Autore: Fabio Michieli

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

proSabato: Tommaseo, poesia/aritmetica

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[fine novembre 1833]

[…]
Che ρυθμός e άριθμός[1] son la medesima cosa, aggiuntavi solo una particella intensiva: che il ritmo è nu­mero, il numero è ritmo: che il verso è calcolo; il calcolo è canto, e fa cantare: che l’aritmetica è una poesia rinforzata:[2] che la poesia senza calcolo è vaporosa, vacua, od atea o kantiana. Poi, che tutto è poesia insieme e aritmetica al mondo: entrambe incompiute, entrambe perfette: gemelle conglutinate, insepara­bili, Rita e Cristina.[3] Poi, che l’aritmetica è il fimo fecondatore della pianta poetica, l’aritmetica è il senso ministro dello spirito; l’aritmetica è grammatica, rettorica, pragmatica, diplomatica, economia, statistica, critica, procedura: che senza aritmetica non si dipinge, non si descrive, non si versifica, senza aritmetica non si regna, non s’ingrassa, non si deducon le donne, senz’aritmetica non si misura né lo spazio né il tempo, cioè non si ragione e non si vive: onde la vita è aritmetica, la morte è poesia; e ogni cadavere vale Omero. Che tutti i negozi del mondo si distinguono in aritmetico-poetici ed in poetico-aritmetici: quelli, cioè, dove la dose aritmetica prevale, e quelli dove la poetica; quelli dove dal numero esce la poesia, quelli dove dalla poesia spunta il numero: tra’ primi sono i matrimoni dei più, gli amori colpevoli, le negoziazioni politiche; tra i secondi sono le vere virtù e i veri affetti. Che la religione, se non è materiata in corpo d’aritmetica, perde la poesia, non è più realità ma sistema: che la politica senza la poesia è politica austriaca. Che l’affetto convertito in imagine acquista tanto d’aritmetica, da non bruciar l’anima che lo nutre: che gli affetti meri senz’aritmetica, finiscono [nel vano]: che le troppe imagini, come la troppa aritmetica, guastano la poesia. Finalmente, che la facoltà dell’immaginare ci abbandonerà con la vita, e in paradiso la verità perfetta ed immensa sarà insieme precisa come l’aritmetica, e immensurabile come la poesia; e, l’indefinito dileguandosi, apparirà l’infinito.

 

da N. Tommaseo e G. Capponi, Carteggio inedito dal 1833 al 1874, per cura di I. Del Lungo e P. Prunas, vol. I (1833-1837), Bologna, Zanichelli, 1911, p. 70

.

.

