poesia

H.M. Enzensberger, Hommage à Gödel

Illustrazione di O. Herrfurth

Trilemma di Münchhausen.
Gödel da Enzensberger:
Tirarsi pei capelli
da pantani perpetui.
(A.M. Curci)

 

Hommage à Gödel

Il teorema di Münchhausen, cavallo, pantano e ciuffo,
è affascinante, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

A prima vista il teorema di Gödel
pare modesto, ma pensa:
Gödel ha ragione.

“In ogni sistema sufficientemente potente
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili,
a meno che il sistema
stesso sia privo di fondamento.”

Tu puoi descrivere la tua lingua
nella tua propria lingua:
ma non del tutto.
Tu puoi esplorare il tuo cervello
con il tuo proprio cervello:
ma non del tutto.
Ecc.

Per giustificarsi
ogni sistema pensabile
deve trascendersi,
cioè distruggere.

“Sufficientemente potente” o no:
l’assemza di contraddizione
è un fenomeno di carenza
oppure una contraddizione.

(certezza = infondatezza)

Ogni pensabile cavaliere,
dunque anche Münchhausen,
dunque anche tu sei un sottosistema
di un pantano sufficientemente potente

E un sottosistema di questo sottosistema
È il proprio ciuffo di capelli
questa leva
per riformisti e bugiardi.
In ogni sistema sufficientemente potente
dunque anche in questo pantano qui,
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili.

Queste proposizioni, afferrale con la mano
E tira!

 

Hans Magnus Enzensberger, da: Die Elixiere der Wissenschaft
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Bruno Lijoi, L’albero della vita

Il coraggio della semplicità: L’albero della vita di Bruno Lijoi

Ci sono componimenti poetici che hanno il pregio di restituire efficacia e veridicità all’affermazione di Hamann, secondo il quale “la poesia è la lingua materna del genere umano”. Questo vale senz’altro per i testi qui raccolti. Che cosa lega la poesia di Bruno Lijoi, oggi, nel 2018, a ciò che Hamann, il quale, insieme a Herder, fu l’autore che preparò il fondamento teorico dello Sturm und Drang, affermò ben oltre due secoli fa? E soprattutto, ha senso porre un quesito di tal fatta?
Provo a rispondere a entrambe le domande, partendo dalla seconda. Ha senso avvicinare la scrittura poetica di Bruno Lijoi a una affermazione, come quella di Hamann, che rischia la vertigine dell’universale, perché è necessario, oggi ancor più che in altre epoche, non perdere di vista le coordinate principali del poiein, vale a dire: che cosa significa creare poesia, quali sono i suoi nuclei fondanti e fondamentali attraverso ere e latitudini? I testi di Bruno Lijoi offrono, nel loro manifestarsi, più di un appiglio, più di una prova dell’ubi consistam della poesia. Lo fanno, ed ecco la risposta al primo quesito, con il coraggio della semplicità. Non della banalità, si badi bene, non della schematizzazione, bensì della schiettezza del dire e, insieme, della responsabilità nel creare (creare, sì, creare) uno spazio comune e comunicabile attraverso lo strumento linguistico, anche quando la poesia si fa grimaldello, ariete all’assalto, divinatore o perfino ‘vittima’ del mistero.
Il mistero assume di volta sembianze diverse, si carica di declinazioni spesso affiancata a due a due: mistero dell’esistenza umana e dell’universo, del tempo e dell’eternità, del male e della mitezza, della luce e dell’ombra, della perdizione e della salvezza, dell’individualismo insensato e della prova della coralità. In questo farsi “lingua materna del genere umano”, la poesia di Bruno Lijoi affronta temi e topoi che, pur consueti, familiari a chi frequenta testi poetici, vengono riproposti con la forza pacata della meditazione e del passo che avanza, contemplando e vivendo.
Il procedere del passo conferisce il ritmo a un insieme di testi che si apre, non casualmente, con una constatazione che, espressa alla forma impersonale, intende avere il significato di una condizione condivisa: «Si cammina». Lupi famelici, la poesia che si apre proprio con l’affermazione «Si cammina», mostra inoltre un’architettura insieme semplice e ben meditata. È composta, infatti, da tre strofe, collegate tra di loro tramite l’anafora iniziale, e, con immagini vivide ed essenziali, rende l’errare nell’oscuro e nel fumo denso, rende la minaccia della voracità fagocitante, ricorrendo alla metafora antica, dantesca, e qui rinnovata, dei «lupi mai sazi», così come alla potenza evocativa dei versi, i quali lanciano un ponte al linguaggio pittorico, in questo caso al dipinto di Pieter Brueghel Il Vecchio La parabola dei ciechi: «chiudendo gli occhi/ allo spiraglio di luce».
Tra le figure retoriche, quelle alle quali Bruno Lijoi ricorre con esiti convincenti sono l’anafora – che dispiega la sua azione con notevole frequenza, e dunque, oltre che nella già menzionata Lupi famelici, in Si corre, Sorridimi ancora, Assalti tardivi, L’ombra, Dimmi amore!, Preghiera, Fragilità umanaMio fratello, Di sole e di luna, In cammino, O Divina – e la similitudine: «sordo come Ulisse» (Le Parche), «e ora come goccia silente/ erode paziente le certezze» (Crepe), «come onde in divenire» (Fragilità umana).
L’altissimo coefficiente metaforico di tutti i componimenti nel loro intero sviluppo, dal titolo, all’articolazione, alla chiusa, riporta il ragionamento all’assunto iniziale circa la natura della poesia in generale e della poesia di Bruno Lijoi qui presentata. Se è vero che il discorso poetico si caratterizza per il suo procedere per analogie, per individuazioni di nessi, legami, parentele, affinità, somiglianze che non disdegnano il ricorso frequente al “salto nel ragionamento”, in vista di una formulazione densa e percepibile all’orecchio ancor prima che all’occhio, in vista di un unicum di forma e contenuto, L’albero della vita di Bruno Lijoi dà prova incoraggiante di possedere questa caratteristica.

