prosa

«nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita»: su una citazione di Goliarda Sapienza (1924-1996)

Goliarda negli anni sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Da quando sono nata niente mi sorprende, niente mi entusiasma, ma questo senza dolore o invidia per gli altri che «vivono». A tredici anni vidi mia sorella piangere disperatamente e poi ridere come solo lei sa ridere di gioia. La sua gioia mi fece capire che nessuno poteva essere bello come lei. Nessuno, e capii che sarei morta presto. Lo capii, senza sofferenza né paura, come ora che sono morta da tanto, e nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita.

In Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 (Torino, Einaudi, 2011)

 

Quando uscirono i primi Taccuini di Goliarda Sapienza per Einaudi, secondo la selezione del curatore dell’opera Angelo Pellegrino, i lettori e la critica vennero a contatto con una parte della sua scrittura che poteva considerarsi intima, privata, complementare a quella narrativa, alla poesia, al teatro, ai soggetti cinematografici. In attesa dell’epistolario (ancora ad oggi inedito), dopo aver percorso il corpus in lungo e in largo sia sul nostro blog sia nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016), ed aver poi elaborato alcuni articoli scientifici in cui più volte chi scrive ha sostenuto la comparazione dei romanzi carcerari alla scrittura diaristica di Sapienza sulla scorta di posizioni critiche avanzate da Fabio Michieli durante le numerose repliche di Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza − portato in tour dal 2014 al 2017 con Anna Toscano (poi diventato libro per LVF nel 2016) −, le ipotesi che una grande autrice come questa continuano a mettere in campo non si esauriscono. Anzi: è sempre più vero che l’affondo estremo nella parola vivifica la necessità di riprendere, ribaltare − e non soltanto approfondire − i termini, le possibilità, le direzioni di un’indagine mai sazia come quella dedicata alla scrittrice. Nell’anniversario della sua scomparsa (avvenuto il 30 agosto 1996), dopo alcuni anni di omaggi e post “in memoria di”, emerge ancora una volta la misura di un confronto con quanto di scritto ci ha lasciato, atto a oltrepassare i limiti (ancora una volta) dell’intertestualità di Sapienza.
Ben vengano gli articoli dedicati a questa voce, quelli divulgativi, perché avvicinano sempre più un numero di lettori ai suoi libri; ben vengano tranne quando si perpetua una banalizzazione del senso basando la propria scrittura su forme fisse, su quelli che sono i ‘luoghi comuni d’autore’ (la famiglia socialista, l'”ingombrante” figura materna, la mancata pubblicazione de L’arte della gioia, la depressione, la presenza di Citto Maselli ed altri) che, nonostante costituiscano le fondamenta d’approccio biografico a Goliarda Sapienza non sono affatto sufficienti a definire i contorni di un Ritratto a tuttotondo, che spieghi le ragioni della scrittura − con il corsivo ci si rifà al recente volume di Angelo Pellegrino rivolto proprio alla biografia, di cui si è trattato qui.

Un autore vive anche attraverso chi lo studia, anche nella frattura tra posizioni diverse, e vive perché l’impegno di chi si appresta a conoscerlo possa essere quello di rendere visibile la costruzione interna della sua opera, presentificare il significato della stessa alla luce di elementi costituenti in grado di determinare da quale lato si osserva e si commenta, senza abdicare alla sola teoria, senza. Il compito che ci si prefigge non è “facile”: rendere comunicabile la complessità, il magma dell’esistenza presente nei libri di uno scrittore − se questa è la prospettiva che si adotta − può sfiorare più volte se non il fallimento almeno l’incomunicabilità di ciò che si va dicendo. Non è una questione di accanimento né di competizione critica − dal momento che la vera sfida, chi si propone di mettere in pratica questo “mestiere”, l’affronta con il proprio sé −: si tratta invece di tentare di uscire dal già detto per affrontare con competenza e cognizione “il non detto”, di fare ricerca dentro e attorno la ricerca di altri; si tratta di proporsi continuamente di innovare il proprio punto di vista e la propria chiave di lettura per apportare novità, mescolando le carte, rivisitando le proprie pratiche. L’interpretazione di un testo o di un autore trova significato solo se chi legge − e scrive − sorveglia il proprio io, lo placa o addirittura mette a tacere (o lo sorveglia mentre dorme), e rende servizio alla materia, volgendo lo sguardo anche verso l’ignoto. Questo è quanto scoperto iniziando ad indagare autori proprio qui sul blog oramai da diversi anni; leggere gli altri per migliorare se stessi, imparare a pensare “oltre”. Una sfida appunto non sempre riuscita ma quasi sempre tentata, agita, anche conten(d)endo i rischi dell’autoreferenzialità e della ripetibilità del proprio dire, che pure resiste al tempo e alle prove.

