Autore: Fabio Michieli

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri/Die Bücherverbrennung

 

Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fermatelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!

(traduzione dal tedesco di Franco Fortini)

 

Die Bücherverbrennung

Als das Regime befahl, Bücher mit schädlichem Wissen
Öffentlich zu verbrennen, und allenthalben
Ochsen gezwungen wurden, Karren mit Büchern
Zu den Scheiterhaufen zu ziehen, entdeckte
Ein verjagter Dichter, einer der Besten, die Liste der
Verbrannten studierend, entsetzt, daß seine
Bücher vergessen waren. Er eilte zum Schreibtisch,
Zornbeflügelt, und schrieb einen Brief an die Machthaber.
Verbrennt mich, schrieb er mit fliegender Feder, Verbrennt mich!
Tut mir das nicht an! Laßt mich nicht übrig! Hab ich nicht
Immer die Wahrheit berichtet in meinen Büchern? Und jetzt
Werd ich von euch wie ein Lügner behandelt! Ich befehle euch:
Verbrennt mich!

 

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi 1992

“Temporali” di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019)

Sette anni separano Porta a ognuno (L’arcolaio 2012) da questo nuovo capitolo della poesia di Cristiano Poletti: Temporali (Marcos y Marcos 2019; collana “Le Ali” diretta da Fabio Pusterla). E in questi anni la poesia è stata centellinata, quasi custodita e protetta; rare e contate apparizioni di qualche componimento ci sono state, vero, e ci raccontavano di una fase meditata, silenziosa della poesia di Poletti. Ci raccontavano, quelle poesie, di un uomo condotto dalle vicissitudini a un completo ripensamento di sé come individuo e come poeta. I viaggi verso i luoghi del pensiero ci avevano avvisati che gli orizzonti si erano spostati, che il silenzio si era in realtà trasformato in tempeste di domande. E la poesia, questa poesia, ne è la risposta possibile.
Queste poesie sono il rombo che squassa l’animo e ne testimonia ogni tormento, l’agitazione dell’essere che agita pure le parole fino a ricomporle in versi e poesie; e nulla sa di calcolo, di mestiere. Sette anni sono serviti (non so se sono pure bastati) a dare a Cristiano Poletti la materia per ricostruire l’esistenza dalle basi; magari partendo dalle persone care, poche e fidate, gli amici che contano; magari soffrendo per quelle che sono venute a mancare e che ora si rievocano in folgoranti passaggi. Passando pure attraverso la storia; la storia che ha segnato chiunque sia nato negli anni Settanta del secolo scorso, con le sue tensioni politiche, i suoi morti, le molte contraddizioni che ancora paghiamo, e che ancora chiedono di essere chiarite. Tutto questo è qui dentro, in queste poesie, scandito per passi, passaggi delicati ma non scontati di lunghe ore di riflessioni rischiarate da una luce (magari quella «bassa, d’inverno […] dove la luce ha il suo piccolo fuoco»), dalle sue improvvise accensioni che paiono lampi.
Gli stessi lampi che chiariscono le pagine del libro di prose critiche, dei poeti (Carteggi Letterari Le Edizioni 2019), uscito lo scorso mese di marzo e che si palesa, inconsciamente certo, come immenso paratesto di questa raccolta nuova. Tutto ciò che ha portato a questo nuovo libro sta in quell’altrove, in quel limbo dove Cristiano ha condotto le sue letture e le sue riflessioni, ha meditato sull’altrui parola per ritrovare la propria, perché un poeta che parli di altri poeti sarà sempre un poeta che parla di sé; ora qui in Temporali c’è posto solo per la poesia senza la necessità di inventarsi un romanzo, senza rincorrere disperatamente il lettore da imboccare. Qui c’è solo la poesia a parlare, a farsi leggere, a stagliarsi netta sulla pagina e a consegnarci l’opera di chi ne ha cura.

Temporali è in tutte le librerie da oggi e attende solo il lettore che ha cura della Poesia.

(fm)

***

Fuga, o ritorno

Tu torni dove tornano al vento
di tutti i nostri amori le figure
e i fiori. O tu non torni,
sapranno riferire. In quale luce

tu, voce, stai avvicinandoti muta
alla fonte del fiato? Lì sei nata,
formi da poco parole e in natura
di buio cresci, e non muori o divieni,
tu taci sulla strada.

La sfiori non il vento
al limite del fiato
la voce dei tuoi giorni,
la ferma solitudine dei giorni.

(altro…)

PoEstate Silva: Poesie inedite di Alessandro Canzian

 

da Olga

Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
La sento ballare coi piedi scalzi,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
La vita ritirata come un ragno.

 

 

Olga la sera investe
tutta se stessa in un divano,
una telefonata a sua madre,
uno schianto. La distanza
degli anni è come ortica.
È tutto ciò che resta.

