prosa

proSabato: Federico De Roberto, Un incontro

 

Federico De Roberto, Un incontro

… Nella mattinata d’un giorno nuvoloso, al largo delle Baleari, con un mare infuriato sotto la sferza del maestrale, un avvenimento imprevisto scosse la monotona calma della crociera. Alla prima livida alba il tenente di vascello Ettore Fulgenzi dava il cambio sulla plancia al compagno Alessandro Moschetti, quando la voce della vedetta sulla coffa gridò:
«Scoglio di prora!».
I due ufficiali si guardarono, poi guardarono nella direzione indicata, poi tornarono a guardarsi con un sorriso. Quel marinaio doveva avere le traveggole: non si scorgeva nulla, nulla poteva scorgersi in quei paraggi, in quelle acque libere e senza fondo, lontane da ogni riva.
Comunque, per dovere di precauzione, Fulgenzi telegrafò in macchina “A mezza forza” e spedì un graduato sull’albero, a verificare. Giunto sul posto d’osservazione, il sotto-capo gridò a sua volta:
«Non è uno scoglio, è uno scafo».
L’allarme si era diffuso col rallentarsi delle pulsazioni della macchina, con l’attenuarsi del rombo. Da tutte le parti gli sguardi frugarono nella direzione indicata, tra le pieghe delle ondate spumose, e ognuno disse la sua:
«È una barca capovolta… È una zattera… È una botte.. È una torpedine… È un pescecane!…».
Quest’ultima supposizione diede la stura ad altre più allegre:
«È una foca!… È il serpente di mare!… È una balena!… È un pallone sgonfiato».
Le facezie, non tutte castigate, cominciarono ad incrociarsi, il buonumore si diffuse tra quei grandi fanciulli attratti ed interessati dalla novità; mentre il comandante Ardani, salito sulla plancia al primo annunzio, ordinava che la corsa fosse senz’altro arrestata ed esaminata col cannocchiale l’apparizione sospetta.
«È una boa.»
Quand’egli ebbe definito la natura dell’oggetto, tutti lo riconobbero. Era una boa, una di quelle grosse boe a forma di trottola, che sorreggono una campana od un fanale: accertarne la precisa destinazione non si poteva, perché il colpo di mare che l’aveva strappata dalla sua catena e sbalestrata chi sa da quale porto o spiaggia fino a quelle acque, l’aveva anche capovolta. E poiché, pingue e ferrea com’era, poteva riuscire pericolosa, il comandante disse:
«Conviene affondarla».
A un tratto l’avvenimento si complicò. Distolta da ogni altro segno, l’attenzione di tutti si era fermata sull’oggetto fino a quel momento misterioso, e nessuno ancora si accorgeva che uno scafo, un vero e proprio scafo, questa volta, era rapidamente emerso dalla linea increspata dell’orizzonte: nessuno, tranne il comandante, a cui l’annunzio, finalmente gridato dalla vedetta, nulla apprese di nuovo.
«Nave da diporto», spiegò anzi ai suoi ufficiali, additando la forma che il suo vigile sguardo aveva già scoperta.
«Bella goletta!», commentò Fulgenzi, ammirando a sua volta lo sveltissimo taglio dello yacht, dipinto dal candore delle spume, e con esse e con l’albore del cielo fino a poco innanzi confuso.
Quale ne era la nazione? E di dove veniva? E dove era diretto?… In navigazione, ammainate tutte le bandiere, ogni legno chiude in sé il mistero del suo nome e del suo destino, si distingue bensì, dal taglio, il guerresco dal mercantile e dal signorile, ma come, scorgendo per una via deserta avvicinarsi una figura umana, appena se ne può comprendere la condizione dalla foggia e dalla qualità dell’abito, restandone ignoto l’intimo essere, così le navi che s’incontrano nell’ampia solitudine dei mari presentano una fronte chiusa e impenetrabile. Un moto di curiosità istintiva fa che gli sguardi si volgano e si fermino dall’uno all’altro di quei piccoli mondi sospinti dall’ignoto verso l’ignoto, animati non si sa da quali interessi, carichi non si sa di quali derrate né di quali passioni.
Tutti gli ufficiali, sulla plancia e sul ponte del Tritone, spianati i cannocchiali o aguzzati gli sguardi, fissavano ora lo yacht filante a tutto vapore, ed aspettavano che secondo le buone norme invergasse la propria bandiera per salutare la nave da guerra, quando il comandante osservò:
«Ma che fanno? Non hanno avvistato il pericolo?».
La rotta della goletta, infatti, tagliando ad angolo retto quella del Tritone, era tale da sospingerla diritto contro la boa. (altro…)

