prosa

proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Città di sogno

Nel 2019 si ricorda l’anniversario di Giovanni Comisso (1895-1969) a cinquant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 gennaio. Come redazione pubblicheremo ogni mese alcuni suoi racconti, che ci accompagneranno nei sabati fino a fine anno, in attesa della ripubblicazione annunciata dell’opera omnia per La Nave di Teseo.
Partiamo oggi con un racconto pubblicato sul «Gazzettino», con cui iniziò a collaborare dal secondo dopoguerra, proseguendo fino alla sua morte.

Ero andato in una città di mare, distesa su un pendio montano. Mi sembrava una Genova più condensata, tra il porto e le sue mura, come nelle vecchie stampe. Avevo già vissuto divinamente felice in quella città, e mi trovavo a pensione presso una famiglia, con la mia vecchia cameriera. Era d’inverno e pareva che vi dovessi stare solo pochi giorni, quando arrivò mia madre, giovane ancora: indossava un vestito grigio chiaro, che le modellava i fianchi, e portava un cappello di paglia intrecciata dello stesso colore, a forma di triregno, con un velo che le copriva il volto le scendeva sulle spalle.
Subito andammo a colazione in una trattoria, sotto un ampio portico. Sì mangio assai bene e si decise di passare l’inverno in quella città, anche perché avevamo con noi la cameriera e nessun obbligo ci richiamava altrove. Finita la colazione, le dissi di aspettarmi, ché sarei ritornato subito. Il lavoro è fare alcune compere e mi chiede se volevo mangiare per la sera certe rape bianche che erano la sua passione. Pure avendo vissuto in quella città, non sapevo nei nomi delle strade, né quello della pensione dove alloggiavo.
Appena lasciata mia madre, subito mi spersi in una zona più alta della città, vicino a pendii coltivati a olivi, con strade di campagna che andavano verso la cima del monte. Quindi conobbi una casa che era di nostra proprietà, in parte rovinata dalla guerra con certi inquilini che non ci avevano mai pagato l’affitto. Aprii una porta e dissi che adesso ci avrebbero pagato, altrimenti li avremmo mandati via e si sarebbe andati noi ad abitare la nostra casa.
Vidi il vecchio portalettere, che mi riconobbe. Una vaga speranza di una vita migliore pareva mi venisse promessa. Poi presi a scendere e mi trovai in una specie di palestra: mi ritrovai un amico dal volto scavato e impallidito dalla vecchiezza ma mi assicurò che in quella città ci si divertiva.
Scesi ancora, per andare da mia madre che mi aspettava, e per vicoli quasi sotterranei una cattedrale sontuosa, tutta con mosaici d’oro splendenti e con opere di Cimabue a fondo nero. Vi si faceva una grande funzione, che vedevo come dall’alto di una loggia. La cattedrale era come scavata sotto la terra, anzi erano due chiese aggregate e inoltre vi era anche un edificio pubblico dove, in quel momento, si ricevevano alte personalità vestite di nero, con maglie aderenti al corpo come per gli acrobati. (altro…)

La pace vera è disarmata. Lettera di Natalia Ginzburg in occasione dell’8 marzo 1984

 

La giornata dell’otto marzo vorremmo passarla pensando a quello che a tutti sta a cuore sopra ogni cosa: vorremmo passarla cercando d’immaginare un mondo in cui finalmente scompaia l’incubo della guerra e cercando di costruire, dentro di noi, un futuro di pace.
È difficile, al momento attuale, pensare alla pace e parlarne, e quando parliamo di pace le nostre parole suonano astratte. È vero che non c’è la guerra, oggi, in Italia, ma c’è la guerra in tanti altri luoghi e a Comiso fra poco installeranno i missili. E d’altronde il solo fatto che ci sia la guerra in tanti luoghi, vicini e lontani, rende difficile pensare alla pace e menzionarla come qualcosa di generico, di reale e stabile e possibile. Tuttavia è questo che dovremmo cercare di fare: dovremmo ricostruire dentro di noi un futuro, anche se ci sentiamo oppressi dall’incubo della guerra e incapaci di ogni ricostruzione. Domina, oggi, nel mondo, un’idea falsa della pace, ed è questo che dobbiamo cercare di combattere, sia utile o no, utopistico o no. L’idea falsa della pace è quella che regna in seno alle Grandi Potenze. Esse ritengono entrambe che sia giusto difendersi con le armi, con i missili, con la bomba atomica, con tutti i vari e diversi strumenti di strage che l’ingegno umano è riuscito ad inventare. Esse ritengono entrambe che sia giusto creare un equilibrio di forze, in modo che si crei una condizione di stremo spavento reciproco, e così la guerra sia tenuta lontana. Ma da una simile idea di pace, fondata sulle armi e sulla reciproca intimidazione, nasce la guerra. La pace vera è invece disarmata. La pace vera è quella che rifiuta ogni forma di violenza, e in primo luogo l’intimidazione e l violenza del pensiero. La pace vera è quella che sotterra le armi, rifiuta l’equilibrio delle forze, rifiuta di entrare anche un solo istante in questo gioco infernale. È chiaro che di questa specie di pace, nemmeno le premesse esistono, configurarsela è un’utopia. Ma quando manifestiamo per la pace è questa l’utopia che abbiamo nella nostra mente ed è questo, il disarmo totale di tutto il mondo, questo il futuro che vorremmo fosse destinato alla terra…

