inediti

Michele Joshua Maggini: inediti

Qualcuno ci chiude già nella sua palpebra, c’è vento e verrò, giurami, verrò dall’asfalto fino a te, poi in te rapito verso il buio dove sembrano sbiadire i viali, le mura, ma gli interurbani, loro sanno, loro potranno, se da te la Tim non prende, faranno tremare il cuore quando ti guarderanno come fossi in loro come io lo ero in te. E gengive. Poi amore e ancora amore dove in te l’universo ci abbracciava. Vedi, subirai ogni millimetro della verità e della gioia qui dove la vita è per sempre, in questo spazio tra una parola e l’altra, ma solo sulla pagina, nel bianco dell’impossibile. Ma altri mondi dipendono da questi pensieri. Ed io penso a vederti mentre ti guardo brillare in una macchina in un parcheggio. Mi dici “adesso” ed è come mi svegli, c’è il viso. Poi il buio dei fianchi, si muove. Puoi dire l’estate, ora, adesso che dall’incontro nasce un cosmo tra i mondi possibili e solo stare nell’altro è qualcosa vicino al respiro come il nome, l’amore.

 

Giorni murati vivi. La parola perché la bocca lontana dai seni e l’inverno ti spacca le labbra, ti spoglia fino al freddo dei denti e nuda è vederti fin dove resisti al vento fortissimo. Respira. Non si sa quanto ancora resterà il nome sul campanello arancione, nell’appartamento non abita nemmeno più la moglie, allora chi. Respira. Poi ti ritrovai in mezzo ad una strada in pieno blackout. Gennaio e ho visto Lorenzo e speravo che la neve coprisse tutto, ma la neve qui non c’è stata e il rossetto non è più sulle labbra ma sulla camicia fortunata, quella senza un bottone. Le leonesse iniziavano a partire in branco, salutavano con gli occhi, inchinando la testa.

 

Lascia il reggiseno sul cambio. Anni fa e la tua luce giunge ancora nella cucina, negli inverni senza caldaie e pareti e resti in radiazioni propagarsi di come un nuoto. Dal rosa serale sullo skyline dice domani, prevede le forze, i cieli migliori, i ciliegi quando saranno. È per gli insonni la mela cotta e negli occhi dei pazzi non sarà più la vertigine del guanto in lattice, ma la carezza, capisci, la carezza come quando bastava dire presenti con una mano e bastava quella gioia. Quante parole che so dire guardandole e non so perché le dico quando le guardo ma non riesco a dire del tuo volto quando mi guardi e. Sono parole di altri, i ladri vivranno, gli altri, invece, gli altri.

 

 

Il poco ossigeno di luglio, raro, in briciole sul tagliere a caso i pianeti si congiungono ed entrano nelle case a rubare l’oro, entrano nella vita a rubare qualcosa lasciando un biglietto con scritto manca qualcosa e non saprai mai che. Non lo saprai mai però. Entri tu con il mio braccio, questo è tuo, dici e tra poco arriveranno loro come un acquazzone ad agosto che ci porterà a mare felici. Non lo saprai mai però. Sentirai le molecole, quando sarai nel sospiro che sfonda i secondi nelle sale d’attesa seduti con gli altri dove e vi riconoscerete tutti per le occhiaie profonde. È stato il secondo più lungo quando hanno guardato, quando hanno chiamato dicendo questa non è la tua vita, vattene.

 

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“giro dorsale”: poesie inedite di Jacopo Mecca, introdotte da Francesco Iannone

Immagine di © Jacopo Mecca

giro dorsale: poesie inedite di Jacopo Mecca

Nota di Francesco Iannone

 

