poesia

Djelloul Marbrook, Tre poesie

Djelloul Marbrook, Tre poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Ambizioni grandi più di quelle d’Alessandro.[1]

Ho ambizioni più grandi di quelle d’Alessandro.
Voglio che gli specchi mi cedano i loro segreti
perché si fidano di me, voglio
spazzare via la cagione per cui
tu brilli di luce intermittente e non
di luce fissa. Voglio vedere,
in un istante, le sfaccettature tutte del gioiello,
voglio includere nella misura in cui sono incluso,
voglio sapere il sapore di ogni elisir
prima che raffini i suoi elementi, voglio
peccare in questo modo assurdo, e ricevere
perdono perché faccio ridere creature aliene
al punto che la loro sostanza segreta
cade e noi vediamo orrori troppo gloriosi
per negarli, questo voglio spiegare ad Alessandro
in un modo tale che lo ispiri ad astenersi
dai rimpianti per avere incenerito Persepoli[2].

[1] Questa è la prima delle poesie ricevute dall’autore. È inclusa nel libro Nothing True Has a Name, Leaky Boot Press, UK, pubblicato 15 gennaio 2018
[2] http://www.lastampa.it/2012/07/18/cultura/alessandro-non-troppo-magno-piu-barbaro-dei-barbari-BrLsv7zFcUwHMw1MPlTlxN/pagina.html

Ambitions larger than Alexander’s

I have ambitions larger than Alexander’s.
I want mirrors to give up their secrets
because they trust me, I want
to wipe away the matter that causes
you to twinkle instead of emitting
steady light. I want to see
all the facets of the jewel at once,
I want to enclose as much as I am enclosed,
I want to know how each elixir tastes
before it ennobles elements, I want
to sin in this preposterous way
and be forgiven for making alien creatures
laugh so hard their stealth material
falls off and we see horrors too glorious
to deny, I want to explain this to Alexander
in a way that inspires him to forego
his regrets about burning Persepolis down.

 

Providence, 1959

Versami questi ricordi nella testa,
fingi che ci sia uno scopo,
turba il sonno dei morti:
il naso sventrato di Frank Cahill,
il foro nel cuore di Armin Meisner,
Judy malconcia alla nostra porta,
e Amy dalla mano sanguinosa.
Bambini che allevano bambini –
ci ha aiutati tutti, Dio,
nella pioggia di Providence?
ci ha aiutati, noi che profittavamo
della birra Narragansett,
dolore post-partum e pezzi omaggio
per i nostri catorci?
Dio benedica l’Esercito della Salvezza
per abiti e mobilia
e la Marina per la mia quiescenza –
versami questi ricordi nella tomba,
rimestali con urina in un giorno d’inverno
poi guardami risorgere e svanire.

 

Providence, 1959[1]

Pour these memories into my head,
pretend there is a purpose,
trouble the sleep of the dead:
Frank Cahill’s gutted nose,
the hole in Armin Meisner’s heart,
battered Judy at our project door,
and bloody-handed Amy.
Children raising children—
did God help us all
in the rain of Providence,
help us who helped ourselves
to Narragansett beer,
post-partum grief and cumshaw parts
for our jalopies?
God bless the Salvation Army
for clothes and furniture
and the Navy for my see-ya pay—
pour these memories into my grave,
stir them with piss on a wintry day
and watch me rise and blow away.

[1] N.A. This poem is from Even Now The Embers, Leaky Boot Press, UK, published February 18, 2018.

 

Tredici versi nudi

per Susan Aberth

Cantare a lungo non posso, né a lungo restare
ma nella radura di cerchi intersecati
da dietro un frassino ho guardato i riti sacri
dei nostri compagni e so quanto molto dipenda
dalla tolleranza degli stolti
Questa è la terra dell’eclisse parziale
dove eventi più di sigizie strani
ci sfuggono da sotto i piedi e le parole
rifiutano d’esser squartate sulla ruota e liquidate
e nessuno che ha retto la luce del sol niger
sarà mai ancora attratto
da profumo d’umano
Cantare a lungo non posso o rimanere affranto.

