poesia

Nanni Balestrini, De Cultu Virginis

Nanni Balestrini (in una foto di Dino Ignani)

De Cultu Virginis

Prima di posare sul sagrato si libra ad ali tese
negli specchi di luce bagnata, rotti da un piede verde;
al Malcontento Bar ferisce mortalmente uno sconosciuto
scambiandolo per il suo seduttore.

Altri esempi: torri nel pozzo di San Giminiano, l’amo
al luccio, la rossa in buca. Perciò se al diavolo di Cartesio
(riviviamo il brusco atterraggio che ci lasciò sabato tutti
confusi nelle nostre tenebre

con una gamba ingessata, la penna che macchiò in volo la giacca)
all’ultimo gioco si strappò la membrana – sul Palazzo della Ragione
rivola, proprio quando impugnando l’unica stecca buona
rivinsi al Duca di Sessa

l’abiura. Spesso preghiamo che Dio ci dia una mano
(un cilindro di carta d’amaretto, dateci fuoco in cima,
attenti ! la cenere sale, su quasi fino al soffitto!)
e i bambini imparano che

sbocciano immobili giorni in cui non ricevono doni,
a non calpestare i fiori, strappare ali a gialle farfalle
o fidarsi di uomini che in tasca nascondono molte chiavi
e mutano in una fonte. Un uccello

bianco ogni tanto lacera aquiloni nel sole. TEOREMA:
Francesco Petrarca era forse infelice di non avere il caffè?

 

Nanni Balestrini (2 luglio 1935 – 20 maggio 2019)

Nella sezione Triassico della raccolta Come si agisce (1963), De Cultu Virginis fu pubblicata per la prima volta nel 1957 sul «Verri».

Helene Paraskeva, Storie sogni e segreti (lettura di Plinio Perilli)

STORIE, SOGNI E SEGRETI

i miti classici trasgrediti e rimodernati dalla poesia di Helene Paraskeva

Borges, sempre misterioso e alchemico, lucido ma visionario per partito preso, redenzione doverosa, forse, della Realtà nuda e cruda, ha giocato in lungo e in largo coi miti, astraendone o riscrivendoli, variandoli ad libitum, con una grazia visionaria ma ingegneristica, candida e famelica insieme… Apriamo a caso un suo Meridiano, ed ecco un’Altra versione di Pròteo; o il bizzarro sfogo ultra-classicista Parla un busto di Giano; ma soprattutto, la sua magica, eterna dichiarazione di poetica, che è obnubilata e futuribile all’unìsono: Nostalgia del presente
In quel preciso momento l’uomo si disse…
   Nella poesia moderna e gustosamente anti-classicista di Helene Paraskeva, la nostalgia appunto non è dell’antico, andato e consunto, ma semmai d’un presente anticato, sempiterno e casual, e cioè dei nostri cari ed evocanti miti, che andrebbero appunto utilizzati, scomodati, solo quali risorse ribaltate e catartiche del nostro esoso, estroso attimo fuggente… Un hic et nunc, diciamo, che non sta più solo “qui”, e non avviene solo “ora”, ma di certo è già accaduto, ogni volta uguale e diverso, metamorfico eppure fedele, radicato e variato, metà inconscio collettivo – direbbe Jung – metà archetipo perfettamente individuale, in un’altalena divertente e per paradosso drammatica (ma recitata, of course, scenica) di bel Teatro dell’Anima (od operetta di Psiche: prima ancora che “morale”)…
Così era stato coi più intriganti dei suoi libri precedenti: Meltèmi, Lucciole imperatrici, L’odor del gelsomino egeo… Ora con questa sua ultima, preziosa raccolta bilingue, Storie Sogni e Segreti, con l’adorabile testo a fronte in neogreco, Helene ci conduce in un antro platonico primigenio (o è uno studio televisivo – quello presso la via Tiburtina della Gold TV – One TV – da cui ogni settimana trasmettiamo una puntata conversevole di “Arte e Poesia”?), dove come in una riffa da Parnaso più scanzonato, Storie, sogni e segreti coincidono, e non perché i sogni restino segreti, o i segreti implodano sognati, o soprattutto le storie smettano di essere secretate, obliate, censurate (le storie del mondo tutto, dell’intero diorama dell’Immaginario), e tornino o restino patrimonio lirico, ridda ancestrale, gran rimescolìo d’un Inconscio che è – sulla pagina – perfettamente consapevole della maschera comica o tragica con cui a volte recitiamo, camminando alti sui coturni…
Dunque se torniamo a vivere, usciamo e scendiamo via dalla scena, è solo – squisito paradosso – per scappar via col deus (o la dea) ex machina, e avventurarci magari tra le pagine di carne d’un Sogno chiamato vita, sempre molto più lungo del solo, pur interminabile Giorno del famoso film di Coppola con Nastassja Kinski…
Intanto Helene Paraskeva dà il meglio di sé, parodiando il mito eppure adempiendo il realismo: “Afrodite sulla sabbia”; l’appello dei serpentelli che scappano dalla testa recisa di Medusa; il cranio di Yorick che forse esce ed entra da un videogioco: “Prima che l’identità di plastica / nella tomba ritrovi”. “Sublime Icaro”, poi, è addirittura strepitosa. Con questo eroe luminoso e balzano, monomaniaco come un attor giovane americano in un road movie (che decollando lui trasforma in un fervido, cinetico skyline): “Trasgredisci la Legge Naturale. / Non puoi giocare / su questo tavolo per sempre. / Ma neanche smettere. / Trasgredisci.” (altro…)

