Autore: Fabio Michieli

Poesie di Mitko Gogov (trad. di E. Mirazchiyska e S.M. Bonin)

(foto di Stole Angelov)

 

ЛЕДЕНА ВОДА

Во просторите на интергалактическото доба,
каде леталата на бестелесните суштества
се разминуваат,
течат водопади со пратечноста
на хибернираните ребуси.

Комуникациja на вселенската прашина
со брановете на временските интеграли.
Паравмрежување на индиго светлини
со спектралната Вистина.
Пулсирање на сигнали
кои го покажуват излезот
од фракталите наречени живот.

Степски релjeфи изгравирани
по кружните маси на безвременските сфери,
симболи на дамнешни патокази
одблеснуваат во мемориjaта
на …

… слоновите.

ACQUA GELIDA

In spazi di ere intergalattiche,
dove si incrociano astronavi di esseri
senza corpo,
sgorgano cascate di preliquido
di rebus ibernati nel tempo

Messaggi del pulviscolo dell’universo
trasmessi su frequenze di integrali temporali.
Intarsi di luce blu indaco
con la Verità dello spettro.
Il pulsare di segnali
che mostrano la fuoriuscita
di frattali che hanno nome vita.

Rilievi di steppa incisi
sulle tavole rotonde di sfere temporali
simboli di antiche carte stradali
rievocati come lampi nella memoria
degli …

… elefanti.

(altro…)

Agostino Palmisano: poesie da “Sul limitare del giorno” (Controluna 2018)

 

Udine s’è asciugata
e le sue cosce brillano di fango
tornano a scorrere
come sangue e ruggine
ma la mia età è fatta per tutto questo
e ancora
è fatta per arrugginire
nelle false promesse di tutto.
Questa preghiera notturna
è per i miei amici, quei pochi,
per tutti quelli che restano in piedi
in tutti i miei ricordi da vecchio
per tutti quelli che resistono in piedi
in ogni mio ricordo da sciacallo.

 

Hanno abolito la gioia
quel fresco latte di mammella
che ha sempre fatto il suo dovere
– eppure lo hanno fatto
l’hanno abolita davvero
con la scusa che non sta bene gioire
in mezzo allo sfacelo.
La gioia è un nemico
quando ti ricorda quanto sei triste
e adesso mi ritrovo
a dover dimenticare tutto
ora non c’è più la gioia d’amare
ora si ama
– punto e basta
senza goderne troppo
o hanno abolito anche l’amore?
In bocca ho ancora
il sapore di quel latte fresco di mammella
il sapore della gioia.

(altro…)

Tre poesie di Roman Kissiov (Traduzione di E. Mirazchiyska e A. Vanni)

 

В ПОСЛЕДНО ВРЕМЕ

светът полудя
промениха се природните закони
климатът се измен
слънцето вече изгрява от запад
смесиха се ден и нощ добро и зло
вечното лято се премести на север
земното притегляне отслабна
в безтегловност са душите
човекът озверя
звярът се очовечи
керванът си лае – кучетата си вървят

NEI TEMPI ULTIMI

Il mondo è impazzito
le leggi della natura sono cambiate,
il clima è mutato
il sole ormai si leva dall’Ovest,
si sono mescolati giorno e notte, il bene ed il male,
l’estate eterna si è trasferita al Nord,
la gravitazione ha forze deboli
in stato d’imponderabilità sono le anime,
l’uomo è diventato bestiale
la bestia è diventata umana,
l’urlo come ultimo
verso di una voce.

(altro…)

Luca Ormelli: poesie da “Gangbang” (Controluna, 2018)

 

Oggi qualcuno è morto.
I fili del tram tagliano la città.
Nessun cielo vi si appende,
nessun Dio da bestemmiare.
Solo questo trascinarsi di giorno
in giorno, senza più fiato.

 

Fosse per me vi ammazzerei tutti
ma sono tre giorni che non bevo
e come dice Nostro Signore
la domenica non si lavora.
Per questo resto qui,
a guardare i colombi
che fuggono sempre ai bambini
tra le piazze sghembe
le bocche incenerite
di questa città
senza fiato.