 

Thirteen naked lines[1]

for Susan Aberth

Can’t sing for long can’t stay for long
but in the glade of interlocking circles
from behind an ash I’ve watched the sacred rites
of our companions and know how much depends
on the tolerance of fools
This is the land of partial eclipse
where stranger than syzygy events
spin out from under our feet and words
refuse to be broken on the wheel and sold
and no one who has stood in sol niger light
will ever be drawn to the scent
of a human again
Can’t sing for long or stay forlorn

[1] N.A. Thirteen Naked Lines is from the book, Other Risks Include, Leaky Boot Press, UK, to be published March 15, 2018.

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Nato ad Algeri nel 1934, Djelloul Marbrook è un poeta e scrittore americano in lingua inglese. È cresciuto a Brooklin, West Islip, e Manhattan dove ha frequentato la Dwight Preparatory School e la Columbia University. Veterano e redattore di giornali in pensione, vive nella mid-Hudson Valley con sua moglie Marilyn.
Il suo libro Far from Algiers (2008, Kent State University Press) ha vinto il premio Stan & Tom Wick Poetry 2007 e l’International Book Award 2010 per la poesia.
Djelloul ha anche ricevuto il premio letterario Literal Latté 2008 e quattro menzioni d’onore per la narrativa da New Millennium Writings.
È autore di nove libri di poesie e sei di narrativa. Le sue poesie sono state pubblicate in riviste quali American Poetry Review, Barrow Street e in raccolte antologiche quali l’antologia New Millennium 2017, Red Sky (l’antologia Sable Books 2016 sulla violenza contro le donne) e Dove Tales, l’antologia Writing for Peace 2016.
È prevista per il 2020 la pubblicazione della traduzione francese, realizzata da Jean-Yves Cotté, di quattro libri di Djelloul Marbrook: tre di fiction e la raccolta poetica Brash Ice.

Laura Rainieri, In altre stanze

Laura Rainieri, In altre stanze. Prefazione di Mario Melis. Postfazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni Cofine 2018

Che cosa è necessario perché la poesia possa accedere e muoversi In altre stanze, come recita il titolo del libro più recente di Laura Rainieri? A quali altre stanze si fa riferimento? Anche da questi interrogativi sono animati i testi di una raccolta dotta e ricca di vie di accesso, diritte e impervie che siano, ad altre stanze.
È del tutto legittimo supporre che il termine “stanza” vada letto qui in più accezioni, o, ancor più precisamente, con sfaccettature che trovano tra di esse punti di intersezione: dimora, luogo di sosta e riparo, camera segreta, strofa di un componimento. Tenendo fermo, dunque, l’assunto del carattere plurivoco del vocabolo “stanze”, carattere reso ancora più complesso dall’aggettivo abbinato, “altre”,  mi accingo a delineare alcuni possibili percorsi all’interno dell’opera di Rainieri oggetto di queste considerazioni e a trovare in essa risposte agli interrogativi espressi in apertura.
La ricorrenza della congiunzione “se”, la sua frequenza come sillaba di attacco di numerose anafore, rivela come il dispiegarsi di ipotesi, l’esprimere determinate condizioni – siano pure, tali condizioni, di marcato azzardo e rischio – si attestino come presupposti, dunque come varchi di accesso ad altre stanze e, allo stesso tempo, come riconoscimento e accettazione di limiti, oltre che come sfida a saggiare costantemente la resistenza di tali barriere: «Se affonda con i pioppi riflessi», «se nello smottamento confonde case (Con i pioppi riflessi), «Se qualcuno furtivamente ti fa un dono/ e più splendido lo dice di un diamante?». «Se lo scopri che è un fuoco d’artificio […]?», «E se un canestro è vaporoso […]?», «Se qualcuno dice – Mio dolce amore -» « Se qualcuno il cui tronco ha tanti giri/ osa dire – Mio dolce amore -», «Se il giorno è avaro», «Se un corpo abbiamo un corpo» (In altre stanze),«Se il sogno incontra il sogno» (Questa serenità), «Se cerchi di spezzare un filo» (Otre), «…eppure se l’uno esiste» (… eppure se l’uno esiste), «Se tutto è stato detto nel vuoto vortice» (Il detto), «Non è morbida la neve/ se ha uno zoccolo/ di ghiaccio stratificato.» (Il tempo della neve), «E se piove il verde è cupo» (E se piove il verde è cupo), «se recitando dice la verità» (La lontananza), «Se non ha ali per volare» (Un’estate).
Altra chiave di accesso alle altre stanze è senza dubbio il paesaggio, carico di affetti e valenze, che sia esso radicato nell’anima, illuminazione nell’incontro di un giorno o esposto alla devastazione degli umani. In tal senso si può affermare che la dimensione geografica – dalla natia Bassa e dal «Taro fangoso» (abbinato a questo aggettivo il fiume delle origini ricorre in più di un testo) al quartiere Alessandrino di Roma – di questa poesia costituisce un tratto identificativo di primaria importanza e che il testo di apertura, Con i pioppi riflessi, raccoglie in maniera esemplare aspetti e moti di una animata geografia che è anche geografia dell’esistenza.
Sempre nella poesia che apre la raccolta, Con i pioppi riflessi, si fa strada, dapprima timidamente, poi con un carattere deciso che occupa quasi con prepotenza la scena, una tavolozza di colori che spiccano per il loro doppio legame, da un lato al paesaggio nel quale si manifestano, dall’altro al significato simbolico al quale tendono: «dire a che serve/ che il sole inanella il bucaneve/ e tenta la viola timida l’uscita?/ Il sole rosso di fuoco beffardo/ si affaccia a quasi notte:/ una sortita/ sulla china dell’argine». L’azzurro ricorre con il suo carico potentissimo di connotazioni e con gradazioni varie di intensità, per alternarsi talvolta al giallo, con esiti vivaci e corrispondenze con le arti figurative (la pittura di Paul Klee in Passaggio). E il giallo si intreccia al rosso per effetto del sole a novembre in Lucania antica (Latronico). (altro…)

