poesia

#PoEstateSilva #26: Gianluca Rizzo, Il lavoro meccanico

PoEstate Silva #26: Gianluca Rizzo, Il Lavoro meccanico, Oèdipus edizioni, 2016

*

Le tre carte

Maggio porterà la pioggia,
per ragioni metriche e di consonanza.
Il papa, a passeggio nei giardini vaticani,
ne sarà dispiaciuto, per ragioni metriche.

Vulcanizzare la guttaperca, bisogna,
elettrizzare l’idrolitina, piuttosto,
darsi a passatempi proficui.

Ci penserà la locusta a trarci d’impaccio,
mandibole e mascelle mentolate,
sette teste, dieci corna, occhi innumeri,
stagliata contro le fiamme dei granai.

Sfuggono agli elenchi,
con indolenza regolare,
granatieri sardi e vedette lombarde:
aspettando che la geografia faccia il suo corso
sfogliamo, svogliati, acini ribelli.

*

Caudato

Stringeremo duraturi legami
coi piccioni della piazza, la loro razza
risparmierà i ponti e gli alti monumenti,
le statue, invece, ne soffriranno.

Dedicheremo il meriggio ai sacri
uffizi fino all’arrivo della catastrofe
ci perderemo in prebende.

Lasceremo cadere sugli spondei
ogni accusa d’isolazionismo,
e le lamentele.

Dovendo arrossire, lo faremo a comando.

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#PoEstateSilva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi

PoEstate Silva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi – InternoPoesia, 2017

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ai mulini, l’un dopo l’altro, il torrente
ha scavato crateri da sotto, alla balera,
la cui terrazza si piega sul fango che
era stato giardino, il vento ha staccato
l’insegna, e a ogni passaggio di nuvole
fosche la pioggia scioglie strade
e scarpate come biscotti nel latte.
In compenso, accanto a un bar
di nuova gestione, stende luccicanti
le foglie una gran palma di plastica.

*

il prato dietro casa, per quanto l’erba stenti
tra il muschio secco a farsi viva, e le violette
pallide fioriscano di lutto, continua a credere
con ostinazione cieca a un miracolo d’aprile.

È tanta la mia pena che vorrei spianargli
in ghiaia l’agonia. Ma tornerebbe in sogno
con gli occhi offesi ancora, e increduli
di mio padre cui è toccata sorte analoga.

*

aprendo la mia insonnia
al cielo delle cinque di mattina
che chiaro ancora illude di sereno
il giorno, io già li sento nell’odore
come di piscio e spazzatura
lasciata a segnare il territorio
gli acquazzoni che verranno
a far poltiglia di rose e d’insalata.

*
neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

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#PoEstateSilva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco

PoEstate Silva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco – Raccolta inedita

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Viti, sono
incubazioni corse da guazza e
minuti, fuori dalle
finestre calpestate sugli occhi, intorno
alla pazzia dell’anno
mentre ghiaccia.

*

Porta alla vista
scabra delle zoospore, per il
tramite domandato,
traliccio a traliccio, luce. E si snoda
un muschio
glaciale, un filo
d’argento nel palmo dell’erba
mietuto a inverno,
dai camini.

*

Ecco un fiore che
mi fa terreno e
inzuppato. Lo
vedi cavo, nei passi continuati
della stagione incresparsi
alla luce. Ha cadenze
dalle colline
in tonfi di verde e aria molli, esatti al
colore diffuso
che portano le impavide
formiche in cerchio, e
la pullulante dottrina
terra
è piantata

*

E macchiata cadde in frammenti,
dalle mani divisa
preghiera al pianeta:
infiniti ogni cosmo
dice questa notte gemelli, da tutte
le slanciate braccia
nel dipinto gesticolare una goccia
ritorna, degli uomini avvolti
a traforo di stella.

*

Grano primitivo riunisci
continuamente riunisci ciottoli
dalle rovine alla strada. E lentamente
è straziato un cielo
da palmi protratti e costretti
Nella cantilena
dei prati riuniti in morte,
fervida morte in cui nottambulo sale
da un braccio all’altro futuro.