La poesia di Jacopo Mecca è fatta di schegge, di muti frammenti che si concedono alla seduzione degli sguardi. Sono rinvenimenti (o, più semplicemente, scoperte) dello stupore e della meraviglia.
Versi che fissano in parole istantanee di una realtà commossa e che commuove in un incedere lento, propagato, che assomiglia alla resa di una massa che scava senza farsi sentire.
Versi del canto che chiedono un’intesa con il reale. Intesa possibile per intercessione di una fedeltà condizionata dalla predisposizione rituale dell’uomo di fronte al proprio mistero. Mecca raccoglie elementi apparentemente neutri, senza nessuna vibrazione mi(s)tica, pesca nelle distese del tangibile, dell’esperibile, registrando situazioni senza aggiungere ornamenti, restituendole nella loro verità ossuta. L’autore utilizza qui un dettato senza increspature che però non rinuncia a quella tensione che è anche accensione, messa in moto, di un desiderio. Già il titolo “giro dorsale” suggerisce l’idea dell’azione possibile, la propagazione del gesto nell’aria praticato per la difesa e per l’attacco, così come accade nel basket quando si ha bisogno di guadagnare spazio. E non è forse questa la forza della parola? Creare nuovi spazi abitati dai gesti. Rinsaldare la relazione affettiva fra il dettaglio e il mondo. I versi di Mecca (ri)velano un’ansia di localizzarsi, che è probabilmente la più umana delle aspettative. A me a tratti ha fatto pensare alla fulminante poesia di Umberto Fiori, e specialmente il testo Sui tram, ai semafori o in curva ne porta a mio avviso la traccia. Ed è nel testo Rimangono vuoti questi spazi che mi pare scorgere una dichiarazione di poetica: In questa attesa si è assediati dal crampo / contratto da ogni arresa. Nel vortice attesa/arresa il poeta compie i suoi giri, tesse le sue trame interiori, tenta una timida giravolta dello sguardo, produce i suoi sonori risucchi umorali, ed è lì, in quel viluppo, che si agita talvolta la vita e, dunque, la parola.

giro dorsale
Jacopo Mecca

 

Le cose che stanno sulla mensola
stanno lì come per strada le statue,
i monumenti.
Tra la polvere e le pulizie del mese
lasciano il segno della loro fedeltà.
Così, anche se non ci fai caso,
non tradiscono mai, mai rinunciano
al loro gesto eroico: stare al proprio posto,
lì dove le rimetti.

 

 

Se la sera in treno guardi fuori
c’è buio.
Ma a tratti qualche luce muove la coda.
A volte, se ti sforzi a intuire
città o paesaggio
sul finestrino, nello specchiarti, ti disperi.
Così, tra gli occhi in su
e il silenzio degli altri
sale l’ansia di localizzarsi.

Prima o poi ti salva,
dall’alto, di colpo, l’annuncio
dell’imminente stazione.

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Lorenzo Pataro, Inediti

Lorenzo Pataro, foto di Giorgia Certelli

Sto nella vita come un emigrante
dal corpo, lo osservo da fuori
come fossi morto,
parto per mesi e lontano,
qui forse ti saluta una mano,
la voce forse ti dice ti amo,
ma è tutto falso e sbagliato,
sono sempre stato straniero
di questo mio stato in luogo,
sono altrove, Altrove sono.

 

Dicono che ci passerà
questa pigrizia viscerale,
le lenzuola hanno la forma del corpo,
bianco il male ovattato nella stanza,
non sentiamo aria respirare
nemmeno da una mosca, dicono
che il seme disperso ha causato
nascite improvvise lì fuori,
la finestra ha favorito il passaggio
dei cromosomi, abbiamo bevuto
tutto il nettare dai seni sospesi
di Madre-Noia, dicono che non resta altro
se non piangere, far uscire dalle cosce
le lacrime, spingere fuori
dalle zampe una gioia di carne
come un animale il nascituro
e dargli un nome: Futuro.

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Inediti di Mario Cianfoni

tra i calanchi di Tursi e Aliano (MT)

#1

Torce la lira un Orfeo in agonia
ed è torto il sangue
se stilla in danze macabre
il ritorno in risalita del tempo
perduto come pietra fuor di traccia.

Restano tre passi,
Euridice cade, s’apprende,
ancora come foglia morta cade,
s’arrende.

Venature di giada scorrono su un’ara di sale
che fa più nero il sangue,
e nessun canto
soccorre a piagare il silenzio,
a dare corpo di sostanza a un’ombra
nello svanire a una svolta d’angolo.

Carnaio senza rito,
sibili sventrati,
le luci opache della città.

 

#2

Nero cielo di mani,
una ridda di demònî
sorveglia dalle soglie
rupi e ciuffi di ginestra
che fanno più famelici i burroni.
Neanche sul muro che a notte ci parlava
è più impressa la tua ombra zigrinata,
umidità esausta
tra i tagli di secco delle pietre.