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte

 

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte – poesie -, Edizionifolli, Milano e Bologna 2017

Una piccolissima morte, raccolta preziosa nella cura di forma e sostanza, non è soltanto testimone e terapia e dramma – un atto unico in più quadri – ma è anche raffigurazione efficace di due moti in costante e fecondo conflitto nella poesia di Francesca Del Moro: spalancarsi e sottrarsi, offrire il petto e rannicchiarsi, incantarsi fino all’annullamento e vedersi spietatamente, perfino attraverso gli occhi di un dio irascibile o indifferente, un big brother stanco dal ventre gonfio di birra, sul quale pende tra il desolato e il divertito, il disperato e lo scanzonato, il sospetto di essere stato l’ispiratore della pellicola di Jaco Van Dormael Le Tout Nouveau Testament (nella versione italiana Dio esiste e vive a Bruxelles).
In molti versi, in più di una composizione, ho ritrovato, con accenti insieme dolenti e dissacranti, Francesca Del Moro della raccolta che è stata per me guida e accesso originario alla sua poesia, vale a dire Le conseguenze della musica; ho ricevuto dunque la conferma di una scrittura nella quale efficacia ed espressività si incontrano in una forma compiuta. Dinanzi ad altri passaggi, ad altre composizioni, ancora, gli occhi hanno sorriso alla mente che diceva all’orecchio: fermati, dove corri, non vedi che la bellezza è qui?

© Anna Maria Curci

Dentro le chiese vuote
l’aria è cosi ferma e la luce,
anche la fiamma che trema,
sembra prigioniera.
In belle terracotte ammiro
la passione di Cristo
ma la mia piccola passione
mi fa perdere il filo.
Non credo in niente
ma accendo una candela
e per poterti ritrovare qui
dico perfino una preghiera. (altro…)

Lorenzo Poggi, Se questo è canto

Lorenzo Poggi, Se questo è canto, Controluna 2018

Se questo è canto conferma, con voce e moto resi saldi da una cura quotidiana, le qualità della poesia di Lorenzo Poggi: invito sonoro a “restare umani”, lode del dubbio al cospetto di slogan e di adunate di massa, sguardo attento alla natura, che è radice, è vita, è insegnamento. Nuovi, vale a dire più espliciti, più vividi, sono la consapevolezza circa i propri strumenti poetici (Ciò che so fare), le passioni, le predilezioni, perfino i sogni (Senari appassionati, Paesaggi montani, Oltre il fosso) e il risalto dato alla riflessione su natura e funzione del dire in poesia, del ‘canto’, dunque, come annuncia il titolo della raccolta. Consapevolezza e vibrante esercizio di discernimento sono le fonti di una luce efficace e feconda per chi legge, che sia essa cruda nella ripetizione cruenta sul palcoscenico devastato, sulla tolda ‘calcata’ della storia, o gentile, nel quieto riaffermare la propria dignità, il proprio compito controcorrente (Poeti).