 

 

da Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. Grida
qualche volta di notte perché
tutto ciò che è trattenuto
alla fine esplode, butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

 

da © Alessandro Canzian, Condominio S.I.M. (raccolta inedita)

 

Sono brevi componimenti questi di Alessandro Canzian, dal sapore epigrammatico; quasi istantanee dell’ascolto e dell’auscultazione dei tempi, dell’oggi. Condominio S.I.M., raccolta inedita e sulla quale ancora verte il lavoro di lima (come attestano le note sulla copia che ho ricevuto in lettura), non vuole essere una Spoon River della verticalità condominiale perché qui si ritraggono vite in corso, per quanto siano condensate e racchiuse nei loro tic meccanici. Vite che appaiono anonime malgrado le sezioni portino il nome del condomino della porta accanto, perché le nostre vite sono così oggi: sconosciute nel rapporto diretto e note nell’osservazione e nella ricostruzione dall’altra parte della parete, del corridoio. (fm)

PoEstate Silva: Riccardo Canaletti, Poesie da “Sponde”

 

La fermata di Rimini a metà nel tragitto andato
trascorso in silenzio, accanto all’uomo che dorme.
Arrivare è questione di ore, di ora. E forse
è più che un andare dove si era cresciuti,
addensati nel mistero di una camera nascosta
al giorno, nel dettato inumano di un altro essere umano
così simile a te, così distante.

 

 

Eccomi, sono di nuovo con te
ti affilo le mani. Non consumare.
Che la parola menta al tuo posto.
Ho trovato il mistero che ti hanno nascosto
alla nascita: di me ti sollevi il coraggio
la foce che infiamma dai fiumi, che annega.

 

 

Non puoi sottrarti, arrivare a zero
non puoi consumarti, spenderti
nel colore meticcio prima del buio.
La luna non imbarca la costa,
il litorale con il litorale in pietra.
Né il luogo vuoto della corsia d’emergenza,
la falsità che è nei pini marittimi
e la sveglia raso pelle della zanzara,
l’ora adatta per iniziarti al fuoco.
Né l’acqua, qui a commisurarti la vocalità.

 

 

Sul morse della serranda punto linea punto.
Il sole recidivo tra le tende.
È un lamento innominato che significa sorpresa,
pomeriggio a gocce di cicale e auto solitarie.

Non avrai pensato che questo fosse mio,
di un bianco che riversa nel convesso del pensiero.

 

© Riccardo Canaletti, Sponde, Arcipelago itaca 2019

Fresco di stampa (il colophon recita “luglio 2019”), Sponde segna una svolta più razionale della poesia di Riccardo Canaletti; svolta già intravista – a rigor di cronaca – nei componimenti che sono apparsi in rete tra la pubblicazione della prima raccolta e questo nuovo capitolo. Si tratta di una poesia più meditata, meno istintiva, dove anche i sentimenti sembrano volere esseri controllati dal pensiero, e questo controllo è sicuramente una conseguenza degli studi e delle letture di Canaletti. Ma ricondurre tutto a questa facile e sbrigativa etichetta equivarrebbe a liquidare un intero discorso con una rapida definizione che nulla, in realtà, dice.
La lettura di Sponde restituisce un’idea di una ricerca poetica che, per quanto iniziata da poco, e quindi per forza di cose in evoluzione, in crescita, continua a fare tesoro di letture e della sedimentazione di queste; un’immagine su tutte: «l’uomo che dorme» nel vagone del treno in cui viaggia l’io della prima poesia, che non può non far pensare al giovane marinaio della prima poesia di Sandro Penna, e a moltissime altre descrizioni di viaggi in cui chi scrive osserva l’umanità che passa fuori dai finestrini insieme a quella che si ritrova a condividere un momento.
Ecco! Fotografie di istanti, di momenti; attimi di vita vissuta con intensità e che il pensiero, la riflessione, cercano di comprendere (tanto nel senso di analizzare, quanto nel senso di racchiudere e perciò preservare) per dare significati ulteriori all’esperienza, e non limitare la stessa a una serie concatenata di eventi che nulla dicono a chi se li ritrova poi sulla carta (idea perfettamente sintetizzata in quel «dettato inumano di un altro essere umano»).
E forse proprio per questa dimensione più distesa verso il pensiero, anche il verso si distende, si dilata, fino a raggiungere estensioni ipermetre, al limite del narrato nelle quali più forte si sente la volontà di contenere, di controllare l’osservazione della realtà (a scapito – forse – di una più completa realizzazione dell’immagine pensata).
Eppure, anche là dove il rischio di perdere il controllo del proprio dettato sembra in agguato, ecco che Canaletti riesce a chiudere, nuovamente nella metafora del viaggio, un discorso che lega le sponde della ricerca; una ricerca, sia chiaro, che non si riduce alla sola osservazione da un luogo sicuro, protetto, chiuso: no!, l’osservazione della realtà è condotta da un io che si cala nella realtà, nella dimensione umana, per esperire il tutto per poi, con un salto razionale che restituisce la reciprocità (così Pellegatta nella breve prefazione) tra soggetto e oggetto, elevarsi a discorso universale, a poesia. (fm)