 

Le nebbie schiudono il loro calice
di cenere sui viali ammalati.
La città chiama all’adunata l’alba.
Stridono senza sosta i treni.
Un altro giorno si spegne. Pazzi
che siamo a non morire d’estate,
a bestemmiare Milano l’autunno.

 

Luca Ormelli, Gangbang, Controluna, 2018

 

Luca Ormelli (Padova, 1974) dopo gli studi in Filosofia, si trascina di lavoro in lavoro. Attualmente lavora come analista informatico. Alcuni suoi testi sono apparsi in rete. Gangbang è la sua prima pubblicazione.

Francesco Sassetto, Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017)

sassetto xe sta trovarse

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente fa pensare alla poesia del muranese Andrea Longega.
Solo sette poesie compongono Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017), la più recente pubblicazione di Francesco Sassetto; un piccolo ciclo, un minuto canzoniere d’amore. Una ‘catena’ di componimenti d’amore che raccolgono in sé la profonda conoscenza del genere erotico da parte del poeta, che non ha certo bisogno di presentazioni.
In anni di poesia preconfezionata, e pronta a dire al lettore (quale?) ciò che vuole o vorrebbe sentirsi dire, poesie come queste danno l’idea di un altro versante della poesia che vede ancora il poeta disposto a spogliarsi di ogni abito e raccontare, testimoniare in versi la vita per ciò che è, non nascondendo qualche desiderio per il futuro, perché l’amore è anche un continuo guardare avanti, proiettare sé stessi in quel domani infinito, tempo dilatato dell’amore. Ma Sassetto ci tiene ancorati al presente, ci chiede – perché l’ha chiesto a sé prima che agli altri – di guardare il quotidiano con gli occhi di un innamorato maturo, e chiede di ascoltare le parole scarne di quest’amore, che non inventa immagini memorabili; no!, si àncora ai gesti minimi che valgono più di un “ti amo” abusato, perché il poeta porta sulla carta l’amore quasi insperato, quello che colpisce due adulti che per un attimo, forse, prima di incontrarsi, avevano anche smesso di credere che la vita – o il fato – avesse riservato loro un nuovo dardo, e che ora si sono messi a costruire il proprio domani con quelle pietre che calpestano ogni giorno per rincontrarsi nelle proprie stanze. È un sentimento reale, domestico (mi si passi il termine), questo raccontato da Sassetto; un sentimento nel quale non è difficile ritrovarsi un po’ tutti.

© Fabio Michieli

Xe sta trovarse

par caso o chissà, xe sta vèrzar un buso
fra grumi de spini e bronse ancora
infogàe, rifarse, ris-ciàr, lassàr
le cale da far ogni giorno vardando le pière
el vodo de le sere senza man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema
come ’na sorte
un destìn inciodà dentro in gola.

E contarse a tochi, a bocòni, sinquant’ani passài
ne l’ora che i bar se destùa, le ombre se slonga
e coverze i oci, le man se serca
par dir qualcossa che la vose no dise.

E po’ métar pian un matón sora l’altro e semento
e védar che tien, che vien su
e ’ndàr insieme par i campi
svodài de un genaio ingelà, tra basi e barufe,
e ’ndàr vanti, scampàr indrìo e po’ ’ncora vanti

e ’na to magiéta nel comò a casa mia gera za el sogno
belo de ’na vita nova che ciapava fià, ’na promessa
par tuti i giorni a vegnìr
tuto el tempo che resta.