© Anna Maria Curci

 

Ciò che so fare

So gettare parole nel fondo di bottiglia
agitare per bene e leggere
ardite composizioni d’inesplicabile valore.
So pure appallottolare idee
nel deserto di pagine bianche
e osservare origami mal-nati.
Oppure comporre musiche
strizzando fiori di loto,
scolpire croci nella pietra
ed orme sprecate nel letto di fiumi.
So anche rimestare nella spazzatura
frasi non dette, assonanze perdute,
versi senza ali che
hanno provato a volare.

(altro…)

Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

biancamaria_frabotta

Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

Irene Sabetta, Inconcludendo

La dolente indolenza della contemporaneità: Inconcludendo di Irene Sabetta

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. In quale tempo, su quale schermo – o schermati da che cosa – si incontrano high tech e urna greca, Facebook e John Keats,  da quale sistema binario (autopoietico?) spunta, sgorga, rompe gli argini il binomio «verità-bellezza bellezza-verità»?  Il riferimento all’ora del tè non è soltanto, allora, un inchino – irriverente riverenza – a Lewis Carroll, ma si avvale di una formidabile ‘addizione’ etica. Se la parola “addizione” sia da interpretare come aggiunta o se essa sia imparentata all’inglese ‘addiction’, a una qualche forma di dipendenza, resta una questione aperta, e l’uscio è lasciato socchiuso da colei che scrive. Certo è che questa ‘addizione etica’ è  irrobustita dal richiamo non esplicito, ma avvertibile da chi ne voglia cogliere gli indizi, a quel passaggio di Aqualung dei Jethro Tull, che già nel 1971 denunciava la ‘dolente indolenza’ delle magre azioni civili: “salvation à la mode and a cup of tea”.

© Anna Maria Curci

ContemporaneaMente

Voce del verbo mentire.
Narciso ha ucciso il camaleonte.
Elogio al frammento lungo, lunghissimo
che almeno tenti di dire.
Discorso facebook illimitato, plurimo e connettivo
o rutto d’insieme sincopato.
Autopoiesi in un post.
Il tweet del tordo nella siepe in 140 caratteri.
Non vorrei non-essere
altamente non contemporanea
ma un po’ di differita…
Non per googlare, lo giuro,
per essere enciclopedica e on and on
ma: pensare!
RomanticaMente,
come J.K. che a 25 anni
prossimo alla morte e sommo poeta
sente la bellezza dei fiori dipinti sul soffitto e della fine.
Capacità di negarsi,
sparire senza i fifteen of fame
rinunciando alle donne e agli uomini, come il principe.
Riferirsi ad altro.
High tech for metaphysics:
schermo uguale urna greca,
verità-bellezza, bellezza-verità. (altro…)