Martina Campi, Quasi radiante

Martina Campi, Quasi radiante. Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Sonia Caporossi, Tempo al libro 2019

 

Deserto anacoluto

I

Io l’attendevo la pioggia purché facesse
da sé tutto il nero scompiglio
di cielo severo, pomeriggio inflessibile
lucido viscerale e disperato,
per i fondi bucati nelle giacche,
gli aggettivi, eccetera
ossa, che avevano gettato la spugna.

II

La fine frusta di una sera
al confine, a fare il nulla
e sembrarsi confusi
da strozzarsi la gola,
per osmosi
carne defunta
nei rimorsi a porta aperta.

III

Tenevo il tempo al collo
solo per vedere l’alba
e scesi io stessa
nel giardino soffrendo d’aria,
l’ombra dei (mai) nati (mai) morti
non ancora impossibile,
tanta solitudine.

(altro…)

La poesia gode di buona salute, all’estero: dix poètes italiens contemporains

 

La poesia italiana gode di buona salute, all’estero; forse si potrebbe azzardare addirittura l’aggettivo ottima, visto che la considerazione di cui ora beneficia la poesia italiana contemporanea fuori dei nostri confini è decisamente migliore di quella in patria. E probabilmente si potrebbe estendere il discorso all’intera letteratura italiana, alla luce del recente À l’italienne. Narrazioni dell’italianità dagli anni Ottanta a oggi (Carrocci, 2018).
Attorno alla poesia le iniziative si moltiplicano e ogni mese assistiamo agli annunci di nuove antologie in Spagna e in Francia, per fare due esempi. Ed è proprio di una recentissima antologia francese che vorrei tratteggiare rapidamente il profilo ora: dix poètes italiens contemporains/dieci poeti italiani contemporanei, uscita per i tipi di Le bousquet-la barthe éditions sul finire del 2018, accoglie dieci poeti italiani tradotti da Bernard Vanel (già traduttore di Maurizio Cucchi per lo stesso editore), con una prefazione firmata da Alessandro Agostinelli. È lo stesso Agostinelli implicitamente a spiegare i possibili motivi dell’interesse straniero nei riguardi della poesia italiana quando afferma che «quasi esclusivamente ai poeti è toccato il compito di tradurre in elaborazione letteraria la complessa crisi di identità che ha contraddistinto gli ultimi quattro decenni» nel corso dei quali la «perdita delle coordinate, la consapevolezza del moto di deriva dentro il mistero della vita, la riflessione esistenziale, il tentativo di ricomposizione di un ordine minimo, trovano soluzioni diverse e complementari, dentro il grande laboratorio della lingua italiana»; e il riferimento ai “quattro decenni” non è un riferimento casuale, bensì un rinvio diretto all’arco temporale nel quale si è sviluppata l’opera dei poeti proposti, tutti nati tra il 1941 e il 1959, «autori – spiega Agostinelli – che non coincidono pienamente con l’oggi, perché chi è contemporaneo combaciando perfettamente al suo tempo non riesce davvero a vedere la sua epoca, come spiega Giorgio Agamben». Una considerazione, quest’ultima, che non so se vada letta anche alla luce della recente polemica scatenata dal pamphlet di Viviani.
Ma chi sono i poeti presentati al pubblico francese in quest’edizione bilingue? Sono Umberto Piersanti (1941), Fabio Pusterla (1957), Antonella Anedda (1958), Franco Buffoni (1948), Milo De Angelis (1951), Alessandro Moscè (1969), Tiziano Broggiato (1953), Feliciano Paoli (1955), Francesco Scarabicchi (1951), Gian Mario Villalta (1959).
(altro…)

