poesia

Bustine di zucchero #14: Stéphane Mallarmé

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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In uno scritto del 1862, intitolato Hérésies artistiques. L’art pour tous, Mallarmé difendeva la sacralità dell’arte poetica, già all’epoca sofferente «di una volgarizzazione e di una diffusione a buon mercato, di un’apparente e dannosa comprensione da parte di falsi ammiratori» (Ramacciotti). Ciascuna arte sacra (come la musica, la pittura, la scultura) è avviluppata di mistero, e questo vale in egual modo per la poesia. La riflessione dell’autore di Hérodiade rimase costante nel tempo, offrendo ulteriore conferma nel 1891 quando, in risposta a un’inchiesta sull’evoluzione letteraria, affermò che «nominare gli oggetti vuol dire sopprimere i tre quarti del godimento della poesia»; al contrario, suggerire l’oggetto, evocandolo, definisce l’uso perfetto del suo mistero, e tale uso è rappresentato dal simbolo. L’arte tutta è, quindi, simbolismo. I numi tutelari di Mallarmé furono Baudelaire e Poe; il primo fu importante per la sua formazione, col secondo trovò affinità riguardo al principio della parola poetica svincolata dalla finalità etica (Mallarmé, va ricordato, tradusse le poesie dello scrittore statunitense). Iniziatore del Simbolismo, egli coltivò l’ideale della poesia pura attraverso un linguaggio ermetico teso a comunicare «non l’essenza delle cose, ma l’essenza ideale delle nostre più fuggevoli fantasie», una poesia oscura, «ma ricca di lampi improvvisi di rara bellezza» (Bonfantini). Nel caso di Brezza marina non bisogna soffermarsi solo sull’idea esotica di salpare. Nei versi iniziali in cui leggiamo «Fuir! là-bas fuir!», fuggire occupa uno spazio simbolico. Il «desiderio inesplicabile che ci prende talvolta di lasciare i propri cari e partire», scrisse il poeta in una lettera, si proietta in una scrittura che fa da portolano, ma la scrittura stessa vuole essere partenza e insieme punto di approdo, centro e periferia di una parola fatta di “suono puro” al di là del suo significato originario. Talora l’angoscia di tracciare questa mappa si riflette sul foglio, nel timore del Nulla prende corpo la paura della pagina bianca da cui Mallarmé era ossessionato («non riusciva a produrre che molto poco», ha scritto Paul Valéry). Per il poeta francese – fautore di una poesia concepita come un rito capace di emanare bagliori di mistero – l’atto di segnare la pagina significava liberare la parola dal silenzio per divenire, per dirla con Baudelaire, un invito al viaggio e di conseguenza una destinazione verso l’assoluto.

Bibliografia in bustina
S. Mallarmé, Poesie e prose, Milano, Garzanti, 1992, p. 43 (Introduzione e note di V. Ramacciotti, traduzione di A. Guerrini e V. Ramacciotti).
S. Mallarmé, Hérésies artistiques. L’art pour tous, sulla rivista «L’Artiste», 15 settembre 1862, p. 127-128.
J. Huret, Enquête sur l’évolution littéraire, Bibliothèque-Charpentier, 1891, p. 55-65.
M. Bonfantini, Poesie di Mallarmé, voce tratta dal Dizionario delle opere e dei personaggi, vol. 7 (Pat-Q), Milano, Bompiani, 2005 p. 7183-7184

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri

 

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri, Il Convivio Editore 2019