ProSabato: Marisa Fenoglio, Vivere altrove

 

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale. (altro…)

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate (rec. di G. Ceddia)

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate
Terrarossa edizioni 2017, pp. 240, € 15,00

 

Un titolo assai bello per un romanzo ancor più bello

Finalmente con il suo quinto romanzo Cristò giunge alla giusta combinazione narrativa, frutto di maturità ed eleganza di scrittura. Restiamo così quando ve ne andate (Terrarossa Edizioni) è un libro molto bello che merita di essere letto, unico neo la mancanza di un labor limae che – a mio avviso – avrebbe dovuto essere più presente di quanto, probabilmente, già non lo sia stato.
Non è mia intenzione rivelare quale sia il soggetto sottinteso di quel “restiamo” nel titolo, credo che si perderebbe buona parte della sorpresa che sta alla base non solo del titolo ma del romanzo stesso (per quanto altri recensori abbiano optato per una scelta a mio parere azzardata, ossia rivelare subito di chi sia il punto di vista che il titolo rappresenta).
Con una scrittura che tiene inchiodato il lettore e una vicenda “umana” ancor più accattivante, Cristò scrive un libro che rappresenta al meglio lo stato (e lo stato d’animo) del quarantenne odierno, una generazione che si trova a fare i conti con un dato inquietante ma purtroppo presente: essere la prima generazione a star peggio dei propri genitori.
Francesco e Donatello (l’uno musicista e l’altro scrittore) sono due facce della stessa medaglia, una medaglia intrisa di frustrante ruggine melanconica, di malessere verso un’esistenza che non premia per ciò che si è ma solo per il sudore-olio dell’ingranaggio produttivo che si rappresenta, in questi tremendi e spietati modern times chapliniani. Francesco che lavora in un supermercato e tiene vivo e alto l’orgoglio verso la forma d’ingabbiamento che il suo superiore rappresenta, Francesco che ha una storia con Monica che è una a-storia (ossia la negazione stessa del rapporto, ancor più tremenda e in parte nauseante e deprimente di una non-storia), perché c’è Fatima, una giovanissima indiana che si fa amante del muro che divide il suo appartamento da quello di Francesco, amante delle sue note provenienti dal pianoforte, amante dei suoi respiri e delle sue dita sulla tastiera bianconera.
Un romanzo che tocca nervi scoperti quello di Cristò, si insinua nella muscolatura del lettore e la solletica a volta anche crudelmente, un romanzo che però, nel suo essere così straordinariamente ancorato al presente, riesce a dare un senso di sollievo sensibile e sussurrato, un po’ come quando la tristezza ci pervade e per reazione ascoltiamo una canzone non allegra, bensì ancor più triste del nostro stato d’animo.
Romanzo di amore e morte, di amore che boccheggia nel THC dell’hashish – compagno fedelissimo di Francesco – e di morte che non si accetta, soprattutto quando a subirla è qualcuno di vicino, qualcuno diverso ma al contempo simile.
In tutte queste peregrinazioni dell’animo umano c’è qualcosa che osserva, che pensa, che soffre o gioisce, che sfuma e smussa le stesse caratteristiche umane al fine di filtrarle e accudirle, ci sono delle cose che appunto restano così quando noi ce ne andiamo; e forse a soffrir davvero sono loro, perché impregnate del balsamo del ricordo, perché sempiterne custodie delle nostre idiosincrasie e di coloro che ci hanno anticipato o seguito.