Su “Datità” di Giovanna Frene

È uscita al momento giusto la riedizione di Datità di Giovanna Frene, perché ci accompagna nell’attesa della pubblicazione di Eredità ed estinzione prevista per quest’anno. Grazie alle cure di un editore attento come Danilo Mandolini, patron di Arcipelago Itaca, che aveva pubblicato nel 2015 Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, si viene a colmare uno di quegli imperdonabili vuoti che caratterizzano il mondo della poesia; infatti Datità uscì la prima volta nel 2001 per i tipi di Manni, per non essere poi più ristampato. Accompagnata dalla Postfazione di Andrea Zanzotto, la raccolta aveva già allora messo in chiaro la direzione della ricerca poetica di Giovanna Frene, ossia quel non più progressivo bensì decisivo allontanamento del proprio dettato da ogni residuo di lirismo, nonché la scelta di non percorrere le vie di un versoliberismo comunque aderente a forme riconoscibili o riconducibili alla tradizione, anche più recente. No!, la direzione presa da Frene era (ed è) quella di una frattura coi generi per la commistione dei registri. Come avevo già avuto occasione di dire scrivendo di Tecnica di sopravvivenza, il cuore di questa ricerca è una visione della storia che si innesta nella poesia, storia da intendersi non come narrazione delle gesta degli eroi, bensì come riflessione sulla voce di chi la storia ha ridotto alla condizione del silenzio.
Datità come Gegebenheit: non ciò che viene dato, ma ciò che si palesa, si mostra, si rivela. Ciò che è il risultato di una riflessione che inscindibilmente lega poesia e filosofia, perché è l’essere pensante a dire e non l’io a cercare di esprimere i propri tormenti. Per questo Datità è un libro necessario: perché scuote il pianeta poesia dal suo nucleo e scorga un nuovo mondo magmatico che pone domande dirette e non cerca di addolcire nulla a nessuno, né al poeta né al lettore.
Una dichiarazione di poetica che a diciotto anni di distanza mantiene tutta la sua forza primigenia e la rilancia accresciuta di ciò che è seguito.
Datità si offre ora nuovamente al lettore nella forma in cui vide la luce nel 2001, compresa la già ricordata Postfazione di Andrea Zanzotto, maestro riconosciuto di Frene. Postfazione che assume ora pure una valenza di profezia post eventum, alla luce di quella lungimiranza zanzottiana che già allora riconobbe i segni di una poesia che univa al rigore della lingua il rigore di una riflessione etica, filosofica.
I simboli stessi della poesia contemporanea, troppo spesso abusati, vengono ridiscussi. Il corpo, per esempio, è ricondotto a un’idea di unità laddove i più lo sezionano; sicché Canova – «splendore fisico unificante» è definito da Zanzotto nella Postfazione – diventa l’emblema di una sorta di indivisibilità nel segno dell’arte («non separi l’uomo ciò che l’arte ha unito nell’oscuro/ del principio smembrando piuttosto il mondo che la natura»), dove arte andrà intesa nel suo significato più ampio, comprensivo, e non esclusivo. Universalità che non dev’essere banalizzata, svenduta, messa in liquidazione; bensì preservata, difesa con le armi della scrittura retta dal pensiero e dalla capacità di argomentare le cose e il loro rovescio, gli sguardi e i segnali (evidente la lezione zanzottiana), di fornire spiegazioni alle proprie scelte intellettuali («proferire perfetti/ simulacri attinti al tutto della totalità […] riflessi dietro lo specchio/ percepire d’un tratto □ un uno», Autoritratto).

© Fabio Michieli

 

Autoritratto

Questa immobile fissità          sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio        mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza            fingere di fingere la
finzione del non sentire          proferire
perfetti simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così          riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto                  un uno.

 

[tritacarne: dal film Stalker di A. Tarkovskij]

(altro…)

