Antonio Tricomi, Epidemic (rec. di Sandro Abruzzese)

Antonio Tricomi, Epidemic
Retroversioni dal nostro Medioevo
Jacabook 2021
Epidemic: ovvero della modernità senza progresso

Epidemic. Retroversioni dal nostro Medioevo (Jacabook 2021), va detto in anticipo, non è soltanto un libro di critica sociale frutto di una disamina lucida e rigorosa che principia dalle pestilenze letterarie del passato per arrivare all’odierno Covid19. Il suo autore, Antonio Tricomi, in precedenza, in Fotogrammi dal moderno (Rosenberg Sellier 2015), oppure nei numerosi scritti su Pasolini, ci aveva abituato alla profonda indagine sulle figure del moderno di stampo francofortese. Ma in questo libro, mi riferisco nella fattispecie al capitolo finale, accade qualcosa che a un certo punto elimina la barriera tra critico e letterato, indicando una strada personale verso il meta-romanzo che auspico l’autore in futuro porti alle estreme conseguenze.
Ma andiamo con ordine. In Epidemic, dal Diario dell’anno della peste al Robinson Crusoe, Tricomi individua, con Marx, in Defoe uno dei precursori del borghese moderno. In Crusoe c’è appunto quell’essere proni alla “virtù etico-economica”, quell’attitudine a produrre e sviluppare la sopravvivenza “disillusa e pragmatica” in una non-società di monadi. Così, con l’aiuto del protestantesimo, continua l’autore, i mezzi diverranno il fine, basterà disfarsi dell’etica tradizionale, anzi capovolgerla. Defoe, in anticipo sul darwinismo sociale, col Diario dell’anno della peste, ambientato nel ‘600, legittima la morte dei meno abbienti di Londra. La peste punisce i non laboriosi, in nuce c’è già il rapporto modernissimo tra produttività e disuguaglianza.
Insomma, la peste in Epidemic, titolo che è anche un tributo a Lars Von Trier, è l’occasione per un ulteriore balzo in avanti verso il capitalismo avanzato, infatti Defoe stesso ha già “il fisiologico atteggiamento del moderno letterato borghese”. La borghesia con lui si disfa del suo passato, per poi rivolgersi contro l’aristocrazia, imponendo i propri principi come universalmente validi, spacciandoli per “essenza stessa della civiltà”.
Ebbene, che sia la Mary Shelley dell’Ultimo uomo, in cui la peste colpirà la Londra del ventunesimo secolo, in un processo di democratizzazione della società che secondo l’autrice non garantisce un autentico progresso civile proprio perché privo di un’etica pubblica interclassista nata dall’élite; che sia invece protagonista l’acuta osservazione degli Stati Uniti industrializzati da parte di Edgar Poe, oppure che si tratti dell’Italia, dalla peste boccaccesca alla colonna infame manzoniana; le serrate comparazioni di Tricomi ribadiscono il ritardo storico italiano nel rapporto con la modernizzazione capitalista, da cui la sostanziale assenza di una classe dirigente borghese, e la vittoria di una non-borghesia, a volte brillante, ma ostinatamente egoista e individualista.
A rompere il misconoscimento dei ceti subalterni, presente in quasi tutti gli autori sopracitati, ci pensano Marx e Engels col Manifesto del partito comunista, nel 1848. Se lo spirito borghese, dopo aver archiviato quello aristocratico per il progresso, egemonizza a sua volta il campo proponendosi come unico approdo e guida alla civiltà, il Manifesto cambia le carte in tavola e porta nella Storia il conflitto di classe, opponendo, alla civiltà borghese capitalistica, i lavoratori.
Sarà il disilluso London, per Tricomi, a comprendere “l’invincibile capacità di contagio dimostrata, nel mondo intero, dal sempre letale virus borghese” e a descrivere una società sostanzialmente parassitaria, classista. In Martin Eden infatti compare quell’industria culturale che non servirà a emancipare gli individui, ma a creare immaginari come specchi per le allodole, per “intrattenersi senza mettere mai in questione l’ordine dato”, ovvero siamo alla “collettiva interiorizzazione dei costumi piccoloborghesi”, ricorda Tricomi. Questa la vera peste, il morbo che ha bloccato qualsiasi reale evoluzione dall’avvento della borghesia a oggi.
