poesia

I poeti della domenica #330: Antonio Conçalves Dias, Canzone dell’esilio

Canzone dell’esilio

La mia terra ha la palmiera,
Dove canta il sabià;
Qua anche trillano gli uccelli,
Ma il gorgheggio è un altro là.

Ha più stelle il nostro cielo,
I verzieri hanno più fiori
C’è più vita ai nostri boschi,
Vita là più trova amori.

Se di notte penso, solo,
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Ha la terra mia splendori,
Non li trovo uguali qua;
Se – di notte, solo – penso
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Non permetta Iddio ch’io muoia,
Se non prima torni là;
E rigoda gli splendori
Che qua mai non troverò;
E riveda la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Antonio Gonçalves Dias
Traduzione di Giuseppe Ungaretti
Edizione di riferimento: Ungaretti. Un’antologia delle opere a cura di Leone Piccioni, Arnoldo Mondadori editore 1971, pp. 234-235

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

Lucio Toma, Tre inediti

Occorre stare attenti quando
si parla, alle parole, al senso.
Anche il verbo che ama,
il più innocente, può celare una lama
e di traverso può mettersi
perfino un pezzo di pane
e il vino per quel che non tace.
In teoria ubriacarsi di verità
potrebbe estinguerci.
Meglio per tutti è l’acqua:
ecco una parola che lenisce
almeno finché dentro non ci finisci
o anche quest’alba che porta
il dono cieco della speranza
sebbene il fiore su cui
si posa l’ago a farfalla
sia solo il mio braccio.

(Grammatica della sofferenza)

 

Qui si muore malati inquinati
sfatti strafatti squattrinati
che siamo noi quelli allo specchio
della tv in serie invitati
a restare impassibili nella sala
da pranzo di questi giorni accettando
l’invito a comparire nel florilegio
delle disgrazie quotidiane
in punta di forchetta.
Siamo noi – per carità – che non ci vada
di traverso il contorno pesticida
di un pomodoro d’importazione.

Eppure è vero
che qui si pensa solo a rimpinzarsi
di torti e di ragioni senza gioia
niente allegria nemmeno dalla Gaia Scienza
che fa miracoli e brevetti interessati.

(Allo specchio della tv)

 

Dico Amore, non pesce-martello
libro-mastro-grano-turco
o forse anche pesce-martello
libro-mastro-grano-turco
al posto di Amore come fosse amore
eppure tu rispondi picche
di Odio. Non ti batte il cuore?

E le distanze si allungano,
diventano ponti come a dire
facciamo due conti.

Ma io non ti biasimo e che non so farci
con i numeri, cerca di capirlo:
diciamo che voglio passarti
solo parole-mattoni
a fondamento
di un altro discorso.

(Incomprensione)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato (nota di A.M. Curci)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato, La Vita Felice, Milano 2017

Il lato basso del quadrato colpisce per la coerenza del dettato poetico con l’introduzione programmatica che l’autore, Giuseppe Vetromile, ha scritto come prefazione alla raccolta. Da tale continuità di intenti tra premesse teoriche e creazione poetica deriva una evidente organicità dell’insieme.
Sia nello snodarsi dei testi, infatti, sia nella composizione di ogni singola poesia vengono riaccostati e intrecciati frammenti di un cantico dell’io lirico, che si vede innanzitutto come creatura, al creato, con pause di riflessione, stupore e incanto evidenziate da spaziature all’interno del verso e tra un verso e l’altro.
Qualche volta il punto di accostamento, la ‘cucitura’, è più evidente, con qualche brusca intromissione di termini dal linguaggio colloquiale («putiferio»), ma resta ferma l’impressione di una poesia che sa coniugare il sentimento dei tempi e delle età dell’uomo con uno slancio – proprio dalla intenzionale visione dal basso, dal lato basso del quadrato, appunto – volto ad abbracciare l’universo.
Sentimento, incontri, slanci e memorie non sono scevri da una nozione del dolore che viene resa con metafore mutuate dal mondo dell’aritmetica, dell’algebra e della geometria (di «geometrie spurie» scrive l’autore), ma con la consapevolezza circa il divario tra le aspirazioni a misurare, a definire, a determinare da un lato e la resistenza tenace dell’incommensurabile dall’altro «: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo».
È una testimonianza di inadeguatezza a una aspirazione che non si tramuta, tuttavia, in una amara o addirittura biliosa desolazione, bensì in  un quieto ma continuo rilancio del tentativo, che si fa qui concreto gesto poetico.