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proSabato: Giovanni Comisso, Orfeo in cucina

SONO ANDATO alla fiera annuale, poco fuori dalla città, curioso di osservare le contrattazioni di bestiame e anche di rivedere da vicino questi animali dopo tanto che non ho più familiarità con loro. Mi ritrovavo come quando si andava di primo mattino ai mercati, intontito dal sonno e dal sole che batteva dovunque sugli occhi. Da principio vidi solo una grande confusione, poi ritrovai i vecchi mediatori che riconoscendomi credevano avessi ancora intenzione di comperare, ma toglievo a loro ogni illusione, non sapevano che non avevo più campi da arare. Erano un poco invecchiati, ma ancora validi e mi accorsi dopo che da tempo non parlavo con loro che avevano un timbro di voce curioso, stretto e martellante, congegnato di proposito per essere convincenti e accerchianti. Quando essi sono a un mercato risultano come attori sulla scena, devono avere la loro cadenza di recitazione. Sono bravi e tenaci attori che sanno impersonare le più difficili variazioni di tanti sentimenti. Devono lusingare, convincere, fingere di sentirsi offesi, disgustati, indispettiti e così: soddisfatti, contenti, felici ad affare concluso. Ma in quel momento a loro non importa nulla, recitano sempre quelle parti, è solo alla sera che sentiranno di essere veramente soddisfatti o no in base al resoconto degli affari della giornata.
Ero così intontito che pensavo non vi fosse alcuna differenza tra l’intonazione canora del richiamo di un venditore di castagne e il muggito di un bue affamato. Lentamente potei discernere qualcosa nella folla, tra quella gente informe coperta di stracci sbucarono quattro teste di buoi bianchi e rocciosi, lanose tra le corna ricurve, biondi negli occhi tra le lunghe ciglia bianche, uno sguardo quasi cieco come nelle sculture, e quell quattro teste mi ricordarono un bassorilievo antico forse del Partenone o di qualche ara. La folla li riassorbì come un sipario e ritornai a vedere solo uomini, uomini di campagna vecchi e deformi, zoppi, con baffi spioventi, rinsecchiti e obesi, bruttissima gente che non mi ero mai accorto frequentasse i mercati di bestiame. Come non potevo dare a loro un’anima, non potevo immaginare avessero un corpo sotto a quegli stracci dei loro vestiti. Non avendo più da spartire con loro né come contadini, né come mediatori, li sentivo non solo di un’altra razza, ma di un altro mondo, forse usciti di sotto terra come le talpe. Ma per avere ancora di più disgusto di loro mi accadde di vederli mangiare voracemente dei polipi bolliti che una don na offriva a loro come fosse la sua carne. Li lusingava proprio come aveva fatto per se stessa, in altri tempi, e ne conservava ancora tutta l’arte. Era tanta l’avidità che non accorgevano d’insozzarsi le guance con le interiora verdastre del polipo. Un vecchio stecchito ne aveva già mangiato due come per rimpolparsi di quella carne rosea e lucente che stiracchiava cone le mani tremanti dai pochi denti che la trattenevano. Dietro alla donna un uomo irsuto che la luce del mattino definiva in tutte le rughe della fronte e del volto, un specie di stregone, ravvivava il fuoco su cui bolliva una grande pentola nera e vi buttava dentro quei polipi come fossero rospi o vipere da fare intrugli diabolici. Un’altra donna alta e formosa con coscie [sic.] sovrabbondanti passava tra tutti quegli uomini sforzando alterezza nello sguardo sebbene, sicura di non essere ancora disfatta, fosse intimidita nel sentirsi da tutti riguardare, distogliendo la loro attenzione dai fianchi degli animali ai suoi ondeggiamenti. Neanche i ragazzi che tenevano gli animali per la cavezza avevano un minimo d’armonia, intristiti come convalescenti, allungati nella magrezza, torbido e inesistente lo sguardo. (altro…)