Su “Quaderno gotico” di Mario Luzi. Appunti di lettura

Pervaso e percorso da uno stilnovismo che non è solo di forma, e che non sa solo di letteratura, Quaderno gotico di Mario Luzi, apparso la prima volta nel 1946 nel primo numero di «Inventario» e poi nel 1947 per le edizioni Vallecchi in forma definitiva, non è soltanto uno dei piú importanti libri di poesia dell’immediato dopoguerra, ma è anche il piú bel canzoniere d’amore dopo i Mottetti di Montale, non a caso presenti tra le trame del tessuto poetico che Luzi intreccia in queste quattordici poesie.
A un’eterogeneità stilistica fa da contrappunto una ben salda uniformità linguistica, con continui movimenti ascendenti e discendenti che bene rendono la goticità del titolo, disegnando una cattedrale di sentimenti e emozioni che non solo avvolgono l’io ma non escludono il tu che da entità incerta («ombra d’un’ombra» era detto in Avvento notturno) si fa certa («ombra viva»), non solo nell’evocazione e rievocazione, ma nella sua fisicità in absentia («Il volto dell’assente era una spera/ specchiata dalla prima opaca stella/ e neppure eri in lei, era caduta/ fuori dell’esistenza», XIV, vv. 11-14).
Ciò sarebbe sufficiente a giustificare anche la precisa ripresa d’uno stilnovismo tutto cavalcantiano, non dimentico però della lezione dantesca, con le sue impennate e la forte tensione a un’esperienza d’amore che fortifichi l’essere intento a trovare una razionalità anche nell’irrazionale sentimento. Se non fosse che questa tensione, attraversando appunto l’esperienza di Cavalcanti, sfocia inevitabilmente nel desiderio dell’altro e dell’alto, approdando alla grande lezione dantesca; come se Luzi si fosse prefissato di attraversare l’intera parabola stilnovista per narrare la nascita del «Mario irraggiungibile» attesa già dal primo componimento della serie.
Ma i molti echi letterari che s’intrecciano in questo breve canzoniere non devono sviare l’attenzione dal vero centro nevralgico del disegno luziano: l’amore come esperienza totalizzante. Non è una prova di bravura poetica quella che offre Luzi, ma un vero itinerarium in mentis nel quale si cerca di dare le prime risposte, non assolute, a domande assolute, già avanzate nelle raccolte precedenti.
L’aver ridiscusso la propria fede nella letteratura; l’aver esaurito l’esperienza ermetica; l’aver vissuto l’esperienza della guerra; tutto ciò ha messo in forse la figura che l’uomo ha di sé. Ora questo uomo cerca di darsi una nuova vita partendo da un’esperienza totale e assoluta come l’amore, che spinge l’io a tendersi verso un’altra esperienza assoluta: la verità.
Ma se la stagione stilnovista in Montale farà sí che il poeta approdi ai registri petrarcheschi nella Bufera e altro, dove rimane un’apertura alla speranza (cfr. Il sogno del prigioniero), in Luzi si conclude con un risultato certo: l’epifania, dopo «una lunga attesa» di «una figura/ vivida che si spenge in una stanza» (IX, vv. 15-16).
Come ha dimostrato Alfredo Luzi nel suo saggio sulla poesia luziana, «l’importanza basilare del Quaderno nel cammino poetico luziano è proprio nel tentativo di sintesi etica tra natura e mondo della storia, tra realtà immobile ed eventi in movimento».
Quaderno gotico, riprendendo quanto già scrisse Quiriconi, rappresenta l’inizio visibile di un «processo di riappropriazione di una dimensione umana della vita» che riconduce lo stilnovismo nella figura donna-salvatrice a posizioni antipetrarchesche e quindi per diretta conseguenza antimontaliane. Non si ripete in Luzi una tradizione codificata, ma il ‘tu’, non istituzionale, la misura di una precisa dimensione umana raggiunta e desiderata sotto la spinta esercitata dal dolore che comporta questo ritorno a un’esistenza concreta fisica, e non piú solo metafisica, pur rimanendo stabile, anzi accrescendosi, la tensione a ciò che è altro e altrove.
Quello che si va componendo attraverso questi versi è un disegno ottenuto con largo impiego di chiaroscuri: un doppio movimento che dalle tenebre conduce alla luce e che da questa riporta alle tenebre. Anzi, Luzi scopre l’ombra della luce di questa figura femminile che ne ispira il canto: novella Euridice d’un novello Orfeo consapevole di una perdita ma non per questo smarrito e votato all’oblio:

E quando sulla scorta d’un istante
di luce e di delizia ti sciogliesti
nel vento raro fertile di fiori,
ah un soffio sulla fronte era passato,
era tardi, dovevo insinuarmi
nel fitto delle tenebre…
(XIII, vv. 19-24)

Se la morte del padre di Clizia, entrato nell’ombra, aveva spinto Montale a consolare l’amata con uno dei mottetti piú intenti e sofferti, e incluso soltanto a partire dalla seconda edizioni de Le occasioni (1940), qui è l’io-Luzi a «insinuarsi/ nel fitto delle tenebre» sentendosi ormai tutto teso al compimento di un dovere piú grande, che lo costringe a un suo personale descensus ad Inferos dal quale risorgerà per ricercare la parola-luce. (altro…)

L’ostinato amore di Umberto Piersanti. Nota per il suo compleanno, con un inedito

(foto di Giandomenico Papa)