© Anna Maria Curci

 

IL LATO BASSO DEL QUADRATO

La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo
umile              inerte
e sta fermo dall’eternità della legge
a sorreggere le sorti della buona geometria

La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto
senza mai più progredire in alba lucente
né ridiscendere più giù della notte stagnante

La parte bassa del quieto vivere è questo silenzio di voci
che più non reclamano spazi né montagne da scalare
né mari da solcare

La parte bassa di me è questa città nel mio ventre
recinta da indigesti gonfiori
che più non vanno
né su né giù
e soffocano in gola l’urlo del perbene

La mia è una parte qualsiasi del mondo che sta sempre in basso
rispetto all’esistere saccente e in vigore
di chi va deciso verso il cielo

Io guardingo mi recupero apotemi di versi
scritti sull’orlo inferiore del taccuino
nei dubbi mi comprendo di pochezze e mi trascino
come va va
sul lato basso del quadrato
di questa geometria spuria

per poter poi riconquistarmi
la parte alta

verticale       diritta       della vita

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David Cappella: Sonetti da “Giacomo, a Solitaire’s Opera”

 

DAVID CAPPELLA

Sonetti 35, 36, 37, 38, 39 da

Giacomo: a Solitaire’s Opera

Traduzione di Angela D’Ambra

 

 

Note to the Reader

Giacomo: A Solitaire’s Opera is a “natural opera.” That is, it is the emotional arc of a poet’s life rendered in poetry. The sequence is divided into three acts much like a formal opera. Giacomo is loosely based on the life of the Italian poet, Giacomo Leopardi. His life, fraught with emotional and physical pain, did not stop him from writing some of the most exquisite lyrical poetry of his age, of all time. His view of human nature, of mankind in general was dark, but this was not necessarily because he was physically misshapen, though some think that is the case. Whatever his view of humanity or whatever his emotional and physical pain, Leopardi demonstrated great courage in the face of adversity while his poetry transcended his life.
Though the emotional life of Giacomo follows the life of Leopardi, his voice is, most assuredly, not Leopardi’s. The voice of Giacomo is the consciousness of a poet living his life. He is the artist navigating the world. Giacomo: A Solitaire’s Opera is not an historical or a biographical document.

 

Nota per il lettore

 Giacomo: A Solitaire’s Opera è una “opera naturale”. In altri termini, è l’arco emotivo della vita di un poeta reso in poesia. La sequenza è divisa in tre atti molto simili, formalmente, a un’opera. Giacomo è liberamente ispirato alla vita del poeta italiano Giacomo Leopardi. La sua vita, carica di dolore emotivo e fisico, non gli impedì di scrivere alcune fra le più squisite liriche del suo tempo, di tutti i tempi. La sua visione della natura umana, dell’umanità in generale, era cupa, ma ciò non è necessariamente un portato della sua deformità fisica, sebbene alcuni lo credano. Quale che fosse la sua visione dell’umanità, o il suo tormento emotivo e fisico, Leopardi dimostrò grande coraggio di fronte alle avversità e intanto la sua poesia ne trascendeva la vita.
Sebbene la vita emotiva di Giacomo segua la vita di Leopardi, la sua voce, non è certamente quella di Leopardi. La voce di Giacomo è la coscienza di un poeta che vive la sua vita. Egli è l’artista che naviga nel mondo. Giacomo: A Solitaire’s Opera non è un documento storico o biografico

 

XXXV.
Giacomo at odds with the world 

Shame is standing in an empty hallway.
Shame is standing in the hallway, aghast
as words scorify your heart, acid words
of a husband who does not want you
paying a call on the lady, his wife.
I did enter, and I was most polite,
though I vowed never to enter again.
I stand outside; I observe the movements
of people inside, their busy gestures
dancing a two-step with the foreign smiles
of listeners in the warmth of food and wine.
A baleful lingering coils around me,
a thick vine that strangles thin hope.
I am nothing – without love, without love.

XXXV.
Giacomo in rotta con il mondo

Lo scorno sta in piedi in un atrio vuoto.
Lo scorno se ne sta nell’atrio, basito
mentre parole ti scorificano il cuore, parole acri
di un marito che non vuole che tu
renda visita alla dama, sua moglie.
Entrai però, e fui oltremodo garbato,
malgrado il voto di non entrare più.
Resto fuori; osservo i movimenti
della gente dentro, i loro gesti animati
nel danzare una polca con sorrisi estranei
di ascoltatori nella vampa di cibo e vino.
Un bieco indugio mi serpeggia attorno,
un fitto rampicante che strozza esile speme.
Sono niente – senza amore, senza amore.