proSabato: Matilde Serao, Il pittoresco da ‘Il ventre di Napoli’

Alla mattina, se avete il sonno leggiero, fra i tanti rumori napoletani, udirete uno scampanio in cadenza che ora tace, ora incomincia dopo breve intervallo: e insieme un aprire e chiuder porte, uno schiuder di finestre e di balconi, un parlare, un discutere a voce alta dalla strada e dalle finestre. Sono le vacche che vanno in giro per un paio d’ore, condotte ognuna da un vaccaro sudicio, per mezzo di una fune: le serve comprano i due soldi di latte, attardandosi sulla soglia del portone, litigando sulla misura; molte per non aver il fastidio di far le scale, calano dalla finestra un panierino dove ci è un bicchiere vuoto e un soldo, e da sopra protestano che è troppo poco, che il vaccaro è un ladro e fanno risalire il panierino con molta precauzione per non versare il latte; poi sbattono rabbiosamente le finestre.

Queste vacche si fermano innanzi a ogni porta, nel loro giro mattinale: dove le serve dormono ancora, il vaccaro grida forte acalate u panaro; se non sentono, batte forte il campanaccio della vacca. È un quadro pittoresco, mattinale: quelle vacche tutte incrostate di fango, quel vaccaro dalle mani nere che sporcano il bicchiere, quelle serve scapigliate e discinte, quelle comari dalla camiciuola macchiata di pomidoro.

L’altro lato del quadro è nel pomeriggio; dalle quattro alle sei, uno scampanellìo acuto e fitto: sono le mandre di capre che scorrazzano per tutte le vie della città, ogni branco guidato da un capraro con un frustino.

A ogni portone il branco si ferma, si butta a terra, per riposarsi, il capraro acchiappa una capra, la trascina dentro il portone per mungerla innanzi agli occhi della serva, che è scesa giù; talvolta la padrona è diffidente, non crede né all’onestà del capraro, né a quella della serva; allora capraio e capra salgono sino al terzo piano, e sul pianerottolo si forma un consiglio di famiglia per sorvegliare la mungitura del latte.

Il capraro e la sua capra ridiscendono, galoppando, dando di petto contro qualche infelice che sale e che non aspetta questo incontro: giù, alla porta è un combattimento fra il capraro e le sue capre per farle muovere, fino a che queste prendono una corsa sfuriata, massime quando si avvicina la sera e sanno che ritornano sulle colline.

In tutte lo città civili, queste mandre di bestie utili ma sporche e puzzolenti, queste vacche non si vedono per le vie: il latte si compra nelle botteghe pulite e bianche di marmi.

A Napoli, no: è troppo pittoresco il costume, per abolirlo. Nessun municipio osa farlo. La gran riforma, in venticinque anni, è stata che non potessero girare per le strade i maiali, come era prima permesso. (altro…)

PoEstate Silva: Renzo Favaron, Apollonia (un ricordo)

Serena Nono, nightlight, olio su tela (proprietà di Renzo Favaron)

