poesia

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi (nota di Emilia Barbato)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018

Il titolo della raccolta di Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, rimanda a due riflessioni. L’uomo e il luogo.
L’uomo disconosce i rapporti sociali e la realtà chiudendosi in un oceano di silenzio, lasciando vigile solo la mente e lo sguardo. Un poeta distante da tutto e in disparte da tutti decide di abbandonarsi a pensieri ampi, nella speranza che questi risolvano e denuncino un’umanità indifferente. Misantropo, dunque, che pensa e scrive in una stanza come in fondo al mare.
Il luogo, quello stesso mare dei Sargassi, compreso tra le grandi Antille e le Azzorre, di cui parla Jules Verne in Ventimila Leghe sotto i Mari. Una zona particolarmente pericolosa, «un’autentica prateria col tappeto folto d’alghe, di fucus natans, di uva del Tropico, a volte così compatto da poter essere tagliato dalla prua di una nave solo a stento.».
Attraverso il titolo, l’autore ci anticipa un viaggio in acque difficili da navigare chiarendo sin da subito la sua scelta di riportare i fatti accaduti senza lasciarsi coinvolgere.
La raccolta si divide in tre sezioni: Incerte Maree, Transito e Il Misantropo dei Sargassi.
Nella prima, ciascuna poesia ha un titolo, come se Mella volesse nominare la realtà che tratta, trovare una ragione alle cose. L’elemento che unisce i frammenti di vita è l’acqua. Un liquido che accoglie ogni tipo di natura, gli umori umani (la saliva che cola dalla bocca, le lacrime le cure dell’addio), l’evanescenza e la fragilità delle relazioni (eri nebbia) oppure lo stesso mare: «il mare è un tratto chiuso/ e l’infinito/ una menzogna intollerabile.” E ancora “e le occhiaie sono brocche/ che tengon dentro l’acqua/ fino all’orlo e “L’adriatico è uno stormo, io/ credo: abbandonato, cesellato, nell’azzurro/Chiamarlo sipario si può». (altro…)

I poeti della domenica #324: Heinrich Heine, da “Libro dei canti”

 

LXII

Tu hai diamanti e perle,
Hai quel che umano brama,
E hai gli occhi più belli –
Mia cara, che vuoi di più?

Sui tuoi begli occhi
Un esercito intero
Di canti eterni ho ideato –
Mia cara, che vuoi di più?

Coi tuoi begli occhi
Mi hai tormentato tanto,
E mi hai rovinato –
Mia cara, che vuoi di più?

Heinrich Heine

(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #323: Boris Pasternak, Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Fuggono dal muro le lancette.
L’ora assomiglia a uno scarafaggio.
Basta, perché spaccare i piatti,
far saltare i nervi e i bicchieri?

A questa dacia tutta legno
ben altre cose possono capitare.
La felicità è una cosa facile!
Non fasciamoci la testa prima che si rompa.

Potrebbe saettare un fulmine
e incendiare la cuccia umida.
Potrebbero scappare i cuccioli.
O un pallino di pioggia forare un’ala.

Il bosco non è altro che un salotto.
Il calore della luna sui pini – una stufa,
come grembiule steso al sole –
si asciuga una nuvola e fruscia.

E quando infuria sul pozzo
la bufera dell’angoscia, di sfuggita
elogia la tempesta le pareti domestiche.
Mia cara, che vuoi di più?

Un anno si è bruciato nel cherosene
come un moscerino sulla lanterna.
Eccolo, come un’alba grigio-azzurra,
si alza intriso di sonno, di intemperie.

Si mette alla finestra, arcuato,
vecchio, sconvolto di compassione.
Zuppo di lui rimane il guanciale,
sono i singhiozzi che vi ha affogato.

Come consolare tale decadenza?
O tu che vieni senza leggerezza,
in che modo placare la negletta
tristezza di un’estate desolata?

Gronda il bosco filamenti plumbei,
grigia e rabbuiata – la lappola,
mentre lui piange, quando risplendi tu!
Bella a giorno, bella di trepidazione!

Che avrai da lacrimare, vecchio zuccone?
Forse ne hai visti altri più felici?
Lì dove in campagna i girasoli
si smorzano – astri nella polvere e acquazzoni?

