Il sabato tedesco #22: Friedrich Hölderlin, Il canto di Iperione sul destino

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

 

Canto di Iperione sul destino

Lassù camminate nella luce
    Su suolo soffice, voi geni beati!
       Raggianti brezze divine
         Vi lambiscono lievi
           Come le dita dell’artista
              Sfiorano sacre corde.

Senza destino, come nel sonno
     Il poppante, respirano i Celesti;
          Serbato casto
              In bocciolo discreto
                  In eterno fiorisce
                      Il loro spirito,
                          E gli occhi beati
                            Guardano in quieta
                                 Chiarità eterna.

Ma a noi è dato
    Di non sostare in alcun luogo,
       Si eclissano, cadono,
          Gli umani dolenti
              Alla cieca
                 Da un’ora all’altra,
                     Come acqua lanciata
                         Di scoglio in scoglio,
                           Per anni e anni giù nell’incerto.

Friedrich Hölderlin
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hyperions Schicksalslied

Ihr wandelt droben im Licht
  Auf weichem Boden, selige Genien!
     Glänzende Götterlüfte
        Rühren euch leicht,
          Wie die Finger der Künstlerin
             Heilige Saiten.

Schicksallos, wie der schlafende
   Säugling, atmen die Himmlischen;
     Keusch bewahrt
       In bescheidener Knospe,
           Blühet ewig
             Ihnen der Geist,
               Und die seligen Augen
                  Blicken in stiller
                      Ewiger Klarheit.

Doch uns ist gegeben,
    Auf keiner Stätte zu ruhn,
      Es schwinden, es fallen
          Die leidenden Menschen
              Blindlings von einer
                 Stunde zur andern,
                   Wie Wasser von Klippe
                      Zu Klippe geworfen,
                          Jahrlang ins Ungewisse hinab.

Friedrich Hölderlin, da: Hyperion (1797-1799), Zweites Buch

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