© Anna Maria Curci

Lupi famelici

Si cammina
sul crinale di sentieri
immersi nel buio,
abbandonati,
in balia
di lupi mai sazi.
Si cammina
in ordine sparso
avvolti da un fumo,
acre e denso,
in sale chiuse
senza poterlo disperdere.
Si cammina
oltre il silenzio
chiudendo gli occhi
allo spiraglio di luce
celato
oltre le porte sprangate. (altro…)

Giovanna Amato, Poesie da “L’inizio della scrittura”

È appena uscito L’inizio della scrittura, silloge di poesie d’amore di Giovanna Amato edita da FusibiliaLibri, ed ecco per voi tre poesie in anteprima. Per tutte le altre informazioni, visitare qui. Buona lettura intanto da Poetarum Silva!

 

È come possedere una città. Poi una legione
divampa. Fa il suo ingresso. Ad uno ad uno
soldati disarcionano le torri
annientano difese sbigottite
si estendono alle porte delle case,
pulsanti; fino all’ultimo, il tedoforo,
che silenzioso avanza dalla breccia.
Non reputo rovina
il cremisi che si agita tra i sassi
mentre i granai stipati vanno al rogo
e l’invasore svetta a colpi d’ascia
la testa dei feticci sull’altare.

L’amore è una battaglia non campale,
come un assedio visto alla finestra.
Ed è la quiete, come il sacerdote
che spazza il tempio; quiete come il vinto
che lustra lo schiniere al vincitore.

 

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo
alla volta affrescata di un trigramma.
Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,
tortile e sporgente dal soffitto.
Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura
(l’opera umana che assidera la gravità)
alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,
c’era chi provava per quel cristogramma
e per quel marmo da curvare con le mani
la bruciatura dei primi martiri che io
provo per te.
Ho una voce d’organo nel petto.
Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare
ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,
stordisce ogni pensiero che non ti riguarda
mio agnello mia colomba.
Usciamo all’aria.
La guida alza la voce per coprire
la sirena di un’ambulanza di passaggio,
vita che prosegue
anche se io sono innamorata di te.