Note

[1] Non è questa la sede per discutere delle conoscenze del greco classico di Tommaseo, né tanto meno delle possibili diverse grafie in uso nell’Ottocento rispetto alle attuali conoscenze; nemmeno i curatori del carteggio intervengono sulla questione, o per correggere la grafia del secondo termine (la quale potrebbe essere Αριτμον o αρυθμος). Resta fermo un punto, a mio avviso indiscutibile, ossia che mal­grado egli per primo abbia sempre ‘denigrato’ la sua conoscenza del greco, in realtà Tommaseo sin da giovane aveva ricevuto qualcosa di più di semplici rudimenti, prima dal suo maestro Amedeo De Mori, poi da uno studio assiduo non dissimile da quello applicato al latino (nel quale eccelleva, e la produzione in latino ne è la conferma). Va poi ricordato che Tommaseo fu scrittore quinque linguarum, come dimostrato da Francesco Bruni, in alcuni suoi interventi critici e nella mirabile edizione delle Scintille di Tommaseo. (fm)
[2] Tutta la lettera di Tommaseo risponde a una sollecitazione di Capponi, il quale sosteneva che «materia della poesia è l’affetto; ma l’affetto stesso è interrotto dalle materialità prosaiche e necessarie che reggon la vita, che reggono anche l’affetto stesso, e sono arimmetica./ La parte conservativa dell’uomo e della vita è tutta arimmetica. La poesia consuma la vita mortale./ La potenza arimmetica è forza e fibra. Se l’uomo non fosse altro che arimmetico, io dubiterei d’un’altra vita./ L’uomo produce naturalmente arimmetica. […] La patria della poesia è in cielo. Quaggiù, messaggera d’un paese più sereno […] in questo diluvio d’arimmetica. […] La sintesi d’ogni poesia, come ogni sintesi, sta di casa in paradiso./ Quindi la poesia è per frammenti. L’epopea, mestiere.» Già qualche riga più sopra al brano della sua lettera riportato, Tommaseo riassumeva il pensiero del marchese in questi termini: «Item, che la poesia è il germe fecondatore della materia aritmetica: che Adamo formato di fango è aritmetica, il soffio ispiratovi è poesia: che nella vita del povero, l’affetto è poesia, tutto il resto aritmetica: denique, che in paradiso avremo la poesia bell’e intera, della qual ci è dato quaggiù a pregustare alcun briciolo. Sapientissime idee» (cfr. Carteggio inedito, cit., pp. 68 e 69), dove quel sapientissime idee pone già la distanza tra il pensiero del marchese e quello di Tommaseo, che del frammentismo in poesia fu da sempre un ambasciatore, ma che proprio nel 1833 e in questi stessi mesi autunnali allestiva una raccolta intitolata Frammenti forse con l’intenzione di darla alle stampe a ridosso della partenza per la Francia, e che rimase a tutti gli effetti inedita. (fm)
[3] «Mostro femminile bicefalo, nato in Sassari nel 1829, […] che portato a Parigi vi morì nel nono mese: ne parlarono i periodici di medicina di quelli anni», riportano con queste parole prontamente i commentatori del carteggio; ma l’immagine che ne offre Tommaseo è più forte, poiché poesia e aritmetica risultano essere, secondo la sua riflessione critica (e sappiamo che nel tempo maturerà fino alla stesura, nella seconda metà degli anni Cinquanta del XIX secolo, del saggio Sul numero), sorta di gemelle siamesi, o più semplificata, le due facce della medesima medaglia. (fm)

#DanieleCiacci, Poesie da #InfinitiSvolgimenti

ciacci

Attending Bebop

 

Con voce fioca, a casa nostra, un tempo
mi soffiasti tra le labbra un ev’rything
is a mistery, for us.

La tragedia dell’ottone di Coltrane
col basso sommesso del trombone), le scintille
tra i roveti dei deserti, e gli intervalli
d’armonia tra una sesta e un’eccedente.
Spiriti enigmi se siete i segnali
di una verità martoriata.

Ho impostato la risposta su altri dischi
ma mi pareva che
non ti interessasse.
Hai mosso la mano, un gemito
aureo nel vuoto, e più niente.
E il silenzio,
era l’eco delle nostre domande.

.

A funny valentine

 

Volevo dirti che non eri sola
in quel lungo giardino che varcava
la serra degli aceri e delle
fredde camelie, al sole
sopito di metà ottobre,

quando era casa (ma ancora straniera
nelle sempre nuove terre
– a desolare –
che ti ricordavano gli assoli di violino
ed i passi calcati sui mosaici
di fine ottocento, i muri liberty
ma decorati di foglie d’autunno
– il sangue dell’Agnello-)

la tua anima nella mia anima stanca
– perché eri casa ed àncora straniera –
aperta al mondo. Ed eri sempre tu
che torni in me
che torni per sostare,
per mantenere fede alle promesse.

.

Suite lituana, tra amanti

D.

 

«Dalla città dalle stelle sui laghi
osservo senza angoscia la tua luna
che si appoggia sulla bianca
e fumibonda sera
da contrada lituana.

Perché sei comunque amore quando muori.
Fai e vai e senza darne credito
ti acconci alla mia festa come sposa
e vergine gloriosa.
Poi andremo a cantare a danzare sul mare».