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In «Minerva: l’altra metà dell’informazione», 8 marzo 1984.

Gli Arcani Maggiori #16: LA TORRE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Torre, carta della rottura.

 

La prima volta che se ne accorse, Lei si era fermata su una sedia in cortile per fumare una sigaretta prima di rientrare a casa. Faceva buio molto presto, e il cielo del pomeriggio era di un gonfio grigio scuro: così qualcuno, in un piano alto dello stabile, aveva acceso una luce che l’intelaiatura del cemento di fronte assorbiva, restituendo un riflesso morbido e azzurro. Bisognava alzare lo sguardo verso l’alto per accorgersene, e Lei lo vide quasi per caso, dal profondo del suo cortile. Per qualche memoria che non le apparteneva, provò tenerezza e fumò la sua sigaretta per intero fissando la luce impressa contro il muro, che portava la sagoma verticale del telaio di una finestra. Quando ebbe finito la sigaretta si alzò e non pensò più a quello che aveva visto.
Ma quella sera, quando stava per mettersi a dormire, si accorse che puntando lo sguardo da un angolo della stanza riusciva a vedere la sagoma del riflesso sul muro di fronte, perché la finestra da cui proveniva la luce era proprio accanto alla sua. Allora trascinò il letto in modo da riuscire a guardare il riflesso, che le conciliò il sonno.
Il giorno dopo non pensò al riflesso finché fu di nuovo ora di tornare a casa. Accese la sigaretta in cortile come aveva sempre fatto, e solo allora il gesto le fece ricordare di alzare lo sguardo verso il muro. Il riflesso era di nuovo lì, della stessa forma e con la medesima intelaiatura di come lo ricordava. Fumò una prima sigaretta, poi una seconda, e continuò a guardare quella forma cercando di capire se le ricordasse qualcosa che poteva giustificare tutto quell’affetto. Perché era affetto vero e proprio quello che portava per quella sagoma azzurrina, come lo si potrebbe portare a un luogo che ci è stato caro da bambini o a un oggetto regalato da una persona amata.
«Guarderò questo riflesso come i giapponesi sistemano i fiori o prendono il tè», disse a se stessa, «con la stessa tenera attenzione.»
All’improvviso, alla terza sigaretta, vide il profilo del riflesso cambiare: l’asse del telaio scorse fino al limite della zona illuminata e una forma tonda e scura, con tutta probabilità una testa, ne occupò la parte centrale. Lei provò un’immediata rabbia per quell’intrusione. Non le importava che fosse grazie al suo vicino che quel riflesso esisteva: lui non aveva il diritto di interrompere quel sortilegio con il volgare gesto di affacciarsi alla finestra. Spense la sigaretta sotto il piede, la buttò nel cestino comune e salì le scale di corsa per non correre il rischio di incontrare il vicino se fosse uscito. Di nuovo, quella notte, sistemò il letto in modo da guardare l’area illuminata e riuscì a prendere sonno prima che la luce si spegnesse. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #15: IL DIAVOLO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Diavolo, carta della crisi.

 

(ma sempre sarà tua.)