Ritorno al paese
e folate di vento fanno ancora scoppiare
i fuochi di San Giuseppe,
lingue d’assenza e parole perdute
come nostalgie infitte
nel cuore di una sera abbandonata
su trame sfilate della memoria.

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Giorgio Galli, L’amico che non ho mai incontrato

L’amico che non ho mai incontrato

(a Giusi, a Giuliano, agli attivisti di Amnesty International in Italia e nel mondo.
A Cristina Polli che consiglia. A Eliza Macadan che ascoltando migliora)

Il 24 maggio 2014 a Sloviansk, in Ucraina, morivano in uno scontro a fuoco il giornalista italiano Andrea Rocchelli e il suo interprete russo, Andrej Mironov. Sei mesi prima, Mironov doveva venire a casa mia. Ecco come andò.
Andreij non era solo l’interprete di un collega sfortunato. In Russia era conosciuto per essere un giornalista per i diritti umani, il cui nome veniva associato a quello di due colleghe famose in Occidente: Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova – entrambe diventate famose dopo una morte brutale. Anche la vita di Andreij è stata stroncata in maniera brutale, ma il riconoscimento per lui non è ancora arrivato. Forse perché ci sono aspetti della sua storia difficili da accettare in Occidente. Ad esempio, l’essere finito in un campo di lavoro – l’erede del Gulag- negli anni Ottanta sotto Gorbačëv. Il Gulag come organizzazione ha cessato di esistere nel 1961, ma alcuni campi di lavoro sono rimasti aperti fino al 1987, e sono stati chiusi in seguito ai primi contatti tra USA e URSS. Andreij entrò in un campo di lavoro nel 1985 ed uscì alla chiusura dei campi nel 1987. Aveva condotto alcune inchieste e le aveva diffuse samizdat e Gorbačëv lo aveva spedito nel Gulag per questo. Non tutti riescono a credere che Gorbačëv il buono, quello della perestroijka, quello che con Reagan fece cadere il muro di Berlino e andò a parlare di pace al Festival di Sanremo del 2000, aveva mandato qualcuno in un campo di lavoro. Eppure è successo. Gorbačëv, prima di essere “il buono”, era stato funzionario di un Partito che aveva ucciso la libertà in tutta l’Unione sovietica; la sua concezione del potere era maturata dentro quel Partito e, finché governò, governò con metodi simili a quelli dei suoi predecessori. Le esigenze della Storia poi lo costrinsero a cambiare e una delle sue prime riforme, nel 1987, fu proprio l’uscita dei prigionieri dagli ultimi campi di lavoro. Tra quei prigionieri c’era Andreij.
Nel Gulag, Andreij aveva imparato l’italiano. Era molto dotato per le lingue, ne parlava tante. Leggeva i giornali italiani, ma non gli piacevano: li trovava troppo “complicati”. Andreij amava le cose semplici e preferiva dare giudizi semplici. Era un uomo che riusciva a illuminare con la sua semplicità problemi complessi. Gli piaceva immergersi nel complesso per poterne ricavare poi la semplicità. Leggeva anche letteratura italiana, e amava parlare al telefono con i suoi amici italiani del tale o talaltro scrittore.
In mezzo ad altre persone, la figura di Andreij scompariva. Era così discreto da rendersi quasi invisibile. Prendeva di rado la parola. Preferiva ascoltare. Il suo viso e il suo corpo non avevano niente di speciale, non esprimevano un particolare carisma. Il suo fascino cominciava quando apriva bocca. Era allora che l’affabilità e la serenità dei suoi modi incantavano. Era un uomo sereno, sì, ma anche appassionato. Viveva il dramma della Russia come il dramma della sua vita. Come molti russi, poteva rischiare la vita nel suo Paese, ma non sarebbe mai espatriato. Era radicato nella sua terra come un albero. La sua voce pacata vibrava. Più che serenità, il suo era un disincanto senza cinismo. Aveva conosciuto il mondo fin nelle sue radici più malvagie.
Uno dei suoi amici italiani era Giuliano Prandini, di Trieste: un professore di inglese in pensione che, come esperto di Amnesty International sulla Russia, ha acquisito una conoscenza del Paese da fare invidia a un accademico. La sezione italiana di Amnesty ha queste strutture di esperti volontari – i coordinamenti – che sono preziosissime per il livello di competenza che riescono a raggiungere e per il contributo che riescono a dare nei momenti di massima allerta. Quando c’è un’emergenza, mentre il mondo entra in confusione, Amnesty resta calma e agisce anche grazie al lavoro dei coordinatori. Giuliano era il coordinatore sulla Russia. Giusi invece si occupava della regione balcanica. Fu proprio a una conferenza sui Balcani a Trieste che anch’io incontrai Giuliano. Era il dicembre del 2010: accompagnavo Giusi, relatrice dell’incontro, e fummo ospiti nella grande casa di Giuliano. Fu lì che sentii nominare per la prima volta Andreij. Il suo nome per me è legato alle serate triestine, allo slivovitz, al caminetto, alla voce cavernosa e calda del nostro ospite, alla sua rara e franca risata, all’illuminarsi repentino dei suoi occhi chiari e malinconici. E poi al ventaccio di Trieste, al freddo cane che io amo e che Giusi, invece, mal sopporta. A questo penso se mi si dice il nome di Andrej Mironov.
Siamo stati poche volte a casa di Giuliano, sempre d’inverno. Abbiamo visitato i caffè di Trieste, comprato libri nella libreria di Saba, visto il tavolo a cui Claudio Magris dice di aver composto le sue opere. Alle conferenze ho girato le slide a Giusi mentre parlava dei Balcani. Ho parlato anch’io di diritti umani a Trieste, una volta. In quegli anni anch’io ero un coordinatore e mi occupavo del Medio Oriente. Ogni volta che sono stato in quella città sono tornato a casa con la franca malinconia dei triestini. Mi sono portato dietro un pezzo di Mitteleuropa, di Joyce, di Svevo, di Michelstaedter. E ogni volta Giuliano ha evocato il nome di Andreij.
A dicembre del 2013, Andreij era ospite della sezione italiana di Amnesty. Doveva fare un ciclo di incontri con studenti e attivisti ed era previsto che facesse tappa a Roma. Giuliano aveva telefonato per chiederci di ospitarlo, e avevamo detto di sì con entusiasmo. Ma alla fine i programmi erano cambiati: Andreij non doveva più fermarsi a Roma, Giusi si era ammalata, e rimandammo ad un’altra occasione il momento di incontrarci. (altro…)