 

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Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi (nota di Emilia Barbato)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018

Il titolo della raccolta di Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, rimanda a due riflessioni. L’uomo e il luogo.
L’uomo disconosce i rapporti sociali e la realtà chiudendosi in un oceano di silenzio, lasciando vigile solo la mente e lo sguardo. Un poeta distante da tutto e in disparte da tutti decide di abbandonarsi a pensieri ampi, nella speranza che questi risolvano e denuncino un’umanità indifferente. Misantropo, dunque, che pensa e scrive in una stanza come in fondo al mare.
Il luogo, quello stesso mare dei Sargassi, compreso tra le grandi Antille e le Azzorre, di cui parla Jules Verne in Ventimila Leghe sotto i Mari. Una zona particolarmente pericolosa, «un’autentica prateria col tappeto folto d’alghe, di fucus natans, di uva del Tropico, a volte così compatto da poter essere tagliato dalla prua di una nave solo a stento.».
Attraverso il titolo, l’autore ci anticipa un viaggio in acque difficili da navigare chiarendo sin da subito la sua scelta di riportare i fatti accaduti senza lasciarsi coinvolgere.
La raccolta si divide in tre sezioni: Incerte Maree, Transito e Il Misantropo dei Sargassi.
Nella prima, ciascuna poesia ha un titolo, come se Mella volesse nominare la realtà che tratta, trovare una ragione alle cose. L’elemento che unisce i frammenti di vita è l’acqua. Un liquido che accoglie ogni tipo di natura, gli umori umani (la saliva che cola dalla bocca, le lacrime le cure dell’addio), l’evanescenza e la fragilità delle relazioni (eri nebbia) oppure lo stesso mare: «il mare è un tratto chiuso/ e l’infinito/ una menzogna intollerabile.” E ancora “e le occhiaie sono brocche/ che tengon dentro l’acqua/ fino all’orlo e “L’adriatico è uno stormo, io/ credo: abbandonato, cesellato, nell’azzurro/Chiamarlo sipario si può». (altro…)

I poeti della domenica #324: Heinrich Heine, da “Libro dei canti”

 

LXII

Tu hai diamanti e perle,
Hai quel che umano brama,
E hai gli occhi più belli –
Mia cara, che vuoi di più?

Sui tuoi begli occhi
Un esercito intero
Di canti eterni ho ideato –
Mia cara, che vuoi di più?

Coi tuoi begli occhi
Mi hai tormentato tanto,
E mi hai rovinato –
Mia cara, che vuoi di più?

Heinrich Heine

(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #323: Boris Pasternak, Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Fuggono dal muro le lancette.
L’ora assomiglia a uno scarafaggio.
Basta, perché spaccare i piatti,
far saltare i nervi e i bicchieri?

A questa dacia tutta legno
ben altre cose possono capitare.
La felicità è una cosa facile!
Non fasciamoci la testa prima che si rompa.

Potrebbe saettare un fulmine
e incendiare la cuccia umida.
Potrebbero scappare i cuccioli.
O un pallino di pioggia forare un’ala.

Il bosco non è altro che un salotto.
Il calore della luna sui pini – una stufa,
come grembiule steso al sole –
si asciuga una nuvola e fruscia.

E quando infuria sul pozzo
la bufera dell’angoscia, di sfuggita
elogia la tempesta le pareti domestiche.
Mia cara, che vuoi di più?

Un anno si è bruciato nel cherosene
come un moscerino sulla lanterna.
Eccolo, come un’alba grigio-azzurra,
si alza intriso di sonno, di intemperie.

Si mette alla finestra, arcuato,
vecchio, sconvolto di compassione.
Zuppo di lui rimane il guanciale,
sono i singhiozzi che vi ha affogato.

Come consolare tale decadenza?
O tu che vieni senza leggerezza,
in che modo placare la negletta
tristezza di un’estate desolata?

Gronda il bosco filamenti plumbei,
grigia e rabbuiata – la lappola,
mentre lui piange, quando risplendi tu!
Bella a giorno, bella di trepidazione!

Che avrai da lacrimare, vecchio zuccone?
Forse ne hai visti altri più felici?
Lì dove in campagna i girasoli
si smorzano – astri nella polvere e acquazzoni?