In un tempo non troppo lontano di un luogo lontanissimo della foresta tropicale, viveva una pantera più nera della notte. Era lei che la foresta chiamava quando le nuvole andavano in secca e le rocce crepavano attorno al fiume, perché la sua mente era lucida come il suo corto mantello, e allora posava la larga zampa sulla riva e giudicava chi e per quanto tempo aveva diritto ad abbeverarsi. Era sempre lei che stabiliva a chi apparteneva una preda lasciata indietro dai cacciatori troppo sazi, o chi dovesse crescere cuccioli rimasti orfani dopo un combattimento. Tutti si fidavano del suo giudizio, perché era ferma e gentile.
Una notte, la pantera decise di lasciare i sentieri battuti della sua foresta per andare alla città bianca degli uomini, che da secoli era in rovina e che solo un tempo era stata bianca, perché adesso riposava sotto il verde compatto della vegetazione.
Nella foresta tropicale la luna sa essere di latte, ma quella notte c’era luna nuova e la pantera non vide, seguendo le mura diroccate della città, il baratro che si apriva sotto il tappeto di liane e che la fagocitò alla minima pressione delle zampe. Non ebbe scampo, la pantera, e volò per metri prima di cadere in piedi nel fondo asciutto di un pozzo.
Scrollata la polvere, abituati gli occhi a un nero fondo che a stento le faceva intravedere le giunzioni tra le pietre della parete circolare, per prima cosa la pantera chiese aiuto lanciando un vasto ruggito di richiamo.
«Voi dite di me che sono ferma e gentile», disse. «Allora aiutatemi. Sono nel fondo di un pozzo, e non vedo l’uscita. Aiutatemi a tornare alla mia foresta, fuori di qui.» (altro…)

