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Scrittura e annientamento del sé: ‘Decreazione’, Anne Carson (di Maria Teresa Rovitto)

Nella raccolta di saggi e testi lirici Decreazione (Utopia Editore, traduzione di Patrizio Ceccagnoli, marzo 2023), dove troviamo le ibridazioni formali e stilistiche caratteristiche della sua opera, l’io narrativo di Carson si assottiglia per dare maggiore spazio alla riflessione filosofica e alla composizione poetica. La raccolta contiene versi sull’amore filiale, saggi, tra cui un elogio del sonno, uno sull’eclissi, uno sulle opere di Beckett Quadrat I e Quadrat II, una sceneggiatura in versi su Eloisa e Abelardo, un libretto d’opera, testi in cui Longino dialoga con Antonioni e Kant con Monica Vitti, un oratorio sul tema delle armi, una descrizione di riprese cinematografiche, un lungo poema ecfrastico. Il nucleo centrale è però il saggio diviso in quattro parti Decreazione: Il modo in cui donne come Saffo, Marguerite Porete e Simone Weil raccontano Dio, seguito dal libretto, Decreazione: Un’opera in musica di tre parti, dove i personaggi sono proprio Porete e Weil. 

“People make trouble out of that border [between poetry and its interpretation]. I practically don’t separate them”, dichiara in un’intervista: “I put scholarly projects and so-called creative projects side-by side in my workspace and I cross back and forth between them or move sentences back and forth between them, and so cause them to permeate one another”, (Mcneilly Kevin, “Gifts and Questions: An Interview with Anne Carson”, Canadian Literature, 176, Spring 2003).
Un metodo di lavoro il suo che, sin dal momento dell’esordio, si rivelò in anticipo sui tempi e per cui fu collocata tra le avanguardie, uno status costretto sin da subito a convivere con la sua anima di poeta, scrittrice e saggista legata alle radici della cultura classica occidentale, inserendosi inoltre nella grande tradizione romantica della scrittura del sentimento del sublime. Affronta instancabilmente riflessioni filosofiche sulle questioni spirituali, sul rapporto con il divino, sulla posizione del soggetto nel mondo, filtrate sempre dalla luce del gesto creativo che ne fa materia letteraria.
Nel saggio che dà il titolo all’opera viene esplorato il tema dell’annientamento o decreazione del sé nell’esperienza amorosa che si rivolge all’altro o alla ricerca di Dio.  Il termine è un neologismo preso in prestito dalla filosofa e mistica francese che si incontra nella raccolta postuma di pensieri L’ombra e la grazia. Attraverso meccanismi e strategie testuali che si ritrovano anche in altri lavori come Economia dell’imperduto,  Eros il dolceamaro  e Vetro, Ironia e Dio (Crocetti, 2023), la riflessione ruota intorno al desiderio che ci lega all’altro, alla distanza necessaria dall’amato come condizione per la sopravvivenza del sentimento, alla distanza dal sé che, come leggiamo in questo saggio, dovrebbe fuoriuscire completamente dal centro per dare spazio alla vita, così che il proprio essere possa accadere al pari di tutte le altre cose del mondo. L’amore è ostacolato dall’amore per sé stessi e, solo attraverso un’esperienza estatica che colloca il soggetto fuori da sé, si può scavare il vuoto necessario per accogliere il divino e il Creato. Il triangolo erotico immaginato da Weil è formato proprio da sé stessa, da Dio e dall’intera creazione, e scrive: 

Se solo potessi vedere un paesaggio così com’è quando io non ci sono”.