Era già chiaro dagli inediti pubblicati nel fascicolo di giugno 2018 di «Poesia» (n. 338) che la più recente fase della poesia di Umberto Piersanti fosse caratterizzata da una frammentazione interna della propria voce, una sorta di parcellizzazione, atomizzazione del proprio percepire, del proprio dettato, quasi egli volesse isolare in questo modo momenti unici del vissuto passato, singoli episodi, anche lontani, per ricostruire una memoria altra, diversa. Perché è innegabile che il ricorso alla memoria, messo in atto oggi da Piersanti, sia un ricorso sui generis, volutamente incanalato all’interno di un discorso che in realtà è rivolto al ritrovamento delle tracce di sé nel tempo attuale. E ciò non dovrebbe destare stupore nel lettore di Piersanti, perché apparteneva già alla poesia dell’esordio – datato 1967 – questo procedere attraverso la lente dell’esperienza, della narrazione del ricordo; questa costituzione di una personale mitografia entro la quale agiscono figure che simboleggiano il patrimonio dell’oralità tramandata con lo solo scopo di preservare una cultura insidiata dall’esterno chiassoso, come lo fu il bisnonno Madìo. Solo che ora questa funzione “ancestrale” è riservata a sé stesso.
Scrive Daniele Piccini che l’universo di Piersanti è immerso «progressivamente, e con maggiore evidenza, nella nebbia di un tempo che lo sfoca, che lo fa apparire balenante e malfermo, quasi immagine fantastica cavata da una camera interiore delle meraviglie» («Poesia», n. 338, cit., p. 52); e in effetti sia ha pure la sensazione, leggendo gli ultimi testi, ai quali appartiene a pieno titolo anche l’inedito proposto alla fine, di entrare in un mondo fantastico, altamente allegorico, e quindi non solo allusivo, dove la fa da padrona la memoria, con tutti i suoi «inganni prospettici» – ancora Piccini –, non ultimo quello di un’immagine di un passato edenico, costantemente messo sotto assedio dalla storia. I ricordi d’infanzia, l’infanzia felice, non nascondono la minaccia degli anni di guerra, che insidiavano i sentieri boschivi delle amate Cesane; l’ortus conclusus eternamente minacciato dall’insania umana, di virgiliana memoria, con la mediazione di Pascoli, sempre presente in Piersanti, fino all’attuale frammentazione ritmica del verso, è non solo rifugio ma punto costante di osservazione; perché il poeta è vigile, non è isolato dal mondo.
Sono i luoghi perduti – “persi” come nel titolo della raccolta del 1994, o come pure le anime del recente libro di racconti pubblicato per Marcos y Marcos (vd. qui) – a costituire i punti di una tavola cartografica dell’esistenza: dalla rievocazione dell’amata madre, fino all’inarrivabile figlio Jacopo, chiuso nel suo mondo, chiuso nel suo autismo, eppure, come Piersanti dice proprio in una delle poesie pubblicate in «Poesia», sempre parte della sua dolorosa «bella famiglia/ d’erbe e animali»; ed è certamente sintomatica la citazione, senza dislocazione, del verso foscoliano da Dei Sepolcri, perché tenta di ricostruire un ordine là dove governa un altro ordine che non include. Ma è la poesia di Piersanti a essere inclusiva, perché abbraccia l’universo, ogni individuo e ogni manifestazione della natura, nel suo sguardo. Quanta parte abbia in tutto ciò la lezione di Leopardi non sta a me dirlo. Spetta sempre al lettore ricomporre ogni tessera.

© Fabio Michieli

 

Campi d’ostinato amore

I cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,

ma tu li ascolti
Jacopo quei cosi?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe,
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati,
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

febbraio 2017
(«Poesia», n. 338 [giugno 2018])

(altro…)

Le “anime perse” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve: perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia da cronaca spiccia di questi tempi – non ancora raggiunti dalla morte (tolte le eccezioni dello zingaro spavaldo e della giovane Luisa che s’affaccia alla finestra), ma che hanno provocato morte e miseria umana attorno a sé stessi. E dal narrare partecipe, ma non travolto dalle storie, di Piersanti affiora un universo oscuro della mente umana che si rende agli occhi del lettore immediata fotografia della contemporaneità; una contemporaneità che, come dicevo poco fa, è diventata anche cronaca spiccia e quindi è stata abbassata a grottesca rappresentazione di fatti sui quali straparlare in salotti televisivi, senza realmente riflettere. Mentre ciò che Piersanti invita a fare è proprio riflettere sugl’individui, come fecero prima di lui Dante e De Andrè (e in mezzo a questi due estremi, tutta la letteratura universale), e sulle loro vite; vite che, come quella di Rosaria non sono mai state «una linea, una prospettiva, un cammino indirizzato a un qualche fine: no, le loro vite sono state un aggirarsi in tondo, una serie di cerchi concentrici spesso sghembi e lunatici, intercalati tra di loro; vite dove l’assoluta libertà si confondeva con l’assurdo e il non senso.» (altro…)