Francesco Lorusso, Il secchio e lo specchio

Francesco Lorusso, Il secchio e lo specchio. Nota di Guido Oldani, Manni 2018

Il secchio e lo specchio, raccolta pubblicata nel marzo 2018, è una conferma della solidità del percorso poetico di Francesco Lorusso. Le cinque sezioni che la compongono – Il secchio e lo specchio, Sette interpunzioni strette, Erosioni marine, Bottino dei naviganti, Se torna il temporale – sono testimonianza di una cura anche nell’architettura di un’opera che già nel suo titolo scopre le carte: essa è giocata, infatti, sulla mescolanza di suoni contigui e sulla pluralità di significati, sul potere evocativo delle parole e, ancor prima, sulla loro capacità di farsi specchio – immagine riflessa, ma anche specchio ustorio – di un mondo da tempo ormai secchio, vale a dire portato di scorte e di scorie. Più riuscita appare l’espressione là dove allitterazioni, assonanze e richiami interni ed esterni trovano esito felice in un respiro del verso meno contratto dall’umor nero, più duraturo e universale pur nella constatazione, necessariamente malinconica, dell’avvenuta ovvero dell’imminente perdita, come avviene nel verso finale, nel magistrale endecasillabo del III componimento della prima sezione: «da una balbuzie digiuna e diversa» o nell’ossimoro rivelatore del VII componimento della stessa sezione: «dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce».
Le cronache dell’oramai: questo potrebbe essere un sottotitolo alla raccolta, che, tuttavia, non di rado sa donare lucentezza, proprio per contrasto e per una sapiente composizione del contrasto, alla “parola alla deriva”. Sì, perché è chiaro, che è il logos, tutto parola e pensiero insieme, di cui si narrano naufragi, erosione, risucchiare di gorghi, impantanamenti in infida fanghiglia, sfracellarsi su scogli. Lo specchio contiene anche coscienza del rischio del narcisismo, o, per essere più precisi, del compiaciuto permanere tra le secche della fine. E su questo limite Il secchio e lo specchio di Francesco Lorusso sa conservare un suo equilibrio, delicato e allo stesso tempo allenato da un esercizio quotidiano di osservazione e riflessione.

© Anna Maria Curci

 

Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.

Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa. (altro…)

Nel tempo e nell’urto, di Alessandro Bellasio

a.bellasio

Alessandro Bellasio, Nel tempo e nell’urto,
LietoColle, Como 2017, pp. 68, € 13

 

La tragica sorte della parola nella poesia di Alessandrio Bellasio

di Lorenzo Babini

 

Nel tempo e nell’urto rappresenta l’esordio poetico di Alessandro Bellasio, una voce di rara forza espressiva che sembra scaturita dalle braci delle più estreme, forti e radicali esperienze post-simboliste europee (Celan, Benn, Esenin).
L’evidente frammentazione del verso mediante il ricorso a misure minime, disposizioni a scaletta, frequenti separazioni strofiche, corsivi e spaziature interne realizza e incarna sulla pagina quello che può essere considerato come uno dei temi centrali della raccolta, cioè quello di una parola ferita e incrinata, tragicamente consegnata al dominio della morte e del nulla: «scheggia di purezza/ senza protezione,/ giunta da un altrove/ invocante luce –/ ultima, assiderata dea/ dei tuoi inchiodati:// notturna, polverizzata/ parola
A partire dal titolo della prima delle tre sezioni che compongono la raccolta, Alfabeto del nulla, Bellasio riconosce come unica possibilità di espressione quella che sappia portare in sé la cifra del proprio fallimento e della propria impossibilità, rimanendo esposta alla pervasiva minaccia di una totale disintegrazione: «Canto/ che non è canto/ ma vento venuto via dal petto// atomo di freddo, graffio nella pietra/ patria congelata// rovo/ della mente// spina,/ sterpo,/ quasi/ niente.»
Il motivo, mutuato da Heidegger, dell’uomo come essere-per-la-morte viene tradotto sulla pagina in versi lucidi e struggenti che, posti in posizione terminale, assumono la funzione di sentenza ultima e definitiva: «il buio, il nulla/ incide/ in noi la sua testimonianza»; oppure: «è questa la morte/ questo il regno cui dobbiamo ubbidire.» Anche la parola è irreparabilmente danneggiata, consegnata a questo implacabile destino, ma, prima di rassegnarsi e tacere, nell’attimo prima di precipitare, sa farsi incandescente e raggiunge gli esiti più alti di tutta la raccolta: «e tu/ prendi fuoco, tu/ sei il fuoco divampi/ alla tua coscienza d’incendiato.»
Mentre la figura del poeta si eclissa, identificandosi sempre più come colui che scompare dentro il suo silenzio per non ritornare, la parola continua a scavare e a lanciare scintille, a trovare forse, per sottrazione e negazioni successive, in un contesto in cui è abolito persino il principio di non contraddizione («Non è/ tempo il tempo,/ non/ pensiero il pensiero»), una feroce e disperata affermazione dell’esistenza; parola-chiave, questa, dell’ultima sezione della raccolta, intitolata Il sangue delle date. La non rassegnazione ad essere un puro nome che scompare nella morte e la timida, eppure forte e significativa, affermazione di un’evidenza dell’esistere si esprimono in versi di grande originalità e forza espressiva: «Qui ci accadde, addosso,/ l’esistere come in mezzo a una slavina»; «Non vi sarà parola, nome, data/ vita che non sarà scontata –/ tutto è scritto, per sempre, su questo/ referto senza verità.» La lotta incessante e senza tregua tra l’esistere e la sua fine conduce ad un inquietante e pacato finale in cui, forse sotto il segno di Pascoli (Nebbia) o di Montale (Forse un mattino andando…), la vita appare in termini di illusione e ignoranza e questo traguardo rappresenta una sosta fragile e provvisoria, in attesa che si riapra la partita, oppure l’ultimo, soffuso, silenzioso movimento di una caduta a precipizio nel buio.

