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Omaggio a Manganelli, “Un uomo pieno di morte” (a cura di Annachiara Atzei)

Cento anni fa nasceva Giorgio Manganelli, intellettuale poliedrico e voce influente della neoavanguardia letteraria. In occasione di questo importante anniversario, Graphe.it pubblica Un uomo pieno di morte, raccolta di poesie scritte dall’autore milanese e curata da Antonio Bux all’interno della collana Le mancuspie.
Qui, Manganelli si misura con personali tormenti e incertezze e mostra quella che John Keats definiva nelle sue lettere “Capacità Negativa”, cioè l’abilità di rimanere nel mistero e nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro a fatti e risposte prestabiliti, e mai appagato da una quasi-conoscenza. Da questi testi emerge il lato più segreto di un uomo che si pone continui interrogativi e che tenta di comprendere quale sia la sua sorte: “Signore,/ un volto definito e chiaro,/ altro non vorrei;/ non so se mio destino/ sia parole o musica o silenzio;/ o sempre stare accanto/ all’aperta finestra ad aspettare/ di saper chi sia”.

Giorgio Manganelli

Il libro appare snodarsi in tre momenti nei quali il tema della morte – che, come rivela il titolo, permea l’intera opera – è affrontato da diversi punti di vista e narrato prima con versi più elegiaci, poi con parole esplicite, nette e perfino disturbanti e, infine, col disincanto che l’incessante uso della ragione assicurò all’autore durante tutta la vita.
All’inizio, la morte qui raccontata ha il volto di Euridice, condannata agli inferi per il troppo amore, o quello di Psiche che, giunta col suo “corpo di nulla” di fronte a Caronte, gli chiede di poter dimenticare ciò che si lascia alle spalle o, ancora, ha le sembianze di Hypnos, capace di donare a chiunque il buio infinito.
Poi, il tentativo dell’autore di ribellarsi all’inesorabile nei versi centrali: “Ti prego innamorati stanotte;/ cedi la tua anima ai pesci,/ la luce è fredda e paziente,/ la luna brucia – è errore/ che io abbia visto/ sopra la luna domani sera/ il segno delle tue mani?/ Pregherò la luna/ di soffiarti sulla faccia”.
Seguono i componimenti nei quali si percepisce lo sforzo di mantenere il distacco dalla vita pur
essendone fortemente coinvolto: è in questi versi che il poeta – sempre attento al gioco della forma e al suono della parola – perde ogni inibizione e mostra un corpo esposto: l’uomo è un essere nudo, che porta i segni dell’esistenza, e il sesso non ha mai il filtro dell’emozione, ma è sempre rappresentato nella sua verità e, talvolta, crudezza: senza alcun sentimentalismo, l’umano è mostrato nel suo profilo più viscerale e sofferente.
Lo scrittore, che con la morte ha sempre intrattenuto una assidua frequentazione, traduce il pensiero di essa nella descrizione minuziosa dell’invecchiamento del fisico che, con il trascorrere della vita, viene strappato al piacere e riprende le proporzioni di un feto, quasi di un verme.
La raccolta si chiude con un’esplicita presa di coscienza e con la disillusione definitiva dell’uomo-Manganelli che trova il chiarimento del suo destino solo nel morire: “Prima che l’ora venga tarda,/ – quando ogni ombra lunga/ davanti a noi si stende come strada –/ fa’ che più non ti cerchi, o mio Signore;/ perché io so/ che alcuni si salvano vivendo;/ ma desini diversi/ si spiegano soltanto col morire”.
E questo aspetto emerge proprio nelle ultime pagine dove all’indagine introspettiva si unisce la certezza della fine – che è storia comune – e la consapevolezza che il tempo non solo costringe l’organismo a cedere e a infiacchirsi, ma anche la mente alla delusione e alla noia, fino a intaccare l’anima, anch’essa portata a inaridirsi, come una pianta senza più linfa.
Nella restante produzione, Manganelli scrive le opere più diverse e sfugge al suo stesso cuore. Lo cela lasciando che sia schermato dalla “falsità” della letteratura: a partire da Hilarotragoedia fino a Centuria e a La letteratura come menzogna il suo scopo di scrittore sembra proprio quello di distaccarsi dall’io, o forse di camuffarlo e costruire un’idea di letteratura dove l’immaginato sia il fulcro di tutto ciò che viene narrato.
Intanto, amerà sempre la poesia e parlerà del linguaggio poetico come di una materia policroma, dalla natura quasi vegetale e capace di dinamiche inattese: “Non esiste poesia che non sia scritta per la rilettura, e solo per la rilettura”, scrive ne Il rumore sottile della prosa. Succede anche in questa raccolta: leggere e rileggere i versi di Manganelli significa far continuamente fiorire le parole e consegnarle a una permanente realtà.

Di Annachiara Atzei


Cinque poesie da Un uomo pieno di morte (Graphe.it Edizioni, 2022)

Tre tempi per clavicembalo

I
Ascolta il rapido lamento
dei tasti inquieti;
l’agile voce che a te grido;
quest’ansia di te
si muta in aria melodiosa,
in disegno di ritmo sottile
segnato sul buio.
Tu in me ti muti;
nella deserta gioia
della estrema musica:
ti muti in forma di canzone
canto tu stessa, voce
mutevole e inquieta.
Diventa l’aria del tuo volto
questa musica che ascolti:
e i tuoi capelli
cerco di nuovo in questi tasti
nella furia segreta
della sommessa musica.
Nel buio si dissolve
il canto; nell’oscurità
tranquilla ti dissolvi,
silenzio melodioso.

*

Liebesgendichte vier

I
Tu sei lontana
è una lontananza assoluta
abitata dal vento viola, un segno
di neve sull’avambraccio del morto,
sabbia, memoria d’acqua
orme di formiche già morte
un vecchio orario
di partenza di cammelli
per città, urla di
schizoidi – un segno pallido come
l’orma femminile
della galassia moribonda – morta.

*

Le baccanti

II
Povera cosa, consumata subito, tentativa,
effimera, non significante,
senza nesso logico, un gesto delle reni
un lamentoso piacere – la morte
è presente sempre, amichevole
la morte continua reseca stami
di vite provvisorie, denuda fili
metallici, tralicci.

*

Signore,
un volto definito e chiaro,
altro non vorrei;
non so se mio destino
sia parole o musica o silenzio;
o sempre stare accanto
all’aperta finestra ad aspettare
di saper chi sia;
non so quale la via, quale la casa
che in così vasto intrico di destini
tu hai dato.
Prima che l’ora venga tarda,
– quando ogni ombra lunga
davanti a noi si stende come strada –
fa’ che più non ti cerchi, o mio Signore;
perché io so
che alcuni si salvano vivendo;
ma destini diversi
si spiegano soltanto col morire.

*

Un uomo che è pieno di morte
vuol essere ben vestito,
sceglie liquori fini
si offre costantemente
l’ultima sigaretta
(io non fumo)
o cognac francese, di gran marca.
L’uomo che è pieno di morte
ha la sua grandezza di gesti,
un’allegria, una cordialità
del suo effimero corpo;
è buon conversatore;
ma è il freddo, il freddo che lo insulta.
*

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