*

@ Giulio Antonio Crivelli

 

#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

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Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

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#PoEstateSilva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

 

Parigi 2015, foto gianni montieri

PoEstate Silva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

*

 

Ho la giacca senza un bottone,
la mia testa è senza un occhio,
alla mia gamba manca il piede.
Tutte cose perse
cercando qualcosa
ma non ricordo
cosa ancora manca.
Mi sembra di aver dissipato
molto, in questa ricerca:
me ne vergogno.
Resto allora nascosta,
all’ombra del più recente consiglio.

Quieta, mimetizzo
il mio stupore, dolore.
Prendo fiato.

*

Ho imparato a mettermi
comoda nella mia prigione
con i quadri alle pareti
imbiancate di sole
e il ritratto della mamma
sul tavolino da caffè.
E tutto profuma
di cannella e peperoncino.

Tante piccole prigioni
una accanto all’altra
fanno una città piena
di case luminose di zucchero
e cloralio, finestre aperte
dipinte sui muri, tavolini
in bilico sui nasi delle mamme
ferme ormai da tempo
nel ritratto, spento lì
prima della buonanotte.

Fugge e tramonta il sole
ed è di nuovo autunno
e cadono come foglie i denti
e chiami casa quello
che hai costruito
con solo quattro assi
e un forno.

*

Prova la foglia a fuggire dal ramo
l’acqua a scalfire la roccia.
Provo a resistere senza apparire
partire senza dolore
a mascherare l’esistere
e a piccole chiazze dormire.
Spezzare una sola lancia
per non avere nulla da dimenticare.

Passare in dissolvenza.

Provare a restare.

*

© Daniela Scuncia

 

#PoEstateSilva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito

PoEstate Silva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito – InternoPoesia, 2017

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Io aspetto i giorni liberi
poi spreco le estati.
Programmare di sbocciare
nelle ore bianche,
utile come sperare nel vino;
non c’è bocca che rifiuti questo calice
né labbro che lo baci mentre beve.
La gentilezza degli estranei
nei miei passi
– sono ospiti che non rovinano la casa.
Al mio sorriso divino non penserai
quando altri ti sorrideranno bene.

*
Quando dicevi di odiare le porte
per sbatterle di più, farti sentire,
e maledicevi alle stagioni
gli stessi fiori rossi che accudivi,
sappi, io ho ascoltato ogni bestemmia;
te lo vedo ogni volta sulla faccia
che è la tua infedeltà concessa.
Se è così che provi a non morire,
ancora ti permetto di guardare:
sarò per te il ciclamino cremisi,
ti ripeterò nel tenermi al caldo.

*

Perché mai dovrei contare
quanto dista la pena dal giorno
– la luce tra te e un nuovo bosco di scale,
finché tornarti addosso è tornare alla terra
e dormirti in mano scendere in strada
senza chiudere la porta,
come fidarsi del mare che viene?
Tu che ricevi così bene
la mia stanchezza,
che crederti è come una resa:
che in Te si chiuda il giorno
è metodo e gioco delle mie ore,
che tregua e nervi stia tutto
tra il buio e il tuo nome.

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#PoEstateSilva #14: Valentina Calista, Carne sacra

PoEstate Silva #14: Valentina Calista, Carne sacra, Alter Ensemble poesia, 2015

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Il merlo, nell’attimo spezzato
dal silenzio tra un aereo e un altro
aereo, canta. Solo è il suo stare
sull’antenna del tetto senza nome.
Anche noi senza nome?
Servirebbe
(un nome)
per ripristinare
la vita.

*

Lanterne, le mani
cercano nel buio di oggi.
Laviamoci le mani per rimanere
un poco puri, senza fango nelle linee.

Linee, indicatrici di vita,
– di morte chissà, quella non si legge mai –
ci guardano dal basso sapendo tutto, già.

Non è una zingara che legge austera.
Sono io a regalarmi un’ora di occasione.