proSabato: Dacia Maraini, Il sangue di Banquo

Una lady Macbeth così non si è mai vista! Tira su la testa! Non ti adagiare su te stessa! Respira, respira forte, forte”! Maria solleva la testa. Tira un profondo respiro. Avanza lentamente verso il centro del palcoscenico. “E ora buttati per terra e rotola!”
Maria sente la voce leggera e suadente di Alfio Coppa che le entra nelle orecchie con dolcezza.
“Anche tu Sandro… rotolate, rotolate… con dolore, con furia, rotolate sui trionfi del potere acquistato con l’assassinio”!
Maria si sdraia per terra e prende a rotolare sul pavimento di pietra nera. La pelle le si aggriccia. Un moto di ripugnanza le irrigidisce i muscoli. Ma si sforza di continuare seguendo la voce decisa e flautata di Coppa. Ad un gesto di lui si ferma; ascolta una musica stridula di seghe, di violini e di voci infantili che sgorga dal soffitto. Sul fondo ecco Peppe con un lungo pezzo di stoffa fra le braccia. Un momento dopo Maria sente il raso molle e freddo scenderle sulla faccia. Fa un movimento con la testa per liberarsi; soffoca.
“Non ti muovere tesoro, non ti muovere”. L’ordine di Alfio arriva supplice e perentorio. Maria si appiattisce contro il pavimento. Fa attenzione ai passi di Peppe che si allontanano lenti e poi cerimoniosamente tornano ad avvicinarsi. Dalle mani guantate di lui cala il telo che le rabbuia la vista. “Macbeth è un signore, Sandro mio, un grande castellano, e tu ti muovi come uno studentello di liceo, non hai maestà non hai peso, sei un disastro, ricomincia”!
Maria sente Sandro che va su e giù per il palcoscenico battendo i piedi sul pavimento. La scena viene ripetuta cinque, sei, dieci volte. E lei è sempre lì sotto il telo, immobile. Coppa sembra essersi dimenticato di lei. Ora mi alzo, pensa, non posso rimanere così mentre gli altri provano. Fa per tirare su la testa, ma viene fermata da un urlo di Alfio. “Giù la testa amore, mi rovini tutto, mi rovini tutto”!
Maria torna a chinare la guancia sul pavimento ruvido. La muffa le sta invadendo i polmoni infreddoliti. Vorrebbe alzarsi, gridare. Ma ha paura di Coppa. Sono sei mesi che non lavora. E lui l’ha presa storcendo il naso. Poi c’è di mezzo un viaggio a Parigi e una paga discreta.
Perciò stringe i denti e beve piano, a piccoli sorsi leggeri, la poca aria che filtra attraverso il pesante drappo rosso.
“Ecco, ora alzati cara… senza mosse sguaiate, così, con lentezza regale… intorno hai torrenti di sangue, il sangue ti trattiene, ti incalza”. Maria spinge in avanti il piede perché ha paura di perdere l’equilibrio. La lunga attesa sotto il drappo rosso l’ha stordita.
“E ora con dolcezza, con lentezza, con grazia, spogliati amore mio”. Maria lo guarda stupita. Questo non era nei patti. E poi fa freddo. E non capisce perché lady Macbeth dovrebbe spogliarsi.
“Cos’è questa esitazione Mariuccia? Un po’ di moralismo di provincia? Su, non fare la sciocca, spogliati”. “Se si spogliano anche gli altri va bene, ma da sola no”.
“Non se ne parla nemmeno cara mia… che c’entrano gli altri? Tu sei lady Macbeth, non gli altri. Se ti dico di spogliarti, puoi farlo tranquillamente, sei una ragazza moderna Maria, cosa sono queste fisime?” Maria rabbrividisce, non sa se per il freddo o per quelle parole che sente improvvisamente dure e vischiose, ricattatorie.
Intanto Alfio è venuto accanto a lei. E le parla con voce gentile, affettuosa. “Tu sai quanto ti stimo tesoro, sei una attrice straordinaria’…
La mano calda, grande, si posa ossessiva sul collo di lei. Maria pensa che forse ha ragione lui dopotutto: forse la sua è solo una impuntatura. “Qui non siamo all’Argentina o all’Eliseo, Maria cara, a fare un Macbeth ufficiale di tutto riposo. Qui siamo in una cantina, stiamo facendo del teatro sperimentale. Qui contano i gesti, le forme, non le parole. Qui gli spettatori sono chiamati a partecipare dall’interno, a stordirsi, a perdersi, non a ragionare secondo la logica fritta e rifritta della tradizione teatrale”…
Maria annuisce stoltamente. La voce di Alfio suona così sincera, così entusiasta, così religiosamente esaltata. “Le parole non comunicano più niente in teatro Maria mia, come dice Artaud il teatro è crudeltà, segno, immagine. E tu sei una immagine soave, con qualcosa di goffo, lo so, di pesante, ma di una pesantezza delicata e conturbante. Il tuo corpo bianco ricorda certe porcellane cinesi, certi budda di maiolica dal sorriso luminoso e benigno. Ecco, io voglio che lady Macbeth sia così: una figura gonfia e misteriosa, un po’ orientale, con qualcosa di enigmatico e di lunare, mi capisci?” Maria china la testa. Pensa che la volontà del regista è sempre indecifrabile e oscura, che più è originale e meno si lascia capire. Un grande regista d’avanguardia tende a mangiarsi i suoi attori, annullandosi nel suo capace ventre artistico. Il sacrificio dell’attore è necessario, scontato.
Ora Coppa si allontana da lei. Insegna a Peppe e a Sandro come stendere il drappo rosso lungo l’impiantito di pietra. “Il sangue di Banquo sta invadendo la scena” mormora con voce assorta: “è il sangue del potere, dello sfruttamento, il sangue di tutti coloro che soffrono e piangono per i delitti della storia.”
Peppe sposta la stoffa scarlatta con gesti lenti, rituali. Ha gli occhi spenti, come drogati. Alfio gli parla nell’orecchio, con voce allucinata. Poi con un salto arriva da lei.
“Ora tocca a te, Maria, chinati verso questo sangue ingiusto, imbrattati le braccia, la faccia, bevilo a lungo sorsi avidi”!
Maria si butta in ginocchio sul drappo e fa per immergervi la faccia, ma Coppa la ferma con un dito alzato, severo e sarcastico: “No, Maria, così sembri una villanella che coglie margherite… Devi spogliarti, devi essere di una nudità abbagliante e arresa… Levati quegli stracci di dosso e sii voluttuosa, scatenata, folle!” Maria ubbidisce ciecamente, incantata. Con un unico gesto rabbioso si tira via la maglia di lana grigia e la butta lontano. Subito sente gli sguardi di tutti appuntati sul suo petto ampio e luccicante. Coppa ha un sorriso estenuato e crudele. Sandro muove lentamente le pupille cupe, prive di simpatia. Peppe la osserva apertamente avido e divertito. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #13: LA MORTE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Morte, la carta della Nigredo.