Non soltanto i versi – aforismi allitteranti – da Aus der Erfahrung des Denkens (Dall’esperienza del pensiero) di Heidegger riportati in esergo, ma ogni singolo testo di una raccolta che, anche per questa ragione, manifesta maturità e compattezza, sembrano indicare nel dichtendes Denken, nel pensiero poetante, dunque, il soffio che anima, il sostrato che nutre, il moto che drammatizza Lo spolverio delle meccaniche terrestri di Maurizio Soldini.
Non ho usato casualmente il verbo “drammatizzare” per i testi di questo volume che esige e merita attenzione e ritorni. Questi, infatti, mettono in scena scorci, dell’essere e dei luoghi, dell’essere nei luoghi, così come rivelazioni e rievocazioni; alla rappresentazione vivida si accompagnano spesso ‘dialoghi’ tra istanze diverse (enunciate anche nei titoli di alcune sezioni), talvolta emergono perfino veri e propri “contrasti”, per dirla con il nome di un genere poetico.
Che, tuttavia, il movimento, o meglio, l’andatura, non abbia il suo esito in una dilaniante lacerazione, ma che essa, l’andatura, sia una, e una sola, pur nella drammaticità del confronto e nel confronto permanente con il dilemma, è chiaro proprio dalla citazione da Heidegger: «Weg und Waage/ Steg und Sage/ finden sich in einem Gang» (nella mia resa: “Via e bilico/ pontile ed epopea/ si trovano in una sola andatura”; Soldini propone la sua traduzione che testimonia una consuetudine di lunga data con questo passo heideggeriano: «Il sentiero e il suo essere in bilico, il suo farsi pontile e la sua saga/ nel ritrovarsi su una stessa banda»).
Nella terza delle sette sezioni (Frontiera, Parola e voce, Tra nuvole e trottole, Dalla notte al giorno, Dentro l’età e le stagioni, L’azzurrità, Lo spolverio delle meccaniche terrestri) che compongono la raccolta c’è un testo che enuncia, così mi sembra di leggere, il carattere unico della “andatura” e che porta proprio il titolo Il passaggio non muta l’andatura.
Nell’andare e trasportare “Fehl und Frage”, errore e quesito (così prosegue il testo di Heidegger: «Geh und trage/ Fehl und Frage/ deinem einem Pfad entlang»), la sosta, la radura sono perni, cardini di occasioni “lungo il proprio sentiero, che è uno solo”, giammai negazioni dell’andare. Così infatti recita una strofa del componimento in questione:

eppure il passaggio non muta l’andatura
e la fermata è il dunque che brucia a dispetto
che stuzzica i malesseri della fioritura
nei viadotti dove scorre pensa e trema
e la radura è auspicio che si chiama indugio

Con alcune eccezioni, come per la poesia appena menzionata, divisa in strofe di cinque versi ciascuna, così come per il sonetto che apre la raccolta (Frontiera) e per i testi articolati in quartine, la maggior parte dei componimenti è in terzine di versi di varia lunghezza. Anche il numero delle terzine varia con l’avvicendarsi dei testi, ma ogni terzina offre l’occasione di inquadrare con precisione la tappa del cammino («il tuo sentiero, che è uno solo», scriveva Heidegger) di volta in volta presa in esame. Inquadrature precise che si sviluppano nell’arco della strofa, rendendo superflui, così, i segni di interpunzione, che, appunto, non vengono utilizzati da Soldini in questi testi. (altro…)

Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

La collaborazione, di Fabrizio Bajec

La-collaborazione

Fabrizio Bajec, La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018 – € 20

 