E ti ridevi alòra e ridevo anca mi come ride
i putèi a ’na festa.
E desso mi e ti a caminàr su la Riva a vardàr
le Grandi Navi che passa e i foresti
che ride e ghe fa le foto, ’sta nostra cità
desfàda da la furia de i schèi

e tornàr casa par le cale sconte, le man strete
ne le man a no pèrdar i passi nel scuro,
tegnìrse saldi qua che tuto bala imbriàgo

ma a volte se verze slarghi impensài
che s-ciàra i oci de luse improvisa
e te dise la strada
come solo la vita sa far. (altro…)

Mariano Ciarletta: due poesie inedite

foto Mariano

Cocci

C’è silenzio in stanza
intorno alla fiamma danzano farfalle
ignare.
Ho raccolto i cocci
scritti su bianco
cercando di te
aspri sentieri
di vuota memoria.
Sull’ebano della vita
leggo alcune istruzioni
che non sono le mie.
Non ho ancora imparato.

 

Confini

Non parla più
la tavola celeste
in questi giorni di maggio.
Saprò la risposta al termine
della sigaretta che stringi
tra i confini che ho varcato.

 

Mariano Ciarletta non è nuovo alla scrittura; autore sia di poesia sia di prosa, si è distinto in vari concorsi di poesia. Se sul versante narrativo predilige il noir, in poesia – e questi inediti ne sono in un certo qual misura una conferma – il registro privilegiato è quello offertogli da un lirismo introspettivo, testimoniato già nella più recente delle sue raccolte di versi, Il vento torna sempre (La Vita Felice, 2018). L’assenza dell’articolo davanti al sostantivo e un certo uso dell’aggettivazione indirizzano una prima lettura a un radicamento ermetico della lingua poetica di Ciarletta; ma si tratta di una prima lettura che presto lascia spazio alla constatazione del superamento del puro elemento linguistico e l’immissione del dettato nel più ampio disegno di un’introspezione condotta attraverso una sintassi scarna, diretta, in cui si riconosce il Ciarletta aforista della seconda sezione di Il vento torna sempre. (fm)

Daniela Scuncia, Tre poesie

Non esiste il silenzio nella mia stanza.
Pensavo agli occhi dei pesci stamattina,
allo sbadiglio dei neonati:
riescono sempre a sorprendermi

ad arco tesa, lungamente attesa,
inutile lo schiocco
– il riscatto della freccia –
e in un tempo
.                         scoprire
.                                       rivelare
.                                                    morire
dentro il bocciolo, senza sapere il profumo
che un attimo prima appariva certezza.

 

Gemmano i mandorli senza le foglie
spargendo le brune saette
del biancore di nuvolaglia
col moto gentile di stella
si lasciano fiorire.

Nei miei occhi la morte è gentile
si lascia scoprire nell’ombra di miele
ne sento l’odore, l’antico piacere.

S’attacca alle cose disperse
la coda dell’occhio distratta,
– nostalgico lampo –
a spezzare la carne
arrossare l’abisso
e fiorire nel gelo.

 

Ho il vizio di vivere
e non so come smettere
come l’ombra cucita agli scarpini
non si allontana neanche a luce spenta.
Mi ha preso nell’unica forma
– legate le vene ai polsi
stipata di umori furtivi –
trabocco nel vento di aprile
così fatuo e perverso di fiori.

© Daniela Scuncia

Natascia Tonelli, “Premessa” da “Sulla famiglia Bertolucci” (Ensemble)

