proSabato: Luigi Cecchi, Tread

© Luigi Cecchi

TREAD

Alfonso Wingman, ovvero Wingalf. Un disegnatore straordinario. Qualcuno di voi potrebbe già averlo sentito nominare. Ha disegnato almeno cento numeri del fumetto noir più venduto in Italia, e le sue collaborazioni con l’editoria francese sono innumerevoli. Un disegnatore straordinario davvero. Nel mondo del fumetto, poche volte si distingue il mestiere del disegnatore da quello del “fumettista”, ma ad essere veramente pignoli (e Alfonso Wingman lo era, accidenti se lo era), la parola “fumettista” era piuttosto vaga. Nel fumetto spesso c’è chi scrive la storia, e chi la disegna. Molte volte addirittura c’è un disegnatore per le matite, uno per l’inchiostrazione e un altro ancora per i colori. Quali di questi è un “fumettista”? Lo scrittore? Chi traccia i disegni a matita? Chi li ripassa a china? Chi aggiunge la colorazione alla tavola?
Forse lo sono tutti e quattro, o forse lo è solo chi fa tutto da sé, come in Giappone, dove la maggior parte dei manga sono scritti e disegnati dallo stesso auto… ma cosa? Non è vero! Hanno mille assistenti che li aiutano, altrimenti non riuscirebbero mai a rientrare nei tempi di consegna. L’editoria dei fumetti nel sol levante, è un inferno. Un inferno! Alfonso Wingman era ben felice di non aver mai lavorato per il mercato giapponese (peraltro molto poco interessato ad autori stranieri), ed era addirittura orgoglioso di definirsi non “fumettista” ma disegnatore. Ecco, “disegnatore” era una parola che gli calzava a pennello. Se la sentiva addosso, comoda come un gilet su misura. Alcune volte lo avevano chiamato anche “artista”, o “maestro”, ma non gli sembrava appropriato. Non si sentiva un artista perché non sempre produceva arte. Per Alfonso Wingman infatti, l’arte era una cosa seria, precisa: un intento comunicativo, qualcosa che trasmette qualcosa, un pensiero, un concetto, un’emozione, una sensazione, una filosofia. Qualcosa. Spesso Alfonso Wingman lavorava su commissione, o disegnava quello che uno sceneggiatore gli scriveva di disegnare. In quel caso, secondo lui, gli era impossibile produrre arte, perché l’atto creativo che metteva in campo era privo di qualsivoglia intento comunicativo che non fosse semplicemente la rappresentazione della scena in questione, né più, né meno. Eppure molti suoi colleghi gli contestavano di aver provato forti emozioni di fronte alle sue tavole più belle, e che se anche Alfonso avesse calcato il pennino sul foglio senza alcun estro artistico, indubbiamente il risultato era un’opera d’arte, persino per la sua ristretta definizione.
Glielo fecero notare durante una cena, subito dopo aver ritirato il premio per “miglior disegnatore di fumetto drammatico/thriller/horror”, ed Alfonso andò su tutte le furie, abbandonando la sala nel bel mezzo dei festeggiamenti. Poco prima, era stato applaudito per ben cinque minuti ininterrotti mentre stringeva mani e alzava in cielo lo strano trofeo a forma di mostro di Frankenstein. C’erano stati scatti a ripetizione e i flash l’avevano costretto a coprirsi gli occhi più di una volta. Il suo nome era apparso grande alle sue spalle, proiettato sulle pesanti tende di velluto rosso del teatro che ospitava la premiazione: Alfonso Wingman.
Sì, certo, non era esattamente il nome con cui si firmava, usava più che altro lo pseudonimo “WINGALF”. Nel mondo del fumetto, quasi tutti avevano uno pseudonimo. Aiutava a ricordare l’autore. Nessuno ricorda il vero nome e cognome di Crepax, Magnus, Bonvi o Silver, ma tutti sanno chi sono. Alfonso non era un autore, era un disegnatore, ma un grande disegnatore, ed era affezionato al suo pseudonimo. Sperava che qualcuno, un giorno, aprisse persino una pagina di Wikipedia a lui dedicata. Ci aveva provato da solo ma gli avevano dato del piazzista e l’avevano cancellata. Bastardi.