Lorenzo Babini

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca 2017

Da un incontro che l’autrice stessa definisce nell’introduzione, con le parole del famoso saggio di Freud, “perturbante”, sgorga il flusso di Paesaggio con ossa di Lella De Marchi. È l’incontro con Malina, o, per essere più precisi, la visione di Malina, «nuda e distesa nella roulotte», il punto dal quale si diramano le considerazioni che vanno a comporre un poema, il cui titolo, così come si ma­nifesta fin dal primo componimento, altro non è se non la natura di questa visione: «Malina nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio/ con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vi­ve solo di sé.» Oltre il dato di fatto, vale a dire l’aver portato del cibo, nel contesto dello svolgimen­to di lavori socialmente utili, a una giovane tossicodipendente, dal corpo magrissimo e coperto di ecchimosi a causa di un recente stupro, ospitata temporaneamente in una roulotte, su “un giaciglio malsano”, si innalza e si modula la testimonianza di una contesa sfiancante e permanente tra bellez­za e sfacelo, tra puro e turpe. Malina «sembrava la regina dolente di un regno invivibile», afferma Lella De Marchi nell’introduzione. Il poema che narra di questa regina e di questo regno, narra an­che di chi ha visto e ne dà testimonianza.
Vivido e vuoto sono aggettivi che si alternano, si affiancano in questa visione rivelatrice e rinnova­ta, con esplicita allitterazione o con tacito richiamo. Vita nonostante il vuoto, la deprivazione di ogni ornamento, vita che vive di una bellezza che si afferma per contrasto, rovescio e capovolgi­mento di ogni orpello. Quel nome, Malina, giunge alle mie orecchie con un carico antico e un fasci­no sempre nuovo, dalla fiaba Jungfrau Maleen (La vergine Malvina), che apparve fin dall’edizione del 1850 delle Fiabe dei fratelli Grimm. Malvina è una principessa bellissima, punita per il suo amore e costretta, da una sentenza del proprio padre, tanto crudele quanto ingiusta, a trascorrere set­te anni murata, nell’oscurità e con la sola compagnia di un’altra fanciulla, l’affezionata cameriera, nella stanza di una torre. Quando insieme all’amica – resistenza e tenacia si daranno il cambio per sostenersi vicendevolmente – riuscirà ad aprire una breccia nel muro e insieme, oltre le rovine del mondo in cui erano state murate, cercheranno e non troveranno accoglienza, si nutriranno di ortiche, diventeranno sguattere, gli stenti e le privazioni non avranno turbato la bellezza di Maleen/Malvina. Sia il suo silenzio, sia il suo canto distingueranno il suo cammino fino all’avventuroso incontro con l’amato. Paesaggio con ossa – il richiamo ai montaliani Ossi di seppia, come ricorda Caterina Da­vinio nella sua nota Il corpo come paesaggio, postfazione al libro, è una delle numerose e feconde suggestioni di questo libro – di Lella De Marchi, proprio come la fiaba riportata dai fratelli Grimm, ha l’incanto doloroso di un viaggio di scoperta che si nutre dell’incontro, dell’accadere del prodi­gioso, di ciò che suscita stupore e meraviglia. Davvero si ha l’impressione che l’io lirico, dal prolo­go menzionato in apertura, Malina distesa nella roulotte è svegliata da noi dal nostro, per tutte le quattro parti, Movimenti, Astuzie, Deliri, Gesti, che compongono il poema e precedono l’Appendice, si configuri progressivamente come quella compagna di sventure e avventure di Maleen/Malvina nella fiaba, dalla prigionia, agli stenti, alla testimonianza di una bellezza inusuale e misconosciuta, di una gloria calpestata, ma non annullata. (altro…)

