prosa

Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Le parole hanno un posto eminente in quella scienza medica che si occupa di curare la sofferenza mentale, ovvero la Psichiatria. Al contempo, le parole hanno un posto ancora più importante in quella branca della letteratura che si propone di deletteralizzare il senso comune nella prassi del linguaggio, ovvero la Poesia.

E poi c’è il vento. E c’è il pensiero. E le discipline che, rispettivamente, se ne occupano: meteorologia e filosofia. E quindi c’è la direzione. E il senso. Così come il vento, anche il pensiero può essere laterale, colpire di fianco, di traverso. E divenire folle. O, altrimenti, creativo. Il vento traverso ha grande importanza durante il volo e, soprattutto, l’atterraggio degli aerei. Richiede particolare perizia al pilota, continui aggiustamenti dell’assetto.

Cosiddetta “correzione della deriva”, da un lato, come quando si attraversa a nuoto un fiume e si punta più a monte per non finire a valle. E “il naufragar m’è dolce in questo mare”, dall’altro, la deriva, ovvero, del pensiero e del sentire poetico. E, quindi, il deragliare, ancora, del pensiero nel folle.

Vento traverso dunque, e già questo titolo del libro ci avverte che occorrono continui aggiustamenti dello sguardo nella lettura se si vuole atterrare sulla pagina aderendo alle righe che, volutamente, Anna Pavone non ha spezzato nel suo dire poetico che si fa prosa, piste di parole che consentono di toccare terra, di capire, di trovare un senso sopra cui poggiare, nonostante il vento traverso, il derapare di un linguaggio evocativo di deliri e concretezze estreme e infantilismi magici. Perché in fondo questo libro si assume il duro compito di asserire una cruda verità: che la follia non è altro che l’Ombra della Poesia, il suo lato oscuro, che solo trasformato da imprecisati, alchemici processi interiori è capace, a volte, di rendere verso il pensiero diverso. Perché il poeta possiede un coraggio che il folle smarrisce per strada, quello di affrontare i propri demoni interiori senza lasciarsi possedere da essi. Alterità, perdita del proprio Sé, estinzione dell’Io cosciente. Il poeta non è esente da tutto questo ma la sua anima l’ha dotato di un filo logico quel tanto che serve per uscire dal labirinto.

Una notte per sbaglio mi sono persa.

Come quando perdi un bottone e non te ne accorgi, E ti resta il filo che pende monco.

E allora gliene attacchi un altro,

Così mi sono attaccata un’altra me.

Quest’altra me è il falso Sé interiore, quell’immagine grandiosa o gravemente svilita del proprio essere che tanto posto occupa nella sofferenza della mente e dell’anima. E Anna Pavone lo sa, il poeta è limitrofo al folle. Troppo spesso è intollerabile il suo porsi narcisistico al mondo. Occorre davvero saper attingere a una antichissima profondità fossile, a una saggezza d’impronte lasciate da tanti secoli, a ciò che eravamo prima ancora che miliardi di nascite facessero progressivamente svanire l’Essere originario che eravamo e che è nascosto in noi sotto strati sovrapposti di futile superficialità. Essere che pone al poeta e al mondo questa instancabile domanda: “Ma come ho fatto a estinguermi così?”

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© Biagio Salmeri

 

proSabato: Imre Oravecz, E dopo di te

Imre Oravecz, E dopo di te, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora 2008, traduzione di Vera Gheno

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E dopo di te andarono e vennero i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, e venni e andai anch’io, di paese in paese, di città in città, di stanza in stanza, e vennero e andarono anche le donne, le belle e le brutte, le alte e le basse, le abbondanti e le magre, le bionde e le more, le prosperose e le piatte, le pelose e le rasate, le forti e le deboli, le allegre e le tristi, le estroverse e le misteriose, le disinvolte e le impacciate, le intelligenti e le stupide, le profonde e le superficiali, le giudiziose e le sconsiderate, le sensibili e le indifferenti, le determinate e le caotiche, le bollenti e le gelide, le pudiche e le licenziose, le pure e le corrotte, le maestre del piacere e le dilettanti del godimento, le beniamine della sorte e le sventurate, e tutte hanno dato e hanno preso, hanno detto il vero e hanno mentito, mi hanno eccitato e mi hanno raffreddato, mi hanno soddisfatto e hanno lasciato un senso di vuoto, hanno risvegliato il desiderio e hanno provocato disgusto, hanno recato gioia e mi hanno straziato, mi hanno divinizzato e mi hanno maledetto, mi hanno accolto e mi hanno respinto, mi hanno liberato e mi hanno schiavizzato, mi hanno innalzato e mi hanno calpestato nel fango, mi hanno reso migliore e peggiorato, mi hanno infuso speranza e mi hanno fatto disperare, hanno giurato fedeltà e sono state infedeli, si sono messe al mio fianco e mi hanno abbandonato,e io ho fatto a loro stesso che loro hanno fatto a me, e ti ho tradito con ognuna di loro, perché ti amavo ancora, mentre cercavo di convincermi che ormai non ti amo più.