(altro…)

Maria Grazia Insinga, Ophrys (rec. di Giorgio Galli)

Maria Grazia Insinga scrive poesia con una volontà di ferro – affermazione di una voluta ambiguità sintattica, perché la volontà appartiene sia all’autrice che alla poesia; a chi fa, come anche al fare stesso. Ophrys (Anterem Edizioni, 2017) è più di “una raccolta poetica”: è la costruzione di un campo semantico nuovo, che risemantizza ogni parola impiegata e istituisce nuovi nessi. Un’opera difficilissima da leggere, di qualcuno che vuole buttare giù il mondo così com’è per rifarne uno nuovo. Insinga cerca la parola pura, e a volte la trova. Frattura linguaggio e senso per originare un senso inedito. Ma quello che presenta non è solo un campo semantico: è un corpo, scandito dai titoli delle sezioni nelle sue parti anatomiche. Non è “solo” parola la sua: è un mondo, con tutto il dolore del mondo.
Il tragitto poetico parte dal momento irreparabile in cui un velo si squarcia e la vita si separa dalla non-vita. Quel momento, oggi, si dà come venire al mondo in un mondo dove l’essere umano è disgiunto dalla sua terra-madre, in cui un umano atomizzato ha consumato un delitto contro la comune origine – l’origine animale e terrestre, ma anche l’origine della scintilla razionale. Attraverso slogature sintattiche e sluogature geografiche, la poesia evoca moti contrastanti, suscita asce bipenni, canta un umano mozzato e un mondo significante che sta cessando di significare, perché significati e significanti vanno in direzioni contrastanti e squartano l’asse semantico. Questa scomposizione è però sia morte che rigenerazione: è rinascita poetica e psichica, sacrificio rituale.  E’ poesia assoluta e arrabbiata quella di Maria Grazia Insinga. Nelle poesie centrali, Dio e Nike, sono presenti due elementi primordiali: acqua e fuoco. Elementi di distruzione e di rinascita. Ma anche di paura. In un poema strutturato come un corpo, la posizione centrale di questi elementi suggerisce una paura dell’umano. Una folla di reietti appare dietro la cortina dei versi, una folla breugheliana di lacerti. Il Dio di Insinga non è un Dio buono: è un principio di oppressione, possessore di corpi, dispensatore di morti. È un principio maschile di stampo patriarcale e fascista. Sotto di lui si vive una condiziona innaturale di non-libertà, di non-sé, di “moncanza”. Sotto il suo dominio c’è una donna sottratta alla creazione. Un essere precario nel mondo, eppure vivo, inquieto. Che si rivolta, uccide, si trasforma da rosa in acqua oscura. La parola è lo strumento che uccidere il mondo vecchio e ne fa uno nuovo, risemantizzandolo. L’altra poesia centrale, Nike, presenta un archetipo femminile opposto a quello oppresso dal dio: è archetipo di vittoria, di libertà dalle catene dell’appartenenza: è vittoria sulla competizione come male originario che provoca la schiera dei vinti. (altro…)

Gjoko Zdraveski, Inediti

(foto di Nikola Kukunesh)

Poesie inedite di Gjoko Zdraveski

 

è tranquillo anche quando non ci sei

stamattina una gazza
è arrivata in volo sul grande terrazzo
e si è posata accanto al vaso di gerani
rimasti sin dalla mia nonna

non ho dormito di nuovo

vorrei che mi insegnassi
come si entra nel sogno di qualcuno
e come vi si sta lì seduti e svegli

laggiù è già estate

terzo giro per l’acquisitore ambulante di cose vecchie
la sua lingua è fittizia
non ci capisco nulla

la mia barba e le mie dita odorano
di garofano marocchino

la mia anima di tè nero e miele di acacia

tu sogna serene le colline
le città e le vite passate

è tranquillo anche quando non ci sei

 

legalize it! etcetera

quale sfrontatezza umana
quella di dissacrare la natura fino al nonsenso.
di crederla di tua proprietà. di vietarla addirittura.
di farla pagare. che arroganza. di ridurla
alle tue strane regole. di deformarla
con il fango che si era depositato nella tua mente.
che cecità. di non vedere il vuoto.
di crederti creatore. di seppellirla coprendola
con le paure dei propri sogni. che presuntuosità.
di crederti portatore di luce. e invece sei un ladro del sole,
in effetti. un mediocre ladro di venti. effimero
e decadente. più piccolo persino del seme
delle erbe proibite.