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

Tre poesie inedite di #UmbertoPiersanti

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Nel folle volo

 

c’era un dirupo
il più fondo e assoluto
e l’ombra che t’insegue
è così spessa
così forte e rapace
e senza nome,
planano bianchi uccelli
sulle acque,
eterni e indifferenti,
lì da sempre,
forse è lo stesso arciere
che t’insegue
alto e stagliato
nel cielo bianco
e cupo,
quello della tua notte
prima senza la madre,
e come allora
tu sei il più solo,
il mare è tutto azzurro
tutto atroce
nessuna baia c’è
nessuna rupe,
tu scruti la Gran Pozza
ma sei confuso,
nessun riparo scorgi
nel folle volo

dopo lo spazio
e l’ora come svaniti,
non sai se c’è una spiaggia
che t’accoglie
se l’arciere t’insegue
o torna indietro

 

Giugno 2016 (altro…)

I poeti della domenica #130: Sandro Penna, “Talvolta, camminando per la via”

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Talvolta, camminando per la via…

Talvolta, camminando per la via
non t’è venuto accanto a una finestra
illuminata dire un nome, o notte?
Rispondeva soltanto il tuo giudizio.
Ma le stelle brillavano ugualmente.
E il mio cuore batteva per me solo.

.

da Stranezze (1976), ora in Sandro Penna, Poesie, Garzanti, 1989

Tra lo Sbarbaro di Pianissimo e il mai abbandonato Leopardi (un qualsiasi Leopardi di un qualsiasi appello alla notte, alla luna, a un astro, una fonte, una ciocca, un batter d’ali…), Penna si riallaccia con questa poesia tarda a una delle sue primissime e più famose nell’immagine, evidenziata con forte enjambement, della «finestra/ illuminata» e nel richiamo al penultimo verso delle «stelle». Così «Notte: sogno di sparse/ finestre illuminate» si riallaccia al nuovo Penna che interroga la notte e il suo giudizio, al quale non risponde, però, il cuore solitario del poeta nella totale indifferenza delle stelle.

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I poeti della domenica #129: Sandro Penna, “Forse sull’erba verde un dì nasceva…”

Sandro Penna, portrait by origa, pen&ink, 2012

Sandro Penna, portrait by origa, pen&ink, 2012

Forse sull’erba verde un dì nasceva…

Forse sull’erba verde un dì nasceva
la mia storia segreta: estremi ardori
di un sobborgo di vacanza.
Pioggia da gonfie nubi silenziosa.
Luci della città sulla campagna vuota.

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da Stranezze (1976), ora in Sandro Penna, Poesie, Garzanti, 1989

La segretezza della storia di Penna è in realtà la vita portata innanzi alla luce sin dalla prima manifestazione della sua poesia; ma si tratta sempre della sua storia, perché il sostantivo è quasi sempre accompagnato dal possessivo: come in Ero solo e seduto. La mia storia… («Ero solo e seduto. La mia storia/ appoggiavo a una chiesa senza nome»), poesia che sembra quasi risponda all’attacco con domanda della poesia Ero solo nel mondo, o il mondo aveva: «Ero solo nel mondo, o il mondo aveva/ un segreto per me?»
Il Penna di Stranezze è un poeta maturo negli anni e nella poesia, malgrado non sia raro incontrare poesie antiche datate ex novo, ossia ricollocate tra poesie più recenti; è un poeta in cui la vena malinconica scorre copiosa, e dove lo sguardo fissa i luoghi luminosi del passato ora ingrigiti. Sicché gli «estremi ardori» forse qui valgono gli “antichi amori” estivi su cui incombono ora la pioggia silenziosa e le luci cittadine che riverberano sulla campagna, con un’immagine che sa di tutto fuorché di squallore, come invece vorrebbe il commento di Giuseppe Leonelli (cfr. G. Leonelli, Commentario penniano. Storia di una poesia, Aragno, 2015, p. 374).

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1 2 3 Penna! #3: Quarant’anni e non sentirli?