La ragazza del libro si chiama come te, Lotte. Perfino adesso non so chi di voi due ho nominato.
Io ti detesto.
L’uomo in divisa chiede a quelli che sono in fila la cintura. Non perché possa diventare un’arma; solo perché pensa che la fibbia potrebbe fargli perdere tempo procurando un falso allarme. Esclude che possano usarla per strangolarmi, se anche volessero: la mia porta è blindata, i miei comandi sono inaccessibili. L’unica persona che potrebbe far cadere deliberatamente questo aereo sono io.
Solo questo ti avevo chiesto, Lotte: di avvisarmi. Ma tu sei stata zitta, perché sei gentile; e l’hai sposato. Hai lasciato che lo scoprissi da me e sei scoppiata in pianto, dopo, a migliaia di chilometri da me che urlavo, singhiozzando nel telefono che nessuno di voi due aveva avuto il cuore di farmi soffrire.
Da quanto sognavo di volare questa tratta.
Lascia che io mi precipiti a dimostrarti quanto mi è cara la vostra premura. (altro…)

proSabato: Lidia Ravera, stracci again

La mia vita è la trilogia di Cenerentola. Nata in stracci, salita sul cocchio, perso scarpina, sposato principe. Divorziato principe causa suoi eccessi alcoolici, sposato accattone. Stracci again. Quindi nuova carrozza (rubata), nuovo amore con guardia giurata (modesto, ma in divisa), nuova risalita sociale, almeno in senso di piede libero. Lui difatti è in galera. L’altro, intendo, l’ex.
Non faccia quella faccia. Rida, piuttosto, o stia serio. Stia come le pare, ma non creda di incoraggiarmi a parlare con quell’enigma muscolare fra le labbra e le gote, fra le pinne del naso. Sto qua stesa e lei mi lascia dire.
Badi bene, io so d’essere sciocca. Sempre stata.
Fin da quand’ero bambina. Babbo era nell’edilizia (muratore). Mamma iperproduceva figli (sette). Mamma non l’ho mai amata: ecco, forse, questo la interessa.
No? Strano. Isabella mi aveva detto che devo raccontare soprattutto questo. Della mamma, intendo. E senza far finta di ricordare niente prima dei quattro anni, o almeno non subito, che quello deve semmai venir fuori dopo. No che non mi sto difendendo. Del resto, lei mica mi aggredisce. Anzi, se devo proprio dirle la verità, lei è l’unico uomo che riesce a guardarmi qui distesa, senza scarpe su un divano, senza trarne una scarica di adrenalina. Ma lei, è un uomo o un pupazzo simbolico?
Non risponde. Certo vale proprio la pena di studiare tanto, per imparare a starsene zitti!
Isabella stragiura che lei è perfino laureato in medicina. Perché io da un cialtrone qualsiasi mica ci vado. Con quel che costa.
In psicologia son capaci a laurearsi tutti. Anche le donne. Bè, adesso perché scrive? Sbaglio o c’è stato un lampino di interesse? Non mi fraintenda, non ho niente contro le donne. Da un certo punto di vista, anch’io sono una donna.
Visto che non ride lei, rido io. Ma sa che questa sensazione di stanza insonorizzata, comincia a non dispiacermi affatto? Sento che potrei tacere anch’io.
Non è fantastico? Il silenzio è qualcosa di saggio, di mai assaggiato, assoggetta, soggioga…
Per voi è facile, stare zitti: avete le cose. Noi ci si sperde fra le parole, di nascosto, correndo, al mattino presto, come cacciatori di frodo che cerchino di acchiappare una preda. Pim pum pam! Ci sente? Cioè: mi sente? Certe volte divento collettiva.
Certe volte per farmi perdonare. Certe volte per farmi capire. Certe volte per caso.
