poesia

I poeti della domenica #174: Ingeborg Bachmann, Hôtel de la Paix e Esilio

Hôtel de la Paix

Dalle pareti crolla senza far rumore il peso di rose,
e dalla trama del tappeto spuntano fondo e fine.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #173: Ingeborg Bachmann, Girotondo e Nella bufera delle rose

Girotondo

Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.

Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.

Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

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L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

opera in mostra all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Foto GianniMontieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno
DANTE, V canto dell’inferno (Francesca da Rimini)

*

 

Hai mandato a gambe all’aria il fatto
si è aperto la strada e lo sterno
si è spaccato
in due perfette metà
in due barche di gloria
e l’urlo della bestia è salito fin sopra il monte
ha stroncato l’attesa ha rifatto la strada
ha fatto gli odori sul fuoco
ha pianto
ha insinuato
ha fatto l’eco alle stelle spente
il mio urlo tutto.

*

Stanno qui le belve, qui intorno – leccarsi la ferita
levare il sangue, leccare
nella giusta direzione
governare la formazione della crosta.
Bisogna che si sappia il male
lo si lecchi come lupi
lo si tenga a margine – come quella volta
che una benda era bastata a rimediare
cucciolo di lupo senza tana. Glielo dicevi, come sulla soglia,
mentre il pianto risaliva la corrente
che penetri in profondo – e non si veda
quell’urlo bieco che t’impala
quella bava
quel ventre aperto sulla riva.
Perché hai già saputo farlo, dopo il viaggio
dopo tutte le parole, dopo i pesci e le zanzare
morire, leccare.

*

Gli animali aspettano la sera
in compagnia del branco, stanno
coi segreti come sassi tra di loro
e alberi, i segreti che fanno
il loro fiuto. Sapersi immortali nei fatti
notti che nemmeno fumare bastava
nemmeno la voglia
quel margine in cui si metteva la schiena
si cuciva a mano la leggenda
con la spada ben puntata sulla testa
e nessuno che provasse a farla franca
insieme dritti verso il nulla.

*

La caverna delle labbra
quella volta che il sapore era di fumo
quella volta che di vino si spegneva –
erano linci alla messa della sera
zampe tese sul letto, in agguato
un pasto consumato in tutta fretta –
briciole che ancora segnano le strade
denti rosi dalla carne, crudi
eravamo ogni sera
crude braccia e poca luce
Non sappiamo più come facevamo il vento
quando c’era caldo e sete
e le linci ci battevano la vena –
il nome scarlatto inciso sulla nuca
e il destino di tutti piantato nella schiena.

*

Ci si assume il peso delle bestie
una volta fuori nella nebbia
scendere le scale della metro come un infero
saputo – quando leccavamo il pelo al riparo dei lampioni
le iene si accucciavano sfinite nei portoni.
Di quando i patti eran siglati
con il fiato, ad oggi restano bocconi
secchi e luci, sotto l’ala grande del dolore.
Ci si salva ritornando, un treno dopo l’altro
un morso al cuore e ci si fa coraggio
che tutto resta accanto e sotto –
come una traccia dello sguardo
che quando torni e accendi gli occhi
il buio è pesto, ma riconosci il salto.

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I poeti della domenica #171: Peter Härtling, Tentativo di parlare con mio figlio

Peter Härtling in occasione di una lettura di poesie di Hölderlin a Nürtingen. Foto di Jüptner

 

Tentativo di parlare con mio figlio

Volevo raccontarti,
figlio mio,
nella rabbia
per la tua apparente
indifferenza,
per l‘estraneità
tra di noi,
di cui ti riempi la bocca,
volevo raccontarti,
ad esempio,
della mia guerra,
della mia fame,
della mia povertà,
di come sono stato strapazzato,
di come non sapessi più che fare,
volevo
rimproverarti
la tua ignoranza,
la tua pace,
la tua sazietà,
il tuo benessere,
che sono
anche i miei,
e mentre stavo
già lì
a parlare,
a tempestarti di colpi
di ricordo,
compresi che
null’altro ti stavo insegnando
se non odio e paura,
invidia e ottusità,
viltà e assassinio.
Il mio ricordo non è
Il tuo.
Come spiegarti
l‘incomprensibile?
Così parliamo
di cose
che conosciamo. (altro…)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

*

(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

*

(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

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I poeti della domenica #170: Giulio Casale, Ho imparato una cosa

Giulio Casale, foto di Monica Conserotti al Festival dei Matti 2017

HO IMPARATO UNA COSA

Io vengo dal Veneto
e ho imparato che nella vita
come nel radicchio
solo il cuore va mangiato.