Oh, no. Aveva nuovamente divagato. Qual era il punto della questione? Andò a ripescarlo nel pozzo dei propri pensieri, confusi e disordinati proprio come il suo tavolo da lavoro. Nel frattempo se ne stava tornando a casa dopo la solita incursione mattutina all’edicola della piazza. Aveva comprato il giornale (quello del partito conservatore) e una copia del suo fumetto da cesso preferito. Sì, li chiamava così, quei fumetti che si comprano, si leggono mentre si è seduti sul water, in bagno, e poi si lasciano lì, sulla cesta del panni da lavare, come forma di cortesia per il prossimo che si siederà, così che non gli manchi da leggere. Poi una volta all’anno, la pila di carta ingiallita veniva buttata via, senza rimorsi. Che poi ormai nessuno leggeva più i fumetti, in bagno. Aveva visto i suoi figli andare in bagno col cellulare, e restarci per il tempo che a lui, da giovane, bastava per masturbarsi due volte. Ma loro non facevano nulla del genere, no. Loro andavano su internet, a chattare, su feisbuk o su tuitte. E restavano seduti sulla tazza fino alla paralisi completa delle gambe, o al congelamento delle dita dei piedi.
Ah, ecco dove era arrivato! Ad “artista” e “maestro”. Artista non gli sembrava appropriato come appellativo, ma nemmeno maestro. Un maestro è qualcuno che insegna qualcosa, e Alfonso Wingman non aveva intenzione di insegnare niente a nessuno. Quello che aveva imparato se lo teneva stretto, come se si trattasse di un segreto. Gli piaceva quando lo consideravano quasi una magia, un portento. Gli piaceva, ma era consapevole che non c’era niente di portentoso, in realtà, in quella forma di artigianato. Aveva imparato. Era stato un lungo percorso durante il quale era divenuto sempre più bravo. Ora non ricordava nemmeno quando aveva iniziato a disegnare per la prima volta. Forse sui banchi di scuola. Non per modo di dire, proprio sui banchi di scuola, nel senso che scarabocchiava con la matita sul banco quando si annoiava. Quei disegni venivano cancellati ogni giorno dalla bidella, che a fine lezione passava l’alcol sui banchi per disinfettarli. Così, il giorno dopo, Alfonso si ritrovava davanti un bel foglio bianco da riempire! E da quegli scarabocchi scaturirono col tempo disegni più complessi, che Alfonso iniziò a tracciare sui quaderni e sui fogli protocolli, per poi portarseli a casa e continuarli con calma. A undici anni conobbe un disegnatore che venne ad abitare sulla via dove allora abitava suo nonno. Benché Alfonso detestasse suo nonno, un vecchio incartapecorito che puzzava di sigaro e di vino, iniziò ad andare a trovarlo più spesso perché aveva sentito che il disegnatore in questione accettava allievi.
Che poi, a ripensarci, adesso Alfonso non era molto diverso da suo nonno. Si guardò le mani, macchiate dalla vecchiaia, rugose, percorse da vene verdognole, sul dorso delle quali crescevano lunghi peli bianchi. Erano esattamente le mani di suo nonno. Ma a differenza delle mani di suo nonno, Alfonso Wingman sapeva come stringere una matita, e sapeva come impiegarla. E non solo la matita. Aveva appreso anche l’arte della china e del pennino, del pennello e del carboncino, e sapeva come ombreggiare in tanti modi diversi. Mentre camminava, sul marciapiede, girò la mano e osservò il proprio palmo. Macchie di acquerello, inchiostro nero, polvere di grafite. Erano le mani di un disegnatore, non quelle di un venditore di attrezzi agricoli, come suo nonno. Non c’erano calli, né ferite, sulle sue mani. I polpastrelli, per quanto raggrinziti dall’età, erano ancora soffici e rosa, appena induriti laddove era solito premerli contro la penna. Suo nonno non avrebbe mai approvato le scelte che aveva fatto.