Tommaso Meozzi, Inediti

 

la fenice risorge
dove i batteri prolificano nell’acqua delle pozze,
e le mosche si appiccicano nel caldo
alla pelle,

rivive nel grido smorzato
sotto un cielo di stelle silenziose,

risorge, la fenice
un’altra volta, testarda spiega
le ali alla vita
scuotendosi di dosso le scintille
di due torri che cadono,

vanno gli uomini
in preda a una strana emicrania
i più li guida il vento
e il presentimento di una fine innominabile,

fottono, giocano, ridono
mentre i miliardi decidono
quanti anni reggerà la terra
all’inquieta ambizione di pochi,

che gioco strano in cui siamo immersi
secoli di pensieri
e il potere di ucciderci in massa,

cosa resterà nella galassia
una polvere d’ossa e diamanti
due amanti con i denti nella carne
attraversando nebule,

ma la fenice risorge
in un volo maestoso e sgraziato
le sue ali incendiano i petali
di un papavero sul bordo della strada.

 

 

il sole a mezzanotte isola il mio sguardo
così non vedo altro che luce,
poi una mano mi sfiora la spalla
e io mi volto: il viso di un estraneo,
qualcosa di inaudito
eppure un uomo,

vestito della sua presenza, nuda,
sussurra qualcosa al mio orecchio
e io apro le mani
vorrei raccontargli cosa farò domani
quali progetti
accompagneranno lo sfiorire dei denti
ma poi sento il calore dei palmi

e ricordo: sono qui per vedere
fiorire il sole a mezzanotte,
passano strani uccelli, un fruscio di ali,
granelli di sale sfavillano nell’aria
e poi si sfanno

guardo, e ancora guardo
immenso nell’arco del ricordo
mi tendo verso l’orizzonte
e già sono trafitto di luce. (altro…)

Franco Costantini, Cinque poesie da #Scorporare

 

L’occhiata bieca sotto
.                         le impalcature
incontra la mia immagine residua
in cerca di caffè
e gli operai afgani
.                             nel cortile.
La tua dolcezza è pure un imbarazzo
e certo
in qualche modo
turbine e gomitolo.
Lascia al gioco il tempo che si deve
e non si sfila.
Rimane un’accortezza
la mela nella gabbia
il mestolo nel freezer.

