi, entro cui la vita nasce e muore senza lasciare impronta; più intatti del mare, dove pure l’onda solcata si ricompone azzurra e vergine, immagine del perfetto essere. Similmente anch’io avrei voluto vivere: ma i volti, i gesti, gli avve­nimenti che riflettevo restavano imprigionati a dibattersi nella vuota memoria, come in una rete invisibile; né valevano a liberarli dal cattivo prodigio gli sforzi della vita che anelava a diventare, finalmente, eguale a se stessa. E forse per questo l’uomo è uno specchio che si fa chiaro soltanto con la morte.

.

da Sergio Solmi, Meditazioni sullo Scorpione, Milano, Adelphi, 1972, pp. 33-35.

La botte piccola #7: Roald Dahl, “Lo scrittore automatico”

libraio

R0ald Dalh, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra seguito da Lo scrittore automatico,
Guanda editore 1996, trad. Massimo Bocchiola

Adolph Knipe ha un foglio ancora inserito nel rullo della macchina da scrivere. Il testo inizia così: “era una notte buia e tempestosa”. È stato messo a riposo dopo aver aiutato la società per cui lavora, la John Bohlen Inc., nella costruzione di un calcolatore che permette di risolvere complessi problemi di ogni disciplina in pochi secondi.
Per il suo capo, Knipe è un genietto, ma lui ha altre ambizioni che disegnare progetti di alta ingegneria elettronica. È uno scrittore in erba, misconosciuto, e come tale è incattivito. Ha conservato lo slancio («lo slancio creativo, Mr. Bohlen») per scrivere cinquecentosessantasei racconti, ma nessuno gli è stato comprato.
Finché un giorno Knipe elabora un perfido piano partendo proprio da quello che maggiormente dovrebbe frustrare un giovane esordiente che non riesce a esordire: la desolante banalità, a confronto del proprio genio, di tutto “quello che si legge in giro”.
Così il calcolatore diventa uno strumento che fagocita le regole grammaticali, i nomi propri e «quello che il pubblico vuole», per sfornare abbastanza racconti da creare un indotto di milioni di dollari e garantire in qualche modo, al giovane Knipe, la sua tanto desiderata pubblicazione. (altro…)

proSabato: Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

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Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

A sera lasciavo l’edificio sempre per ultimo, dovevo consegnare le chiavi al portiere e quando ero al portone, prima di mettermi sulla via di casa, mi restava ancora da ripensare al lavoro fatto – dovevo poter essere certo di aver messo agli atti e chiuso nei cassetti tutte le pratiche e di aver anche annotato gli impegni e gli appuntamenti nelle agende dei miei superiori. Qualche volta tornavo indietro agitato e ricontrollavo ancora tutto quello di cui mi era stata affidata la responsabilità.
Ero sempre stanco quando andavo a casa, stanco come le strade nelle quali veicoli e uomini si perdevano nella polvere; non udivo quasi gli ultimi rumori, né il vento che si alzava nel parco, e gli uccelli che con limpidi gridi sfrecciavano sopra i tetti, volando incontro al crepuscolo fino alle colline e alle vigne ai margini della città,
Il mio cammino mi portava attraverso il centro della città.
Nelle vetrine entravano le ombre e nascondevano gli oggetti che vi erano ammucchiati, ma di tanto in tanto già si accendevano luci al neon e sospingevano contro le facciate l’oscurità che stava calando. La luce colorata fluiva oltre i marciapiedi sulla strada e dai tetti più alti le réclame luminose intrecciavano un dialogo con le scritte lucenti delle stelle che dapprima affioravano pallide dal cielo e poi si avvicinavano grandi e luccicanti.
Una sera d’estate, quasi senza accorgermi che mi ero fermato, mi ritrovai davanti a una vetrina e, benché spinto a proseguire da una lieve brezza, indugiai distratto, catturato in un guardare rivolto più all’interno che all’esterno.
Avvolti in carta trasparente mi si mostravano alla vista pacchetti piccoli e pacchetti più grandi, irregolari nella forma e legati da nastri che, come mossi da un vento, tremavano dietro il vetro. Fatto più attento, arretrai fino al margine del marciapiede per cercare l’insegna, ma non riuscii a trovarla; anche il nome del proprietario mancava. Accanto alla vetrina stava appoggiato, nel vano della porta aperta, un uomo, la pipa spenta all’angolo della bocca e le braccia incrociate sul petto. Le sue maniche e i risvolti della sua giacca erano logori e consumati da troppa luce o da troppo buio. Poteva essere il venditore, un uomo che la mancanza di interesse dei passanti aveva reso privo di interesse per il suo negozio, giacché sembrava così occupato con se stesso, come se ormai da lungo tempo gliene offrissero la possibilità.
Pensai che potevo senz’altro pregarlo di farmi entrare e mostrarmi alcuni degli oggetti, per quanto mi fosse venuto in mente che avevo con me poco denaro – in ogni caso, anche se ne avessi portato con me di più, non mi sarebbe venuto in mente di comprare qualcosa; del resto non sapevo neppure che cosa si vendesse in quel negozio. Ma, oltre a tutto questo, era assolutamente impensabile per me fare acquisti non pianificati, poiché allora molto coscienziosamente mettevo da parte quasi tutto il mio stipendio, per poter andare d’inverno in montagna – a essere esatti, neppure per andare in montagna; questo era quanto dicevo a tutti i miei amici. Risparmiavo perché mi premeva risparmiare; lavoravo perché mi premeva lavorare; non mi concedevo nulla perché mi premeva non concedermi nulla, e facevo progetti perché mi sembrava giusto fare progetti.
Mi tolsi il cappello e mi avvicinai al venditore.
“La Sua vetrina è male illuminata”, dissi con aria di rimprovero. “Vorrei vedere questi oggetti con una luce migliore”.
“Cos’è che vuole vedere con una luce migliore?”, chiese lui con una voce morbida ma ironica. (altro…)