© Giuseppe Ceddia

 

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Coriandoli a Natale #13: Tomas Bassini, estratti da Quando eravamo portieri di notte

volume edito nel 2017

Me la prendo comoda, per quanto possibile. Cerco di rintracciare ogni prova tangibile che testimoni quello che c’è stato fra me e Lei. Sono diventato quello che si potrebbe chiamare un “topo da biblioteca”, mi sono messo a studiare come non ho mai studiato in vita mia: con diligenza, con regolarità, pure con una certa pignoleria da primo della classe. Voglio recuperare ogni materiale disponibile, dagli scontrini dei negozi dove siamo stati ai conti dei ristoranti, dai biglietti del cinema alle lettere d’amore; voglio avere tutto sopra al tavolo senza saltare i capitoli e senza dare per scontato anche il più limitato particolare, voglio fare il bravo studente, per una volta, e non puntare solamente sulla faccia tosta. Me la prendo comoda nel senso che ci metto tanto; è da non credere quanto materiale probatorio si possa accumulare in soli tre anni di relazione, quanto ne venga fuori anche all’ultimo momento quando si pensava il lavoro oramai finito. Ecco appena rintracciato, in questo preciso istante (ore 5.18) un documento scritto di mio pugno di cui mi ero completamente dimenticato: (altro…)

Coriandoli a Natale #12: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #2

4.

Le madri e le nonne del quartiere di Loreto si lamentano spesso e volentieri: “Va bene tutto”, dicono quando ogni tanto una troupe televisiva o un blogger, con l’aria avventurosa di reporter in territorio di guerra, vanno a interpellarle, “ormai va bene tutto, ma i travestiti di via Padova sono i peggio”. Come un mondo sotterraneo che ogni tanto affiori in quello diurno, con brevi interferenze e rapidi balenii, i travestiti di via Padova capita spesso di vederli anche di giorno, in quello che a Milano può chiamarsi giorno, grigio e sporco in un perenne tardo pomeriggio, al Parco Trotter o al Pinetti o anche ai giardini di piazza Gobetti, Durante, Aspromonte, fino a Cimiano: si prostituiscono tra i cespugli o su una panchina, con una coperta sulle gambe, non lontano dai bambini che giocano. A differenza dei colleghi che lavorano nei bordelli e nelle case del centro, questi non hanno abbastanza soldi per essere belli: le mani adunche, la pelle malrasata, le tette malfatte e abnormi come protesi tumescenti, gli occhi stanchi cupi di cipria emergono da volti sgrossati e incattiviti. Ma ora, nel punto più basso della notte, qui, nel buio degli scantinati dove vivono e lavorano, dove Samir e gli altri sono scesi forse troppo rapidamente e rumorosamente, spaventandoli e scatenando il panico, sono solo ombre gibbose, mostri o vampiri pieni di furore, parrucche scalmanate, un coro di proteste. E un odore, un odore insopportabile di merda, di piscio, di muffa, di sperma. Questi tuguri dove non c’è neanche il cesso li affittano a quattrocento euro al mese e dentro ci campano e ci lavorano, pisciano e cagano dentro i portaombrelli di plastica, per poi svuotarli la mattina nei giardini. (altro…)

Coriandoli a Natale #11: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #1

1.