Maria Grazia Insinga, Etcetera (doppia nota di lettura)

 

Maria Grazia Insinga, Etcetera, Fiorina edizioni
Doppia nota di lettura

 

Etcetera di Maria Grazia Insinga dischiude cieli e lande e flutti situati – e scovati – in luoghi discosti. Da altri relegate, forse per pavido sentire, da altri messe al bando, “tutte le altre cose” si manifestano qui come metamorfosi moltiplicate, oltre le rassicuranti versioni ufficiali, al di là dei miti addomesticati e delle dicerie annacquate. A chi spetta il compito di esplorare maschere e forme di presenze, correntemente designate – così da poter essere riconosciute come ‘altre’ (et cetera!) – come “il mostro”, “la dea”, “la bestia”, “l’avvelenatrice”? Da dove vengono “tutte le altre cose” qui narrate? I quesiti sono leciti e affiancano la lettura di un’opera che merita il sottotitolo “Ex ceteris”; essa proviene infatti da “tutte le altre cose”, che esistano in natura o no (si veda la citazione in esergo da Rilke), che siano filiazioni di menti individuali oppure di sentire comune. Per ciascuno dei componimenti qui raccolti, le postazioni dalle quali si narra, oppure si descrive, o, ancora, si rivela, sono molteplici («dentro il nicchio di ulivo preservate»; «un intero bosco di bestemmie silvestri»; «in un mar rosso/ in cerca della coralligena»; «in extremis»; «dall’altro/ capo»; «assi di legno tappeto di foglie i miei piedi»; «il suo tappeto è interdetto ai morti»; «non era la tromba del giudizio erano/ scale a spirale sul nulla»; «in questa fogna») e non di rado tanto difformi da risultare sonoramente, oltre che intenzionalmente, spiazzanti.
Occorre allora accettare l’invito a un viaggio vertiginoso tra alture e abissi, sprofondare nella terra e lanciarsi a «succhiare l’ultima acqua dell’ultimo fiume», se si vuole – e questo è, ai miei occhi, l’invito, qui sfida, della vera poesia – riemergere trasformati, più consapevoli di «tutte le altre cose».

© Anna Maria Curci

 

Poche settimane fa, durante una presentazione a Palermo, la poesia di Maria Grazia Insinga, e in particolare quella della sua ultima opera Etcetera, è stata accusata da uno spettatore di mancare di tragicità. Un rischio che può correre un tipo di scrittura che non propone dichiarazioni perentorie sul mondo, ma segue le traiettorie dei significanti aspettando che significati inattesi si dischiudano nell’après-coup («le insepolte in extremis le stremate»; «terribile tutto ciò che inizia/ con terra e finisce con moto/ e con bile e terreo con ore»). Ma il punto è che la poesia della Insinga non abdica affatto alla tragicità del senso, anzi la fonda proprio nell’impossibilità di chiudere il discorso, di esprimere una verità almeno parziale, di risolversi in sentenza. Questi versi resistono insomma alla tentazione di una poesia sapienziale, apodittica, in fondo rassicurante. L’indagine resta invece per sempre e drammaticamente sospesa, come il titolo, tutt’altro che minimalista, vuole annunciare: «in empiterno fararsi etcetera etcetera».
Proprio a ridosso del punto di afasia e sparizione ricorre l’immagine dell’animale, della belva, del mostro, di matrice rilkiana, come la citazione iniziale rivela («Oh, questo è l’animale che non v’è in natura./ Non lo si sapeva, ma egualmente è stato/ – il collo, il portamento, l’andatura,/ fino alla calma luce dello sguardo amato.»); quel testo dai Sonetti di Orfeo (II, 4) andrebbe accostato al Rilke delle Elegie Duinesi, che nell’ottava elegia accerchia l’inesprimibile con un dispositivo figurale molto simile: «Con tutti gli occhi vede la creatura/ l’aperto […] Poiché vicino a morte più non si vede morte,/ si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale». La scrittura tragica della Insinga si muove lungo lo stesso recinto sacro, di una sacralità negativa, fatta di cose che non sapremo: «dentro il nicchio di ulivo preservate/ il sacro corpo da sacrilegi vari» (Il mostro). Come in Rilke, questa retorica orfica e magica serve soprattutto a esprimere i limiti percettivi del soggetto, e la sua sofferenza rispetto a questa limitatezza; da cui immagini di vertigine, accecamento, morte: «l’altra è incoronata senza testa e corona/ da quel momento cammina sulla tigre»; «non era la tromba del giudizio erano/ scale a spirale sul nulla o l’orecchio/ della bestia meravigliosa» (La bestia); «e prima di tutto dice mostro a maturare di luce» (L’avvelenatrice); «è solo oscuro il baio» (Sigillo). Ne deriva l’eloquenza inceppata di una poesia che “non sa dire”, che comincia dove finisce l’animale e viceversa: «manca l’animale che non c’è/ la visibile felicità la non visibile/ insieme tiene il simbolo e insieme/ non sopravvive alla poesia». Per dirla con un antico adagio, hic sunt leones, qui si ferma il discorso comune e perfino quello poetico, prolungato di un soffio dalla reticenza di un etcetera.