Il resto è schermo
in balia del tempo che darà l’inverno.

Questa storia è un cuore ritrovato.

*

© Giulio Casale, Ho imparato una cosa da Sullo zero, Papergraf edizioni (ultima ed. in ebook 2014)

I poeti della domenica #169: Giovanni Raboni, Guerra

raboni – credits Getty Images

Guerra

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso,
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato tra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? Non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

*
© Giovanni Raboni, Guerra, da A tanto caro sangue (Mondadori, 1988), ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte, Sartoria Utopia 2017, € 20,00

*

oggi ho voglia di niente
fregare il presente
ritrarre le foglie

usare i colori in modo incosciente
aprirmi le mani
toccarmi la vita in modo indecente

*

Ossibuchi

chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco

*

Quando la pelle pensa

Si fuma penombra fra le dita
i nostri confini sfumano
nei bassi del cuore
di cinque sensi
non uno
rimane al suo posto
radunati in superficie
chiedono alla pelle
di poterla toccare
quella infine pensa
e impara a godere
nell’essere l’organo più sociale
prima di tornare
ad estinguersi nel rituale
di quattro vestiti
che la sprofondano
celebrando un funerale
la pelle impara ora il dolore
dell’essere cerebrale

*

Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

*

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Luciano Nota, Cinque poesie inedite

Che grande albero, il mio albero nudo,
estroso come un miraggio,
fiotto a tutto tondo.
Quando m’accosto
ha fruscio di mare,
un gorgo che scoppia d’ossigeno.
Vortice talora alloglotto
sul tralcio dei pesci.
Arido tronco
da te sorseggio acqua.

*

Crolla l’alfabeto ansante
dei vertici e degli spassi.
Globo rimane quel cespuglio
sospeso a distanza
tra stufe e nembi
fremente come una fiamma.
La clave si è spezzata,
stende le braccia sopra l’argilla.
Qualcuno addita. Si entra accorti
nella stanza del bruco
che lento cammina e non torce la schiena.
Farfalla di sera
troppo lussuosa per farne rosario.

*

Si ricorda di me la rana
e l’orma del lichene.
Di solito bevo seme
in quel posto nascosto chiamato ambra.
Faccio all’amore di sera
in diagonale sotto i rami.
Invecchio al tramonto
e puntualmente alle tre m’addormento.
Cerco nel sonno la scossa…
Ritorna il fungo sul marciapiede
l’alga nel bicchiere.
E d’improvviso la rana,
la punta del ramo che mi corteggia il piede.

*

Più lo sfiori
e più il mio cuore s’ingrossa.
Per favore, ciò che ho negli occhi
è un avanzo immortale
un laccio troppo umano.
No, il tuo pacco non bestemmia,
è stelo rigonfio, quasi stella.
È la mia pelle che coraggiosamente
lancia il giglio nella fornace.
Cosa vuoi che faccia?
Tremo. Poi percorro te
morbido senza tremare.

*

VOLO

(al mio amico Giuseppe Dimilta)

Magra consolazione
aver parlato ai ramarri
ai passeri sotto la pioggia.
Il dissidio era scintillio
per i tuoi arti spalancati alla vita.
Bastava un accenno di caccia
e Diana era sul nibbio, con gli stivali
sformati dal vento.
Senza pudore è l’apostolo
che non riesce a capire
il tuo slancio solitario
l’opera piena della tua esistenza.
Il rumore che non hai voluto
nell’attimo tuo di rondine.