“dei poeti”, di Cristiano Poletti

dei poeti 2019

Cristiano Poletti, dei poeti, Carteggi Letterari le edizioni, 2019

Da poco pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti raccoglie alcuni interventi critici di Cristiano Poletti, usciti negli anni (tra il 2013 e il 2019) qui, su Poetarum Silva.
La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.
Articolata in quattro sezioni (In una poesiaIn una figuraIn una parolaIn un libro), è un’opera che passa dall’analisi di testi e delle figure più amate all’interrogazione filosofica di alcune parole-chiave. Ecco gli estratti che abbiamo scelto:

 

da Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini (p. 14)

“(…)
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.”

“(…) un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.”

 

da In una poesia di Ashbery (p. 17)

“(…) Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch». Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca».”

 

da Mario Benedetti, sulla strada per Attimis (p. 27)

“(…)
Madre, persona morta

in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.”

“(…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.”

 

da Solitudine (p. 59)

“(…) Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che in fondo resta primordiale, originario?
Lo sguardo è atemporale ed è questo forse il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi e alla potenza della visione, nella vita come nell’arte. E tanto più da lontano proviene lo sguardo, più lontano punta.
A questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore si potrebbe definire una ‘piena solitudine’, un ‘io popolato’.”

 

da Bonnefoy, parole scelte (p. 77)

“(…) «La parola non salva, talvolta sogna», avverte nella poesia intitolata Nessun dio. Il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue i corridoi della tradizione e si concentra in questo: vedere quello che è, nominare ed essere. Che sia arte o vita, continuano nel sogno.”

 

da Historiae, Antonella Anedda (p. 91)

“(…) Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione.”

“(…)
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.”

 

 

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble 2018

Il titolo della recente raccolta di Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, proietta già verso le due dimensioni dominanti: la verticalità e l’andare oltre, oltrepassare il limite.
A chi conosce e apprezza il percorso poetico di Fernando Della Posta – tra le tappe, Cronache dall’armistizio e, andando ancora più indietro nel tempo, Gli aloni del vapore d’inverno – così come a chi si accosta per la prima volta alla sua poesia, mi preme precisare che Gli anelli di Saturno rappresenta un ulteriore, significativo, passo in avanti nel percorso, non una deviazione.
La poesia di Fernando Della Posta resta, come ebbi modo di affermare qualche anno fa, “fedele e sovversiva”. È fedele all’impegno scelto dall’autore per un dettato preciso e chiaro, per una articolazione, varia nelle forme e nelle misure, ma pur sempre nitida. È sovversiva, perché animata da una “poetica del dissenso” che ha rinunciato alla comoda autarchia del rimpianto per volgere lo sguardo al fuori da sé, anche là dove gli obiettivi sono scomodi, sgraziati, sguarniti di qualsiasi potere consolatorio.
L’elemento nuovo, come sottolineato dalle dimensioni dominanti evidenziate all’inizio della mia nota, è, per così dire, l’aumento della gittata di questo sguardo, il suo sollevarsi verso altezze ardimentose, insieme alla consapevolezza che l’oltrepassare il limite così come il situarsi nella nuda e solitaria “terra di mezzo” di passaggio da una terra a un’altra, da un paesaggio a un altro, da uno stato a un altro, sono scelte che comportano rischi e costi, assunzioni di responsabilità e prezzi da pagare soprattutto in termini di solitudine. Non la comoda autarchia, dunque, non il rassicurante senso di appartenenza e, tuttavia, neanche il “rapimento mistico”, l’uscita di sicurezza, l’evasione, il rifugio. Il tendere alla verticalità si accompagna sempre alla coscienza vigile.
I versi riportati in copertina, quelli del componimento che apre la sezione Spazio profondo, possono essere così considerati una definizione dei ‘luoghi di appostamento’ e dei punti di vista, peculiari e rischiosi entrambi, oltre che un manifesto poetico con apertura di credito allo stupore della scoperta («Scrivere è prima di tutto stupirsi»), anche quando si tratta della scoperta di «un tradimento»:

Stare nei luoghi dei passaggi di stato
non appartenere né all’uno né all’altro
per fare di tutte le fioriture
un’epifania. Un gioco pericoloso:
le corsie preferenziali possono tradire
e i trivi possono fare da falsa prigione,
ma si può scoprire
che non esiste un tradimento più dolce.

Inoltre, è proprio Spazio profondo,  la seconda delle tre sezioni che compongono la raccolta, a porsi come distanza intermedia, nonché, a mo’ di ossimoro, sia come divario sia come congiunzione tra la prima, Saturno, e la terza, Gli anelli di Saturno.
In Saturno lo sguardo spazia su territori diversi, dagli antichi riti arborei della Basilicata in Matrimonio Lucano («Guardo il primo filo d’erba tremulo/ che si staglia in cielo al primo gelo indaco del bosco/ I calanchi fuori dal bosco non hanno la stessa misericordia.»), allo «spiegazzato pentagramma di Ciociaria» che si dispiega Alla Cannataria, antico quartiere popolare a Pontecorvo, città natale dell’autore. Spicca il volo, ma non senza indicazioni dettagliate e, come precedentemente sottolineato, non senza una coscienza vigile. Ecco dunque le Istruzioni per il volo: «Lavora quindi prima sui tiranti e le giunture/ sulla cardatura del piumaggio/ lavora sulla fusoliera al tornio/ così che basti il lancio, armonico/ rispettoso del dettato del mondo.» (altro…)

I poeti della domenica #352: Assunta Finiguerra, da “U vizzje a morte”

 

Nge só juorne quanne só ngrefate
me mette u tuajerre gialle de bbile
nu poche de ciprje a nase e frundile
e fazze a sˇcattambigne solitarje
U prime avé batoste è proprje Dije
pecché ha crejate nu munne delinguende
avenne l’universe pe diamante
che besuogne avije de stu zircone?
A seta strette pò passe vite e mmorte
r’aggiuste pe re ffieste a re matrune
tande c’a vite segliózze a raggione
ca si nun ng’ere a morte tande meglje

6/3/07 7.16

Ci sono giorni in cui sono irritata/ metto il tailleur giallo di bile/ un po’ di cipria sul naso e sulle tibie/ e faccio la rompipalle solitaria// Il primo ad aver batoste è proprio Dio/ perché ha creato un mondo delinquente/ avendo l’universo per diamante/ che bisogno aveva di questo zircone?// Al setaccio poi passo vita e morte/ le sistemo per le feste le matrone/ tanto che la vita singhiozza a ragione/ ché se non c’era la morte tanto meglio

Assunta Finiguerra
Edizione di riferimento: U vizzje a morte (Il vizio della morte). Poesie 1997-2009, Edizioni Cofine 2016, p. 129

Fabio Maria Serpilli, poesie da “Mal’Anconia”

Setanta verzi

 

Cucàle (gabbiano)

Vivémo fra dô blu
de aqua e d’aria
e su sta tera stamo
come su na nave
o ‘n arioplano
Cucàle
in mezo al celo
cun dô lale                         (ali)

E slalo alto
fin’al sol lucóre
sopro de ogni
silenzio e rimore
Sempre più ‘n zu
d’un sagrilegio
movendo l’ale
movendo el celo

 

Angonia (agonia d’Ancona)

   Sota ‘n celo tramonto
mal’anconia conoscio           (malinconia e male di Ancona)
un bel balo de vele
int’un intorno roscio
Sopr’al sacro Còtano          (Sasso, Colle Guasco)
incendia bianco el Dòmo
el Porto giù a baso
abisa pog’a pogo
Cità de l’angonia
quanto meno t’aspeti
alza tut’i canpanili
viè’ su cun tut’i teti

 

Dì’-nun-dì’ (Dire non dire)

Quanta pace c’è ntel tuto
quanta ancó ntel gnente
In quanti fòi cercavo
de méte sti dô verzi
a incastro propio
indove ce diceva
Chisà si ho fato bè
a nun li scancelà?