Scivolo sul noi. Noi chi? Non so. Ma è meglio dire: noi chi? Che chiedersi: Io chi? Chiedersi “Io chi?” vuol dire essere malati, non è vero? “Noi chi” è solo non intendersi di politica.
Dicono che non sono cosi sciocca come voglio sembrare.
Dicono che non voglio poi sembrare così sciocca.
Dicono che sono naif, che sono furba, che gioco al doppio gioco. Dicono che faccio tanto svampita americana anni quaranta. Sophisticated comedy. Il mio secondo —l’accattone— si interessava di cinema. Lei no? Lei sì?
Lei non risponde. No, dico, su cose così importanti potrebbe cacciare fuori un sì o un no.
Cos’è questa conversazione tronca! Mi fa monologare per poi criticare. Non è così? Non è per questo che la pagano? Bella roba.
Certe volte mi chiedo se non è proprio questo il sintomo della pazzia: pagare uno perché ti distrugga. La prossima volta le regalo una roncola.
O preferisce un attizzatoio? La pistola scommetto che ce l’ha. Con tutti i soldi che guadagna avrà paura dei sequestri. Oggigiorno guadagnate più voi che i grossisti di insaccati. Si direbbe che la gente preferisca cibarsi di incubi, di fantasmi, siamo all’autocannibalismo. Ci si rosicchia l’Io e finché non s’è finito di mangiarlo non si è sazi. Ma io mi amo sa?
Io non so perché sono qui.
Ha insistito il mio primo marito. Il principe, sì, sì, il principe. Lo racconti stasera a sua moglie: «Sai, cara, oggi ho analizzato una principessa». Sarà contenta sua moglie. Alle donne piace, discorrere di teste coronate. Mio marito era un ramo cadetto e io sono principessa d’acquisto. Il principe, s’intende, m’ha acquistata, ero a bottega. Vendevo scarpe. Lui entra e se ne prova dieci. Cenerentole lui. Aveva certe fette che non c’è il numero in commercio. Nascono tarati perché si sposano fra parenti (altro che tabù, lì gli incesti sono una regola di società). Tutti brutti gli aristocratici: prognatismo, strabismo, gobbe, gobbette, linfatismo, cellulite, sordità.
Il mio principe aveva il piede porcino.
Io lì per lì, mi commuovo.
Dico: «Scusi, non piango di lei». Lui sorride e mi ficca in mano un biglietto da visita con tanto di stemma. Ma non è un biglietto da visita, è l’invito a una festa. Sotto c’è scritto «Valido per due», lui tira fuori dal taschino la stilo d’oro massiccio e cancella «per due».
Poi se ne va zoppicando. È a palazzo, la festa. Lui vuole che ci vada da sola. Avevo sedici anni: Dio, il dolore di non avere un vestito!
Appena a casa telefono a mia zia, seguendo la sceneggiatura della fiaba, le dico: Madrina, ho bisogno di scarpe borsetta d’un abito scollato e dei soldi per il taxi.
Zia fa la sarta. È pessima, look periferia, specializzata in scampoli/occasione. Ma una sua cliente (una squillo che ha fatto fortuna) le lasciava sempre i suoi “straccetti” da darci “due punti qui” un orlo e così via. La faccio breve: zia mi presta di nascosto un abito della squillo, borsetta me ne compra una come anticipo del regalo di Natale. I soldi del taxi me li presta e dice: «se non me li ridai ti faccio maledire in chiesa».
L’unica cosa che proprio non ce la facciamo a svoltare sono le scarpe. Mica posso mettere i mocassini. O i sandali d’oro estivi, con la macchia di catrame sotto l’alluce. Così, decido, vado scalza.
Ma scalza ci devo andare a mezzanotte.
La festa era appena incominciata. Un trionfo. Ero bella sa? Mi guardi. Lo vede come sono adesso? Bè: dieci volte più bella.
Più magra più eretta più smagliante. E sicura di me. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Gigantic