Siena ospitò un anno fa, nei giorni 3 e 10 maggio 2017, nell’ambito di #Ciclomaggio, un breve ma importante ciclo di incontri dedicati ai tre illustri Bertolucci: Attilio, Bernardo e Giuseppe. Ora, a un anno di distanza, quell’esperienza ha dato vita a un volume pubblicato lo scorso 18 maggio: Sulla famiglia Bertolucci. Scritti per Attilio, Bernardo e Giuseppe (Ensemble 2018), un volume collettivo, curato da Giada Coccia, Mariantonietta Confuorto, Fabiana Di Mattia, Irene Martano, Francesca Santucci, che intende non solo fissare un punto sull’arte dei Bertolucci, ma pure indicare le nuove e possibili direzioni di lettura delle rispettive produzioni. La Premessa firmata da Natascia Tonelli, pubblicata qui di seguito per concessione dell’editore, risalta immediatamente per il suo valore di necessario viatico alle pagine dei critici coinvolti, dieci figure di tutto rilievo, che si spartiscono le tre parti del libro: Paolo Lagazzi, Fabio Magro, Giacomo Morbiato, Gabriella Palli Barone (per Attilio); Francesco Ceraolo, Tarcisio Lancioni (per Bernardo); Gabriele Biotti, Andrea Martini, Arianna Salatino, Giacomo Tagliani (per Giuseppe).
Come scrive Natascia Tonelli, nelle prime battute della sua Premessa, dalla lettura di questi interventi «ricaviamo un senso netto di consonanza serrata» che si fa «eredità di codici espressivi» passati dal padre ai figli semplicemente mutando di segno. Perciò non deve assolutamente lasciare perplesso il lettore l’assenza di una conclusione che unisca i tre Bertolucci sotto un’unica lente e penna, in un tentativo di analisi che tutto inglobi: non è necessaria dal momento che tutti i dieci contributi dialogano tra di loro creando un ipertesto capace di fornire e restituire al lettore le fitte connessioni tra le tre distinte parabole artistiche. (fm)

Premessa

A leggere di seguito i dieci interventi che compongono questo volume – i primi quattro dedicati al poeta, gli altri sei relativi all’attività filmica di Bernardo e di Giuseppe –, ne ricaviamo un senso netto di consonanza serrata. Potremmo pensare che il comune denominatore, l’appartenenza a una medesima famiglia, consanguineità che si estrinseca in un’eredità di codici espressivi – costituiti dalla poesia e dalla critica d’arte per Attilio, fattisi terzo idioma, quello del cinema, nei figli –, ne sia il presupposto esclusivo.
Certo, la ‘comunione dei beni familiare’ è anche questo: un retaggio di conoscenze letterarie e di perizie tecniche che si trasfonde e dirama dalla prima alla seconda generazione, come si tocca con mano in molti degli articoli, che evidenziano come tale patrimonio sia trasmesso dal genitore e ricevuto, nonché declinato dai due fratelli, ciascuno secondo un suo proprio linguaggio.
Si prenda per esempio lo studio di Francesco Ceraolo, dedicato al rapporto tra spazio interno e spazio esterno nella filmografia di Bernardo. Rilevandone il critico il duplice nesso coi due contrapposti sistemi diegetici della tradizione operistica – la macchina verdiana che mette in scena una vicenda individuale, la quale si confronta inevitabilmente con l’esterno della Storia (modello su cui procede per esempio Novecento), e l’opposta concezione wagneriana di una asfittica e intima avventura antropica, che alla Storia si sottrae (falsariga su cui sono concepiti Ultimo tango a Parigi, o L’ultimo imperatore) –, comprendiamo distintamente quanto anche il regista si sia formato nel solco di quella «iniziazione a Verdi fra i sette e gli otto anni» (ma anche a tutto il melodramma romantico e decadentistico) che se è fase propedeutica per Attilio, espressamente rievocata dal poeta nel Capriccio verdiano di Aritimie, capitolo esistenziale che si ripropone anche nel curriculum vitae del figlio. Si tratta di uno specifico bagaglio di conoscenze che viene a essere di nuovo investigato nel saggio di Tarcisio lancioni su Strategia del ragno, film letto con lucida intelligenza in chiave strutturalista (poiché pellicola che si confronta con lo scibile strutturalista del proprio tempo), dove l’uso della musica verdiana (Rigoletto e Attila) si concretizza in una funzionalità da Leitmotive wagneriani, a segnalare a uno spettatore di buona cultura operistica che assista al percorso agnitivo di Athos Magnani figlio, messosi sulle tracce del passato del genitore omonimo, il ‘tema del teatro’ o il ‘tema del padre’.
Sempre di eredità concreta, fatta di un immaginario condiviso, poiché identico è l’Heimat che fa da sfondo ai casi vissuti e narrati, ma anche consistente propriamente in una profonda padronanza degli scritti paterni da parte dei due cineasti, possiamo parlare a proposito di Novecento (opera di Bernardo, a cui collabora anche il fratello minore). Come non raffrontare, dopo aver letto l’intervento di Ceraolo di seguito al saggio che Fabio Magro rivolge alla Capanna indiana (da intendersi, precisa lo studioso, come il singolo poemetto composto tra il 1948 e il 1950, ma anche come il libro che dal poemetto eponimo trarrà il titolo, tanto nella sua prima redazione del 1951, quanto in quella ampliata e ristrutturata del 1955), il microcosmo della fattoria Berlinghieri – luogo chiuso ove si compie il Bildungsroman di olmo e Alfredo fanciulli, poi apertisi alla Storia nel loro crescere – col fondale del poemetto? Compiere il passo successivo, ossia ipotizzare riguardo ai due misteriosi protagonisti della Capanna – spesso, come nota Magro, semplicisticamente identificati con Attilio ed il fratello ugo, o con la susseguente replicata coppia dei figli del poeta –, che si tratti di compagni di giochi, appartenenti ai due milieu diversi di cui si compone una cascina padana («rustico» e «civile»), nonché di fanciulli vissuti in un indefinito tempo anteriore (interrogato al riguardo, Attilio parlava di «ragazzi già morti»), diviene possibile, allora, proprio in grazia di questo comune retroterra, fatto di memorie familiari: ricordi che agiscono in tutti e tre i Bertolucci, le cui individuali rivisitazioni del medesimo ‘capitale collettivo’ possono dunque aiutare a intendere anche le fabulae altrui. (altro…)