Per i topi anche
alternavamo le uccisioni
per spartire gli anni
e le domande che ci porranno
in Purgatorio.
É un chiasmo il tuo sorriso
e ai bordi l’essenziale:
ricaduta dei miei occhi sul tuo autunno
passato, prossimo
ma mai attuale.

 

 

Il sole ci ha disintegrato i giorni
non è più lo stesso, neanche lui.
Tutti i sogni mi sono
.                   equidistanti
e io sto in mezzo
.                       e vado avanti
e loro tutti insieme a me
senza alcuna familiarità.

Non credevo che il mio tempo
ti venisse incontro.

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Iuri Lombardi, “Giornale di lotta” e altre poesie nuove

Giornale di lotta

Marzo arriva con l’avvento silenzioso,
apparecchia sulla tovaglia gli strumenti
delle morte; un trionfo afono di profumo
si apre oltre la sommaria recensione
come uno spasimo di amore non saputo,
consapevole solo nel corpo che lo esprime;
nella lineare sua bellezza – con indosso
solo una giacchetta mal ridotta, dismessa
nel tessuto, nella consistenza livida di una
prossima flagellazione inevitabile della
delicata carne.
Marzo vivido nell’incertezza di giorni
puliti, algebrici e chiari di luce vissuta
di una pasqua di sangue e resurrezione;
apparecchia, sulla tovaglia dell’erba,
sporca, macchiata di peccato e di sangue,
le croci sul poggio nella passione terrena,
sbancato dalle pale affamate, dalle trivelle
benedette dai rosari, nei vespri lividi
nel dolce alternarsi di un giorno di pioggia
e di sole.
Gli strumenti della lotta, nei corsivi
polemici di un pater nostrem decisi
dall’ingegneria della mente la cui trama
ha lo stesso valore di un pezzo di pane-
raffermo. Struggente avvento silenzioso
di una morte che si attorciglia attorno
l’ultimo lembo del legno tanto sacro
quanto crudele, la cui ombra mena gelida
il gioco sottile di parvenze sul suolo deriso.
Dopo di te dovremmo fare i conti, come
dopo ogni dopo, ma il prima? Compromessa
è la poesia sublime del prima, la spensierata
leggerezza giovanile che prepotente mi hai
scippato e ora da derubato mi è dato sapere
la scienza che la tua apparizione – taciuta,
ma avvenuta in una risma di gente, tra echi
lontani e risate e bevute, forse vissuta?
O soltanto creduta – inevitabilmente
mi trascina verso gli inferi più feroci,
verso la morte che ebbi a credere,
tra le luci sparse di uno spettacolo –
senza la moltitudine solita degli spettatori,
di cui solo io mi flagellavo nell’apprenderne
il significato, gli intrecci che (s)magrano
la consistenza grassa della storia – non possibile;
anche se fu vita sospesa, il cui peso, fu
sospeso dagli ardori della carne, attraverso
la tua magrezza, il colore dei tuoi occhi
in cui scorgo il nudo paesaggio urbano
depredato d’ogni luce che lo anima nel mezzo
accecante del giorno: in cui affiora ogni
diversità, ogni profilo esile o gonfio, le
impalcature eterne che imbavagliano
la cattedrale che mai finita ebbe ad edificarsi.
Crudo come il buio che livella la notte,
in cui un breve ed effimero nodo di vento,
pettina i profumati (come uno spasimo d’amore
mai saputo) balsami erbosi e le erranze
vagabonde dei cani che in ore tarde si aggirano
come me tra le case cercando un cenno
della tua antica presenza:
notte che cala ad agio come un lenzuolo
sulla terra smessa del giorno, lercia nell’uso
d’ogni vita, e che si fa casta tra i panni
stesi, gonfi ad ogni alito, profumati
di pane e di resurrezione, di lavande
domestiche e di fiori germogliati
dagli aridi geli dell’inverno trascorso,
tra i panni stessi sino a l’ultimo estremo
straccio che a morte avvenuta poserà
sepolcrale, vuoi per pietas vuoi per amore,
sul tuo essere non più animato.

