Giuseppe Zucco, I poteri forti (recensione di R. Calvanese)

Giuseppe Zucco, I poteri forti
NN Editore 2021

Immaginate una snowball. Una di quelle sfere in cui si può far cadere la neve soltanto scuotendole. I poteri forti, edito da NN, di Giuseppe Zucco è qualcosa di simile. Una piccola, grande, raccolta di racconti. Le storie sono cinque ed all’apparenza sarebbero trame semplici se l’autore non provvedesse ogni volta a scuoterle facendo succedere cose impensabili, surreali, ma riuscendo anche al contempo a svelare l’animo dei protagonisti ed a svelare la poesia capace di nascondersi negli anfratti di una realtà a tratti grottesca.
La raccolta si apre con la storia di un uomo che si sveglia nel cuore della notte a causa della risata diabolica di sua moglie. Una risata che però è sfuggente, forse soltanto immaginata. Qualcosa che mina il suo equilibrio. Da quel momento il protagonista rincorre sé stesso in una sequela di situazioni che lo porteranno negli abissi e lo faranno risalire in continuazione. Qualcosa di simile accade nel secondo racconto, La pietanza, in cui il protagonista divenuto, sotto ricatto, carceriere troverà in quella dimensione una funzione catartica per la propria esistenza. Un modo di raccontare che si imprime anche sulla pelle, come nella storia intitolata Un ramo spezzato in due, in cui l’uomo al centro della storia per raccontare ciò che gli succede usa il suo corpo, una sorta di Memento che imprime sulla sua pelle tutto quello che è degno di nota. Protagonisti accomunati dal comune denominatore delle passioni vissute fino in fondo, accettando di giocare tutto nelle pagine che segnano l’inizio e la fine di tutto il mondo ogni volta.
Quello dei personaggi di Giuseppe Zucco è un universo che risponde a regole che si riscrivono a ogni pagina. Una realtà aumentata e diminuita a seconda delle necessità. Ma quello che colpisce di più delle storie di I poteri forti è la capacità di gestire i registri diversi, il sarcasmo e la poesia divengono facce della stessa medaglia. La condizione intima e quella di osservazione si alternano in modo irregolare ma sempre efficace. A tratti questo libro mi ha ricordato la raccolta Viscere di Amelia Gray (Pidgin Edizioni) per la capacità di far convivere reale e irreale raccontando perfettamente gli stati d’animo di chi attraversa quelle storie.
In racconti come Quarant’anni e I poteri forti, l’autore riesce a trovare le cime della sua narrativa. Storie che arrivano in profondità e riescono a scombussolare il cuore e lo stomaco del lettore. Chi attraversa un passaggio generazionale, inseguito dai fantasmi dei numerosi insuccessi intervallati da sporadiche soddisfazioni nella propria vita e chi come i giovani innamorati dell’ultima storia si trova al cospetto della morte e della vita che esplodono con la stessa forza. Il tema dei migranti che squarcia l’innocenza di due giovani in modo inizialmente laterale per poi diventare parte integrante della narrazione.
Chi si avvicina alla lettura di questo libro deve lasciare i propri punti di riferimento all’entrata, sapere che l’unico modo di arrivare fino in fondo è quello di abbandonarsi alla corrente, col rischio di prendere in faccia qualche bella onda e anche di andarci sotto, ma anche poi di vedere un bel sole all’orizzonte.

© Raffaele Calvanese

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