Economicamente parlando, Apollonia non aveva mai avuto bisogno di ricamare tovaglie e tovaglioli, ma così ingannava il tempo sin da quando la conoscevo. Erano passati più di vent’anni e né la radio né la televisione erano riuscite a scalfirla, a destare in lei la più piccola curiosità o attenzione. A dirla intera, credo che in vita sua non sia andata mai una volta al cinema o a teatro. Anche quando Guido ha fatto istallare il telefono, lei non se ne curava e lo lasciava squillare. La lista potrebbe continuare, come se Apollonia non avesse mai varcato la soglia della società industriale e non fosse mai andata via da Forcarigoi (quando la terra argillosa, dopo l’aratura, non si lasciava frantumare dall’erpice e allora era necessario rompere le zolle adoperando il rovescio della zappa, prima che il sole le rendesse dure come sassi). Non esagero e comunque, quando le ho fatto visita, ricordo che ha sbattuto le palpebre e mi ha guardato con una faccia perplessa, come se fossi un estraneo. Io l’ho salutata e lei non ha pronunciato il mio nome ricambiando il saluto, ma quello di un altro nipote. Lì per lì non sono rimasto colpito, anche se da lei non mi sarei mai aspettato un lapsus del genere. O, forse, non volevo riconoscere un sintomo che cominciava ad alterare la sua capacità di giudizio (nel frattempo, mi ero laureato in psicologia e avevo imparato l’eziologia di molte malattie del cervello sia di origine mentale che di natura organica). Di fatto, quel chiamarmi con un altro nome era il prodromo di un addio.
Nei mesi successivi l’amnesia di Apollonia si è aggravata e, quando sono tornato da lei, era seduta al solito posto accanto alla finestra, ma immobile e già ridotta a una pianta di Sansevieria, se così si può dire: era spenta e questa volta non solo mi ha salutato con il nome di un altro nipote, ma non mi ha riconosciuto e mi ha scambiato per l’uomo che aveva messo incinta Claretta. La coscienza era andata, tanto che la sorella di mia madre mi ha detto che ormai non si poteva più lasciarla in casa da sola. Oltre a ciò, mi ha confessato che un giorno l’aveva scambiata per una cugina che si era lasciata cadere dal ponte della ferrovia e che aveva insistito con lei, la sorella di mia madre, a proposito di un anello svenduto da suo padre in tempo di guerra per mangiare. Infine, ha aggiunto: «Lo psichiatra non ha saputo dirmi se si tratta di demenza o Alzheimer. Ad ogni modo», ha proseguito, «ha diagnosticato che perderà ancora di più la competenza dei gesti». La sorella di mia madre ha fatto una pausa. Poi si è asciugata una lacrima con un dito e, abbassando la testa, ha borbottato: «Non bastasse, perderà anche ogni controllo di funzione». Inutile dire «che perderà ogni controllo di funzione» significava che al decadimento mentale sarebbe seguito quello fisico. (altro…)

proSabato: Ginevra Bompiani, Seduzione

La seduzione cambia a seconda che ad agirla sia un uomo o una donna. Dico «agirla» perché la seduzione e richiede molta attività e molta abnegazione. Io ho sempre Ammirato i seduttori e sono stata loro grata degli sforzi umani e sovrumani che facevano per conquistare quello che gli si sarebbe offerto Forse subito, per gusto o per riconoscenza. Cedere alla seduzione è un modo di applaudire. Nei romanzi del grande scrittore francese Crébillons fils, si capisce benissimo che la donna si concede con un applauso. È quell’insicuro di Sade che deve invece mortificarla con la crudeltà e un leccar di baffi.
Ma bisogna parlare del seduttore e della seduttrice, e non semplicemente di «seduzione», perché queste due figure perseguono obiettivi assai diversi.
Il seduttore vuole conquistare la sua preda furtivamente, la seduttrice vuole tenerla a distanza platealmente.
Don Giovanni è un esempio classico di seduttore: come tutti i conquistatori, è in lotta col tempo; come un vero clandestino, è in fuga. Deve correre sotto al balcone e poi correre via per non farsi prendere. La fretta gli fa mancare le prede più interessanti come Donna Anna e perfino le più facili come Zerlina. D’altra parte, quel che conta per Don Giovanni, come spiega bene Leporello, è il numero, non la qualità; il territorio, non il paesaggio.
L’esempio classico di seduttrice è Célimène, la donna amata dal Misantropo di Molière. Il misantropo e la seduttrice formano una coppia impossibile e ideale: il misantropo ha bisogno delle arti elusive della civetta per potersi innamorare. La seduttrice ha bisogno di tutte le sue arti per tenerlo a bada e non farsi soffocare.
Naturalmente non potranno andare a nozze perché non hanno un luogo comune: il misantropo vuole il deserto, che rende vana ogni seduzione, e la civetta vuole il salotto, dove il misantropo muore ogni minuto.
Seduttrice e civetta non sono in verità sinonimi: la civetta è la forma più fatua e antiquata di seduttrice. Ogni seduttrice non civetta più, non usa tecniche da quattro soldi, co ha penato il femminismo a spazzarle via. Oggi una seduttrice ricorre a una virtù molto più rara e più pregiata, la grazia, che è una virtù lenta, un po’ sorniona: la qualità di Marlène Dietrich e dei suoi personaggi. Célimène ne ha da vendere, mentre Lulù (Wedekind, Berg), pecca di troppa fretta, ed è un po’ maschile in questo. La grazia è una virtù dell’intelligenza. Ci sono donne stupide e dotate di grazia e sono quelle di solito chiamate «misteriose». Niente infatti è più misterioso di una grazia stupida, che rimbomba nel vuoto. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