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© Imre Oravecz

proSabato: Imre Oravecz, Era un mattino ordinario

Imre Oravecz, Era un mattino ordinario, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora, 2008, traduzione di Vera Gheno

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Era un mattino ordinario, né presto né tardi, una specie di transizione tra la notte e il giorno, anche se in esso già c’era il desiderio della realizzazione delle speranze di quel giorno e la previsione del dileguamento delle speranze di quel giorno, ma poiché eri a casa, con la tua presenza addolcivi tale transizione, e questo mi mise un po’ scioccamente di buon umore, ed eccezionalmente sentivo che quando afferravo qualcosa, la maniglia, il rubinetto, la tazza, lo spazzolino, o il coltello, allora ero io a tenerlo, e non quello a tenere me, mi vestii in fretta, dovevo andare da qualche parte, sbrigare una faccenda, tu, chinata, stavi montando i pezzi del tubo dell’aspirapolvere e, precedendomi nel compiere le cose da fare, ti stavi preparando a fare le pulizie quando, all’improvviso, mi venne in mente qualcosa, anzi, non mi venne in mente qualcosa, quindi così com’ero, in mutande e canottiera, montai sulla poltrona davanti alla libreria, per cercare e tirare giù quel libro in cui controllare quel qualcosa, e mentre stavo lassù in piedi con le costole sporgenti, con la pancia incavata, al bordo superiore del tuo campo visivo, nella luce storta che entrava in casa, inaspettatamente mi guardasti da sotto e inaspettatamente vedesti quant’ero dimagrito, e come chi vede qualcosa di spaventosamente nuovo, che prima non c’era ancora, e ora invece semplicemente c’è, inorridisti, eppure non era una cosa nuova, anzi, era molto vecchia, lo stigma del mio dibattermi tra il desiderio della realizzazione delle speranze, che era comparso e divenuto visibile anche sul mio corpo, come una qualche evidente anomalia che ormai non si poteva non notare.

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© Imre Oravecz

 

Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Ci sono libri che vengono da posti diversi e che pare abbiano fatto un lungo viaggio prima di giungere a destinazione. Libri destinati a brillare come fanno le persone certe volte che dall’ordinario tirano fuori un minuto di luce, un momento rapido come un lampo, che però giustifica tutto il resto. Libri che giocano di sponda, che lasciano che le parole rimbalzino libere, che suonano se necessario. Libri che non hanno un ordine di parole stabilito ma che ne seguono se è il caso. Libri che nascono dall’ascolto, che le parole raccolgono, che le parole assecondano. Libri piccoli che contengono un grande segreto, mai del tutto rivelato ma condiviso; un segreto che il lettore raccoglie riconoscendosi. Libri che sono fatti di pronunciamenti, di vaga speranza, di pioggia e sole. Libri che parlano di matti, come Vento traverso di Anna Pavone.

Anna Pavone scrive, dunque, un libro sui pazzi; non sulla pazzia. Non su una situazione ma sulle persone. Costruisce un libro composto da piccole prose che funzionano in maniera polifonica più che corale. Ogni voce raccolta è unica, se vogliamo distorta, se crediamo leggera, se preferiamo confusa, o dura, o debole, o sussurrata, o gridata; ma tutte suonano nella forma in cui Pavone costruisce la storia che andrà a raccontare. Vento traverso è un lasciapassare, è un libero transito alla frontiera della normalità. Confine che di volta in volta si sposta, ricordiamolo, quello che oggi è normalità venti o trent’anni fa sarebbe stato definito follia. Quello che oggi è considerato disagio vent’anni fa sarebbe stato definito psicosi, e così via.

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Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Mauro Valentini, Marta Russo. Il Mistero della Sapienza

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Mauro Valentini, Marta Russo. Il Mistero della Sapienza, Sovera 2016

Inizia con un preambolo che risale a venti anni prima della vicenda il libro di Mauro Valentini Marta Russo. Il Mistero della Sapienza. È un preambolo che scuote la memoria di chi quel giorno ricorda con rabbia e con dolore, è un preambolo che potrebbe sembrare spiazzante, ma non lo è. C’è un filo, anzi, ben più di un filo, oltre il verificarsi di alcuni eventi che accadono nel corso delle indagini e che saranno palesati dall’autore di questo libro, che collega la morte di due ragazze nel mese di maggio a Roma. La morte è per gli umani insieme irremovibile certezza, esito di tutte le esistenze e mistero insondabile. Ma se si tratta, come si è trattato in entrambi i casi, di un omicidio, e di un omicidio del quale movente, mandanti e materiali autori, a diversi gradi, restano nel buio ovvero si muovono in uno «stagno torbido», per usare un’espressione dell’autore, la morte scatena un dolore che gli anni non riescono a scalfire. Gli anniversari – e questo è l’anno del ventennale della morte di Marta Russo, morta nel maggio 1997, venti anni dopo la morte, nel maggio 1977, di Giorgiana Masi – rendono più acuto il dolore, più amara la constatazione che giustizia non sia stata fatta. Il preambolo narra proprio della morte di Giorgiana Masi, durante una manifestazione a Roma, il 12 maggio 2007, a Ponte Garibaldi. Il libro di Mauro Valentini ricostruisce la morte di Marta Russo il 14 maggio in seguito al colpo di pistola sparatole mentre percorreva, conversando con l’amica Jolanda, un vialetto alla Sapienza. Non si limita a questo, naturalmente: vengono riportati, con ritmo narrativo incalzante e ampio spettro nella scelta e nell’uso delle fonti, indagini, perizie, interrogatori di imputati e di testimoni, l’iter processuale. (altro…)

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

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Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui. (altro…)

Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)