Un museo per l’italiano

Giuseppe Antonelli
Il museo della lingua italiana
Mondadori, 2018

Immaginatevi mentre gironzolate, incuriositi, tra le stanze di un museo che ospita sessanta, più due, pregiatissime testimonianze della nostra cultura, solo che i testimoni della nostra cultura questa volta hanno un rapporto inscindibile con la nostra lingua: l’italiano. Un museo non diverso da quello che un incendio di tre anni fa ha divorato a San Paolo in Brasile. Testiomonianze scritte che ci tramandano pure tracce di un’antica oralità perduta, come potrebbero essere l’indovinello veronese o i “fumetti” degli affreschi di San Clemente a Roma. Un museo che cerca di fissare per esempi iconici le tappe del formarsi e del progredire della lingua che tutti i giorni usiamo. Un museo immaginato, certo, ma che la prosa misurata e il narrare avvincente di Giuseppe Antonelli riescono a rendere a tratti visibile, come se alle pareti passassero, su schermi ad alta definizione, dei filmati con attori che impersonano, che so, Petrarca e il suo copista osservato mentre allestisce la copia “in bella” del Canzoniere, prima di sostituirvisi e continuare a copiare di suo pugno le nugae per rifinirle, limarle. Oppure Boccaccio che adorna i suoi manoscritti con le chiose e i disegni divenuti famosi, come le manine usate per indicare a sé stesso i passi meritevoli di maggiore attenzione.
Perché la lingua italiana, la nostra lingua, è passata attraverso la cura della lingua scritta, letteraria, illustre. Ed è questo che ci racconta Giuseppe Antonelli nel suo libro Il museo della lingua italiana: come si è evoluta la lingua italiana. Ma per fare ciò ha immaginato un Museo, un edificio permanente che sappiamo non esistere – almeno per ora -, ma che segue le tracce di alcune importanti mostre temporanee che hanno illustrato le glorie di questo nostro italiano, che mostra in questi ultimi anni segni di cedimento; segni che forse sono le direttrici di un’evoluzione rapida verso un uso linguistico più libero, che sacrifica, forse per pigrizia, elementi portanti della sua secolare struttura, come il congiuntivo, dato sempre per prossimo all’estinzione, ma che invece è l’attuale simbolo di come siano le spinte dal basso ad agire sulla natura aristocratica dell’italiano.
Il libro è tutto fuorché un nuovo tentativo di codificazione. Semmai questo Museo vuole proprio evitare la museificazione (leggasi mummificazione) della lingua, mostrandone invece la mutazione intercorsa nei tempi; un’evoluzione fatta anche di molti apporti esterni, come le parole provenienti dall’arabo, dal francese o dallo spagnolo, tutte figlie di precisi momenti storici. Ma, a mio avviso, una delle prove di quanto ho appena affermato sta nel capitolo n. 12 dedicato all’Accademia della Crusca, presentata non solo nella sua compagine monumentale, sub speciem documentaria attraverso il Vocabolario, bensì nel suo mandato più recente, quello che ne ha fatto uno dei siti più consultati non solo dai cultori della lingua; un portale che in un breve arco di anni (breve rispetto ai quattro secoli di vita dell’Istituzione) l’ha trasformata, memore – perché no? – dell’atteggiamento provocatoriamente polemico del circolo illuminato dei fratelli Verri, ma ancor più della lezione di Melchiorre Cesarotti, nel «più importante centro di ricerca scientifica dedicato allo studio e alla promozione dell’italiano». Insomma dell’italiano Antonelli mostra pregi e difetti, usi e costumi, spiegando pure perché a costumanza a un certo punto in italiano si sia preferito l’uso di etichetta; perché la lingua è sempre testimone della storia da che ci è stato insegnato, nei primissimi giorni di scuola, che la Storia inizia quando l’uomo  inizia a scrivere, e attraverso la scrittura tramandare (tradire) la sua presenza sul pianeta.
La scientificità della trattazione, mai sacrificata da Antonelli, non impedisce però di innovare il modo con il quale si è deciso di affrontare la questione della lingua. Quel motorino scelto come primo esempio per parlare del tratto distintivo della lingua del sì, e posto in bella vista nel Vestibolo al Primo piano, che riporta alla mente, almeno di chi scrive, l’alto magistero di Dante alle prese con la ricerca del volgare illustre, è allo stesso tempo immagine di adolescenti in sella a un ciclomotore che ha segnato una prima idea di libertà anche linguistica (e qui mi viene in mente l’esordio narrativo di Tondelli, che tanto sconvolse l’Italia di fine anni Settanta del Novecento), anche se io, anagraficamente, appartengo alla generazione del Ciao.
Un edificio di tre piani a esemplificazione/semplificazione delle tre fasi storiche della lingua italiana: italiano antico (dalle origini al primo Settecento), italiano moderno (dal secondo Settecento al secondo conflitto mondiale) e italiano contemporaneo (dal dopoguerra a oggi). Un susseguirsi di sale (cinque per ogni piano) nelle quali sono esposti, come già detto, sessanta, più due, pezzi unici per sessanta, più due, momenti iconici della storia linguistica dell’italiano, quattro per ogni sala. E qui si andrebbe pure a nozze con un trattato di numerologia come si sarebbe fatto almeno fino a quasi tutto il XVI secolo, se non fosse che sfogliando il libro, leggendone i capitoli, ogni tanto si è tentati dal toccare i simboli usati per i rimandi inter- ed extra-testuali, e provare così a vedere se non ci ritrovassimo in realtà tra le mani un testo elettronico, capace di aprire immediatamente una nuova finestra e condurci in un altro luogo del libro, perché il libro è davvero proiettato verso il futuro come l’italiano e il suo e-taliano.
Ecco che, giunti alle ultime sale, vi scoprirete arricchiti di alcune risposte a domande che non vi siete mai posti sul perché di quella o quell’altra parola; perché abbia quel suono esotico. E perché suoni più strano l’italiano turbopadrecesariano di Diego Fusaro dell’italiano depauperato che spesso – a volte troppo spesso – incontriamo in rete.
E ora salgo a bordo del mio mai posseduto Ciao. (altro…)

