Paola Silvia Dolci, Portolano (nota di Giorgio Galli)

Paola Silvia Dolci, Portolano, Mattioli 1885 Editore
Nota di Giorgio Galli

 

Unire il “giornale di bordo” al “giornale d’anima” non è un’idea nuova, ma Paola Silvia Dolci la prende proprio alla lettera, e in Portolano (Mattioli1885, 2019) associa parti di un portolano vero e proprio a frammenti di quello che sembra il suo diario. Ma cos’è un portolano? L’enciclopedia Treccani dice: “portolano (ant. portulano) s. m. [dal lat. mediev. portulanus, der. di portusus «porto2»; cfr. il rapporto hortushortulanus]. – 1. Anticam., nell’Italia merid. sotto il dominio degli Svevi, Angioini e Aragonesi, e poi nel Regno delle Due Sicilie, guardiano dei porti incaricato di sovrintendere al traffico delle merci e all’applicazione dei dazî. Nelle province napoletane aveva questo nome anche l’ufficiale preposto alla manutenzione delle strade, all’edilizia e alla distribuzione delle acque. 2. a. Nel linguaggio marin., elencazione metodica dei porti di una determinata regione, contenente la descrizione minuta dei fondali, delle coste, delle correnti, delle maree, dei venti, dei segnali, ecc.; attualmente è preparata e pubblicata dagli uffici idrografici dei varî paesi e costituisce un complemento necessario delle carte nautiche, indispensabile per le navigazioni. b. Per estens., in aeronautica, guida per la navigazione aerea, contenente la descrizione del terreno, le indicazioni degli aerofari, dei radiofari, ecc., e le notizie riguardanti le rotte, gli aeroporti, gli idroscali, ecc.”
Si tratta dunque di un documento specialistico dotato di un proprio linguaggio. Nel Portolano di Paola Silvia Dolci – che, ci rivelano le note di copertina, è capitano di una nave – compaiono linguaggi diversi, da quello specialistico della marineria a quello “quasi parlato” delle note di diario, e compaiono perfino immagini – le mappe che il portolano acclude di ogni luogo in cui sosta la nave. Ma il modo in cui compaiono questi frammenti di realtà è lontanissimo dal produrre un effetto di iperrealismo: al contrario, abbiamo la sensazione di un sogno – talvolta un incubo – dove le situazioni si moltiplicano, proliferano in uno spazio narrativo senza centro. Riusciamo a identificare alcuni personaggi: il Marito, l’Amante, la Bambina; leggiamo descrizioni di luoghi, di incontri e di lunghi viaggi per mare; assistiamo a scene d’amore e a scene di vita quotidiana. E queste situazioni si susseguono secondo una struttura precisa:  1. descrizione di un porto di sosta; 2. memoria di una storia d’amore (in corsivo); 3. diario della separazione (rotta da-verso). In ogni porto si consumano tappe della vicenda d’amore. Ed ogni porto funge da momentaneo centro narrativo, da tonica del racconto. Non sempre alla lettura riusciamo a collocare i frammenti nel tempo, i rapporti di “prima” e “poi” sfuggono come sfuggono le personalità dei protagonisti; ma, come in un film di Bellocchio, qualcosa resta oscuro della “trama” senza che la trama perda il suo fascino. Un fascino che è dettato prima di tutto dal coraggio dell’autrice di mettersi in mostra, di mettersi a nudo davanti al lettore senza compiacimenti né morbosità, come in una scrittura clinica carica però di tutta l’emotività della prima persona. In secondo luogo, il fascino è dovuto alla capacità di Paola Silvia Dolci di usare il proprio diario intimo come strumento di straniamento anziché di identificazione. Alcune scene sembrano sognate. Dove finisce la realtà e dove comincia il sogno?, ci chiediamo. La messinscena diretta del reale produce un effetto di irrealtà suprema perché introduce in una psiche movimentata, talmente libera da non avere appigli -e non offrirne. Ecco perché Portolano è un libro sia estremamente diretto, sia estremamente sfuggente: perché ci fa vedere che, usando per raccontare lo stesso linguaggio che si usa per vivere, tutto diventa irreale. Un diario scritto come flusso di pensieri, il resoconto di una o più storie d’amore, con i loro accenni a cose che solo la scrivente conosce, taglia fuori il lettore da parte delle vicende e delle ragioni dei protagonisti. Un viaggio per mare, riportato esattamente nei termini in cui se ne scrive nel giornale di bordo, diventa un oggetto misterioso, non più l’avventura della navigazione ma l’avventura della ricostruzione di pezzi di mondo gettati sulla pagina senza una guida che aiuti a ricomporli. Il massimo dell’autenticità, l’ostensione diretta di se stessi, ha come risultato edificare il massimo dell’indecifrabilità attorno alla persona che si mette così sinceramente al centro della scena, e che  risulta, alla fine del cammino, una cosa sommersa fra le altre cose, un motore di una narrazione che procede però per suo conto, e che sovrasta, come un destino, i suoi protagonisti.

© Giorgio Galli

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