prosa

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

Il nostro comune amico (ceci n’est pas un examen)

Quando leggerò Il nostro comune amico ne farò una recensione. Oppure, se non dovesse piacermi, non ne parlerò e voi capirete dal mio silenzio che mi ha deluso. Ma quello che Il nostro comune amico sta facendo a me, in questi giorni in cui attende chiuso sul mio comodino, vale bene più di due parole.
Volevo comprarlo già da qualche mese. Poi mi ero detta: compralo appena ti prenderanno a scuola, come portafortuna per l’anno che viene. Ho aspettato una supplenza quasi più per la voglia di comprare Il nostro comune amico che di mettere assieme il pranzo con la cena. E quando è successo, tempo un paio di giri di librerie e ho potuto poggiarlo sul mio comodino.
È ancora lì.
Ecco, il fatto è che Il nostro comune amico è grande, sono più di mille pagine. Questo vuol dire che non posso portarlo in metropolitana, ed escludo di lasciarlo in un cassetto a scuola. Non posso leggerlo a letto, perché mi prendo molta cura del mio polso e cinque minuti de Il nostro comune amico basterebbero a stroncarmi la carriera di pianista, ammesso che io ne abbia una. Quindi non l’ho letto ancora. (altro…)

proSabato: Adela Zamudio, La ragione e la forza

Adela Zamudio, La ragione e la forza

Traduzione di Emilio Capaccio

 

La Ragione e la Forza si presentarono un giorno davanti al tribunale della Giustizia per risolvere una lite furiosa. La Giustizia si dichiarò in favore della Ragione. La Forza allegò le sue glorie che riempiono la storia e la sua innegabile preponderanza universale in tutte le epoche; ma la Giustizia si mostrò inflessibile.
— I tuoi trionfi, per me, non significano altro che barbarie; sentenzierò in tuo favore solo quando ti troverai in accordo con la Ragione, le disse.
Le due contendenti si ritirarono, ognuna per la sua strada. Durante il cammino, alla Forza capitò di incrociare l’Ipocrisia e si mise a raccontare della disfatta che aveva appena subito.
— Hai dichiarato le tue ambizioni con troppa franchezza, le disse l’Ipocrisia. Se ti fossi vestita degli attributi della tua nemica, il risultato sarebbe stato diverso.
La Forza approfittò del consiglio. Attese che la Ragione si addormentasse o si distraesse, trafugò i suoi paramenti, camuffandosi con questi, e adottando le sue maniere e il suo linguaggio, si presentò alla Giustizia con il suo memoriale alla mano.
— Leggetelo, signora, le disse. Tutto ciò che chiedo è in nome della Patria, dell’Umanità, della Religione.
La Giustizia, che non vede a un palmo dal naso, inforcò gli occhiali, appose il visto sul documento e impresse il sigillo augusto del suo ministero.
La Forza se ne andò a cercare l’Ipocrisia. (altro…)

Ennio Abate, Salernitudine

Ennio Abate,  padre madre figlio

SALERNITUDINE 1/POETERIE

Cussi` aggarbate

T’arricuorde, a puvarelle?
Era a figlie re Cirille.

Fidanzate, laureate
n’atu mese ere spusate.

Giesù mie! Cussì aggarbate!
Cussì ambress se nne gghiute.

M’arricorde, m’arricorde.
M’arricorde e tombe e maggie.

Ciele chiare, a ggent’ azzitte
sciure sciure, troppe sciure.

Nnat’u poco o fidanzate
chillu sciacque scapestrate

manche jeve ao funerale;
e quacchune addimmannave:

Neh, ma o spose quann’arrive?
Ché, s’è perze pe la vie?

M’arricorde, m’arricorde.
M’arricorde l’ammuina.

N’atu ppoche chella ggente
nge ballave ncoppe e ttombe.

M’arricorde e facce e fesse
ca dicevene : Signurì

v’ata primme laureà.
Doppe, ssì, v’ata spusà!

Chell’ è morte senza sale.
Chell’è morte munacelle
pa paura e se nzurà!

Così garbata
Ti ricordi, la poverina?| Era figlia dei Cirillo./ Fidanzata, laureata| fra un mese si sarebbe sposata./ Gesù mio! Così garbata!| Così in fretta se n’è andata./ Mi ricordo, mi ricordo.| Mi ricordo il cimitero a maggio./ Cielo sereno, gente in silenzio| fiori fiori, troppi fiori./ E per poco il fidanzato| quel fatuo scioperato/ neppure andava al funerale;| e qualcuno già chiedeva:/ Neh, ma lo “sposo” quando arriva?| E che, s’è perso per strada?/ Mi ricordo, mi ricordo.| Mi ricordo la confusione./ Per poco quella folla| sulle tombe ci ballava./ Mi ricordo quegli sciocchi| che dicevano: Signorina/ vi dovete prima laureare./ Dopo, sì, potete sposarvi!/Quella ha vissuto in modo insipido.| Quella è morta come una monaca| per la paura di sposarsi!

Nui simm’e ssarte

Addo fernevene e vicule
adduruse e varrechine
nnanz’ e porte scure
cusevane chiechate
e signurine
e figlie re marenare.