Si è fadiga a dì
nun dì è più fadiga
Quando
imparo el silenzio

  (altro…)

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca (nota di Letizia Leone)

 

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca, peQuod, Ancona, 2019

Nota di lettura di Letizia Leone

I testi selezionati da Ugo Magnanti dal «corpus virtuosamente esiguo» del proprio repertorio poetico, strutturano questo recentissimo libro uscito per i tipi della peQuod e coprono un arco di tempo che va dal 2005 al 2015. Eppure, a parte l’inserimento di poche poesie inedite, ci troviamo di fronte ad un progetto innovativo là dove i testi, ricollocati in altre potenzialità di senso e narrazione, spezzano la rigidità semantica di scritture già edite e aprono alla metodologia del work in progress. Magnanti da autore/artista contemporaneo vede nel tracciato della propria scrittura una «grande riserva di virtualità» e riafferma l’importanza della testualità quale sistema fluttuante. La struttura di un libro esige la consapevolezza della partizione dell’insieme e dunque anche la sua composizione architettonica gode di certe possibilità ignorate. Scrive Guy Scarpetta: «la struttura gioca su forme e funzioni, la composizione può giocare perfettamente (come accadeva in Joyce) su microsignificazioni: ritmi, accenti, timbri, tonalità, condensazioni, allusioni. Si può anche immaginare una struttura apparente (formale o «tematica») doppiata da una composizione segreta, ramificata, microscopica.»
Condensazioni, allusioni: sarà interessante allora studiare i nuovi interscambi, le nuove rimodulazioni formali o la porosità semantica di questa progettualità aperta e in divenire.
In occasione della pubblicazione de L’edificio fermo nel 2015, ora incluso nelle sette sezioni del libro Il nome che ti manca, sottolineavo il grande equilibrio formale e stilistico rivelativo di un lavoro di scavo sulla parola. Peculiarità questa che informa l’intera silloge: dal nitore delle quartine di 20 risacche, ai distici in rime concatenate dei Cantati distici, fino alle stanze di venticinque versi de L’edificio fermo.
Riproponendo qui alcune notazioni critiche relative alla silloge de L’edificio fermo (scritte in occasione dell’uscita del libro) si evidenziano certe specificità della scrittura di Magnanti.
Cos’è questo straniante edificio fermo, iperbole che crea una ridondanza e invita a riflettere sulla valenza allegorica della visione? palazzo fra tanti,/ un prodigio sollevato dal/ deserto… annunciano i primi versi della protasi Entrata che introducono alla galleria delle stanze viventi di questo strano palazzo.
Epifania di un Edificio-Io, disfunzionale e eccedente: È affiorato col vento, come/ un nervo smisurato…, costruzione in fieri che sembra crescere stanza su stanza nell’incedere. E questo incedere è una deriva in una realtà che si dà per apparizioni. Le strofe sono esposte all’apogeo della luce, luce da «glorioso mezzogiorno» montaliano, luce metafisica della rivelazione.
Inevitabilmente mura e ambienti sono affollati di lemuri e di ombre che portano sulle spalle il carico di questa feroce luminosità.
Si sa, la poesia vive di più livelli interpretativi e qui il verso calibrato assolve magistralmente questa funzione: siamo dentro un ariostesco Palazzo di Atlante dove ogni passo destabilizza il soggetto slitta nell’allucinazione di vane apparenze e simulacri che già una volta hanno disorientato Orlando.
Il dettato infittito di richiami svela come l’impianto di questo libro-organismo affondi le radici nei giacimenti letterari della nostra tradizione; già il termine-chiave «stanza» risuona nella doppia accezione di camera, cella privata e coblas, strofa della canzone antica.
Per Dante la stanza è sì camera capace di contenere tutta la tecnica, ma anche secretissima camera de lo cuore dove dimora lo spirito della vita.
E queste sono camere che si aprono su paesaggi e stagioni della vita, su un sentire privatissimo e labile dove l’interrogazione di senso corre allusivamente sottotraccia insieme al male di vivere.
Il poeta diventa un antico padre del deserto orfano ormai di ogni divinità, e il suo peregrinare si snoda per quaranta stazioni meditative, se come afferma Tranströmer, ogni poesia è una «meditazione attiva». Qui ogni stanza o strofa rappresenta la tappa di un’ascesi umana, troppo umana…
«Trascendere, ma verso dove?», «Ascendere, ma a che altitudine?» aleggiano nel vuoto le domande di Nietzsche nella «svalutazione dei valori supremi» del suo nichilismo.
I richiami biblici rilevati da Cristina Annino nella postfazione, dal digiuno di quaranta giorni al diluvio universale, ai quali possiamo aggiungere i ritiri mistici della tradizione islamica, ci fanno capire come questa indigenza dell’io sia una sorta di veglia di espiazione-purificazione. Il numero quaranta è legato al periodo della purificazione, la quarantena.
Opachi riflessi, parvenze, fantasmi, demitizzazione del soggetto, caducità e impermanenza… tema rilkiano per eccellenza.
Allora L’edificio fermo, in questa doppia affermazione di immobilità, è un ancoraggio che dovrebbe resistere alla furia entropica degli eventi:

Come possa ogni
mattone anche oggi
stare in piedi è il solito
prodigio che si logora
addosso a un edificio fermo.

(…)

…oggi
tremano le crepe del muretto
e le erbacce saziano l’aria… (altro…)

Sottendendo un noi: Giorgio Ghiotti, Costellazioni

Giorgio Ghiotti, Costellazioni, Empirìa 2019

 

Con una scrittura di grazia dalle maglie allargate e tanto lontana dalle fastidiose involuzioni che a volte si incontrano leggendo (di) poesia, Giorgio Ghiotti ragiona – verrebbe da dire, chiacchiera – della generazione di poeti degli anni’90 e dei contemporanei che rischiano un’attenzione poco proporzionata al loro valore. Il libro è uscito da poco, Costellazioni, per i tipi di Empirìa, e non è canone, non è strettamente saggio: è creativa presa d’atto di una costellazione di punti all’interno di una generazione che è disposta “a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia ormai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la [sua] camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere”.
Una costellazione che si impunta su un cielo diverso, dove Specchi e Bianche e Poesie garzantiane “perdono l’aura” e spazi fisici e online crescono come luoghi di ragionamento. Una rete che al “silenzio” oppone non il rumore ma il “dialogo”, e pronunci il pronome noi senza alcuna contrapposizione ma solo mutuo, intellettuale ed emotivo, riconoscimento.
Ghiotti scrive per rovistare in un presente oberato di stimoli, insomma, cercando di separare il grano dalla pula, non dall’alto di una voce onnipotente ma come esercizio di ricerca di bellezza. E scrive per ribadire la voce di chi, in un presente appena un po’ passato, non ha ricevuto sufficiente attenzione “per difetto di critica, pigrizia dei lettori e una certa dose di caso”; è il caso di Attanasio, Bultrini, Caporali, De Santis, Paola Febbraro, Scartaghiande, Sicari, Toni, Zanghì, di cui vengono antologizzati dei brani sotto il bellissimo titolo di sezione I sommersi salvati. Il libro è poi arricchito da saggi brevi, su Frabotta, Ortese e la possibile specificità della voce femminile in poesia.
E davvero il breve, denso libro funziona come bussola. L’ideale della critica poetica è un paragone di omerica lunghezza con un bambino che si arrampica a cercare un oggetto che gli hanno detto di non toccare. Mettendo in chiaro che “il fine di ogni lettore non è salire sulla sedia, ma riconoscere l’oggetto misterioso”. C’è una monade importante in questo passo: il riconoscimento, per Ghiotti, è chiamare, comprendere il funzionamento dell’oggetto, ma non accedere al suo cuore profondo, “mitologico”. Nella critica, nella storia, nella politica, nella capacità di fare (Benjamin) costellazione di ciò che deve restare, il critico sa che della materia della poesia resta inconoscibile la scintilla, come per la creatura di Frankestein, dice ancora Ghiotti, resta inconoscibile la vita che va oltre la somma degli arti rappezzati.