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Cristina Bove, La simmetria del vuoto (rec. di Luigi Paraboschi)

Cristina Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago itaca 2018

Ho scelto come inizio di questo mio discorrere attorno all’ultima raccolta di Cristina Bove qualche verso che possiamo trovare  a pag. 14:

… starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia

perché mi sembra che  il loro insieme ritrae abbastanza bene la posizione interiore di questa multiforme artista che spazia tra la poesia, il romanzo, la pittura e la scultura.
Dalla frequentazione di queste varie forme espressive l’idea che traspare dai versi  e cioè che “la terra è un campo coltivato a sassi“ sia lo spunto dal quale ha di certo preso  l’avvio  tutto il suo lavoro poetico, e forse non solamente quello.
E quali saranno gli ausili espressivi per sondare quel ”campo coltivato a sassi”, dei quali essa  si serve lungo il suo cammino artistico?
Alcuni li troviamo a pag. 15, nel finale della poesia:

… mi allontano _spossata_ /vestita solamente del mio dire/ ché preferisco tinte delicate/ se proprio devo esprimere un pensiero// […].

Appare chiaro che la fuga da quella realtà frustrante che la circonda e  “annichilisce e ammalia“  la induce a rifiutare nella sua tavolozza linguistica  le tinte forti  perché come  sa chi conosce anche un minimo di pittura, è facile nascondere, o meglio coprire, i “pentimenti“ del pittore usando colori accesi, ma ho la sensazione che l’autrice non abbia avuto pentimenti scrivendo, anche se predilige le tinte delicate, perché il  suo dire è tutto celato dentro queste parole di pag. 24  “… ciò che nessuno vede per davvero/ è la prigione dove stagna il cuore“.
A volte sembra difficile accostarsi alla poesia come genere letterario a causa di una  presunta difficoltà interpretativa, ma i due versi riportati poco sopra sono la sfida per eccellenza per coloro che amano connettersi con il sentimento fondante di ogni autore, che nel caso della Bove, è “ la prigione dove stagna il cuore“.
E dove e da cosa è imprigionato il cuore della nostra autrice?
Si può identificare questa prigione con qualcosa accaduto lontano, molto lontano nel tempo, che deve avere imprigionato il suo animo allora e per sempre.
Scrive a pag. 20: ”… il trenta agosto di tanti anni fa/ sembra passato da un solo minuto“. E’ evidente quanto questa data è stata fondamentale per lei, come un giorno di  “morte/e/resurrezione“, per usare due termini di carattere religioso, e rintracciamo a pag. 83 il chiarimento essenziale per divaricare un poco quelle sbarre che le imprigionano il cuore: (altro…)

UNA COME LEI – 2019 incontri e pratiche di poesia, II edizione

UNA COME LEI – 2019

incontri e pratiche di poesia

seconda edizione

Biblioteca Italiana delle Donne/Centro delle Donne
Da gennaio a maggio 2019 per 5 martedì.

Preview venerdì 18 gennaio h 17:30

Una come lei è il titolo di una poesia di Anne Sexton.

La poeta unì l’urgenza di comunicare all’esigenza di nominare un problema taciuto: la condizione naturale e innaturale di una soggettività femminile che cercava spazio e parola all’interno della società, in cui pubblico e privato erano inconciliabili, e si era quello che si sarebbe dovute essere.

L’idea sviluppata per la prima edizione [gennaio – giugno 2018] da Anna Franceschini e Roberta Sireno, curatrici della rassegna assieme alla Biblioteca Italiana delle Donne, è stata quella di creare uno spazio da costruire nel tempo: un luogo raccolto, esclusivo ed inclusivo, che contenga riflessioni nate da incontri e avvicinamenti sulla poesia e sul fare poesia. Quest’anno il percorso viene riproposto a partire da una preview – venerdì 18 gennaio 2019 – per proseguire fino a fine maggio: un arco di cinque mesi con appuntamenti a cadenza mensile per fare il punto sulla scrittura in maniera creativa, attraverso il confronto con autrici che hanno reso salde ed efficaci le proprie parole.