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Maria Gabriella Canfarelli, inediti

 

Silenzi e piena luna

A grammi, a chili, a fili di pochi o molti
centimetri cadono e cadono
silenzio e vento, seguono numeri
al centro dell’insonnia
lettere nude in punta di piedi dai libri,
pagine orfane di costole reggenti.
Il sonno tarda.
La piena luna guarda dal mare
detto di tranquillità,
che da qui non si vede.

 

L’ora esatta

Talora incaglia e affatica la trama
il tic-tac a vista in cucina
l’orologio puntato all’ora esatta
che non conosci, si guarda il muro
cotto al vapore
su cui teniamo pure il tempo
di carta. Ci sorveglia e ammonisce
il dubbio della colpa
quando facciamo un po’ le nuvole cattive
quando il tremore imbottigliato forte
agita il cuore, lo spacca. Immaginare
sia bello il luogo dove stendere
la tenera lunghezza della quiete
che ci metta a dormire,
che ci slacci la pelle di dosso.

 

Ciò che resta

Tienilo a posto e a mente
ciò che resta del cuore,
tienile qui, le piccole o grandi,
le poche o molte stranite parole
– quelle che cercano il giorno
o spaurite striscianti sul muro
– o acquattate in un angolo retto
da dormiveglia e sonnolenza
da cui destarsi vestite a festa
o catturate di frode dal fondo
(amore, sogno).

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Marco Barbieri, Tre poesie

 

Mi sono chiesto se mi fosse mai capitata la sventura
e se avessi dovuto augurarmelo:
la soluzione al primo quesito è chiara,
lo stesso non vale per l’altra. Vorrei sapere
se per ogni male che mi viene risparmiato
il corrispondente è arrecato al mondo
nella sua più minuscola piega,
se l’essere più infimo alza un lamento
a causa mia. Forse il vero male morale
sta nel non volersi rispondere ad alcun costo.

Così faccio del mio discorso un amuleto pagano
che non mi porterà alcuna salvezza, solo un sollievo
momentaneo, poesia-blasfemia
che anche i più navigati tra i critici non riconosceranno
in quanto oscenità in codice, cattiveria mascherata.
Chissà se nell’aldilà – terza e ultima domanda –
è data alla lettera la dignità di un tribunale tutto suo,
da vera privilegiata, o se si è gettati
in un unico disgustoso pentolame.
Propenderei per la seconda – se davvero
a un luogo è data l’utopia della democrazia
quel luogo dev’essere l’inferno, e non altro.

 

 

Ci siamo trovati al lato di un bar
e stanati come solo noi sappiamo fare
senza mai un intrico di noia,
con l’aria fresca di sa che c’è dell’altro
ed è disposto ad aspettare.
Così ho avuto la conferma inessenziale
che ogni esperienza è riconoscimento
e ne ho approfittato inebriandomi
come se fosse la prima volta,
procedendo ciondolante, a tentativi,
senza precedenti, e di fronte a questo
non c’è idea che tenga,
ogni categoria è scheletrica.

Con la timidezza dei bambini ammetto
che la mia storia è evenemenziale
è di un corpo che pensa sempre diverso, e nuovo.

 

 

Alla domanda se si è santi
è il caso di non rispondere,
di abbozzare un sorriso educato
e svoltare il discorso, è il caso infine
di fuggire a gambe levate
e nel mentre scoppiare a ridere
– i veri santi hanno la testa vuota
e cava di suoni, una superficie liscia
ai richiami pulsanti della natura,
i veri santi sono incoscienti quanto i cani
o i bambini o ancora più infantili e sciocchi,
i veri santi benignamente sono misconosciuti,
il loro martirio è più silenzio che spargimento di sangue,
i veri santi lasciano che la vita si declami da sola
e certo non li scopri a scrivere poesie.