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Maria Grazia Insinga, Ophrys (rec. di Giorgio Galli)

Maria Grazia Insinga scrive poesia con una volontà di ferro – affermazione di una voluta ambiguità sintattica, perché la volontà appartiene sia all’autrice che alla poesia; a chi fa, come anche al fare stesso. Ophrys (Anterem Edizioni, 2017) è più di “una raccolta poetica”: è la costruzione di un campo semantico nuovo, che risemantizza ogni parola impiegata e istituisce nuovi nessi. Un’opera difficilissima da leggere, di qualcuno che vuole buttare giù il mondo così com’è per rifarne uno nuovo. Insinga cerca la parola pura, e a volte la trova. Frattura linguaggio e senso per originare un senso inedito. Ma quello che presenta non è solo un campo semantico: è un corpo, scandito dai titoli delle sezioni nelle sue parti anatomiche. Non è “solo” parola la sua: è un mondo, con tutto il dolore del mondo.
Il tragitto poetico parte dal momento irreparabile in cui un velo si squarcia e la vita si separa dalla non-vita. Quel momento, oggi, si dà come venire al mondo in un mondo dove l’essere umano è disgiunto dalla sua terra-madre, in cui un umano atomizzato ha consumato un delitto contro la comune origine – l’origine animale e terrestre, ma anche l’origine della scintilla razionale. Attraverso slogature sintattiche e sluogature geografiche, la poesia evoca moti contrastanti, suscita asce bipenni, canta un umano mozzato e un mondo significante che sta cessando di significare, perché significati e significanti vanno in direzioni contrastanti e squartano l’asse semantico. Questa scomposizione è però sia morte che rigenerazione: è rinascita poetica e psichica, sacrificio rituale.  E’ poesia assoluta e arrabbiata quella di Maria Grazia Insinga. Nelle poesie centrali, Dio e Nike, sono presenti due elementi primordiali: acqua e fuoco. Elementi di distruzione e di rinascita. Ma anche di paura. In un poema strutturato come un corpo, la posizione centrale di questi elementi suggerisce una paura dell’umano. Una folla di reietti appare dietro la cortina dei versi, una folla breugheliana di lacerti. Il Dio di Insinga non è un Dio buono: è un principio di oppressione, possessore di corpi, dispensatore di morti. È un principio maschile di stampo patriarcale e fascista. Sotto di lui si vive una condiziona innaturale di non-libertà, di non-sé, di “moncanza”. Sotto il suo dominio c’è una donna sottratta alla creazione. Un essere precario nel mondo, eppure vivo, inquieto. Che si rivolta, uccide, si trasforma da rosa in acqua oscura. La parola è lo strumento che uccidere il mondo vecchio e ne fa uno nuovo, risemantizzandolo. L’altra poesia centrale, Nike, presenta un archetipo femminile opposto a quello oppresso dal dio: è archetipo di vittoria, di libertà dalle catene dell’appartenenza: è vittoria sulla competizione come male originario che provoca la schiera dei vinti. (altro…)

Gjoko Zdraveski, Inediti

(foto di Nikola Kukunesh)

Poesie inedite di Gjoko Zdraveski

 

è tranquillo anche quando non ci sei

stamattina una gazza
è arrivata in volo sul grande terrazzo
e si è posata accanto al vaso di gerani
rimasti sin dalla mia nonna

non ho dormito di nuovo

vorrei che mi insegnassi
come si entra nel sogno di qualcuno
e come vi si sta lì seduti e svegli

laggiù è già estate

terzo giro per l’acquisitore ambulante di cose vecchie
la sua lingua è fittizia
non ci capisco nulla

la mia barba e le mie dita odorano
di garofano marocchino

la mia anima di tè nero e miele di acacia

tu sogna serene le colline
le città e le vite passate

è tranquillo anche quando non ci sei

 

legalize it! etcetera

quale sfrontatezza umana
quella di dissacrare la natura fino al nonsenso.
di crederla di tua proprietà. di vietarla addirittura.
di farla pagare. che arroganza. di ridurla
alle tue strane regole. di deformarla
con il fango che si era depositato nella tua mente.
che cecità. di non vedere il vuoto.
di crederti creatore. di seppellirla coprendola
con le paure dei propri sogni. che presuntuosità.
di crederti portatore di luce. e invece sei un ladro del sole,
in effetti. un mediocre ladro di venti. effimero
e decadente. più piccolo persino del seme
delle erbe proibite.