20170115_122755Quarant’anni fa, il 21 gennaio 1977, moriva a Roma, nell’appartamento di Via della Mole dei Fiorentini, ma sarebbe più corretto dire nella sua camera da letto, Sandro Penna. Da più parti, e a più riprese, si è cercato di definire l’eredità della sua poesia nelle generazioni successive, e in un paio di casi, Saba e Mon­tale, si è scandagliata la sua presenza nella poesia a lui contemporanea.
Ora, se guardo all’eredità penniana in senso materiale, riscontro soltanto l’assenza nelle librerie italiane di Poesie, ossia del volume garzantiano che a partire dalla prima edizione del 1989 per almeno tre lustri ha permesso ai lettori, come me nati agli inizi degli anni Settanta del Novecento, di avvicinare la sua opera per non abbandonarla più, o per rifiutarla in blocco. Sì!, Penna può essere rifiutato in blocco sia per questioni di gusto (e uso “gusto” come l’usava Giovanni Nencioni quando cercava di definire il suo approccio alla poesia di Albino Pierro), sia per questioni morali. Se invece penso all’eredità morale della sua poesia, qui si aprono infinite finestre.
Alcuni giorni fa un mio amico catalano mi chiedeva come fosse possibile guardare a Sandro Penna senza vedere in lui non solo l’innamorato eterno dell’amore, ma pure una sorta di strenuo difensore della pede­rastia, che vista con i nostri occhi sfiora o a volte coincide con la pedofilia? Non posso nascondere di essere sobbalzato sulla sedia nel sentirmi porre questa domanda, perché rite­nevo la questione chiusa e risolta da anni. In Penna non c’è traccia di peccato, non c’è morbosità e so­prattutto non esiste una ma­schera che nasconda agli occhi della gente la sua vera natura:[1] Penna e la sua poesia sono là dove sappiamo di poter trovare entrambe. Nella domanda dell’amico si ripete un cliché antico; un cliché che non consi­dera alcuni aspetti che stanno alla base e della poesia penniana e della poesia europea del primo Nove­cento: agisce in Penna il Rilke del “fanciullo divino” (nonché il Rilke dell’angelo tremendo e dell’angelo neces­sario) che è superamento di ogni stereotipo; è la proiezione del desiderio d’amore che supera la carnalità, pur presente nella poesia del perugino. E Penna era consapevole di ciò – junghianamente consapevole? forse –, dal momento che ha sempre cercato di tenere tra le carte nascoste quelle poesie che egli sentiva “oscene”, e che cominciò a pubblicare solo quando, sopraggiunta la maturità anagrafica, entrò nella sua poesia anche quel velo di malinconia che impone di guardare tutta la sua opera non più soltanto nell’ab­bagliante luce, bensì in controluce. (altro…)

proSabato: Montale a Penna, 13 marzo 1934

montale-penna

13 marzo 1934

Caro Piumino,
.     e come faccio a farti vincere il premio con una di queste poesie di nudi fanciulli? Tutte insieme sono carine, ma una adatta al premio non c’è. Gli altri premiati avevano quel tanto di sentimentalismo, romanticismo ecc. da poter piacere a questi pittori, o da poter essere sostenute con loro e contro di loro. Qui capisci che se si presenta un concorrente classicheggiante o patriottico o umanitario sei bell’e fritto. C’è anche un accademico di mezzo, e sta a occhi aperti.
.     Ora dimmi: se puoi e vuoi concorrere con una poesia uscita sulla Gazz[etta] del Pop[olo] (e non sarebbe male anche per la réclame che ti farebbe Gigli), occorre che tu mi mandi altro. Se invece credi di concorrere con altro (inedito), mando 2 di queste poesie a Gigli, sperando di farle uscire fuori carovana, senza però esserne certo.
.    Non parlare a nessuno di questo nostro carteggio, e non prendertela con Pav[olini], che certo non aveva alcuna intenzione di sfottermi.

Un abbraccio da tuo
Eusebio

.

da Eugenio Montale-Sandro Penna, Lettere e minute 1932-1938, Archinto, 1995, pp. 28-29