 

Rispondo con una domanda al merlo
che mi interpella dal suo davanzale.
Rinunceresti forse alla fiammata
del sole quando plani in un mattino
freddissimo e invernale, per restare
sicuro che la bora non ti spiumi
non ti disperi e abbatta e squassi e mieta?
Lui mi risponde con un cenno muto.
Lascia che accada, lasciami l’ustione
come lo sfregio resta sulle mani
di chi ha cavato da qualche miniera
Dio con le dita.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri, 2018

 

 

 

Salvatore Contessini, La cruna

 

Salvatore Contessini, La cruna. Poesie. Prefazione di Piero Marelli, La Vita Felice, 2018

Nel passaggio attraverso la cruna stretta, cozzo e confronto permanente con altro corpo estraneo o comunque avvertito come tale – sia esso tempo, materia, massa inerte o valanga che travolge – la parola poetica assume, declina ed elabora nella raccolta di Salvatore Contessini tutti i predicati che la rendono voce peculiare e, con la forza propositiva che a ragione Piero Marelli riconosce, nella prefazione, come propria di questo volume, insostituibile e inalienabile.
Provo dunque a enunciare alcuni dei predicati della parola poetica ai quali La cruna di Salvatore Contessini conferisce senso e movimento: anticipare e ampliare, artigliare, perfino, comprendere e comporre, definire e dilatare, esplorare e far emergere, rovistare, riconoscere e ricollegare.
È un elenco ben lungi dall’essere esaustivo e che adopero, tuttavia, come punto di riferimento per illuminare, di volta in volta, le tappe di un itinerario poetico costituito da testi che riportano tutti l’anno di composizione – in un arco di tempo che va dal 2011 al 2017 – e che si distinguono, senza esclusione di alcuno, per l’espressione raffinata eppure palpitante di tensione, testimonianza e manifestazione della corda tesa dal pensiero e del suo inevitabile e inseguito passaggio attraverso una cruna, strettoia e prova e sfida e affinamento.
Corda, passaggio e cruna assumono – ed è questa una delle peculiarità, è questo uno dei pregi della raccolta – connotati diversi, fogge e voci che mutano con il mutare e persino con il mescolarsi di una pluralità di ambiti di riferimento e comparazione: la fisica, l’astronomia, la matematica, la filosofia.
Le composizioni di Salvatore Contessini in La cruna restituiscono e rilanciano i viaggi di esplorazione del pensiero, il suo inerpicarsi e il suo distendersi, l’ardire del passaggio in gole strettissime, in crune, appunto, e in feritoie, così come le soste feconde di medit/azione.
Alla vastità dell’esplorazione si affianca la precisione geometrica dell’architettura: due parti, La cruna e L’artiglio, entrambe divise in tre parti ed entrambe introdotte da un componimento iniziale che precede la tripartizione (Dove osano i pensieri, Campo morfico, Recursioni per La cruna; La grazia, La forza, Il segno per L’artiglio). Chiude la raccolta, annunciata come Epilogo, la poesia Elaborazione dati, che sintetizza con straordinaria efficacia paradossi e dibattimenti, tira le somme, ricongiunge i fili e, ancora, indica nell’interrogativo la prosecuzione. Sembra quasi superfluo, dinanzi a tanto chiaro risuonare dei titoli, sottolineare la presenza in atto e in voce di un preciso programma compositivo. (altro…)

Riletti per voi #18: Martina Campi, Estensioni del tempo (di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Estensioni del tempo, Le Voci della Luna 2012

Tutti i poeti conoscono momenti grevi: cadute di gusto, lati narcisistici, meschinità, angustie. È un fatto che ha a che vedere con l’umanità dell’autore più che con la sua capacità artistica. La poesia di Martina Campi è priva di questi momenti. Può avere lati deboli sul piano artistico, ma non conosce cadute sul piano umano. È il frutto di una natura quasi innaturalmente buona e di un complesso esercizio interiore. Chi la conosce (e ho la fortuna di conoscerla) sa che Martina è un essere silenzioso, ma straordinariamente presente: parla pochissimo con la voce, e molto col suo semplice esserci. È una creatura scoperta, che tutto sente e tutto vive a un livello di empatia quasi patologico, eppure trae una sua autorità proprio da questo. E’ una donna che ascolta, ed anche la sua poesia, come quella del rimpianto Christian Tito, è una poesia in ascolto.
La sua prima raccolta pubblicata si intitola Estensioni del tempo (Le Voci della Luna, 2012). Cosa vuol dire estensioni del tempo? La memoria va ad Ungaretti e al suo modo di far esplodere la parola rendendola un intero verso; e anche al modo che aveva di leggere la propria poesia, con le vocali che non finivano mai e le consonanti come spari verso l’alto.
Martina Campi è anche una performer, e ascoltare le sue registrazioni è istruttivo. Insieme al marito Mario Sboarina e al gruppo sperimentale Memorie del Sottosuono ha trasformato le proprie poesie in eventi musicali. Su una timbrica strumentale da uovo cosmico, la sua voce dilata parole in nenie allucinate. Sarebbe un paesaggio sonoro postumano, se non fosse che la voce di Martina, timida, incrinata, mai astratta, è invece così profondamente umana.
Molti di questi versi sono finiti nelle performance di Martina. Non saprei dire se sono nati per esse, ma la loro vitalità performativa è palmare. Prendiamo una poesia come La danza: vedremo scorrere immagini magiche, mosse, sfuocate, non sempre intelligibili. È un rituale, una sacra rappresentazione, simile ai Carmina burana di Orff:

«Profondo è il respiro
e sempre
più pesante
il corpo
nello scivolare
dondolare
oltre la
sera
lieve
partecipano
gli oggetti
cari
e ogni luogo
partecipano
con una fretta
agitata
allargandosi
che poi
lieve
sfiata
lieve
d’ali
disperde
partecipano
alla veglia
smuovono
lo spazio dentro
il blu.»

L’assenza di punteggiatura, il verso che isola parole singole -enfatizzando persino le preposizioni con enjambement pieni d’attesa-, i verbi all’infinito e al gerundio: tutto crea una diga di silenzio entro cui Martina versa il suo lago sonoro. È così che si generano le estensioni del tempo. (altro…)

Ingeborg Bachmann, Dire cose oscure

 

Il 17 ottobre 1973, quarantacinque anni fa, moriva a Roma Ingeborg Bachmann. Su Poetarum Silva sono apparsi molti contributi dedicati alla scrittura di Ingeborg Bachmann e diverse traduzioni, edite e inedite. Oggi, 17 ottobre 2018, ancora una traduzione inedita sarà l’occasione per ricordare Ingeborg Bachmann.

 

Dire cose oscure

Come Orfeo io suono
la morte sulle corde della vita
e fin dentro la bellezza della terra
e dei tuoi occhi, che governano il cielo,
so dire solo cose oscure.

Non dimenticare che anche tu, all’improvviso,
quel mattino in cui il tuo giaciglio
grondava ancora rugiada e il garofano
dormiva sul tuo cuore,
vedesti il fiume oscuro
che ti passava accanto.

Tesa la corda del silenzio
sull’onda di sangue,
afferrai il tuo cuore vibrante.
Tramutati furono i tuoi riccioli
nella capigliatura d’ombra della notte,
i fiocchi neri delle tenebre
caddero come neve sul tuo volto.

E io non ti appartengo.
Di entrambi ora è il dolore.

Ma come Orfeo io so
la vita dalla parte della morte
e mi diventa azzurro
l’occhio tuo chiuso per sempre.

 

Ingeborg Bachmann

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Ben Mazer, Poesie di febbraio (trad. di Angela D’Ambra)

 

Ben Mazer
Poesie di febbraio
February Poems[*]

 

1.

Il sole brucia bellezza, senza posa prilla il mondo,
benché ora a letto tu dorma, un altro giorno
alacre te ne vai sul marciapiede, nel tuo paltò cammello,
in un’altra città, con la mano saluti da un battello,
o studi in una biblioteca d’archivio,
come Beethoven, e pensiero è prodigio.
Non struggerti, come i fiori, il tempo e l’atmosfera
o il lombricaio, le piantine inumate in primavera,
al mattino, col caffè, non supporre non m’importi,
ch’io trascuri quell’eterica vita che in vita tu porti.
Oh, averti ora vorrei, in tutta la tua gloria,
del pluri-popolato transatlantico la storia
di ciò che noi fummo, tempo verrà d’obliare
essere così ricchi e transitori, e pure non bramare.

1.

The sun burns beauty, spins the world away,
though now you sleep in bed, another day
brisk on the sidewalk, in your camel coat,
in another city, wave goodbye from a boat,
or study in an archival library,
like Beethoven, and thought is prodigy.
Do not consume, like the flowers, time and air
or worm-soil, plantings buried in the spring,
presume over morning coffee I don’t care,
neglect the ethereal life to life you bring.
O I would have you now, in all your glory,
the million-citied, Atlantic liner story
of what we were, would time come to forget
being so rich and passing, and yet not covet.