 

© Marco Barbieri

 

Marco Barbieri è nato a Busto Arsizio (Varese) nel 1995 e attualmente studia Cinema e Televisione con specializzazione in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema di Milano, dopo il diploma linguistico e la laurea in Storia conseguita all’Università Statale.
Esordiente in ambito poetico (al di là della produzione privata ormai viva da molto tempo), collabora con la rivista «La Tigre di Carta» scrivendo degli ambiti che più gli interessano e cioè filosofia (estetica e filosofia morale), cinema e serialità televisiva, spesso ponendo a confronto e in dialogo costante le diverse materie [qui alcuni suoi articoli; n.d.r.]. Alcuni scritti di carattere saggistico più lunghi sono pubblicati sulla sua pagina di «Academia».

Simone di Biasio, da Panasonica. Inediti

 

Quando facciamo visita alle case in dialetto diciamo
che jam a visita’ i sepulcr’, visitiamo sepolcri
andiamo dal vivo a cercare qualcuno, a stanarlo
nell’ombra di luce in cui se ne sta raccolto.

 

 

(Il melograno s’inalbera in punto di morte
non si stacca suppura si spacca, si gonfia di sangue
spalanca la stagionatura, bocca rosso pompeiano
proprio come chi d’improvviso stagiona
si spegne sul punto più alto di maturazione.)

Tu che ricordi il tedesco ferito sotto un albero
a terra caduto come un frutto ammaccato
disperato con le foto di famiglia tra le mani
come noi adesso nel tuo salone color corteccia
tu che hai la pietà sparata in petto dalla guerra
vedi ancora dal basso, riparata dietro a una trincea.

 

 

Non rispondo più al telefono di casa
dalla notte che mostrò la tua regalità
il timore che sia ancora la tua voce
a chiedere “come stai?” perché collassa
ogni risposta, cadono dall’albero le ossa
ammonticchiate ai fili del vecchio apparecchio
singolarità spazio-temporale, santi e rosari
s’adunano per condurti a braccetto nell’origine
l’universo si fa sempre più stretto, denso e gira
gira come il tuo brodo di primordiale assenza.

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Carmelo Cutolo: quattro poesie

Suono incauto s’insinua
simile a ostili rumori d’acciaio.

Innocente si aggira
tra i timori di antichi adolescenti,
nei fumi intorno a boccali rossastri
e profumate sete
rigonfie e verdeggianti.

Un alto strepito odo
ed il frusciar di carte,
innocuo gioco di vecchi felici.

E balena rimbomba
brucia. Come una lama
trafigge e mi smarrisce.

 

Il chiostro di San Marcellino

Svettano nell’alba, ci difendono
dal tempo, le colonne, e da sguardi
indiscreti. Le celle sussurrano
ancora le mistiche preghiere,
ricordano l’ascesi. Le mani
bruciano ansano frugano senza
peccato.

Mi sfiora e come un respiro pulsa
il verde fruscio fra le fronde.

 

Il bosco di Capodimonte

Porti l’aroma lieve ed inebriante
di onde sfiorate dal sole e dal vento.
Sei l’erba soffice bagnata
dalla brina di labbra
tumide ed infuocate.
Sei il cotone che fruscia e accende gli occhi
d’inesauribile folle lussuria:
giaci riversa, su un’ara di mirto,
tra i rami consacrati
alla bella Afrodite.

Dov’è il mondo? Il sangue
è qui, nelle cortecce,
batte qui, nella carne.
E che fanno le dita
che tra le labbra indugiano?
Non bastano gli ininterrotti baci
che fanno invidia persino ad Amore?

Mi chiedo dove siano
la terra e il cielo. Ovunque sia,
piú non esiste il mondo.

 

Quasi si ode l’eclissi
che batte lieve l’antro luminoso
e sbircia ombre affettuose e curiose
verso la notte nuova e misteriosa.

Scorgo una luce che sporge e scintilla
e già si spinge nei sogni piú arditi,
e lungo affilate falci
si figge e si nasconde,
e traccia, infine, un cerchio.

 

© Carmelo Cutolo

 

Carmelo Cutolo vive a Napoli, dove è nato nel 1985. Si è addottorato in filologia classica presso l’Università di Messina e insegna discipline letterarie. La spuma del tempo (Oèdipus 2019) è la sua prima raccolta di poesie (in corso di stampa).