Ma… santo cielo, Alfonso si fermò e si guardò attorno. Aveva perso di nuovo il filo del discorso. Si passò una mano sulla fronte, ampia. I capelli radi che gli rimanevano sulla nuca erano zuppi di sudore. Faceva caldo. Riconobbe la strada. Almeno non aveva camminato nella direzione sbagliata, per tutto questo tempo. Riprese a camminare in direzione di casa, costeggiando la strada sul lato all’ombra.
Ecco, aveva recuperato anche il filo del discorso. Quel disegnatore. Quello che era venuto ad abitare vicino a casa di suo nonno. Non lo prese mai come allievo, quello stronzo. Quando glielo chiese, disse che era già al completo, che più di due allievi per volta non poteva tenerli e che non aveva bisogno di altri soldi. Alfonso Wingman se la legò al dito. Andò a lavorare come garzone presso il negozio del nonno e prima di Natale aveva già messo da parte abbastanza soldi da comprarsi un manuale per apprendisti disegnatori. Si chiamava… beh, non importa come si chiamasse, e nemmeno chi fosse l’autore. Era uno bravo, comunque. Il libro era pieno di scorticati, ossa, figure umani che servivano ad apprendere l’anatomia, le forme basilari, la struttura, la disposizione spaziale dei soggetti. E poi accennava anche alle tecniche più importanti per realizzare il chiaro-scuro. Alfonso lo consumò a forza di sfogliarlo. Non gli interessava andare bene a scuola perché sapeva che sarebbe divenuto un disegnatore. Fu bocciato a ripetizioni per svariati anni di seguito, tanto che suo padre lo impiegò in maniera stabile presso la bottega del nonno, che poi divenne quella di famiglia, che poi divenne la sua. Nel mentre, non aveva mai smesso di disegnare. Ma non bastava! Con una cartellina che straripava di disegni, ogni anno bussava alla porta degli editori più importanti. Frequentava le kermesse più importanti del settore, spediva lettere in cui pregava le redazioni di dare un’occhiata ai suoi disegni. Alla fine, qualcuno gli rispose. Alfonso Wingman fu convocato per un colloquio e fu per la prima volta rifiutato da un editore. Aveva uno stile troppo adulto, troppo preciso. L’editore in questione pubblicava un famoso giornalino per ragazzi, e cercava qualcuno dal tratto più semplice. “Come Altan, vedi?” Gli ripeté più volte. «Ma io non posso… disegnare così.» Tentò di giustificarsi. Ahahahah. Alfonso rise. Quanto erano goffi i suoi primi passi in quel mondo. Ma certo che avrebbe potuto! È che non voleva. Non intendeva rinunciare a tutto quello che aveva imparato, alla strada che aveva fatto fino a quel momento, al proprio stile (che aveva elaborato e costruito con sudore e fatica). Come avrebbe potuto distruggere tutto questo e tornare a disegnare cerchi e quadrati, colorati di rosso e di blu? «Non puoi? Ecco perché Altan è un genio, e tu invece resti disoccupato.» Gli aveva detto quell’editore. Ah, ma cosa gliene importava ad Alfonso Wingman di essere assunto nella redazione di un giornaletto per ragazzini moccolosi? Essere stato rifiutato fu una benedizione, col senno di poi. Alfonso i ragazzini li detestava. E più erano piccoli, più li detestava. Quei piccoli inetti ammassi di carne piagnucolosa, capaci solo di cagarsi addosso e frignare. Per fortuna lui non aveva mai dovuto occuparsene. Aveva scaricato tutti gli oneri del caso sulle sue due mogli. La prima gli aveva dato due figli, la seconda una figlia. Ma mai aveva cambiato un pannolino, preparato la pappa, o smosso una culla. Gli faceva schifo pure tenerli in mano. Oddio, proprio schifo no, ma provava un misto di repulsione, apprensione e disagio. Insomma no, non era proprio stato un padre premuroso, almeno non fino a quando i figli non furono abbastanza grandi da poterci ragionare. Allora era diverso, con un ragazzo ci puoi pa… oh, cavolo. Di nuovo il filo del discorso. L’aveva perso.