Crediamo che la parola si alimenti nel confronto, l’affermazione e la conferma altra da noi fa diventare parola la parola detta. Sembra un gioco, ma sappiamo di essere quando troviamo le parole per definirci. Creazione e confronto sono le basi, la partenza di questo tempo dedicato a stare insieme all’interno di un contesto intimo in cui spogliarsi dalle formalità e ridurre le distanze, unendo l’essere autrice con l’essere donna e cosa significhi esserlo, se vale ancora questa differenziazione e, infine, se è necessario affermarla.

Ai laboratori seguirà un momento pubblico, destinato a tutte/i le/gli interessat*, durante il quale sarà presentato il lavoro editoriale e di scrittura: un momento per dare visibilità e rilievo a donne che si affermano prendendo parola e spazio, raccontando le proprie capacità e le proprie opere.   (altro…)

I poeti della domenica #320: Hugo von Hofmannsthal, La nostalgia del vecchio per l’estate

La nostalgia del vecchio per l’estate

Se finalmente luglio fosse invece di marzo,

Nulla mi tratterrebbe, prenderei l’aire
E a cavallo, in carrozza o con la ferrovia
Sboccherei nella bella contrada di collina.

E lì li avrei vicini, gruppi di grandi alberi;
Platani, olmi, aceri e querce:
Da quanto, quelli, non li ho più veduti!

Allora io dal cavallo smonterei oppure:
Ferma! griderei al cocchiere ed andrei senza meta
Avanti, verso il cuore del paese d’estate.

E sotto gli alberi, quegli alberi riposerei,
Nelle cui cime in una,
Giorno e notte sarebbe, non come in questa casa,

Dove i giorni talvolta sono vacui come notti
E le notti insidiose e scialbe come il giorno.
Là tutto sarebbe vita, risplendente, magnifica.

E invece dell’ombra è la beatitudine
Del tramonto, e se un soffio mi sfiora,
Non però mai bisbiglia: «Tutto questo è nulla».

La valle si fa scura, e dove sono case
Sono luci, e l’oscurità m’investe,
Non però di morire parla il vento notturno.

Passo attraverso il cimitero e vedo
Solo fiori cullarsi nell’ultimo chiarore
E proprio di nient’altro sento la vicinanza.

E fra macchie che già s’abbuiano di nocciuoli,
Scorre acqua, e come un fanciullo m’apposto
E non sento alcun bisbigliare di «Invano!».

Io lì svelto mi spoglio per saltare
Dentro, e poi quando rialzo la testa
C’è luna, ma io ancora combatto col ruscello.

Mi sollevo a metà dall’onda ghiaccia,
E un liscio ciottolo dal greto scagliando
Lontano, nel campo, m’ergo nel chiarore della luna.

E sul paese estivo dalla luna argentato
Cade ampia un’ombra: questa stessa che così triste
Mi fa cenno, qui dietro il cuscino, alla parete? (altro…)

Tutti i post di Natale #8: Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

v-s-c

Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire. (altro…)

I poeti della domenica #318: Heinrich Heine, Un’occhiata indietro

 

Un’occhiata indietro

Tutti ho fiutato gli odor che manda
Questa terrena dolce locanda;
Quanto nel mondo c’è di piacere
Io l’ho voluto tutto godere.
Il moka bevvi, dolci mangiai;
Qualche graziosa bambola amai:
Seguii le mode, vestii di seta:
Ebbi anche in tasca qualche moneta:
Ho cavalcato, Gellert novello:
Ho posseduto casa e castello,
De la fortuna sul verde prato
M’ha il sol coi biondi raggi baciato.
Una corona cinsi d’alloro,
Che nel cervello bei sogni d’oro,
Sogni d’eterno maggio esalava;
Onde una dolce m’inebriava
Lenta stanchezza crepuscolare.
Dentro la bocca sentii volare
Piccioni arrosto; poi gli angiolini
Venian recando preziosi vini.
Eran visioni, splendide bolle,
Che si spezzaro; su l’erba molle
Or giaccio: ho rotte da reumi l’ossa,
E di vergogna l’anima rossa,
Tutti i difetti, tutte le gioie,
Ahi!, l’ho scontate con gravi noie,
D’aspre amarezze fui nutricato;
Cimici sozze m’han morsicato;
Crudeli affanni mi contristaro;
Dovei mentire, chieder denaro
A cortigiane vecchie, a usurai;
Credo perfino che mendicai,
Ora son stanco d’affaticarmi,
Giù nella tomba vo’ riposarmi.
Vi do, fratelli, l’addio supremo:
Lassù, s’intende, ci rivedremo.