 

2.

Mensola infinita, d’oriuolo sguarnita,
la parete uniforme s’interrompe, e con figure scorre,
in solitudine perfette, il tempo s’è fermato,[1]
e il vento va correndo tra le chiome degli alberi:
questa è perfezione, in pura isolazione,[2]
oblio mai tanto pieno d’ogni senso,
ché sono amato, e la finestra deve fermare
la neve che soffia a raffiche dal polo.
Vasto viavai di fiocchi e fiocchi senza speme di terra,
colma il cielo col brulichio[3] di balenii e brillii
sul lustrore del vento, pel mio albero diletto,
e nel tenebrore io so cosa tu sei per me:
oltre le griglie di luci d’appartamenti impilate,
nella parola che è nulla, e nel mondo che è nottate.

2.

Infinite mantel, bereft of a clock,
the flat wall stops, and runs with figures,
perfect in solitude, time has stopped,
and the wind goes running through the hair of the trees:
this is perfection, in pure isolation,
oblivion never so rich with all meaning,
because I am loved, and the window must stop
the snow that comes blowing down from the pole.
Vast earth-forlorn traffic of flake after flake
fills the sky with the bristle of glimmer and glint
on the sheen of the wind, through my favorite tree,
and in blackness I know what you mean to me:
beyond the stacked grids of apartment lights,
in the word that is nothing, and the world that is nights.

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I poeti della domenica #296: Katherine Mansfield, Canto del mare

Canto del mare

Non voglio più pensare al mare!
Alle grandi onde verdi
E alla concava spiaggia,
Alle grotte di roccia bianca –
Non più, non più pensare
Al flutto e all’alga,
Al ribollir di schiuma.

Vive nella mia casa lontana la Memoria,
Non ha niente a che fare con me.

È vecchia e curva,
Ha un fagotto
Sulle spalle.
Sparse tutte le lacrime,
La voce, un roco schiocco.
Con un vecchio bastone
Spinoso avanza zoppicando,
E una pazza canzone
Ora lenta, or veloce
Le ansima in gola. (altro…)

Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti

Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti, Terra d’ulivi Edizioni 2018

Con alfabeti segreti si leggono e si creano codici, si esplora, si seziona, si ricompone l’esperienza, ché altro non è la poesia: fare un’opera perenne, perché in perenne divenire, ininterrotta, incessante, di codifica e decodifica del dato sensibile che giunge alla coscienza, oppure del bagliore di un lampo afferrato, dell’intuizione strappata nel corso di una immersione temeraria, là dove non osa addentrarsi chi si accontenta della conoscenza monodimensionale.
Questa concezione attiva, proattiva e reattiva della poesia è ai miei occhi alla base di tutta l’opera di Fernanda Ferraresso. È senz’altro caratteristica rilevante in questo suo libro, Alfabeti segreti, apparso in questo anno 2018 nella collana “Parole di cristallo” della casa editrice Terra d’ulivi.
Si tratta di alfabeti segreti in una molteplicità di accezioni. Sono infatti alfabeti secreti, distillati dalle più profonde, dalle più intime considerazioni, esplorazioni, perlustrazioni; sono alfabeti nascosti, dal momento che l’astuzia del passaggio del testimone si avvale di codici accessibili solo a chi è disposto a fronteggiare lo strazio del transitorio, per superarlo e pervenire agli «alfabeti impossibili dell’oltre»; sono alfabeti reconditi, a cui è possibile attingere dopo aver affrontato rischi per raggiungere recessi inesplorati; sono alfabeti intimi, profondamente legati a un lessico che non si spaventa del privato e del visionario e che necessita dunque di chiavi di accesso inusuali.
Ritroviamo, anche qui, come in opere precedenti di Fernanda Ferraresso – per esempio nel libro Nel lusso e nell’incuria del 2014, anch’esso pubblicato da Terra d’ulivi – con la stessa funzione fondante di crocevia, nel dispiegarsi di alternative, lo stilema che consiste nell’avvicendarsi di parole che hanno in comune la sillaba o le sillabe iniziali. Le «arnie» e gli «arnesi» che appaiono le une di fianco agli altri in uno dei componimenti centrali della raccolta si fanno catalizzatori del senso e narrano di una precisa nozione circa operosità e strumenti del dire poetico. (altro…)

I poeti della domenica #293: Garcia Lorca, Se tu

 

El cielo se perderá:
muchacha campesina,
bajo el cerezo,
lleno de rojos gritos,
te deseo.