Variazioni bianche #6: bianco

All’inizio si dà retta alla vulgata e si pensa che il colore più angosciante sia il nero.
Poi qualcosa fa vacillare la certezza. La morte dietro la maschera è rossa. Il re, con il suo libro che uccide alla prima lettura, è giallo. La nube liberata dal ghiaccio antartico che uccide la razza umana al suo passaggio è purpurea. Il colore che viene dallo spazio ha dal tremendo suo di essere tuttora sconosciuto.
Poi si smette di avere dubbi. Si smette più o meno a livello di Gordon Pym, al suo arrivo nell’incredibile bianco mozzafiato.
Moby Dick è bianco, come il lutto orientale. Alla sua bianchezza è dedicato un intero capitolo. Chiarisce come il panico possa arrivare da un eccesso di grazia. Il tocco angelico come frizione insopportabile, la purezza come motivo di paura.
Sono bianchi i denti, uniche ossa scoperte del nostro corpo. Bianchi i tasti del pianoforte, e la sindrome della pagina eponima, che non ho mai vissuto per la determinazione a sedermi al computer non un attimo prima che quello che ho da scrivere mi esca dalle mani. Sono bianchi, troppo, i muri del mio bilocale, dipinti con le mie mani poco prima di trasferirmi in una tre giorni di intossicazione da allegria, e non c’è fotografia o quadretto che riesca a distrarne il lucore, che traspare da ogni singola striscia con una sfrontatezza ospedaliera.
Mia sorella ha sempre voluto un gatto bianco, perché la mettesse in soggezione, diceva. È bello avere qualcosa per cui provare ossequio. Per assoluto caso è arrivato Artù, fortunello di due settimane abbandonato dalla madre, tutto preso a starnutire e ad aderire al nostro collo con tutto il corpo. Finché era piccolo una sua zia romana lo chiamava “la palletta”; ora è oblungo come una faina. Artù chiacchiera e risponde al suo nome con variegati cinguettii. Artù è un ossesso, e dimostra un incontenibile affetto, correndo ad accogliere alla porta o mordicchiando le mani con un accenno di scodinzolio canino. Eppure ci sono dei momenti in cui Artù è poco lontano, acciambellato sulla sedia sotto il riverbero del televisore, la faccia premuta nelle zampe come se pensasse a qualcosa, e in quei momenti Artù è altro, Artù è altrove, e questo avviene sicuramente perché è bianco.
Non dormo bene, d’estate. Qualcosa del chiasso notturno e della stanza torrida mi tiene sveglia, avviluppata nell’ansia. Un attimo prima sono tutta presa a sentirmi il cuore nel cuscino, un attimo dopo mi ritrovo a metà della notte, improvvisamente sveglia dopo un sonno da stanchezza, chiedendomi quando mi sono addormentata. Mi piace alzarmi, allora. Andare a prendere un bicchiere d’acqua o uscire in balcone. Mi piace perché non ho più ansia, e sono padrona del tempo e dello spazio.
Artù mi aspetta sempre dietro una porta. Tende un agguato alle mie caviglie, saltando su due zampe, e quasi mi fa caracollare. Se fossi ancora spaventata sarebbe un problema; invece mi fa grande tenerezza. Agguanta le caviglie poi scorre via, prendendo l’infilata del corridoio.
Come Moby Dick, posto che lui si prenda la briga di fare agguati anziché limitarsi a scrollarseli di dosso quando li riceve. Quello stesso modo di essere per noi il più dilatato punto sulla retta, mentre non siamo per lui che il breve segmento della sua corsa pazza.