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso e omogeneo come pochi se ne sono incontrati negli ultimi decenni. Ciò che negli anni Ravizza è venuto a raccontarci è la cronaca di una generazione sconfitta, una generazione che ha creduto di poter consegnare ai propri figli una società civile diversa e che invece ora fa i conti con una resa senza appello alle paure, portandosi appresso pure il peso dei sensi di colpa per avere creduto nei propri ideali, di essersi ancorato alle ideologie in anni in cui queste veniva demolite per fare posto a una dimensione del vivere diffuso, dilatato, deprivato di ogni punto di riferimento. Se con la raccolta del 2000, Bambini delle onde (Campanotto), Ravizza aveva tentato di consegnare alla generazione entrante, che in lui si identificava pure nella figlia allora bambina, la somma dei propri valori criticamente vagliati, ora con La coscienza del tempo tutto è vertiginosamente franato nella presa di coscienza di ciò che si è effettivamente consegnato alla figlia ora donna. Si concretizza quella che Mauro Germani aveva definito «la consapevolezza dell’ineluttabile fine di tutto» all’interno del «dramma dell’insignificanza individuale e collettiva» (postfazione a Nel secolo fragile, raccolta che precede questa più recente e che costituisce il primo capitolo di un ideale dittico poetico). Varranno, perciò, anche per Ravizza alcune delle considerazioni di Gian Piero Stefanoni sulla Proseografia della paura di Maria Lenti. Varranno sempre le parole illuminanti di Gianmarco Gaspari che accompagnano – quasi a formare un unico saggio – queste due ultimi capitoli della poesia di Ravizza.
Eppure ci si rialza, anche bastonati; si leva il capo, si alza la fronte, si guarda avanti, e si fa tutto ciò tenendo ferma la fede nella poesia, perché a salvare l’uomo rimane la poesia, dopo che l’uomo ha negato pure ai bambini la possibilità di salvare il mondo. Poesia intesa come unico modo per continuare a riflettere e analizzare gli anfratti di una crisi che tutto può schiacciare e appiattire; e invece a questo appiattimento Ravizza oppone l’unica parola che può e sa pronunciare: quella poetica. Perché la poesia è anche memoria, e l’esercizio della memoria implica pure l’assunzione di ogni responsabilità del passato per non vanificare tutto in una blanda esibizione di un ricordo. Ed è così che la memoria si fa coscienza, e in questa presa di coscienza si riapre la via del dialogo tra le generazioni per individuare un sentiero altro, nuovo («Lontano nella Storia trovare/ una via… come in questi giorni/ saranno strade e canali…», Saranno strade e canali).