di Vincenzo Bagnoli

Opera molto particolare, per come si presenta, per le ragioni formali che la sostengono, per la sua genesi e il taglio, La collaborazione di Fabrizio Bajec è sicuramente una delle novità più significative nel panorama poetico italiano dell’ultimo anno; ma a guardare bene, di là dalle polemiche e prese di posizione contingenti, si potrebbe anzi considerarla uno dei momenti più significativi di una tendenza che comincia a delinearsi.
La sua particolarità principale, almeno la più immediatamente evidente, è l’avere al suo centro, non come argomento esclusivo ma come uno degli aspetti di ciò che viene visto e descritto, quello che è diventato un vero tabù della poesia italiana: la politica. Preciso subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di poesia militante come la si intendeva negli anni Settanta: è molto diversa dalla poesia operaia tanto di un Brugnaro quanto di un Di Ruscio; anche se per certi versi potrebbe esserne considerata un equivalente nelle mutate condizioni del contesto odierno. Ma soprattutto non è accostabile a quella poesia che reclama per sé un ruolo “politico” compiendo una scelta tematica e di registro. Siamo lontanissimi dalla poesia slogan o “di denuncia”, che eredita tic linguistici e limiti stilistici di fasi storiche passate: quella poesia che, detto francamente, era divenuta di maniera, risultando una piatta oleografia stucchevole, dal sapore fortemente retorico e alla fine si è ridotta a niente più che una delle etichette merceologiche che infestano i generi della contemporaneità. Qui abbiamo invece una scrittura nettamente più complessa, articolata e ricca, capace di includere il discorso sulla sfera politica dell’agire umano in una rappresentazione più ampia e sfaccettata, di servirsene come una delle chiavi di lettura della realtà, delle ragioni del disagio: non è quindi un timbro predominante, un a priori programmatico, ma una serie di armoniche fatte risuonare dentro registri sinfonici che coinvolgono l’esperienza dell’umanità contemporanea, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma ambisce a dare un’immagine e una interpretazione della complessità dell’oggi.
La realtà che viviamo contiene, nella fluidità dell’anything goes, nella ciclicità scorrevole di produzione e consumo incessante, anche attriti, sempre più evidenti, o per lo meno sempre più stridenti: sono elementi graffianti, schegge di vetro dentro il pastoso amalgama del “massaggio” mediale, della retorica dello spettacolo, ciò che resta di un discorso sociale andato in frantumi, ma che continua pure a riguardare nella sua concretezza dura, aspramente materica, le vite di tutti noi. La retorica capitalista della competizione e i suoi correlati, la retorica dell’homo homini lupus, e anche la retorica della fine, coprono ma svelano la ruvida scabrosità di un potere che si esercita – con violenza – su tutti noi; e insieme a questo la dimensione materiale di una precarietà che riguarda nei risvolti quotidiani e concreti – duramente concreti – strati sempre più vasti della popolazione quanto più si abbassa la classe di età.
Questa è la dimensione della collaborazione, parola chiave degli ultimi decenni, che ha sostituito impiego, lavoro: e che contiene in sé gli echi sinistri della collaborazione con il potere più abietto, quello che in Italia si chiama collaborazionismo. L’equivalenza dei due termini è più immediata in francese, e infatti la raccolta nasce in quella lingua. Questa è un’altra peculiarità: l’autore è bilingue,  è nato e cresciuto in Francia, esordisce nei Quaderni di poesia contemporanea di Franco Buffoni nel 2004, poi pubblica altri libri in Italia (con Transeuropa e Fermenti, per esempio), ma parallelamente fa uscire anche raccolte in francese in Francia, Svizzera e Belgio. È un autore che, oltre a coniugare nella prassi due lingue, si occupa anche di traduzione e traduttologia, ma che è versato in altri linguaggi (il teatro, nello specifico, con opere portate in scena in Italia e Belgio). Nella sua dimensione che qui ci interessa, quella del linguaggio, dimostra quindi una vocazione alla dialogicità, al confronto, alla creolizzazione: nella raccolta ci sono le due lingue italiana e francese in dialogo, così come entra in gioco la prassi di traduttore (per esempio in alcune scelte metriche), ma anche di autore di teatro. E a interagire, soprattutto, sono il linguaggio della quotidianità e la rappresentazione mediale di questa, la sua dimensione anche ideologica, calate in un confronto serrato. La stessa struttura, dicevo all’inizio, è esemplificativa di questa peculiarità: la raccolta è composta di quattro parti molto diverse fra loro, che mettono in campo registri e risorse stilistiche le più varie (metrica liberata, endecasillabi, versi lunghi, narrativi, ai confini della prosa ritmata, poemetto) e tecniche di montaggio altrettanto composite, imperniate tutte sul dialogo fra diversi registri, diversi discorsi, diversi linguaggi: Il mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro e e Felicità familiare. Sono titoli che già dicono molto di ciò che ci si può aspettare: le falle del sistema, gli attriti in cui siamo immersi, le vite degli altri, la continuità biologica. (altro…)