*

Del deserto non conoscere le dune,
non aver passato la mano sull’orizzonte
di ieri, è morire senza la vita
aver respirato dagli angoli polverosi.
Ritorna la tua voce cantare, fioca
nel mio orecchio la Canzone del servo
pastore, quando il buio si desta
e abbraccia le notti che fanno tremare.
Ricordo il pagliaio, la tristezza e
il fiume, le piume di mio padre falco e
il vento lasciato scorrere nelle distanze.
Il tuo vago perimetro di madre nell’ombra
è pagliaio della mia memoria notturna.
La tua assenza ha penetrato i giorni
fino alla luce.

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#PoEstateSilva #13: Lorenzo Foltran, In tasca la paura di volare

berlino foto gm

PoEstate Silva #13: Lorenzo Foltran, In tasca la paura di volare

 

*

Brest

Polvere e calcinacci,
cani e padroni in un cantiere
sempre aperto.
Rovine battute dal vento,
dal tempo che fucine
salvate dal bombardamento
mantengono in vita.
Gli altri non capiscono.
Mattoni su mattoni,
siamo tanti e siamo soli.

*

Le Barcarès – Saint Laurent de la Salanque

Si danno gli anni alla disperazione
nell’avvicendarsi dei posti,
nello svanire scomposto dei volti.
Chi legge abbassa gli occhi.
Alla fine del viaggio
restiamo soli
e con un nome, banale talvolta.
Ci si volta al buio della foresta
come ciechi al richiamo di una voce
pensata come nostra
e che invece cerca il passaggio
per l’altro lato del bosco.
Qualche passo in comune,
frasi di circostanza.
Scostate le fronde ultime,
un saluto e ciascuno alla sua strada.
Le prime luci, rade,
(è notte e la più parte dorme)
fanno sicuro l’accesso al villaggio.
Massa uguale di case,
pareti di cemento.
Ci si imbatte nel carnevale
che ha paura del silenzio.
Stesse facce, medesime le maschere.
I corpi che nel bordello si ammassano,
ritmato baratro, “divertimento”.
Si esce dalla radura, dallo stadio,
dal castello, dal teatro.
Lunga è la notte e anche il cammino.
L’aria odora di cloro.
Della calca dimentiche,
le piscine tracimano vapore.
La calma della luce artificiale
si stagna intatta sulla superficie.
Muto il coro delle onde.

In un secondo, a caso
e col dubbio di aver sbagliato strada,
di aver tralasciato qualcosa
nella tabella che ci è stata imposta,
ancora vestiti, si esala,
guardando il cielo, l’ultimo respiro
certi di non aver nulla capito.

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#PoEstateSilva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo

PoEstate Silva #12: Chiara Alessandra Piscitelli, Un bene Palindromo, Lietocolle 2017

*

Più neri di fuliggine gli occhi,
più piccoli di luce gli zigomi
lo sconosciuto che divide con me il passo
non è più chi un tempo diceva ” Vai piano, non ti seguo” .
Ruba la mia ombra, non mi mostra la via.
Non di più vorrei, ma sempre,
in ogni buio essere la polvere che danza lenta l’aria,
non coprirti mai;
una sete sul fondo del bicchiere,
l’angolo bruciato di una mappa.
Non darmi geografie,
più di tutto vorrei sconosciuto il mondo.

*

Nella ruggine dell’alba guardavo in gola il mattino
vedevo camere esposte al sole
di qualche anno prima.
Il giorno era vissuto in corsa, un’attesa
delusa che non paventa il tempo.
Della tenerezza degli sciocchi era fatta la sera.
Ora, non forzando la memoria, non così
nemmeno al buio questa notte siamo uguali.

*

Il pendio dell’abbandono, una vertigine eterna.
Chi scala sale in punta di piedi,
risale le stesse vie, chi guarda sotto
si specchia nel dolore ma non conosce riflesso.
Il pendio dell’abbandono è un pendolo sicuro
tra un vuoto e un’aria che non vuole riempirlo
Sono io che mi prendo per mano –
“Non sono sola”.