Bisogna che io parli di Samir. Non perché mi piaccia farlo – piuttosto perché è necessario per capire. Questo è il suo ventunesimo viaggio: sulla tratta Taranto-Milano è ormai un habitué il cui curriculum conta otto fermi, due arresti, quattro notti in galera e un pestaggio serio. Il viaggio, anche questo, è stato la solita traversata che non finisce mai. Sono partiti da Taranto alle sei di mattina, quand’era ancora buio, il treno polveroso e semideserto come piace a lui, i soliti, lui Farid e Ahmed, hanno spanato subito i sedili tolto le scarpe si sono buttati a dormire, ma coi trolley agganciati al gomito casomai qualcuno al volo non si sa mai; tutto tranquillo per un po’, a Barletta è iniziata a salire un po’ di gente, ma quando si affacciano nello scompartimento subito richiudono la porta e rimangono nel corridoio a sbuffare e brontolare ancora intontiti nel mezzo sonno, solo che poi però a Foggia guarda caso è salita la polizia per un controllo, loro sono scattati via subito ma poco da fare, Ahmed l’hanno preso e gli hanno tolto il trolley, e allora ad Ahmed gli è venuta una crisi di quelle brutte, s’è messo a lottare coi due agenti per non farsi portare via il trolley, ha paura di Tonio Corvetto, Samir l’ha capito, come dargli torto, poi Ahmed è un fratello e la sua paura di Corvetto del tutto comprensibile ma tanto ormai è andata così, che combatti a fare, tanto il trolley non te lo lasceranno mai tenere, non ha senso opporre resistenza, tanto vale evitare di farsi pestare; invece Ahmed l’hanno addirittura dovuto ammanettare e ancora lui si rotolava per terra e si divincolava come un pazzo o una bestia, con la maglia strappata e il busto magro tenuto a fatica dai poliziotti e urlava a squarciagola: “Avvocatoooooooo! Avvocatoooooooo! Voglio mio avvocatoooooooo!”, giacché nei film che vedeva aveva capito che quando gli sbirri ti mettono le mani addosso bisogna dire così, e tutti gli spettatori affacciati sui finestrini e la banchina a godersi la scena, ché mica succede tutti i giorni di vedere un corriere negro che viene arrestato con un trolley pieno di roba e gli prende un attacco di panico di quelli brutti, violenti, Ahmed continuava a divincolarsi e a strillare, se prima forse no adesso è proprio sicuro che lo portano in centrale a Foggia e lo pestano di brutto, è stato stupido da parte sua. Dai finestrini di un altro scompartimento Samir e Farid l’hanno guardato anche loro come tutti trascinato via per i gomiti lungo la banchina della stazione, hanno fatto finta di non conoscerlo, Samir è un po’ intristito ma come dice Farid – è colpa sua, se non si faceva prendere dal panico gli toglievano il trolley ma non l’arrestavano, si è fatto prendere dal panico, non dovrebbe succedere ma succede, che vuoi farci – Ahmed è fatto così, non è colpa di nessuno, forse abbiamo fatto male a svaccarci a quel modo sui sedili, forse è stato qualcuno dei pendolari a dirlo al controllore e quello ha chiamato la polfer, ma è andata così ormai e proseguiamo. Da lì in poi, pure con la macerazione e il caldo e la noia e l’ansia e il rap messo su da Farid tutto è andato nel modo più tranquillo fino a Milano. Ed è qui, a questo punto, nel crepuscolo di un caldissimo, crudele pomeriggio autunnale, appena sceso da un intercity gremito, quando lascia il trolley a Farid e gli dà appuntamento un’ora dopo al Tobbler perché ora “ho da fare una cosa” – sotto i faraonici capannoni della Centrale e poi nella piazza prospiciente lunare e livida nella luce troppo bianca dove già è iniziato, a brevi scatti nervosi, lo spaccio d’eroina – che decidiamo su di lui lo sguardo. (altro…)

Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

(altro…)

Sarah Manguso, Andanza

Sarah Manguso, Andanza
traduzione di Gioia Guerzoni
illustrazioni di Marco Petrella
NN editore, 2017; € 15,00

 

E poi penso che non ho bisogno di scrivere nient’altro, mai più. Non è svanito nulla, non del tutto. Tutto quello che è successo ha lasciato una piccola ferita.

Sarah Manguso mi aveva già conquistato con Il Salto, libro che, come questo, aveva tanto a che fare con la memoria, con il dolore, con lo scegliere tra trattenere e lasciare andare. La scelta tra cosa o chi trattenere e cosa o chi lasciare andare. Scelte che Manguso compiva e compie attraverso l’uso magico e ipnotico che fa delle parole. Scelte che si compiono scartando ciò che non suona e realizzando il ritmo. Un ritmo che incanta. Il Salto era memoir e romanzo, Andanza è lo scioglimento in parole nuove di un diario tenuto per tutta la vita e in un certo senso ne realizza un altro, che non è solo un passaggio da pubblico a privato, ma uno più importante, ovvero quello che va dalla memoria scritta al suo riutilizzo. Che va dalla domanda “perché” alla risposta “per questi motivi”. Il libro è un susseguirsi di piccole prose, di una, due, cinque, dieci righe; alcune seguono le precedenti, altre completano un pensiero di qualche pagina più indietro, tutte ci parlano del tempo, che è la nostra vera ossessione. Forse l’unica cosa che sul serio ci riguardi.