Bustine di zucchero #12: John Donne

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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Sui versi di Congedo, a vietarle il lamento, e in particolare sul tema del compasso, in sede di critica poetica son stati effettuati vari accostamenti ad opere di altri letterati per tentare di individuare la fonte che avesse ispirato il simbolo al poeta metafisico. Fra questi incontriamo il persiano Omar Khayyam («My Soul, Thou and I are like unto a compass» recita una quartina nella traduzione inglese di J.H. Mccarthy, 1889), il nostro Dante (con riferimenti al “nobile circolo” nel Convivio e al “sesto” citato nel canto XIX del Paradiso), e persino il medico e alchimista Paracelso con il suo Paragranum. Ma un’altra poesia con cui il Congedo sembra presentare una più palese affinità è, secondo quanto riportato da Mario Praz, il madrigale Risposta dell’amante di G.B. Guarini pubblicato nel libro delle Rime («Son simile al compasso,/Ch’un piede in voi quasi mio centro i’ fermo/L’altro patisce di … i giri,/Ma non può far, che’ ntorno à voi non giri», 1598). Altra occasione in cui il decano di Saint Paul ricorre all’immagine, quasi a conferma di una profonda assimilazione, è un sermone a commento del Salmo 89, con una valenza tutta protesa al divino («Questa vita è un Cerchio, fatto con un Compasso che passa da punto a punto […] Di questo Cerchio, il Matematico è il nostro Dio, buono e grande»).
Nel
Congedo il poeta chiede all’amata di rifuggire i sospiri dovuti alla sua partenza; in un amore “raffinato” due anime  «non patiscono frattura ma espansione». La distanza, in tal caso, non può offuscare i pensieri dell’uno o dell’altra. Come le asticelle di un compasso, la donna rappresenta il punto fisso, il centro, e mentre l’uomo – il punto mobile – si allontana (seppur temporaneamente), la donna “si flette”, seguendolo finché l’uomo non fa ritorno al centro. Allora l’invito di Donne è a non versare lacrime, reprimere sentimenti di sofferenza, mantenendo lo sguardo verso quella dimensione superiore entro cui si ascrive l’unità spirituale dei due amanti. Perché lasciarsi andare alla tristezza, svelandola al mondo, vuol dire profanare una gioia d’amore, una gioia che si completerà con la ricomparsa dell’amato. È per questo che la separazione genera tensione, ma pure attesa capace di tradursi in pazienza. Ecco che in poesia, come in un tempo originario, incontriamo ancora una volta un Ulisse vagante per i mari e una Penelope ad attendere il suo ritorno.

Bibliografia in bustina
J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, Torino, Einaudi (trad. C. Campo), 1971, p. 29, rist. in Shakespeare e i poeti elisabettiani, Milano, Mondadori, 2012
G.B. Guarini, Rime, Venezia, Ciotti, 1598, p. 105
M. Praz, Seicentismo e marinismo in Inghilterra, Firenze, La Voce, 1925, p. 109
R.F. Fleissner, Donne and Dante: The Compass Figure Reinterpreted. Modern Language Notes, vol. 76, no. 4, 1961, pp. 315–320 (articolo presente su JSTOR a questo collegamento)

I poeti della domenica #386: Hugo Loetscher, C’era una volta il mondo

C’era una volta il mondo

Là dove un satellite si disintegra
Due costellazioni più avanti
E subito a sinistra –
Questo nel caso
Che voi mi
Cerchiate.

Hugo Loetscher
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Es war einmal die Welt

Wo ein Satellit verglüht
Zwei Sternbilder weiter
Und gleich links –
Dies ist für den Fall
Dass ihr mich
Sucht.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt. Gedichte, Diogenes Verlag, Zürich 2004

PoEstate Silva: Felice Casucci, Poesie da “Nel verso nulla ritorna”

 

VIII.

Si prendono una parte di noi
come una ruota di scorta,
l’indirizzo della nostra casa
come una cambiale,
il sole che vi splende
come una striscia nera
e tutta la nostra fantasia
come una nota che si ripete sempre uguale.

 

XI.

Ogni viaggio
ostenta
il futuro,
con un’assenza di luoghi
e un’incognita beata.

 

XIII.

Ricorda
dimentica.
Nulla resta.
Il peggiore
e il migliore
sono lo stesso uomo. (altro…)