© Giovanna Amato

proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole. Ad alta voce

 

CAMILLERI   Il mio modo di raccontare obbedisce al mio ritmo personale, cioè obbedisce a certe leggi, a certe pause, a certe accelerazioni e ralenti che io sento dentro di me. Quando devo esprimere una situazione o un’idea in un dialogo di un romanzo che sto scrivendo a me più di tutto interessa questo, poi c’ è il modo in cui lo metto sulla carta. Se, nel contesto generale, quella pagina ha un certo ritmo che mi serve per fare da controcanto al ritmo precedente o a quello che ho in mente di scrivere subito dopo, vuol dire che quella pagina io devo pensarla con un certo ritmo, che non è solo il ritmo della pagina in sé, ma è collegato a tutto come se fosse una sinfonia. È collegato a quello che c’è immediatamente prima e immediatamente dopo.
È questo alternarsi di ritmi all’interno di un romanzo che fa quello che chiamo il respiro di un romanzo, che è preciso identico a quello che avviene in teatro. Se si piglia un esempio massimo, come può essere l’Amleto, e lo si studia solo dal punto di vista del succedersi delle scene, della durata delle scene e della quantità dei personaggi che ci sono all’interno di ogni scena, si scopre che quello dà il ritmo generale a tutto l’Amleto, è un continuo alternarsi e un progredire in crescendo, un respiro che parte lento e si fa sempre più affannoso. Ci possono essere pagine di sosta, un ritorno a un ritmo precedente, ma deve essere voluto, studiato, perché ogni pagina ha uno spartito che deve obbedire a un insieme, a un ritmo più grande.
Mi capita spesso di pensare a un romanzo come se fosse una partitura, e la domanda che mi ripeto è: «Che respiro deve avere questa vicenda?». Il mio Un filo di fumo è tutto pensato in questo modo, inizia con un ritmo affannoso, finisce con un maestoso e la processione. Gli autori di teatro di solito danno fuori testo le indicazioni che suggeriscono l’andamento dell’opera. (altro…)

proSabato: Andrea Camilleri, “Ho finito” (da “Conversazione su Tiresia”)

Ho finito

Forse vi state chiedendo la vera ragione per la quale mi trovo qui.
Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato registra teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotto in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne.

Ora devo andare.

Vi chiederete cosa faccio adesso. Attualmente vivo a Brooklyn e ogni tanto mi chiamano per fare la comparsa in un film. Nella mia ultima interpretazione ero Tiresia che vendeva cerini, persona e personaggio finalmente ricongiunti.

[…]

Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.

 

da Conversazione su Tiresia, Sellerio, 2019

Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. (altro…)

proSabato, Gianni Rodari, La febbre mangina

Quando la bambina è malata anche le sue bambole debbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno le visita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissime iniezioni con una penna a sfera.
– Questo bambino è malato, dottore.
– Vediamo un po’. Eh sì, eh già. Mi pare che abbia una buona brontolite.
– È grave?
– Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matita blu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.
– E quest’altro bambino non le pare malaticcio anche lui?
– Malatissimo, si vede senza cannocchiale.
– E che cosa ha?
– Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due etti di fragolite acuta.
– Mamma mia! Morirà?
– Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidina sciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda un bicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebbero venire il mal di denti.
Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore le dice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarla personalmente, mentre la mamma prepara i vestiti.
– Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè… provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbre mangina.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)