© Fabio Michieli

Maurizio Milano, Poesie da “Blatte resupine”

 

Il tramonto presenta nel sangue
regine alle rotonde
per venderci un utero
nato di scoglio, acido più del mare.

Il tramonto presenta, a vene aperte,
le cronache di questi giorni inutili
in cui qualcuno, stanco,
forse trova la strada mutola.

Il tramonto presenta
i turisti, la focaccia,
gli occhipinti, la condensa,
poi fugge obliquo e non spiega

la Madonna che cola
dal collo crespo,
l’ombra che decora
di quasi foglie la canotta.

 

Spietata polve, anche oggi
velluta le valigie
in assenza del coraggio
e il suo lazzo, aspirante

vetro, si dilata al vento,
demonio tumefatto,
ma non del tutto traluce,
sicché ogni singolo acino

ripristina il maltolto
com’oboli allo storpio
e decrepita riporta
la memoria rimanente

in sottani ove, scoprendoci
vastità disoccupate,
ci affidava, sottovoce,
le bevute un re di spade.

 

Sopravvissuta alla notte
per coltivare lo stendino
della pace quasi porta il contagio
nel logorroico sole.

O panni appassiti avete in voi
un presagio di tempesta,
questa casalinga può vomitare
tutta la luce che vuole.

 

Rosso umido indovinava
il nostro miglior tempo
nel buio pesto.
Ambizioni, paure, paludi,

tutto finisce nell’infinito e
la vacillante
ignoranza dell’ulivo
mi scardina il costato

come un luogo affollato,
come il futuro, come il pensiero
della polizia messa in borghese
per fissarci ad ogni angolo.

 

Forse è vero, Dio non sa d’origano
e quella, è solo una cazzata che invento
per lasciarti ancora qualche secondo
stupita al sorriso sugoso.

 

Parto da un aggettivo, parto da quel “resupine” che accompagna “blatte”; l’aggettivo rievoca in me non poche suggestioni, dal Sannazaro al Monti: dalle Rime del primo, lette e glossate con l’identica frequenza usata per l’Arcadia, fino alle pagine della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca del secondo. Un aggettivo insolito e aulico già per i classici della nostra letteratura (è presente pure nel Decamerone di Boccaccio), figuriamoci per un poeta esordiente con al suo attivo un’unica poesia pubblicata nell’antologia permanente “poesia ultracontemporanea” curata da Sonia Caporossi; un aggettivo altamente letterario, uno di quelli che ti si fissano da subito nella mente insieme all’immagine delle blatte a pancia all’aria, supine; un’immagine forte, perché fa immediatamente pensare alla fatica di tornare con le zampe poggiate al suolo per riprendere a vivere comunque una vita strisciante, ma pur sempre vita. Nel titolo della raccolta, in cui si scorge pure una vaga eco landolfiana, si condensa tutta la poetica di Maurizio Milano: accostare a un concetto quotidiano, basso, uno alto, letterario, aulico, e creare così un paradosso armonico che costituisce il sostrato a tutte le poesie della raccolta sia per ciò che concerne il tema della lotta, del conflitto nauseato e nauseante, innescato dalla quotidianità del vivere, sia per una questione meramente stilistica dove rime, assonante, allitterazioni agiscono in modo convulsivo (e compulsivo) per creare una propria armonia.

Le poesie proposte qui sono un campione, un’anticipazione di ciò che potrete leggere a breve; un campione dove trovo conferma di quanto detto sopra: della volontà di abbassare ciò che è aulico («strada mutola», «spietata polve», l’avverbio «ove» che saprebbe di scolastico rigurgito se non fosse incastonato in una quartina che dilata un quadretto da taverna, e che “rima” montalianamente con «oboli» di qualche verso prima), per avvicinarlo a ciò che è, di contro, basso, o d’uso.