Bustine di zucchero #9: Attilio Zanichelli

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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«Attilio Zanichelli è nato a Parma nel 1931 dove vive tuttora. Da Guanda ha pubblicato una raccolta di poesie Giù fino al cielo (1973).» – così recita la quarta di copertina della bianca Einaudi di Una cosa sublime (1982). Nel 1980 uscirono i testi di Orsa minore, sempre per Einaudi, in Nuovi poeti italiani 1. La raccolta Una cosa sublime riporta alcuni testi di Orsa minore, fa notare Danilo Mandolini, leggermente modificati rispetto alla precedente silloge. Il poeta venne a mancare prematuramente nel 1994. Zanichelli fu amico di Fortini, cui è dedicata una poesia («Brulle ossa senza nome/ calati nella festa siamo noi/ a sparire nel buco della storia» A Franco Fortini, p. 28). Fra l’autore del Foglio di via e Zanichelli è possibile riscontrare delle affinità, fra cui un’idea di poesia vicina alla vita quotidiana («[…] ma non è fuga/ dalla vita la poesia che arde nella tua anima!», Poesia, p. 11) e una riflessione sulla condizione umana, rappresentata dalla figura dell’operaio (il poeta parmigiano lavorò per anni come meccanico alla Bormioli: «Chi ha paura di essere chiamato al destino/ di ogni giorno come io operaio alla Bormioli/ Rocco e figli che vanta al capitalismo un secolo/ di lacrime?», Fabbrica, p. 32). Zanichelli provò a rispondere all’umana disperazione con la poesia, chiamata da lui cosa, e lo fa tessendo una riflessione metapoetica perché è la «cosa più temibile perché non si vede/ non è più che un segno sulla carta, l’ombra/ della vita». I versi come ombra della vita e che quindi la seguono da dietro le spalle. L’amore per la poesia è spesso richiamato nella raccolta (Poesia, Una cosa chiamata poesia, Una cosa sublime), scende in profondità reiterandone l’alto grado di bellezza. Non è un caso che il titolo della raccolta riprenda il titolo della sezione finale del libro ripreso, a sua volta, dal titolo della poesia all’interno dell’omonima sezione. Come scatole cinesi, quest’adorazione per la “cosa sublime” si moltiplica nell’intento di rimarcare un messaggio, per cui scrivere poesia è la soglia, l’ingresso da cui iniziare per comprendere, nonostante la sua inafferrabilità e il suo dolore, la vita.

Bibliografia in bustina
A. Zanichelli, Una cosa sublime, Torino, Einaudi, 1982, p. 11.
D. Mandolini, Del vivere come in fuga dalla vita. Sulla poesia di Attilio Zanichelli. Il breve saggio è consultabile a questo link.
L. Ariano, Attilio Zanichelli. La nota critica è consultabile a questo link.

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007

PoEstate Silva: Stefano D’Arrigo, In una lingua che non so più dire

 

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella sua lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

 

Stefano D’Arrigo, Codice siciliano (prima edizione nel 1957, per i tipi di Scheiwiller), ora per MESOGEA, Messina 2015, pp. 54-55

Bustine di zucchero #6: Alberto Vigevani

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

Il fiore divelto, tagliato d’improvviso o «sgualcito», come a figurare simbolicamente la fragilità della vita, è un’immagine presente pure in una poesia di Cesare Viviani, che dice: «Ha conservato il suo colore rosa il fiore/nel buio della notte./Quando una lama lo tagliò non ci fu terrore,/non ci fu dolore, per il fiore/fu come un improvviso colpo di vento». Il passaggio cruciale del vento in entrambe le poesie sta a rappresentare una causa esterna e repentina capace di mutare l’ordine naturale e quotidiano della vita, talvolta con effetti drammatici. Un colpo di vento – il futuro passaggio di un convoglio o una lama – nel silenzio e nell’indifferenza del mondo va a recidere, rovinare con un taglio netto un fiore; un fatto minuscolo nella sua espressione, invisibile agli sguardi. Eppure è l’invisibile a contare di più poiché rivelatore. Così, in maniera affine al principio del passaggio (perché nulla resta come prima), il vento suggerisce una riflessione sul tempo, uno dei temi-chiave della poetica di Vigevani, concepito – afferma Enrico Testa nella curatela di tutte le poesie riunite sotto il titolo L’esistenza – come «una corsa rapinosa e fuggevole» (il corsivo è mio) che condurrà man mano verso la dirittura di arrivo di ogni vita. E ritornando un attimo a Viviani, a conferma dell’idea di un tempo corsaro, leggiamo: «Arriva un tempo in cui finisce il tempo/e sempre più si assottiglia e aderisce/alle rughe della terra e dei massi». Il tempo diventa sottile e diafano fino ad aderire alle rughe della terra, la materia di cui siamo fatti. Noi siamo un tempo incarnato in un corpo fallibile, ossia defettibile, tendente a perdere cellule e neuroni nei giorni. Ma il riscatto di questo passaggio è la coscienza che ci fa cogliere la franca sostanza del vivere e ci fa catturare i significati imboscati dietro piccoli accadimenti solo apparentemente inutili.