©Luciano Nota

I poeti della domenica #166: Christine Lavant, Se mi lasci entrare

Christine Lavant, fonte pubblico dominio

Christine Lavant, Se mi lasci entrare, trad. di Anna Ruchat, in Poesie, Effigie 2016

*

Se mi lasci entrare, prima che si sveglino i tuoi galli,
starò al tuo servizio nella casa di ossa
batterò il tamburo del cuore, respirerò per te
e per tre volte innaffierò la rosa sacra
al mattino, a mezzogiorno, la sera.

Se mi lasci entrare, prima che gli occhi brucino,
scioglierò in me il tuo riflesso
per renderlo sovrano sopra gli angeli
e lo proporrò a Dio come sua copia
piena di fede, di speranza, di amore.

Se mi lasci entrare, prima che le mie ali si spezzino
decapiterò per te la morte con la serpe nove volte
estirperò la radice della pena e la mangerò
poi prenderò per te dal plesso solare
il pane, il vino e la colomba.

*
Wenn du mich einläßt, bevor deine Hähne erwachen,
werde ich dienen für dich in dem knöchernen Haus,
will die Herztrommel schlagen, den Atem dir schöpfen
und dreimal die geistliche Rose begießen
am Morgen, am Mittag, am Abend.

Wenn du mich einläßt, bevor meine Augen verbrennen
schmelze ich drinnen für dich dein Spiegelbild frei
und mach es zum König über die Engel
und schlage es Gott als sein Ebenbild vor
voll Glauben, voll Hoffnung, voll Liebe.

Wenn du mich einläßt, bevor meine Flügel zerbrechen,
köpfe ich neunmal für dich mit der Schlange den Tod,
grab die Gramwurzel aus und esse sie selber
und hole dir dann aus dem Sonnengeflecht
das Brot, den Wein und die Taube.

I poeti della domenica #165: Christine Lavant, A ogni osso

Christine Lavant, A ogni osso, trad. di Anna Ruchat, in Poesie,  Effigie 2016

*

A ogni osso della mia spina dorsale
il dito del sole pone una domanda diversa –
io non lo ascolto, abito sotto al giorno
perché al centro delle mie orecchie risuona
uno strato dopo l’altro la campana incorporata a pezzi
e rigetta la salma del tuo nome.
Da tempo invecchia nell’ospizio la mia volontà
sul tetto si scioglie l’ultimo fiocco
del freddo sapere e penetra nel legno.
Le domande sulla sofferenza del raggio di sole
portano alla luce molte cose dal fondo del pozzo.
Lì dentro non guardo mai, guardo nella fossa
del mondo stravolto, dove ci siamo incontrati
e conto gli ossicini del tuo nome
mentre i miei sotto il colpo di sole
si ravvivano. Ognuno arriva a se stesso
e sa quello che è stato ed è, e predice il futuro.
Solo le ossa del cranio schivano ogni cosa
sentono il calore del sole come un puro trivellare
verso il segreto nascosto tra le mie orecchie.

*

An jeden Knochen meines Rückgrats stellt
der Sonnenfinger eine andre Frage –
ich hör nicht hin, ich hause unterm Tage,
denn in der Mitte meiner Ohren gellt
von Schicht zu Schicht die eingesprengte Glocke
und wirft den Leichnam deines Namens aus.
Mein Wille altert längst im Armenhaus,
auf seinem Dach zerschmilzt die letzte Flocke
des kalten Wissens und es sickert ein.
Die Pein-Befragung durch den Sonnenschein
bringt viel zu Tage aus der Brunnenstube.
Ich schau nie hin, ich schaue in die Grube
der Aber-Welt, wo wir zusammenkamen,
und zähl die Knöchelchen an deinem Namen,
während die meinen unterm Sonnenstich
ermuntert werden. Jeder kommt zu sich
und weiß was war und ist, und sagt voraus.
Der Schädelknochen nur weicht allem aus,
er spürt die Sonnenwärme nur als Bohren
nach dem Geheimnis zwischen meinen Ohren.