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#PoEstateSilva #11: Gaia Ginevra Giorgi, Manovre segrete

PoEstate Silva #11: Gaia Ginevra Giorgi, Manovre segrete, InternoPoesia, 2017, € 10,00

*

lettera a mio padre

mentre riunisco i pezzi
di questi pochi anni
penso a cosa resterà
degli orizzonti bruciati
del sentore di salmastro
dei vigneti invecchiati
come te

che hai l’odore
di queste bestie di collina
che hai il calore
delle persiane rigate di sole
la mattina

mi chiedo che ne sa
la tua generazione
di una terra che non ha sudato
che ne sa la tua generazione
dell’abbandono

io so il fiato bollente dell’asfalto
io so il sole che c’è nella terra screpolata
io so a memoria le cicatrici della luna

non mi rimane che da fare i conti
con la penombra imprestata dalla sera
con l’intima e dolente posa di ogni notte

con i sonniferi e la solitudine – più che mai
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::luccicante –

dei tuoi sguardi

e mi chiedo che ne sa
la mia generazione
del buio

*
pensiero meridiano

qualche volta ripenso al tuo corpo
separo un suo dettaglio
la linea alta dell’anca – per esempio
le natiche aperte – le spalle larghe

così faccio per la tua pelle
cotta dal vento del Dodecaneso
dal sole di una terra senz’ombra

lo stesso per gli spigoli della tua bocca
quando s’increspa
nell’espressione docile
di certe onde basse
ripenso al sale che si deposita ai margini

quando poi penso alla tua bocca che fa
elenchi interminabili di gesta
di pirati misconosciuti del Novecento
mi viene in mente solo la tua bocca

picco di rosa nel blu selvaggio di Donousa

*

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#PoEstateSilva #3: Alfonso Canale, To dream to want to be

Berlino, foto gm

to dream

amarti amarti realmente
amarmi in te nel tuo senso
unico nessuno in contrasto
coscienza che si scioglie
nudo
che vibra rocambolesca
madido
perfezione che cambia
sull’istinto
scialbo scorticare delle nostre pelli

amarti condensamente
amarti in me
acqua salina i sessi
sfumato
la chimica l’infanzia la scienza
ai confini dei nostri orizzonti
tutte le infinite pieghe delle lenzuola del tuo volto

che ti amassi
come mai per sempre prima di noi
che ti scagionassi
nella tua violenta bellezza
ruvido
rubata da troppi occhi
meraviglia di morte piacere paura

arrancante che ti lasciassi indietro
che ci desiderassi in sacrificio
l’anarchica differenza
il giudizio vuoto
al di là del bene del male

che ti liberassi nuova
dalla luce dai segni
adombrato
cavernosa che ti ritrovassi
grezza
per scrutarmi viverti contraddirci trasformarli
perché sei bella come la morte il piacere e la paura

maciullami vita

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#PoEstateSilva #2: Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza

#PoEstateSilva #2: Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza, Samuele Editore, 2017

*

Tornerà il vento a scompigliare
le cicale, il loro canto di pianura.
le pinete caleranno reti
nel fondo della terra per raccogliere
funghi semi e briciole,
una riserva buia per l’inverno,
un incerto sopravvivere alla carne.

*

Torneranno le giornate lunghe
le corse dei bambini,
la conta dei gradini da saltare.
Si faranno altri nidi sugli abeti
e l’estate non chiederà il permesso,
ma pioverà sole intorno
per far fiorire qualche cosa dentro,
un grumo, un fremito, un appiglio.

*

Fissavo una briciola di terra
in bilico sull’orlo del lenzuolo.
Un piccolo rotondo promemoria
che mi rammenta come va a finire.

*

la parola terra
ha un suono di radice,
di crosta bruna che si spacca
al sole quando le nuvole
hanno smesso di gridare
e l’aria preme ancora un poco
il suo bacio umido sul capo.

la parola terra ha il suono
di un padre che ritorna
dei passi sulle scale
di mani dure dove riposare.

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