Nge passave vicine currenne
ca voglia e a paure e sapé.

Maj nge parlaje, sule me sunnaje:
se scusevane o vestite
– cche bell’i ccosce bbianche! –
se spazzulavene e mennelle
e cuntente dicevene:

Nu ccorrere accussì, guagljunciè!
Nun nge ffuì! Nui simm’e ssarte
e l’uommene vvestimme cull’ammore.

Noi siamo le sarte
Dove terminavano i vicoli| odorosi di varechina| davanti alle porte scure| cucivano chinate| le signorine| le figlie dei pescatori. / Ci passavo vicino di corsa| col desiderio e il timore di conoscerle./ Mai ci parlai| me le sognai soltanto: |scucivano le loro vesti| – che belle gambe bianche! -| si pulivano il seno| e contente dicevano:| Non correre così, ragazzo!| Non fuggirci! Noi siamo le sarte| e rivestiamo d’amore gli uomini. (altro…)

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati

 

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati. 11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia. Postfazione di Carlo D’Amicis, Musicaos editore, 2018

Il Libro dei dispersi e dei ritornati di Lea Barletti colpisce per la sua prosa insieme nitida e ardita nello slanciarsi sempre oltre gli steccati delle divisioni artificiose – prosa e lirica, filosofia e poesia, sguardo acuto e profondità (e oscurità) onirica.
Procede a ritroso e torna al presente, la mente che riflette un’impressione al suo rovescio, che rovescia il rovescio, torna al dritto e ricompone, tessendo, disfacendo, rammendando, la tela di indizi.
È la stessa mente che ricostruisce e, come spiega l’autrice nella premessa, per essere più precisi, costruisce, crea il ricordo. Ha ben chiari due principi che sembrano apparentemente opposti e che qui vengono affiancati, in una forma faconda e feconda di coesistenza: il principio di una navigazione consapevole, guidata da chi scrive, nel magma di situazioni,  sensazioni e schegge di vita affioranti dal reperto dell’esistenza (baule scrigno cassapanca di tracce visive impresse – «I found a picture of you», cantava Chrissie Hynde con i Pretenders in Back on the Chain Gang – e il principio della perenne trasformazione del dato sensibile nella coscienza individuale, trasformazione i cui esiti non possono e non vogliono, forse, essere previsti.
Il Libro dei dispersi e dei ritornati è diario di bordo, dunque, e insieme resoconto di un fruttuoso vagabondaggio del pensiero, nel quale il nostos assumerà fogge, forme e melodie inattese. E se le melodie saranno dissonanti, se il ritorno sarà la deflagrante narrazione di un buco nero di ingorda ineffabile paura o se, al posto del ritorno, si narrerà, come in Eveline di Joyce, il perpetuo rimandare una partenza, una fuga, una improbabile salvezza, se il gelo invaderà l’assenza o il «fiero pasto» dantesco tornerà con pelli maculate e da altezze inattese, tutto questo terrà chi legge allacciato al quesito: «Che cosa sarebbe potuto avvenire e divenire se non avessimo distolto lo sguardo, se non lo avessimo acquietato con la prima, banale, scontata, tranquillizzante e superficiale interpretazione?»

© Anna Maria Curci

 

Premessa
(Ovvero com’è andata)

Gli undici racconti del Libro dei dispersi e dei ritornati prendono spunto da alcune fotografie di sconosciuti trovate nel baule di un rigattiere a Berlino, la città nella quale vivo da qualche anno. È andata così. In un pomeriggio invernale di qualche anno fa, bighellonando con un amico in un grande robivecchi pieno di cianfrusaglie di ogni tipo, abbiamo trovato un baule di vecchie fotografie, interi album, singole foto: il mio amico ha dato un’occhiata e poi ha proseguito la visita, io invece mi sono seduta per terra e ho cominciato a guardarle tutte, una per una. Ero incapace di staccarmi, letteralmente inchiodata: dal momento che avevo cominciato, dovevo continuare a guardarle. Tutte quelle foto, finite lì chissà come, quelle persone sconosciute,  di cui ignoravo qualsiasi cosa ma di cui in quel momento, per caso, mi ritrovavo a spiare volti, espressioni, pose: uomini, donne, bambini, vecchi, foto di famiglia, ritratti, foto di gruppo, gite, feste di compleanno, matrimoni, vacanze al mare, le guardavo senza saperne niente. Ad un certo punto il negozio doveva chiudere, avevo passato un sacco di tempo in quella sorta di ipnosi, allora d’impulso ne ho prese tre, tre foto della stessa donna. Le ho comprate così, senza una ragione plausibile e le ho messe nella borsa, dove sono poi rimaste per diversi mesi. Un giorno, era ormai estate, le ho tirate fuori. E ho capito che volevo scrivere: mi è sembrato di doverlo a lei, la sconosciuta che era ritratta nelle foto; era una sensazione molto forte, la sensazione di avere contratto un debito. Avevo sbirciato nella sua vita e ora le dovevo qualcosa. (altro…)

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)