Nei non molti anni durante i quali Penna e Montale si scrissero, e raramente si videro, non di rado capitò che parlassero di premi di poesia, e di concorsi vari. Nomi di giurati e consorterie, allora come ora, rendono l’idea del clima e della reale percezione del fare poesia nella prima metà del Novecento. Nel ’34 Penna aveva pubblicato qualche componimento in rivista, destando immediatamente l’interesse della critica, e lavorava, affiancato e spronato da Montale (e da Saba), a una prima raccolta. Questa avrebbe visto la luce soltanto nel 1939, senza più la presenza di Montale; ma già da questa lettera del ligure si capisce che comunque al primo innamoramento per la poesia di Penna era già seguito rapido una sorta di ripensamento, di dubbio morale, o di opportunità morale, celato dietro allo spauracchio della censura.
Il premio in questione molto probabilmente è l’Antico Fattore. Le poesie dalle quali scegliere qualcosa di altro andranno invece identificate in quelle che Penna inviò a Montale qualche giorno prima della lettera qui sopra riproposta, ossia quella del perugino datata 10 marzo. In quest’altra lettera Penna inviò a Montale le seguenti poesie: CittàVecchio cuoreSe desolato…Cronache di PrimaveraVacanzeAutunno; ovvero poesie che nel corso degli anni successivi vedranno la luce con titolo uguale o anepigrafe in rivista o in qualche più tarda raccolta, come nel caso di Se desolato io cammino… che verrà pubblicata in Croce e delizia nel 1958, o Cranache di primavera che, dopo essere apparsa nell’aprile del ’34 nella “Gazzetta del Popolo”, verrà ripresa dal poeta soltanto nel 1976 all’interno di Stranezze.

proSabato: Umberto Saba, Scorciatoia su Penna

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Carlo Levi, Ritratto di Umberto Saba, olio su tela

PENNA     L’amabile castità di questo poeta viene dal fatto che egli ci ha dato – senza che né lui né noi lo volessimo – i tanto attesi canti della maternità.

Trovato ho il mio angioletto
tra una losca platea,
fumava un sigaretto,
e gli occhi lustri avea.

Direbbe così (se così sapesse esprimersi) una madre, che ritrovasse, fuggito dalla sua casa, turbato dalla pubertà, il figlio diletto. O, se volete (ma è la stessa cosa) è Venere che parla del fanciullo Amore.

.

da Scorciatoie e raccontini, in Umberto Saba, Tutte le prose, Milano, Mondadori, 2001, p. 46

1 2 3 Penna! #2: Il poeta insonne tra Ginzburg e Raboni

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Sandro Penna, fotografato nella sua stanza da letto, nella casa romana di Via della Mole de’ Fiorentini, negli anni Settanta

Verrebbe quasi da dire che l’occasione di incontro tra Natalia Ginzburg e Sandro Penna sia stata una delle più classiche occasioni mancate. È una storia romanzata, questa, perciò aleggia legittimo il dubbio che le cose siano andate diversamente da come le raccontò la Ginzburg nel suo primo scritto dedicato al poeta perugino, a quel «pederasta» che all’epoca «viveva vendendo alla borsa nera saponette e marmellate.» L’anno è il 1945: Penna, privo di un lavoro stabile, da anni si arrangiava con il mercato nero, vendendo quel che gli capitava di vendere, forse pure contento di vivere un’anomala libertà anche nel modo di procacciarsi di che sostentare lui e la madre. Aveva, del resto, per primo alimentato questa immagine di sé, generando un vero e proprio cliché al quale nemmeno la Ginzburg si sottrae.
Nel 1945 Penna non era più un esordiente; anzi!, direi che fosse già un caso letterario dato che, come ben sappiamo, aveva mosso a curiosità prima Saba e poi Solmi e infine anche Montale (salvo poi assistere a una sorta di vera e propria ritrattazione da parte del ligure). Nel 1939 Parenti aveva pubblicato quello smilzo libercolo intitolato Poesie, pronto da almeno 6 anni e più volte rinviato, a ridosso del ben più roboante Le occasioni di Montale. Ora, nel ’45, la Ginzburg ci descrive Sandro Penna gironzolare per la sede romana dell’Einaudi, che allora si trovava in via Uffici del Vicario, con le bozze di un nuovo libro che, stando a quel che scrive, avrebbe visto la luce solo anni dopo e per un altro editore. Ora, a Poesie del ’39 seguì soltanto nel 1950 Appunti, pubblicato per le Edizioni della Meridiana e costituito da poesie com­poste dal 1938 al 1949. Certo, Penna poteva davvero nel ’45 avere pronta una nuova raccolta, e non si può escludere che fosse una prima forma di Appunti. Di poesie, come mostrano le varie appendici pub­blicate a partire da Poesie, e riprese e implementate nei successivi volumi Tutte le poesie e Poesie, Penna dal ’27 al ’45 dovette averne composte parecchie. Ma tutta la ricostruzione dell’aneddoto, a mio avviso, serve solo a ribadire l’immagine lazy di Penna e l’assenza di un’idea minima dell’urgenza del tempo:

benché venisse là con quelle bozze non mostrava d’avere un vero ansioso desiderio che il suo libro fosse presto pubbli­cato. Questo non perché non volesse pubblicarlo, ma perché il tempo, come presto compresi, non esi­steva o non valeva nulla per lui. […] Seduto sul divano azzurro, parlava delle sue poesie. Ma poiché non mostrava nessuna ansia di veder pubblicato quel libro, e poiché c’erano là folle di altri libri in stampa e persone ansiose di pubblicare, quelle sue visite erano del tutto prive di scopo.[1]

Lo scritto poi prosegue con un salto temporale che ci consegna il Penna degli ultimi anni, quello del lungometraggio di Mario Schifano per intenderci; e qui i cliché si moltiplicano a dismisura, sicché pare a me che a un certo punto sia accaduto qualcosa tra i critici e i lettori di Sandro Penna; qualcosa di irrepa­rabile; qualcosa che nemmeno Pasolini riuscì a superare, malgrado il suo culto; qualcosa che solo Garboli riuscì a combattere: l’essere assaliti da un senso di impotenza davanti alla poesia di Sandro Penna. Più facile è liquidare poesia e poeta ripetendo fino alla noia sempre le solite cose: cataste di carte e libri ai lati del letto, vasi da notte con urine azzurrognole, voce impastata al telefono, telefonate a ore improbabili, me­lenso e maligno, e via di seguito. Salvo poi accorgersi d’avere compreso tardi ogni cosa:

non sapevo e non pensavo, quando lo conobbi, che egli fosse un grande poeta; l’idea della grandezza non la univo allora ai suoi versi, così come non univo allora alla sua persona l’idea della libertà. Lo trovavo, allora, soltanto strano e singolare; e mi stupiva che la sua poesia, che ammiravano e amavo, nascesse da quella persona singolare e strana che non mi sembrava dare grandi ricchezze di esperienza umana ma solo un amore maniaco per i suoi versi. Molto più tardi, compresi però che la grandezza della sua poesia, ignara e involontaria, aveva radici nella sua grande innocenza e nel suo modo candido e libero di esistere al mondo.[2]

Perdonatemi questa lunga e articolata premessa, ma era necessaria: necessaria perché nelle ripetizioni della Ginzburg si capisce lo sconcerto destato dal caso Penna. E di vera e propria epifania si potrebbe parlare quando, poche righe oltre, scrive che nella poesia di Penna «si riflette insieme l’infinità dell’universo e il tempo in cui viviamo, rotto e discorde e incoerente.» Ecco allora che si fa percepita la grandezza del poeta perugino, estraneo forse a idee ‘ordinarie’ di tempo e di storia, ma affatto estraneo al tempo, come da sempre sostengo.
Questo primo scritto di Natalia Ginzburg è datato «1 Dicembre 1976», e tutti sanno che compare come prima delle due Presentazioni alla raccolta postuma di Penna, Il viaggiatore insonne.[3] Penna sarebbe morto il 21 gennaio 1977. Ovviamente l’autrice non poteva immaginare che le sue righe avrebbero assunto una valenza del tutto nuovo, un colore postumo involontario; eppure è innegabile che queste pagine non guardino al futuro, non proiettino il poeta di cui trattano in avanti: hanno lo sguardo rivolto al passato, perché ripercorrono esattamente, senza aggiungere nulla, tutto ciò che di Penna già era noto. (altro…)

1 2 3 Penna! #1: La lettura “caotica” di Carlo Picca

13119937_824282444384061_1811723937994021597_oCarlo Picca, 106/110. Sandro Penna
FaLvision Editore, 2016

 

Le stelle sono immobili nel cielo.
L’ora d’estate è uguale a un’altra estate.
Ma il fanciullo che avanti a te cammina
se non lo chiami non sarà più quello…