Tuttavia, anche se non esplicitato, è ancora un morbo ad attanagliare l’Europa delle guerre mondiali, come per esempio ricorda il Mann della Montagna incantata, e non poteva mancare La peste di Camus, che porta in seno il virus recentissimo e fumante del nazifascismo, sempre in agguato, anche a Orano.
Dunque, il contagio è nell’irrealtà, nell’astrazione, a cui contrapporre la solidarietà e il reciproco aiuto, ritiene l’autore dell’Uomo in rivolta. Invece con lo sbarco americano e la nascita della Repubblica, il Belpaese va incontro alla società debordiana dello spettacolo. Il capitalismo potrà vampirizzare il ’68 e le forme di dissenso successive, sapendo indossare la sua proteiforme maschera, volta a volta, in base ai propri vecchi e nuovi avversari.
Il sistema sopravvive per “endogenizzazione”, si inocula e adatta, riutilizzando le critiche, svuotandole della loro carica, reificandole, per poi, rese innocue, reintrodurle magnanimamente in commercio.
Se in Cecità di Saramago, Tricomi vede il j’accuse al sistema neoliberista degli anni ’80, che smantella il welfare e produce un aggravio delle disuguaglianze, è però nella parte finale di Epidemic che il libro si trasforma in un’originale variazione sul tema. La capacità di trasformare il testo in un’improvvisazione di stampo jazzistico conduce l’autore a un giudizio ancor più implacabile verso la società e il mondo intellettuale. Non accade con Epidemic ciò che avviene a un altro grande critico italiano, quel Goffredo Fofi che nei suoi numerosi atti d’accusa all’industria culturale non riesce mai a includere la propria falsa coscienza, a vedersi dall’esterno, come parte del tutto.
È questo il difficile approdo che invece riesce al critico marchigiano: guardare il mondo dall’ignoto e svelarsi, con la propria controparte di vizio, falsa coscienza inclusa, in tutta la sua paradossale contraddittorietà.
Insomma, il finale di Epidemic è un vero e proprio inizio, un’autoanalisi spietata della e nella tardo-modernità nevrotica, schizofrenica e paranoica. In fin dei conti, Tricomi vi esprime il paradosso di essere l’eccezione al sistema, alieno, esule, e per questo a sua volta integrato, proprio perché previsto e metabolizzato dalla società spettacolarizzata. Anche l’autore insegna, certo, ma non sfugge alla riproduzione sociale a cui è ridotta l’istruzione pubblica; anche l’autore scrive e pubblica, si capisce, ma lo scetticismo, oltre che il consueto rigore fortiniano, non lo salvano dall’assordante rumore di fondo dell’oceano comunicativo a cui si unisce, privo com’è di reali referenti.
Infine, il Covid19 ha dimostrato che l’Occidente di Trump e Johnson è preda del darwinismo sociale in maniera non dissimile dalle argomentazioni di Defoe. Quell’Occidente che ormai si occupa non della Terra o degli esseri umani, ma di determinate categorie protette, durante il lockdown si è dedicato a un’umanità privilegiata, in cattività, da allevamento intensivo, eterodiretta nell’acquiescente conservazione della propria vita a ogni costo. A questo punto il capovolgimento riguarda l’esistenza stessa, ridotta a simulacro dalla biopolitica.
Ma in Epidemic i virus sono tanti e quello più forte appare il mondo tecnocratico del capitalismo moderno che ha reso la vita un diritto solo a patto di essere nati nel posto giusto, senza tentare di ridiscutere il nomos della terra.
Per concludere, ancora una volta Antonio Tricomi licenzia un libro raro per solidità teorica, acume, rigore, intuizione.
L’ultimo capitolo vi aggiunge prospettiva e ironia disarmanti, confermandolo uno dei più liberi, indipendenti, ispirati autori iper-razionalisti della critica letteraria italiana.
Senza dubbio Epidemic, tra i tanti libri generati dal Covid19, è il migliore licenziato sulla pandemia. E questa non può che essere la nemesi che investe l’autore anche quando tenta ad ogni costo di rifuggire le sirene dell’industria culturale. Se Epidemic divenisse un best-seller, Tricomi saprebbe di certo che, ancora una volta, a vincere la partita non sarebbe lui.

© Sandro Abruzzese

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