3 dicembre 1938 – 3 dicembre 2018. Per Antonia Pozzi

Gli anniversari sono sempre ambivalenti: momenti di celebrazione capaci di trasformarsi in un passo falso, vittime di un tranello ben celato. Il fatto, però, che un volume di scritti dedicati ad Antonia Pozzi sia uscito a ridosso di un anniversario importante come gli ottant’anni dalla sua prematura e volontaria scomparsa è solo un evento che va accolto in modo assolutamente positivo. Nessun intento celebrativo; solo il desiderio di affrontare la giovane poeta in modo libero, autorevole, scientifico e scevro da letture stereotipate, dogmatiche, che da anni si ripetono raccontando una favola bella che, evidentemente, qualcuno ancora illude.

La novità forse più evidente di questo volume corposo (oltre 500 pagine), curato da Fabio Guidali e Matteo M. Vecchio, sta nello sguardo ampio e argomentato rivolto alla figura di Antonia Pozzi; sta nell’evocazione della «singolare generazione» cresciuta attorno alla figura del professore Antonio Banfi e soffocata dai tragici eventi storici che modificarono la fisionomia dell’Italia, culminando proprio nel 1938 con l’emanazione delle leggi razziali. Non che i legami tra Antonia Pozzi e la cerchia banfiana non fossero già stati in precedenza indagati, ma è la prima volta che in un volume intenzionalmente si danno il giusto rilievo e il degno riconoscimento alle possibili influenze esterne, agli apporti esterni, facendo dialogare tra di loro i singoli risultati delle indagini per trarne un quadro di insieme nuovo, nonché foriero di future esplorazioni (rapidamente penso ai due contributi di Davide Assael – La lezione di Giovanni Emanuele Barié nel percorso formativo di Antonia Pozzi, e Da Piero Martinetti ad Antonio Banfi. L’Università di Milano negli anni Trenta -; nonché l’affine contributo di Marcello Gisondi, Un giovane maestro: Antonio Banfi teoretico; oppure all’affresco ‘topografico’ di Francesca D’Alessandro, Occasioni di lettura. Vittorio Sereni e la topografia poetica del suo tempo; fino al ‘dittico’ di Matteo M. Vecchio, Notizia su Piera Badoni e Nella Berthier, che tratteggia un quadro di relazioni dirette e indirette con l’universo pozziano).
Ma si dà voce pure al lato negativo della cerchia banfiana, dalla quale in una certa misura Antonia si è sempre sentita esclusa, e che non le risparmierà delusioni cocenti, come il giudizio negativo sulla propria poesia espresso dal professor Banfi, e che porterà la giovane Antonia a ipotizzare la via del romanzo per dare corpo alla sua scrittura.
L’intenzione dei curatori è quella di sottrarre la vita e l’opera di Antonia Pozzi da quella dimensione attuale che l’ha resa un caso letterario, per riconsegnarle – vita e opera – alla «complessità del loro tempo», come viene detto nell’agile ed efficace introduzione, sottraendola da uno «svilimento, che trae origine proprio dal contesto di prima lettura e pubblicazione delle sue Parole»; e nel fare ciò, sia chiaro, non si disconosce la storia anche critica, bensì si parte proprio da questa per contestarne certi esiti (vedi il “non incolpevole” Vincenzo Errante) e, di contro, ribadire la centralità di altri (vedi l’ancora autorevole contributo di Eugenio Montale). Consegnare Antonia ad Antonia stessa, anche con l’aiuto degli strumenti della psicanalisi applicati alla lettura delle poesie, come avviene nel contributo firmato da Matteo De Simone, Sostare in riva alla vita. Note sulla poesia di Antonia Pozzi, al quale va riconosciuto il merito di mettere all’angolo parte della vulgata critica, quella parte per la quale è sembrato «essere difficile riconoscere, anche post mortem, ad Antonia la sua personale storia, costituita da malinconie e angosce ma anche da desideri e speranze.» (altro…)