Bibliografia in bustina
Alberto Vigevani, L’esistenza. Tutte le poesie 1980-1992 (a cura di E. Testa), Torino, Einaudi, 1993, p. 137
Cesare Viviani, Credere all’invisibile, Torino, Einaudi, 2009, pp. 5 e 69

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago itaca 2019

L’ideale conversazione che conduco da diversi anni a questa parte con la scrittura di Pasquale Vitagliano – poetica, narrativa, saggistica – riguarda non solo gli esiti, bensì anche il farsi della scrittura, il suo continuo divenire. Mi sembra di poter affermare che, con piglio sempre molto consapevole sia circa le intenzioni comunicative sia circa le aree di osservazione di volta in volta messe a fuoco, sia, ancora, circa gli strumenti per la restituzione a chi legge, la scrittura di Pasquale Vitagliano si sia cimentata con questioni che vale la pena definire con aggettivi che giungono a noi dalla storia e dalla letteratura: “questione privata”, “questione meridionale”, “questione politica”, “questione etica”.
Con Del fare spietato la questione si estende, con un obiettivo che insieme si allarga e si definisce. Sì, perché la questione affrontata da Pasquale Vitagliano nella sua più recente raccolta di versi è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo. Non si torna indietro, l’avaria individuata è pervasiva, l’allarme suona da tempo, nell’ignoranza responsabile e irresponsabile e nel colpevole insabbiamento. Il mondo è avariato: penso proprio a Störfall, tradotto con il titolo di Guasto, il racconto di Christa Wolf scritto a un anno dall’incidente di Cernobyl.
Il componimento iniziale dispiega proprio questo passaggio, con un’apertura che richiama un’altra famosa formula giuridica latina, Noli me tangere, con la differenza fondamentale che qui, invece dell’affermazione di un diritto civile fondamentale, si fa riferimento, piuttosto, a una situazione di rischio, di emergenza, di sospensione di prossimità: «Non mi toccare/ Sono rimasto sulle scale/ Salgo senza trovare più/ Le chiavi per tornare da dove sono venuto.» Sempre in questo componimento, è individuata una delle cause più dilanianti del mancato porre riparo al guasto profondo, ed è una causa definita oscena, indegna di essere rappresentata e parente di quel Vilipendio di cui scriveva Lucini nella raccolta che portava quel titolo: «Nostra oscena incapacità di camminare insieme.»
A Gianmario Lucini e, insieme a lui, all’interlocutore umano ‘universale’ sembrano rivolgersi le sette terzine che principiano con «Dove sei dove ti trovi in questo momento/ Io sono qui pensavo di essere finito/ E invece sono al sicuro e tu dove sei.// Dove sei adesso vedo in video i morti». Lo scenario è quello del giorno dopo l’Apocalisse; siamo sopravvissuti e incapaci di riconoscere l’altro da noi in questa ripetizione seriale del post-disastro.
Le allitterazioni accentuate non temono di farsi martellanti quando il j’accuse addita colpevoli e complici, ivi compresi i “social” maggiormente in voga nella manipolazione di comunicati e notizie: «Rutto erutto tremo vibro non cinguetto […] Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati».
Il distacco interno al logos tra lingua e idee è individuato con esattezza e con una resa spietatamente veritiera che, in più, ricorre all’uso ben calibrato delle rime interne: «Più idee che lingua/ Suole la lingua battere/ Duole l’idea cattiva/ È un’afta che rende orbi/ E invece non c’è lingua/ Senza un’idea che soffra». La privazione e la deprivazione linguistica è una spia della perdita integrale, del lutto, della solitudine, dell’abbandono, dell’essere esposti come gli infanti alla ruota di un tempo, della condizione permanente di orfani: «Siamo rimasti soli/ Privati di ogni lessico/ Sformati e senza canti/ Orfani randagi esposti». (altro…)