El cielo se borrará…
Si intiendes esto,
al pasar por el árbol
me darias tus besos.

Il cielo scomparirà:
ragazza contadina,
sotto il ciliegio,
pieno di gridi rossi,
ti desidero.

Il cielo si cancellerà…
Se tu lo capissi,
passando sotto gli alberi
mi baceresti.

 

Poesie sparse, Garzanti 1987; traduzione di Carlo Bo

Gabriela Fantato, La seconda voce (rec. di Giorgio Galli)

 

Gabriela Fantato, La seconda voce, Transeuropa edizioni 2018

Una concretezza metafisica domina l’ultimo lavoro di Gabriela Fantato, intonato al meglio della tradizione letteraria lombarda. La seconda voce è un libro in cui è difficile entrare, che all’inizio sembra quasi ostile, respingente. Un libro scontroso, che per prima cosa ti presenta le sue spine. La lettura è concessa solo a chi non se ne lascia impaurire. E allora si scopre che quelle spine sono erette a protezione di una ricca sostanza umana. Come in certe musiche ruvide e toccanti – penso a Brahms, a Janacek, allo Stabat Mater di Poulenc.
Se la poesia scaturisce sempre da un trauma, questa poesia scaturisce dall’origine collettiva dell’attraversamento di un disincanto. Concreta e tenacemente “politica”, la Fantato assume a punto di partenza il dramma del suo paese e della sua generazione. Ma guarda a fondo in un cosmo ristretto per attingere il massimo dell’universalità.

«Eravamo i ragazzi eskimo e blue jeans
e come credevamo, come lo sognavamo
il mondo tutto nuovo dentro una milano che piano
ci svaniva tra le mani, piano ci ha buttati via

tutti, di lato.
Sotto le caviglie rotte della storia.»

«Ecco, là davanti, le cose,
tutte le cose – ferite, spaiate, radunate
dentro il sonno di un popolo,
smisurato l’oblio
e così nessuno vince la pena del finire.
E il buio.
Certo, la moneta chiude il cerchio,
ma le corde non tengono…

Resta solo lo scontro dentro
l’alfabeto perduto della carne,
dove si usura la fatica dell’amore,
la forza del destino.»

 

«La vita è uno straccio gettato
sopra i resti di chi fu
——————–e se n’è andato,
di chi ti ha stretto forte e chi
——————–non ha capito
e i sorrisi a crescere sopra
il male, sopra la corsa a perdifiato,
quella giù dritta, là in collina quando
cercavi ancora cuccioli
——————–e segnali
quando credevi che nascere era un sogno.» (altro…)

Stefano Vitale, dalla raccolta inedita “Lo stato dell’arte”

Dalla raccolta inedita Lo stato dell’arte (2018)

 

PROLOGO

Ascoltare il caos
nell’aperta voragine dei pensieri
senza direzione né rassegnazione
cercando riparo nella nicchia del caso
riflesso d’un più vasto supposto destino
che tarda a venire altrove impegnato
e tutto si riavvolge
in quel che era e ancora sarà
affinché s’accenda un lume paziente
nel tempo lento d’una sarabanda.

 

Il disordine ci assedia
scava una trincea
sotto i nostri passi
gesti incerti arrancano
sulla salita delle ore scivolano
sul ghiaccio delle improvvise
decisioni, sconclusionato mescere
di spostamenti d’aria nel terremoto
che avvolge lo sguardo
che tenta di raccogliere i pezzi
del nostro profilo
che vorremmo ancora
intero, ancora per poche ore,
per favore.

 

Restiamo prigionieri dei confini
qui tracciati, avvinti al nostro corso
nell’immobile andatura
d’una strada sdrucciolevole e sconnessa
smarriti tra buche e fossi
anche solo per scommessa.
Ma siamo questa terra
mossa da passi nervosi
da corse sciancate, risucchiati nell’aria
respirata avidamente e tramandata
di molecola in molecola
sino a ricongiungersi con l’altra parte di noi
nascosta tra i terrazzi d’un paese sconosciuto
tra le dune d’una spiaggia
lontano da quel che siamo
né mai conosceremo. (altro…)