©Luigi Cecchi

 

GIGANTIC

Poche cose erano in grado di spaventare davvero Marylou Humbleglow. Una di queste era il gigante Oreste, un tipaccio che definire scorbutico è davvero poco. Alto quasi novecento piedi, Oreste si presentava presso il villaggio di Colbridge ogni due lune, in attesa che i minuscoli (per lui) abitanti del principato di Willie lo servissero. E guai a non farlo! Nonna Therese raccontava sempre di quando era bambina e il sindaco di Colbridge chiese ad Oreste di ripassare fra altre due lune, perché molti degli uomini erano appena tornati dal fronte, la Guerra delle due Crostate era appena terminata e c’era molto lavoro nei campi e nelle fattorie. Ma Oreste scosse la testa e sollevando un piede lo abbatté contro i campi della famiglia Greyton, uccidendo all’istante tutte le loro capre, due cavalli, e formando quello che adesso chiamiamo Stagno dei Greyton, giacché la depressione si riempì subito delle acque del vicino fiume Lure. Da allora, più nessuno osò far attendere Oreste. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #12: L’APPESO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Appeso, carta del lavoro interiore.

«Ti fa ancora male il piedino?»
Il bimbo si guardò la punta dell’alluce con occhi curiosi. Mosse le piccole dita e provò a spingere sul pedale della bici d’acqua. La mamma, che lo accompagnava a nuoto, diede un leggero colpo di braccia per raggiungerlo.
Era un piccolo salvagente con dei pedali sul fondo: il bimbo aveva tanto insistito per averlo per il primo bagnetto della stagione. Erano scesi in spiaggia con il nuovo acquisto, ma il bimbo si era improvvisamente messo a piangere; aveva posato il piedino su uno scoglio aguzzo che affiorava dalla sabbia.
Lo avevano subito medicato, con il mercurio cromo e un cerotto. Il bagnino gli aveva regalato un coniglietto di plastica per farlo stare buono.
Il bimbo pedalò per una decina di metri, con la madre che gli nuotava accanto. Aveva dimenticato anche di aver pianto. Si guardava attorno, seguendo con gli occhi i percorsi dei gabbiani e dei motoscafi in lontananza.
La madre gli bagnò i capelli passandogli dell’acqua sulla testa con le mani; piccole ciocche gli colarono attorno al viso.
«Sai che facciamo adesso? Tu pedali pedali pedali fino all’altra spiaggia, e mamma ti segue a nuoto.»
Il bimbo annuì e virò parallelo alla costa. Avrebbe dovuto doppiare un piccolo golfo, due, trecento metri di scogli, ma su quell’altra spiaggetta si vendeva il gelato, e la mamma aveva, appeso al collo, il tubicino di plastica con gli spiccioli. Il bimbo raddoppiò gli sforzi.
Il coniglietto di plastica era puntato sulla prua del salvagente come la polena di un galeone. (altro…)

Le allegre gattare

Vorrei farvi il quadro della situazione. Di come la nostra vita sia cambiata da una normale sussistenza tra umani a uno scenario tipico di Durrell, benché gli animali siano solo tre, almeno l’ultima volta che ho telefonato a casa.
Quattro, se si conta il bengalino che è l’estasi e il tormento di Morgan, ma di questo avremo modo di parlare.
Quando mia sorella mi disse che avrebbero preso un gatto, io stavo tirando fuori un maglione da uno stand dell’oviesse. Aveva una buona percentuale di lana, e nonostante questo me lo potevo permettere, ma non l’ho mai comprato, perché l’idea di un gatto in casa Amato era un evento storico e dovevo prendermi un po’ di tempo per barcollare. Voleva dire, innanzitutto, che Madre avrebbe smesso di pronunciare quotidianamente la frase “come vorrei avere un gatto se solo non limitassero tanto negli spostamenti e poi forse questa casa non è adatta ad avere un gatto sai i divani poi”.
Giulia mi disse che sarebbe stato un norvegese, e di cercarlo su internet. Smanettai subito con il telefono e mi spaventai. Si profilavano chili e chili di essere vivente, con metri quadri di pelo annesso.
Io ero lontana, ovviamente, quando la piccola arrivò. Era ancora piccola nel senso che stava ancora su una piastrella, il suo visetto era leggermente diverso da adesso, come più stuporosamente largo. Era tutta nera, salvo il bianco dei guanti delle zampine e della lacrima che dal principio della fronte si allargava al musetto, e poi alla pancia, un’unica livrea soffice come il cotone. Morgan avrebbe perso questa batuffolosità per un mantello lucido e setoso, ma questa è un’altra storia; Salomé sarebbe rimasta sempre così, con la morbidezza leggermente stopposa di un gatto piccolo. Io vivevo attaccata al telefono, anche se non ero il tipo che si affeziona ai gatti (e ignora l’esistenza dei cani), il mio era un interesse estetico ed epistemologico, e il punto in cui andò a incunearsi tutto il mio interesse fu la scelta del nome.
Madre sospirava:
«Oh, avrei sempre desiderato avere una gatta e chiamarla Grace.»
Mia sorella era fervidamente occupata nelle operazioni di spoglio. Io, a distanza, proposi Matilde, in omaggio alla creatura che ha ricevuto le più meravigliose poesie d’amore che un essere umano abbia mai dedicato alla sua legittima compagna e non a un’irraggiungibile figura, perché nel secondo caso sono buoni in molti, ma nel primo riescono pochissimi.
Madre continuava a sospirare, vocina lieve al di là del telefono, oh come vorrei chiamarla Grace.
Non so perché non le prestammo nessuna attenzione, anche se il nome in fondo piaceva a tutte e due. Forse quel continuo sospiro e l’uso indefesso del condizionale ancoravano l’enunciato all’ambito della velleità, e le nostre orecchie continuavano a non registrarlo. (altro…)