Di prossima pubblicazione per i tipi di Italic Pequod, la raccolta Blatte resupine segna l’esordio sulla lunga misura del pugliese Maurizio Milano, classe 1991.

© Fabio Michieli

A margine delle raccolte di Canaletti e Galloni. Considerazioni

Nel marasma della poesia di questi anni duemila, anni in cui chiunque si sente in diritto di scrivere ma non in dovere di leggere, è inevitabile che rischino di passare in taciuto quelle voci che invece hanno qualcosa da dire, oltre che qualcosa da aggiungere alla poesia. Non è certo questo il caso di Riccardo Canaletti e Gabriele Galloni, fattisi notare subito al loro primo apparire. Se Canaletti è poeta esordiente con la sua prima raccolta La perizia della goccia, pubblicata a dicembre del 2017 (alcune poesie furono anticipate qui su «Poetarum Silva» nel mese di maggio 2017), Galloni si presenta in questo primo quarto di 2018 con la sua seconda prova, In che luce cadranno, silloge uscita lo scorso gennaio, a meno di un anno da Slittamenti.
Non sono il primo a scrivere di loro nella stessa nota, ma penso che questo sia uno dei modi per portare immediatamente all’attenzione del lettore due proposte differenti eppure mosse da un simile afflato poetico: sondare la realtà con un’identità poetica sorprendentemente matura, senza imitare esperienze precedenti, bensì dialogando con esse.

La perizia della goccia di Riccardo Canaletti, classe 1998, è un atto di fede nella poesia, che si condensa nell’immagine-metafora che racchiude il titolo della raccolta: «è una cura continua// la perizia della goccia/ che scivola sul prato.» Fedele anche a una certa vocazione paesaggist(ic)a della poesia umbro-marchigiana che discendendo da Umberto Piersanti attraversa anche l’esperienza di Nicola Bultrini. Tutt’attorno un bagaglio di letture voraci come solo un giovane poeta sa compiere, tanto da mettere insieme in esergo Pascoli e Luzi. Ma non sono certo le poesie più liriche, sentimentali, innamorate di sé se vogliamo, a lasciare una traccia che si fa ferita nel lettore; lo sono le poesie raccolte nella Suite del sisma, poesie nelle quali deflagra una voce drammatica, matura, che affida alla poesia tutta la paura per una tragedia vissuta sulla propria pelle. Ed è un territorio dove più facile è il rischio di cadere nel registro retorico, e di conseguenza scadere nel patetismo più bieco. Riccardo Canaletti dà in queste otto poesie una prova di una padronanza della lingua come solo chi ha maturato e sedimentato il dramma vissuto sa:

camera con vista
la chiamano, i più ironici
di noi. è un’ultilitaria gialla
con i vetri opachi di condensa
e ci dormono in tre almeno.

tutti siamo scivolati tra le pareti
come gocce che perdono dai tubi
e ora siamo raccolti nei bacini
delle auto. Immobili
tremiamo.

Non ci sono orpelli; se possibile, si abbassa pure il registro linguistico verso il colloquiale, all’ironia che si fa sarcasmo («camera con vista/ la chiamano»); eppure siamo sempre in presenza della poesia, assistiti dalla poesia, protetti da essa, perché la poesia è un’ancora che traduce in speranza ciò che l’immobilismo renderebbe solo paura.
Fa da contorno a queste poesie, e in esse si incunea, il corollario di affetti familiari e sociali di un ragazzo che sta scoprendo la sua vita, e attraverso di essa le vite altrui, e sulla vita riflette (emerge qui pure l’anima speculativa del Canaletti studente di filosofia in quel di Bologna). La scoperta degli affetti e dei sentimenti è qui raccontata con sincerità, come pure con la stessa sincerità sono raccontati l’eros e il desiderio così come vengono vissuti da un ragazzo ventenne.