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Cristina Bove, La simmetria del vuoto (rec. di Luigi Paraboschi)

Cristina Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago itaca 2018

Ho scelto come inizio di questo mio discorrere attorno all’ultima raccolta di Cristina Bove qualche verso che possiamo trovare  a pag. 14:

… starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia

perché mi sembra che  il loro insieme ritrae abbastanza bene la posizione interiore di questa multiforme artista che spazia tra la poesia, il romanzo, la pittura e la scultura.
Dalla frequentazione di queste varie forme espressive l’idea che traspare dai versi  e cioè che “la terra è un campo coltivato a sassi“ sia lo spunto dal quale ha di certo preso  l’avvio  tutto il suo lavoro poetico, e forse non solamente quello.
E quali saranno gli ausili espressivi per sondare quel ”campo coltivato a sassi”, dei quali essa  si serve lungo il suo cammino artistico?
Alcuni li troviamo a pag. 15, nel finale della poesia:

… mi allontano _spossata_ /vestita solamente del mio dire/ ché preferisco tinte delicate/ se proprio devo esprimere un pensiero// […].

Appare chiaro che la fuga da quella realtà frustrante che la circonda e  “annichilisce e ammalia“  la induce a rifiutare nella sua tavolozza linguistica  le tinte forti  perché come  sa chi conosce anche un minimo di pittura, è facile nascondere, o meglio coprire, i “pentimenti“ del pittore usando colori accesi, ma ho la sensazione che l’autrice non abbia avuto pentimenti scrivendo, anche se predilige le tinte delicate, perché il  suo dire è tutto celato dentro queste parole di pag. 24  “… ciò che nessuno vede per davvero/ è la prigione dove stagna il cuore“.
A volte sembra difficile accostarsi alla poesia come genere letterario a causa di una  presunta difficoltà interpretativa, ma i due versi riportati poco sopra sono la sfida per eccellenza per coloro che amano connettersi con il sentimento fondante di ogni autore, che nel caso della Bove, è “ la prigione dove stagna il cuore“.
E dove e da cosa è imprigionato il cuore della nostra autrice?
Si può identificare questa prigione con qualcosa accaduto lontano, molto lontano nel tempo, che deve avere imprigionato il suo animo allora e per sempre.
Scrive a pag. 20: ”… il trenta agosto di tanti anni fa/ sembra passato da un solo minuto“. E’ evidente quanto questa data è stata fondamentale per lei, come un giorno di  “morte/e/resurrezione“, per usare due termini di carattere religioso, e rintracciamo a pag. 83 il chiarimento essenziale per divaricare un poco quelle sbarre che le imprigionano il cuore: (altro…)

UNA COME LEI – 2019 incontri e pratiche di poesia, II edizione

UNA COME LEI – 2019

incontri e pratiche di poesia

seconda edizione

Biblioteca Italiana delle Donne/Centro delle Donne
Da gennaio a maggio 2019 per 5 martedì.

Preview venerdì 18 gennaio h 17:30

Una come lei è il titolo di una poesia di Anne Sexton.

La poeta unì l’urgenza di comunicare all’esigenza di nominare un problema taciuto: la condizione naturale e innaturale di una soggettività femminile che cercava spazio e parola all’interno della società, in cui pubblico e privato erano inconciliabili, e si era quello che si sarebbe dovute essere.

L’idea sviluppata per la prima edizione [gennaio – giugno 2018] da Anna Franceschini e Roberta Sireno, curatrici della rassegna assieme alla Biblioteca Italiana delle Donne, è stata quella di creare uno spazio da costruire nel tempo: un luogo raccolto, esclusivo ed inclusivo, che contenga riflessioni nate da incontri e avvicinamenti sulla poesia e sul fare poesia. Quest’anno il percorso viene riproposto a partire da una preview – venerdì 18 gennaio 2019 – per proseguire fino a fine maggio: un arco di cinque mesi con appuntamenti a cadenza mensile per fare il punto sulla scrittura in maniera creativa, attraverso il confronto con autrici che hanno reso salde ed efficaci le proprie parole.

Crediamo che la parola si alimenti nel confronto, l’affermazione e la conferma altra da noi fa diventare parola la parola detta. Sembra un gioco, ma sappiamo di essere quando troviamo le parole per definirci. Creazione e confronto sono le basi, la partenza di questo tempo dedicato a stare insieme all’interno di un contesto intimo in cui spogliarsi dalle formalità e ridurre le distanze, unendo l’essere autrice con l’essere donna e cosa significhi esserlo, se vale ancora questa differenziazione e, infine, se è necessario affermarla.

Ai laboratori seguirà un momento pubblico, destinato a tutte/i le/gli interessat*, durante il quale sarà presentato il lavoro editoriale e di scrittura: un momento per dare visibilità e rilievo a donne che si affermano prendendo parola e spazio, raccontando le proprie capacità e le proprie opere.   (altro…)