Tentare di creare questo vuoto non significa avvicinarsi al nulla ma, al contrario, a una pienezza di significato che si amplifica grazie a una rinnovata sensibilità. Il vuoto è anche la disponibilità dell’amante a entrare nella povertà, a denudarsi, a lasciare sé stessi alle spalle, condizione a cui accennano sia il frammento 31 di Saffo, prima di interrompersi e arrivare incompiuto fino a noi, che il trattato della mistica e teologa francese, Marguerite Porete, Lo specchio delle anime semplici, bruciata sul rogo nel 1310 proprio per aver scritto questo libro sull’audacia assoluta dell’amore, una sorta di manuale per le persone che cercano Dio. La religiosa, poi dichiarata eretica, comprende che l’essenza dell’essere umano risiede nel libero arbitrio che è stato riposto in noi da Dio affinché noi lo restituiamo, accettando una condizione di impoverimento come negazione fisica e metafisica: 

Ora tale anima è nulla, perché vede il suo nulla per mezzo dell’abbondanza dell’intelletto divino, che la rende nulla e la pone nel nulla”.

Le tre scrittrici e filosofe condividono, dunque, il tentativo di riportare su pagina, testimoniare, scrivere di questa esperienza, di questo movimento che cade nel vuoto e toglie centralità all’Io, ed è proprio qui che Carson individua il paradosso di una tale operazione: 

“Come possiamo far quadrare queste oscure idee con la brillante autoaffermazione del progetto di scrittura condiviso da tutte e tre, il progetto di dire al mondo la verità su Dio, l’amore e la realtà? La risposta è che non possiamo […] Essere uno scrittore significa costruire un grande, rumoroso, lucente centro dell’io dal quale la scrittura prende voce, e qualsiasi pretesa di voler annichilire questo io pur continuando a scrivere […] deve comunque coinvolgere lo scrittore in considerevoli sotterfugi o contraddizioni”.

Se raccontare è dunque una funzione dell’io che lo rende irrevocabile, cosa può fare nel testo chi scrive? Ciascuna di queste autrici è spinta dal sogno della distanza: se non ci si può annullare del tutto proprio perché si vuole continuare a scrivere, almeno si può provare a spostare l’io dal centro dell’opera e della narrazione, provare a vedersi da fuori mentre si vede; un posizionamento obliquo rispetto alla realtà che si ha davanti per lasciarsi invadere dalla vita, lasciare aperti passaggi per incontrare universi che mai avrebbero potuto incontrarsi.
Del resto proprio Simone Weil riflette sul significato delle contraddizioni, prova che noi non siamo tutto: 

La contraddizione è la nostra miseria, e il sentimento della nostra miseria è il sentimento della realtà”.

A ben vedere, succede che anche in alcune opere più smaccatamente autobiografiche, proprio grazie alla scrittura, si verifica una dislocazione, un esercizio di spossessamento che affievolisce l’io che si deve raccontare all’altro. A volte sembra che lo scrittore o l’artista partano da una posizione di narcisismo, salvo proseguire lungo il percorso mostrato, ad esempio, dalla regista belga Agnès Varda in Les plages d’Agnès: “Interpreto il ruolo di una vecchietta paffuta e chiacchierona che racconta la sua vita. Eppure sono gli altri che mi interessano davvero e che mi piace filmare […] Questa volta, parlando di me, ho pensato, Se aprissimo la gente, troverei dei paesaggi. Se aprissimo me, troverei delle spiagge”.
Se non una sparizione, nella scrittura si trova un modo per restituire l’attenzione al mondo, un modo per distrarsi dalla nostra limitatezza, per  negoziare continuamente l’identità soggettiva,  per riflettere sulla posizione dell’io e di come e quanto la sua esperienza individuale sia di interesse universale e, dunque, uno dei modi per portare al centro quella creazione con cui Weil triangola il suo amore per Dio.

“[…]

La mia poesia personale è un fallimento.
Non voglio essere una persona.
Voglio essere insopportabile.
 Da amante ad amante, il verde dell’amore.

Fresco, rinfrescante.

La terra non produce una pianta simile.
Chi non finisce per essere una finta donna?
Bevi tutto il sesso che c’è.”

da Stanze, sessi, seduzioni

 

Di Maria Teresa Rovitto

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