Quasi fosse una litania (caproniana?), le poesie che compongono In che luce cadranno, seconda raccolta di Gabriele Galloni, nato nel 1995, scorrono sul filo teso e fragile delle domande fondamentali della vita senza mai porre una sola domanda diretta, perché i morti «faticano/ a rispondere a tutte le domande// che gli vengono fatte.» Non v’è bisogno, in effetti, di dare risposte vuote. C’è però bisogno di giovani voci che diano nuove immagini attraverso le quali guardare alla realtà. Vita e morte, morte e vita.
E così “i morti” che compaiono in ogni poesia sono i vivi: siamo noi vivi; siamo noi osservati e auscultati senza filtri, a volte in modo brusco, irridente e irriverente. I morti è quel mondo parallelo dal quale giungono continue ambasciate al mondo nostro, porte con “la mano sinistra” come indicato da Anna Maria Curci nella nota pubblicata non molti giorni sono.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.

Ogni epoca ha le sue voci e le sue lingue. Galloni attinge alla tradizione per tradurre poi nella sua lingua ogni frammento della realtà osservata. E poi, non è compito della parola entrare nel reale, e dal reale passare al mistero di quanto non è più tangibile. Ecco quindi evocati “i morti”, ed evocati in molte possibili sfaccettature, quasi Galloni volesse rendere parzialmente definito ciò che è indefinito, ossia l’infinito.
Quella che pare un’inversione di ruoli tra i morti e i vivi è, in verità, una risposta della poesia al bisogno umano di consolazione («i morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi:/ rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/ due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule»). E i morti sanno consolare e consigliare da sempre, sin da quando i poeti hanno cominciato a varcare la soglia dell’aldilà. Ma per avvicinarci di più ai nostri giorni, sarà sufficiente nominare nuovamente Caproni, o Sereni, o Amelia Rosselli (come pare autorizzare la coppia di sostantivi “lapsus/inciampi” presente nella poesia che apre la raccolta). Perché il Novecento è stato anche un secolo di poesia che ha cercato di mantenere vivo, nonché ridefinire, quella dimensione altra che è l’aldilà, come indicato da Sereni: «I morti non è quel che di giorno/ in giorno va sprecato, ma quelle/ toppe d’inesistenza, calce e cenere/ pronte a farsi movimento e luce./ → Non/ dubitare, […]/ parleranno» (La spiaggia, vv. 9-14).

© Fabio Michieli

Colin Herd, ‘Keats e l’imbarazzo’ e l’imbarazzo… (trad. di A. Brusa)

Colin Herd (photo by Chris Scott)

KEATS E L’IMBARAZZO E L’IMBARAZZO

La melma è l’imbarazzo dell’acqua.

Una perversa e beffarda posta del cuore
che non ha mai ricevuto lettere.
L’edentulia (persino nei bambini)
è cosa così delicata da provarne quasi
vergogna, avvolta com’è in una morbosa
attenzione da mettere in difficoltà.

È imbarazzante scrivere del cibo.
La tovaglia macchiata è imbarazzante
per la tavola. Andare a capo è imbarazzante
per il verso. Tutti i film che vedrai nella tua vita
ti metteranno in imbarazzo. Fatta eccezione
per il primo Paul Verhoeven che ti si addice.

Non puoi mettere nulla in imbarazzo senza dover
fare grandi sforzi e fare quegli sforzi è imbarazzante.
Mangiare in pubblico è imbarazzante. Anche una banana
che non sia matura o un piccolo vassoio di mirtillini.

Le raccolte di poesia sono imbarazzanti
per la poesia. Alcune più di altre.
Le metafore mettono in imbarazzo la lingua.
Instagram è l’imbarazzo di qualunque cosa.
Instagram mette in imbarazzo se stesso.
Ecco perché la sua icona è rossa.

Imbarazzo per un libro è la sua
copertina ed imbarazzante per la
copertina è la fascetta. Ed il dorso.
E soprattutto i numeri delle pagine
quando ci sono, messi in un angolo come
discoli in punizione. Le parole “testo” e “lavoro”,
usate per evitare l’imbarazzo della parola “libro”
sono esse stesse imbarazzantemente intime.

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