Questi versi di Sandro Penna dicono tutto, ma proprio tutto, della sua idea del tempo; sia del tempo umano, intendo, ovvero quell’ossessivo bisogno di contare il tempo che trascorre per rincorrere il medesimo, sia del suo ‘intimo’ tempo, che è il tempo dell’amore per la vita, ossia il sentimento che anima tutta la sua poesia e che coniuga (e declina) insieme i tuoi temi portanti della sua poetica, “vita” e “amore”.
L’immagine dantesca racchiusa nel primo verso aggiunge l’autorità necessaria a stabilire l’assunto penniano, che è di fatto un vero e proprio assioma: un assioma che ha distratto buona parte della critica sin dalla prima apparizione in rivista del poeta perugino.
Il fiore, oltre ad avere un gambo, ha pure le radici profonde della pianta, con buona pace della ‘famigerata’ formula di Bigongiari.
Liquido, così, con un motto rapido, qualche decennio di critica alla e sulla poesia di Sandro Penna. La liquido perché, come scrissi qualche anno fa, esiste in certa critica italiana la malsana abitudine di ripetere all’infinito, fino allo sfinimento, sempre le medesime formule, cristallizzando, se non addirittura fossilizzando, di fatto sia la poesia sia la critica. E non mi riferisco solo al “fiore senza gambo” di Bigongiari, ma pure al “Penna alessandrino” di Solmi, al “Penna poeta dell’omosessualità” di Anceschi, e via discorrendo.
A vedere oggi questi cliché si stampa sul mio volto sia un sorriso sornione, sia una smorfia amara; ma è innegabile che queste sono pagine di quella che potremmo definire la storia della critica penniana, mentre sono altri ormai le pagine e i nomi da seguire: su tutti, Garboli, l’unico a mio avviso ad avere compreso Penna perché affrontato prima di tutto con la curiosità del lettore, e poi con la lente del critico.
A un simile approccio, con i dovuti distinguo, si è avvicinato anni fa alla poesia del perugino Carlo Picca, autore del saggio 106/100 Sandro Penna (FaLvision Editore, 2016). Il titolo non cela l’origine del saggio, ovvero il suo essere la rielaborazione della tesi di laurea; e per diritto di cronaca, e per zittire subito chi eventualmente dovesse levarsi contro un passaggio inatteso, della sua natura originale conserva lo spirito, la struttura e parte dei contenuti al punto tale che non si è nemmeno intervenuti a correggere il luogo in cui Giovanni Raboni, chiamato in causa insieme a Roberto Deidier, come possibile editore critico di tutta l’opera di Penna, è dato ancora per vivo.
Sappiamo tutti che fine fece, anzi dirò meglio: sappiamo tutti che fine ha fatto ogni tentativo di portare il nome di Sandro Penna dentro la preziosa collana dei “Meridiani” mondadoriani, o al felice porto di un’edizione critica e commentata, alla quale a più riprese, e con dedizione e competenza, si sono messi all’opera il già ricordato Roberto Deidier e Giuseppe Leonelli, autore del monumentale e indispensabile Commentario penniano. Storia di una poesia (Aragno, 2015), che nel saggio di Picca non trova menzione, e dal quale inevitabilmente avrebbe preso linfa e forza per argomentare alcune felici intuizioni.
Ma non è certo questo il fine di 106/110 Sandro Penna, definito da Picca stesso «poemetto caotico» allo scopo di fugare ogni debito con la critica accademica, perché questo saggio è quanto di più distante l’autore si è prefissato da quella critica che affossa, a suo dire, la poesia in generale e, nello specifico, la poesia di Penna. In realtà i debiti contratti con esso sono più che evidenti, e non potrebbe essere diversamente, dato che comunque si tratta di un debito contratto per formazione; lo è, per esempio, la prima persona plurale con la quale tutto viene esposto e al quale, personalmente, avrei preferito, visto il disegno, una bella prima persona singolare a tagliare ogni ponte con la critica della critica e, di contro, avvicinare davvero il lettore ai versi ampiamente testimoniati di Penna. Ma, direbbe un critico accademico, son cose che si perdonano rapidamente e che altrettanto rapidamente si possono correggere se a questo saggio che si è fatto subito notare dovesse seguire una seconda edizione riveduta e accresciuta. Perché le felici intuizioni sono parecchie e meriterebbero una più ampia trattazione. (altro…)