© Giovanna Amato

Paolo Speranza, Il poeta ritrovato. Il Sud universale di Pasquale Stiso

Paolo Speranza, Il poeta ritrovato, Il Sud universale di Pasquale Stiso tra impegno politico e letteratura. Con un saggio introduttivo di Pasquale Verdicchio. Postfazione di Sandro Abruzzese, Edizioni Mephite 2019

Il poeta ritrovato, la prima monografia su Paquale Stiso, pubblicata a 50 anni dalla sua morte, è firmata da Paolo Speranza, l’autore che dal 1998 ne ha curato e promosso la riscoperta e la pubblicazione degli scritti letterari e giornalistici in Italia e all’estero e ricostruito, con testimonianze e collaborazioni, il profilo umano e politico. Pubblichiamo qui alcune poesie di Stiso e l’ampia prefazione di Sandro Abruzzese, che mette in risalto lo spessore culturale e politico del poeta-sindaco di Andretta.  (la redazione)

 

L’antico volto

Sono tornato
nella mia terra
d’alta Irpinia
e niente v’è cambiato.
La mia terra
ha ancora
l’antico volto.
È aprile
il sole
è pallido nel cielo
ed il grano novello
è sottile
nei campi
come i fili d’erba.
Anche la gente
della mia terra
conserva
l’antico volto
segnato d’amarezza.
È ancora senza speranza
la mia gente
d’alta Irpinia.

 

La terza rima

Amai
Saba ha scritto
del mondo
la più antica rima
di fiore
e amore;
e l’altra
non ha aggiunta:
e di dolore.

 

Mio padre

Un’ondata di vento
e di neve
ci avvolse sull’uscio;
mio padre si strinse
nell’antico mantello
nero
e s’incamminò nella notte.
Per la via
fianco a fianco
tacemmo
una pena silente
ci opprimeva il cuore
e ci spegneva sulle labbra
il respiro.
Andammo avanti
così
nella notte
turbinosa di neve
solo a tratti le nostre figure
ondeggiavano
nei cerchi di luce
dei sospesi lampioni.
Quando dovetti partire
nemmeno allora mio padre
parlò
solo mi strinse la mano
e nella stretta
io sentii
tutte le sue mute parole.
Poi l’auto slittò sulla neve
e mio padre rimase solo
solo
come un punto nero
che a un tratto i miei occhi
non videro più
perché come un’onda rovente
tutte le lacrime
mi salirono agli occhi
dal fondo chiuso
del cuore.

 

Io sono nato ragazzo

Ora non ricordo
proprio non ricordo
chi ha detto
queste parole:
“io sono nato ragazzo
in vita mia
non ho provato
la sicurezza dell’uomo maturo”.
Io sono restato ragazzo
anche se fili bianchi
compaiono alle tempie
e l’ombra della morte
s’insinua sottile
nel cuore.
Io non sento il fremito
delle lotte
che ogni giorno combatto
non m’appassiona la vittoria
non m’inorgoglisce
il successo.
Nei miei occhi
ogn’ora più stanchi
più tristi
balenano soltanto visioni
di tempi remoti
di vissute infantili
felicità.
Io sono nato ragazzo
e quando l’ultima ora verrà
se un’immagine
un ricordo
mi è dato di stringere
nell’ultimo palpito
mi vedrò correre
nell’erba verde
della mia primavera
all’arrivo delle prime rondini
— un fervido atomo vivo —
nella luce
dell’immenso cielo.

 

Le donne del mio paese

Le donne del mio paese
voi non le conoscete
a trent’anni sono già vecchie
e il loro volto è duro
come la terra che lavorano.
Non c’è sorriso
sulla bocca amara
delle donne del mio paese.
Di domenica quando vanno in chiesa
non vanno per incontrarsi con Dio
ma per godere di un’ora di riposo.
E non c’è sorriso
nel loro cuore
nemmeno quando nasce un bambino
allora suona la campana a morte
perché non c’è pane
per un’altra bocca.
Ma c’è pure un giorno
in cui sorridono
le donne del mio paese.
Dì luglio
quando tutto è mietuto il grano
e gli uomini
cantano
la sera
sotto gli olmi
a margini del campo.