Avevo ancora bisogno di annotare il momento presente prima di poter entrare in quello successivo, ma volevo anche capire come abitare il tempo senza inciampare in un difetto del carattere.

Manguso ci fa capire subito una cosa, che la scelta di tenere un diario, scelta che compie fin da bambina, prima ancora di aver a che fare con la memoria, ha a che fare con il reale accadimento delle cose. Se a fine giornata non avesse scritto quello che le era capitato avrebbe avuto la sensazione che le cose non fossero state. Un regalo non sarebbe davvero arrivato, un bacio non ci sarebbe stato, una domenica non ci sarebbe stato davvero il sole. Manguso capisce da subito che un diario non potrà contenere tutte le cose che capitano in una giornata, le cose debordano, non ci stanno, non si fermano, e così non si ferma il tempo. In un bel passaggio manifesta il desiderio dell’esistenza di giornate cuscinetto. Ore in aggiunta al tempo reale, ore nelle quali non sarebbe dovuto accadere nulla, se non la rielaborazione dell’accaduto e la calma per la preparazione al giorno reale a venire. Allo stesso tempo ci racconta della volta che ha rifiutato un viaggio in macchina perché doveva scrivere il diario:

Non era successo niente, ma avevo comunque bisogno di quattro ore per scriverlo sul mio quaderno.

Diario che negli anni è stato scoperto, è stato modificato, è stato editato. L’autrice racconta di aver eliminato tutto il 1996. Diario che nel tempo è cambiato. C’è stata l’infanzia, l’adolescenza, il college, c’è stato e c’è un matrimonio e c’è stata la nascita di un figlio. Nel diario quest’ultimo rappresenta il più grande cambiamento, Manguso scrive che si rende conto che, pur non volendo, gran parte del diario da un certo punto in poi riguarda suo figlio. E cos’è un figlio, mi domando, se non un altro modo per reinventare il tempo? Per allungarlo e riempirlo di altre cose? Andanza dunque, il figlio è la memoria nuova.

Il diario di Manguso noi non lo leggeremo, il perché lo spiega l’autrice nella postfazione; il lettore attento lo comprende da subito. Intanto Andanza è un libro che muove i suoi passi partendo da un diario di una vita, ma non è quel diario, è una scrittrice che racconta (e si racconta) l’esigenza di far memoria, di tener conto, di comprendere, di spiegare. Forse la scrittura del diario è stata il tentativo di dare un senso alle cose, ma poi quel senso arriva per altre strade, nella trasformazione delle cose stesse: in un dolore che passa o che muta, in un amore nuovo, negli anni che si aggiungono, alle ore che si sottraggono per sommarsi ad altre. Il diario si scompone qui dentro e trova in una specie di ballo, anche a noi che leggiamo pare a tratti di oscillare, la spiegazione. Il diario non è un “salva con nome” ma “salva con modo”, e quello che resta è quel modo, perché è il modo in cui Sarah Manguso esiste e sceglie. A noi resta il suo modo di scrivere che è avvolgente, che sa disorientare e allo stesso tempo non lasciarti andare.

Quando penso a come è cominciato questo diario, lo ricordo come qualcosa che mi preoccupava.

Come sempre nei libri editi da NN editore troviamo la nota del traduttore. Gioia Guerzoni (che aveva tradotto anche il libro precedente) spiega che ha avuto voglia di scappare quando ha cominciato a tradurre, per paura delle riflessioni sullo scorrere del tempo, di tutto ciò che si conserva. Quello che si tiene può far paura per certi versi ma affascina.

Io penso che, in qualche maniera, si trattenga anche quello che si butta via. Sarah Manguso quando ha eliminato il 1996 dal diario, l’ha eliminato solo dal diario, quei mesi – anche le cose scritte – sono rimaste da qualche parte, alcune hanno ballato per noi in questo libro.

 

© Gianni Montieri