© Andrea Accardi

IL MOSTRO

Dentro il nicchio di ulivo preservate
il sacro corpo da sacrilegi vari e i rimanenti
murate la nicchia per pietà e rispetto
muratele il petto urlano i muti e i muti seni e l’altre cose
indicano dove scavare e finirà l’ossigeno etcetera
e il lume e la targhetta d’argento giurerà

è la testa della madre della madre
accorreranno nobili a dividerle il cranio e altre cose
all’altro capo barattare polvere con la terra
fuoco con altro fuoco a capo
una grazia con un fottutissimo grazie e niente
in empiterno fararsi etcetera etcetera (altro…)

I poeti della domenica #254: Cees Nooteboom, Pomeriggio

Pomeriggio 

A volte non ci vuole poi molto.
Un pomeriggio di ore levigate
che non si adattano l’una all’altra,
e lui spezzato da se stesso,
seduto su diverse sedie
e dappertutto un’anima o un corpo.

In una parte della stanza è notte
da un’altra parte passato, vacanza e guerra.
Sul soffitto il mare sfiora la luminosa spiaggia,
e non c’è mano a guidare tutto questo,
né maestro di stalla né computer
solo lo stesso stesso, lui,
qualcuno, lo smembrato,
l’uomo non unificato,
in dialogo con se stesso, sognando e pensando,
presente, invisibile.

Uno che se ne sarebbe poi andato a mangiare e a dormire.
Uno con un orologio e le scarpe.
Uno che se n’è andato.
Uno che avrebbe dovuto andarsene.

Uno che è rimasto ancora un po’.

Cees Nooteboom, da Luce ovunque. 2012-1964. Traduzione di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2016, p. 169

Middag

Soms niet zoveel nodig.
Een middag van gepolijste uren
die niet bijg elkaar passen,
en hijzelf door zichzelf verbroken,
zittend in verschillende stoelen
met overal wel een ziel of een lichaam.

In een deel van de kamer is het nacht.
Ergens anders verleden, vakantie en oorlog.
Op het plafond raakt de zee aan het lichtende strand,
en geen hand die dit alles bestuurt,
geen stalmeester, geen computer,
alleen maar dezelfde de zelfde, hij,
iemand, de uit elkaargenomen,
niet verenigde man,
in gesprek met zichzelf, dromend en denkend,
aanwezig, onzichtbaar.

Iemand die later zou gaan eten en slapen.
Iemand met een horloge en schoenen.
Iemand die wegging.
Iemand die weg zou gaan.

Iemand die nog wat bleef.

Cees Nooteboom, da Open als een schelp, dicht als een steen (Aperto come un guscio, chiuso come una pietra), 1978

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.