Gli undici addii #11 – “Ultima campanella”

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foto trinitynews

 

di Gianluca Wayne Palazzo

Sono trascorse le ultime ore di quest’anno, gli esami sono lontani e non sono più nemmeno scuola, non c’è più nemmeno lo stesso rapporto con le facce che ti hanno scrutato ogni giorno di ogni settimana per un anno intero, quando non c’era più bisogno di simulare di essere componenti diverse della razza umana e si arrivava a comprendersi, almeno in parte, almeno per qualche porzione di ora, al di là dei voti, dei giudizi, della cattedra. Con gli esami tornerà tutto come prima, come fosse il primo giorno, la Grande Recita della scuola, docente e discente, i ruoli, il catalogo delle perversioni e delle mansioni, e poi la rupe immonda da cui vi tufferete tutti (eccetto qualche facinoroso talebano dei vecchi tempi), appena chiusi i conti con promozioni e bocciature: i social network – quando sarete tutti amici e li vedrai crescere, i tuoi alunni, come fossero esseri umani normali.
Ma perché?
Hai pensato a questo negli ultimi dieci minuti, seduto alla sedia della tua cattedra, della tua terza G, quando li hai guardati uscire dall’aula nella catarsi finale dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola – un’ora di educazione fisica! – prima dell’ultima campanella, l’ultimo orgasmo gridato, la transumanza degli gnu, il guado sanguinario di quel fiume da documentario che divide il Serengeti dal Masai Mara, il bagno di sangue di zebre e bufali offerti in pasto ad alligatori affamati, che senza sapere sanno che quel giorno potranno finalmente mangiare…
Che stai dicendo? Perché non sei tornato a casa, la tua ultima giornata di lavoro non è finita? È perché la classe ti ha stupito, ultimamente, diciamo dal ritorno da Venezia, li hai trovati come… come cementati gli uni agli altri, capaci di cavarsela anche da soli, anche senza di te?
Ma no. È stata la sua firma, tastata sotto un pollice liscio da intellettuale (questo ti dicono che sei) quando volevi essere un uomo d’avventura, e dell’avventura non hai che l’impulsività che ti caccia nei guai di infinite gaffes. La firma curata di lei, così minuta, così ricercata, quell’unica firma sul registro della tua classe, in occasione di qualche sostituzione, forse di uno sciopero a cui hai aderito, e lei no.
Ti sei forse innamorato di quella firma, di quei capelli rossi, di quella nuca? Forse l’hai fatto, ma sai che non ti sei innamorato di lei, perché così hai deciso con esattezza irrevocabile il giorno in cui, semplicemente ignorandoti, ti ha spezzato il cuore. (altro…)