«Scusi, per calle navigatori?» Domandò a una signora. Che riconobbe subito dopo, era la Palma, la moglie di Carmelo che lavorava all’officina vicino ai giardini. La signora le indicò la strada, e si premurò di spiegargli bene fra quante traverse avrebbe dovuto girare. Le strade non erano più quelle di una volta. Ora c’erano semafori, rotatorie, strisce pedonali. Non si poteva mica attraversare la strada dove ti stava più comodo, dovevi raggiungere l’incrocio più vicino e attendere il verde. Così poi è ovvio che uno si perde! Alla malora tutti quanti. Tranne la signora Palma, tanto gentile.
La gentilezza! La gentilezza gli riportò alla mente quello che stava raccontando. Di Alfonso Wingman, certo. Un disegnatore straordinario, che non si considera né artista né maestro, benché in molti lo considerino sia l’uno che l’altro. Wingalf si teneva stretta la sua arte e la sua maestria, ne era geloso, era tutto ciò per cui aveva speso la sua vita. Non era mai stato gentile. Non aveva altro se non la propria bravura, il proprio virtuosismo, la sua mano. Che adesso tremava leggermente, a causa di un principio di Parkinson, ma cosa volete? A quasi ottant’anni mica si può avere la mano ferma come un giovincello. E a proposito di giovincelli… ma li avete visti, questi fumettisti dell’ultima ora, che piazzano i propri disegni, realizzati elettronicamente in quattro e quattr’otto sul web, e poi pretendono di avere la stessa credibilità di un disegnatore che si è consumato sui fogli e sui libri per divenire il mostro di bravura che è adesso? Alfonso qualcuno lo aveva conosciuto. Erano persino saliti sul palco con lui. Aveva tentato di schiacciarli. Quando gli avevano chiesto: “Ma che ne pensa dei webcomic?” Aveva risposto che erano un fenomeno momentaneo, inconsistente, senza valore. Gli insetti ovviamente non avevano accettato di essere presi a ciabattate da un veterano del settore, si erano agitati, spazientiti, inalberati. Ma Alfonso la pensava così. Dove erano le loro mani sporche di inchiostro? Dove erano le ferite nel loro cuore? In che modo si erano guadagnati il prestigio della considerazione del pubblico, l’attenzione, la celebrità? Attraverso iuotobe? Riprendendosi la mano con l’aifono mentre disegnano? Era circondato da un esercito di autoproclamatisi “fumettisti” ai quali la parola “fumettista” calzava a pennello, perché non erano né scrittori né disegnatori, non erano artisti né maestri, tantomeno artigiani: loro “facevano fumetti” e basta. E li facevano con tratti approssimativi, carenza di tecnica e di controllo, blanda conoscenza dei mezzi espressivi, umorismo triviale (o puerile), pontificando su questioni esistenziali senza aver mai riflettuto su niente della vita… e come e quando avrebbero dovuto farlo, se erano adolescenti?
Alfonso si fermò davanti a un portone. Restò immobile per qualche minuto, il tempo di sbollire la rabbia che aveva accumulato rimestando pensieri a caso. La matassa del suo ragionamento si era inesorabilmente aggrovigliata su se stessa, sapeva che anche volendo, non sarebbe mai più stato in grado di recuperarne il capo. Guardò di nuovo il portone, grande, di legno, con batacchi di bronzo e videocitofono incassato sul trave destro di pietra. Si chiese se fosse il portone di casa sua. Si avvicinò alle targhette del citofono. Sì, c’era scritto Wingman. Alfonso Wingman. Era il suo nome.
Un disegnatore straordinario. Qualcuno di voi potrebbe già averlo sentito nominare. Vi ho già raccontato di lui?

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