Heinrich Heine
(edizione di riferimento: Enrico Heine, Poesie. Atta Troll – GermaniaPoesie varie tradotte da Giuseppe Chiarini, Quinta edizione riveduta e corretta, Nicola Zanichelli editore, Bologna 1923, pp. 328-329)

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I poeti della domenica #316: Paul Celan, TU GIACI

TU GIACI nel gran tendere l’orecchio,
circondato da arbusti, da fiocchi.

Va’ alla Sprea, vai all’Havel,
va’ ai ganci da macellaio,
ai candelabri rossi per mele da infilare
dalla Svezia –

Giunge la tavola con i doni,
svolta a un Eden –

L’uomo divenne un colabrodo, la donna
dovette nuotare, quella troia,
per sé, per nessuno, per ognuno –

Il Landwehrkanal non scroscerà.

Nulla
——s’incaglia.

 

Paul Celan
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Gianluca Garrapa, Intervista a Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018

 

  1. Commissario Magrelli, ci dica, come mai, secondo lei, il suo omonimo autore, ha deciso di ingaggiare proprio un Commissario e vestire i suoi panni per scrivere questi versi? Forse la risposta è in questi versi della prima poesia?

 “Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia […]”

o esiste una ragione più profonda nel fatto di voler scegliere la forma poetica per mettersi “sulle tracce dei misfatti / che restano impuniti a questo mondo […]”: cosa ci risponde?

Tempo fa rimasi sorpreso da una frase di Edoardo Sanguineti che diceva più o meno: la poesia nasce dall’antipatia. Nulla come questo libro potrebbe dimostrarlo. Già anni addietro composi un Haiku intitolato Contro l’abuso di Haiku. Ebbene, Il commissario Magrelli nasce proprio da una forma di profonda insofferenza verso la “giallizzazione” della letteratura, un disturbo che raggiunse il suo culmine quando a Parigi, in un Salone del libro dedicato al nostro paese, “Le Monde” uscì con quattro pagine esclusivamente dedicate al noir italiano, senza nemmeno menzionare il nome di Mario Luzi, ospite della rassegna (per chi non lo sapesse, sto parlando di un poeta). Da quel momento, un po’ scherzando, un po’ meno, è nato questo libro.

 

  1. Leggendo i casi e i misfatti versificati nel libro, non ho potuto fare a meno di notare un registro colloquiale e elegante, il verso libero e una struttura poetica che è lontana dalla lirica che racconta di un io. Il suo autore omonimo, come ha ben notato lei, anche se lei non legge,

“Il commissario non legge, ma una volta
trovò questa poesia
(divertente, diceva – l’autore
si chiama come me), […]”,

il suo autore omonimo, dicevo, sembra uno di quei poeti antichi che raccontavano le gesta di eroi che tutti ben conoscevano e, ahinoi, pure sappiamo la cronaca che la televisione ci propina tutti i giorni, e dunque questa è poesia del quotidiano, ma non dell’effimero, poiché, scrive sempre il suo autore in esergo, la citazione è di Hugo Ball, ma lei non legge e non sa chi sia Hugo Ball (era un poeta, scrittore e regista teatrale dadaista): “Tutto funziona, solo l’uomo no”, e questa è una verità universale e trans-temporale. Ma ci dica: perché, molto spesso, le cronache poi dimenticano le vittime? E il suo autore omonimo come risponderebbe a questa grave mancanza?

Il fatto che esistano addirittura delle trasmissioni televisive dedicate a scavare nella psiche dei colpevoli, la dice lunga su questa anomalia. Che poi sia il servizio pubblico ad assecondarla, la dice lunga su cosa si intenda oggi per “servizio”, e cosa per “pubblico”. Quanto a me, ho scritto Il Commissario proprio per denunciare una malattia del genere – malattia, va da sé, che non ha nulla di interessante, in quanto dovuta solo e soltanto agli indici di ascolto, e dunque al solito ritornello delle vendite. Termino riportando una battuta del grande musicologo Massimo Mila, il quale ricordava come nessuno possa esimersi dal fermarsi per strada davanti a una rissa. Ebbene, la nostra tv non fa che provocare risse per attirare l’attenzione dello spettatore-consumatore-acquirente del mercato pubblicitario. Ciò spiega tale inconsulta, criminale predilezione per l’universo criminale. (altro…)