 

Postfazione di Sandro Abruzzese
Il mestiere di vivere di Pasquale Stiso

Nella poesia Avrò un domani, Pasquale Stiso scrive Mio padre segue il lento carro / rotolante nel brecciame. / Vado verso una nuova vita / verso il sapere. / Una voce insiste nel cuore di mio padre / “io avrò un domani / un domani”.
Ebbene, Stiso riuscì effettivamente ad andare verso il sapere, divenne avvocato e poi sindaco del suo paese, Andretta. Ebbe inoltre, grazie allo studio, il suo domani, e tuttavia questo non volle mai dire dimenticare i problemi della sua gente. Non accade all’intellettuale Stiso quello che Gramsci nei Quaderni aveva rimproverato a Croce, ovvero di allontanare gli intellettuali di campagna dalle questioni dei loro borghi per urbanizzarli, proiettandoli lontano dalle loro origini.
Stiso, invece, utilizza il sapere della città, insieme alla militanza nel partito comunista, per vedere ancor più nitidamente, attraverso gli occhi del paese e della campagna, il mondo intero, e con esso la sua stessa terra.
Se non poteva essere che un mondo poverissimo, quello gramo e ventoso della pur bella terra dell’osso, in cui essere povero / è qualcosa di più / è un freddo / che ti agghiaccia le ossa /, tuttavia il dolore e il lamento di quella povertà conservano sentimenti che nell’Italia di oggi sembrano del tutto smarriti: quando si è poveri / la dignità / si gonfia in chiuso orgoglio.
Già, erano dignitosi e orgogliosi i contadini dell’Alta Irpinia, e dopo aver occupato le terre, dopo aver lottato con coraggio, nella sconfitta e nell’assenza dello Stato seppero riannodare i propri fili, partendo per andare altrove, alla ricerca di nuovi posti da costruire, fatti degli stessi laboriosi sacrifici, della medesima pazienza e rassegnazione.
Forse non li dimentica questi poveri, Stiso, proprio perché come egli stesso dice, è restato ragazzo / anche se i fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel mio cuore. E i ragazzi ricordano sempre i luoghi dove sono cresciuti, ne portano dentro le vie con i volti, le fontane e i tratturi, per non dire delle violenze e degli amori. (altro…)

Paolo Ottaviani, Gli infiniti (inedito)

di Nicolas Roerich

 

GLI INFINITI

“A che tante facelle?”
(Nel primo anniversario della morte di Stephen
Hawking e nel duecentesimo della nascita
de L’Infinito di Giacomo Leopardi)

Sempre care mi furono le valli
Che scendono e risalgono ondulate
Le inquiete schiene dei monti, cristalli
Svettanti all’orizzonte tra velate,

Pulviscolari raggiere, coralli
Nei tramonti di fuoco, irradiate
Nuvole assorte nei vari intervalli
Del cielo dove sono appena nate

Remotissime stelle. Qui, tra case
E ulivi, quelle ignote eppur emerse
Lampe non brilleranno, persuase,

Come le ambigue valli ora immerse
In una nebbia di luci inevase,
D’andar per gli infiniti vaghe e terse.

 

© Paolo Ottaviani

I poeti della domenica #343: Annamaria Ferramosca, Capitano son capitano

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943
immagine tratta dal libro Trittici dotcomPress 2016
riprodotta su concessione Alinari

 

capitano son capitano
in bianca livrea    una dea
e la ciurma è
ipnotizzata invaghita
mi assorbe mi brancica
occhi carbone all’unisono persi
sul mio profilo irriducibile

non si replica un visoabisso
labbra serrate sul non detto
nell’umore di foresta nel
fogliame largo che mi sfolgora
la bella carne e l’effimero
che tormenta      vela
di lontananza le pupille

negra corona sul capo intrecciata
in forma d’infinito schiavo amore
negro tetto di ciglia sovrappensiero
occhiuragano impenetrabili

 

© Annamaria Ferramosca, da Trittici, dotcomPress 2016

I poeti della domenica #341: Lawrence Ferlinghetti, Alla maniera di Cecco Angiolieri

(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Alla maniera di Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco, non fumerei
S’i’ fosse vento, suonerei soltanto i flauti lirici
S’i’ fosse acqua, non berrei altro che vino
S’i’ fosse Dio, mi farei una Dea
S’i’ fosse Papa, mi farei mamma mia
S’i’ fosse mamma, darei natali a molte vergini
S’i’ fosse imperatore, sa’ che farei?
ucciderei tutti gli imperatori.

S’i’ fosse morte, ritornerei all’utero per ricominciare
S’i’ fosse cieco, troverei un cane
S’i’ fosse un cane, troverei un cieco
che vuole fare molte passeggiate ai bordelli.

(Scritta in italiano dall’autore)



Poesia n. 346, Marzo 2019