Autore: Fabio Michieli

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso e omogeneo come pochi se ne sono incontrati negli ultimi decenni. Ciò che negli anni Ravizza è venuto a raccontarci è la cronaca di una generazione sconfitta, una generazione che ha creduto di poter consegnare ai propri figli una società civile diversa e che invece ora fa i conti con una resa senza appello alle paure, portandosi appresso pure il peso dei sensi di colpa per avere creduto nei propri ideali, di essersi ancorato alle ideologie in anni in cui queste veniva demolite per fare posto a una dimensione del vivere diffuso, dilatato, deprivato di ogni punto di riferimento. Se con la raccolta del 2000, Bambini delle onde (Campanotto), Ravizza aveva tentato di consegnare alla generazione entrante, che in lui si identificava pure nella figlia allora bambina, la somma dei propri valori criticamente vagliati, ora con La coscienza del tempo tutto è vertiginosamente franato nella presa di coscienza di ciò che si è effettivamente consegnato alla figlia ora donna. Si concretizza quella che Mauro Germani aveva definito «la consapevolezza dell’ineluttabile fine di tutto» all’interno del «dramma dell’insignificanza individuale e collettiva» (postfazione a Nel secolo fragile, raccolta che precede questa più recente e che costituisce il primo capitolo di un ideale dittico poetico). Varranno, perciò, anche per Ravizza alcune delle considerazioni di Gian Piero Stefanoni sulla Proseografia della paura di Maria Lenti. Varranno sempre le parole illuminanti di Gianmarco Gaspari che accompagnano – quasi a formare un unico saggio – queste due ultimi capitoli della poesia di Ravizza.
Eppure ci si rialza, anche bastonati; si leva il capo, si alza la fronte, si guarda avanti, e si fa tutto ciò tenendo ferma la fede nella poesia, perché a salvare l’uomo rimane la poesia, dopo che l’uomo ha negato pure ai bambini la possibilità di salvare il mondo. Poesia intesa come unico modo per continuare a riflettere e analizzare gli anfratti di una crisi che tutto può schiacciare e appiattire; e invece a questo appiattimento Ravizza oppone l’unica parola che può e sa pronunciare: quella poetica. Perché la poesia è anche memoria, e l’esercizio della memoria implica pure l’assunzione di ogni responsabilità del passato per non vanificare tutto in una blanda esibizione di un ricordo. Ed è così che la memoria si fa coscienza, e in questa presa di coscienza si riapre la via del dialogo tra le generazioni per individuare un sentiero altro, nuovo («Lontano nella Storia trovare/ una via… come in questi giorni/ saranno strade e canali…», Saranno strade e canali).

© Fabio Michieli

Maurizio Milano, Poesie da “Blatte resupine”

 

Il tramonto presenta nel sangue
regine alle rotonde
per venderci un utero
nato di scoglio, acido più del mare.

Il tramonto presenta, a vene aperte,
le cronache di questi giorni inutili
in cui qualcuno, stanco,
forse trova la strada mutola.

Il tramonto presenta
i turisti, la focaccia,
gli occhipinti, la condensa,
poi fugge obliquo e non spiega

la Madonna che cola
dal collo crespo,
l’ombra che decora
di quasi foglie la canotta.

 

*
Spietata polve, anche oggi
velluta le valigie
in assenza del coraggio
e il suo lazzo, aspirante

vetro, si dilata al vento,
demonio tumefatto,
ma non del tutto traluce,
sicché ogni singolo acino

ripristina il maltolto
com’oboli allo storpio
e decrepita riporta
la memoria rimanente

in sottani ove, scoprendoci
vastità disoccupate,
ci affidava, sottovoce,
le bevute un re di spade.

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A margine delle raccolte di Canaletti e Galloni. Considerazioni

Nel marasma della poesia di questi anni duemila, anni in cui chiunque si sente in diritto di scrivere ma non in dovere di leggere, è inevitabile che rischino di passare in taciuto quelle voci che invece hanno qualcosa da dire, oltre che qualcosa da aggiungere alla poesia. Non è certo questo il caso di Riccardo Canaletti e Gabriele Galloni, fattisi notare subito al loro primo apparire. Se Canaletti è poeta esordiente con la sua prima raccolta La perizia della goccia, pubblicata a dicembre del 2017 (alcune poesie furono anticipate qui su «Poetarum Silva» nel mese di maggio 2017), Galloni si presenta in questo primo quarto di 2018 con la sua seconda prova, In che luce cadranno, silloge uscita lo scorso gennaio, a meno di un anno da Slittamenti.
Non sono il primo a scrivere di loro nella stessa nota, ma penso che questo sia uno dei modi per portare immediatamente all’attenzione del lettore due proposte differenti eppure mosse da un simile afflato poetico: sondare la realtà con un’identità poetica sorprendentemente matura, senza imitare esperienze precedenti, bensì dialogando con esse.

La perizia della goccia di Riccardo Canaletti, classe 1998, è un atto di fede nella poesia, che si condensa nell’immagine-metafora che racchiude il titolo della raccolta: «è una cura continua// la perizia della goccia/ che scivola sul prato.» Fedele anche a una certa vocazione paesaggist(ic)a della poesia umbro-marchigiana che discendendo da Umberto Piersanti attraversa anche l’esperienza di Nicola Bultrini. Tutt’attorno un bagaglio di letture voraci come solo un giovane poeta sa compiere, tanto da mettere insieme in esergo Pascoli e Luzi. Ma non sono certo le poesie più liriche, sentimentali, innamorate di sé se vogliamo, a lasciare una traccia che si fa ferita nel lettore; lo sono le poesie raccolte nella Suite del sisma, poesie nelle quali deflagra una voce drammatica, matura, che affida alla poesia tutta la paura per una tragedia vissuta sulla propria pelle. Ed è un territorio dove più facile è il rischio di cadere nel registro retorico, e di conseguenza scadere nel patetismo più bieco. Riccardo Canaletti dà in queste otto poesie una prova di una padronanza della lingua come solo chi ha maturato e sedimentato il dramma vissuto sa:

camera con vista
la chiamano, i più ironici
di noi. è un’ultilitaria gialla
con i vetri opachi di condensa
e ci dormono in tre almeno.

tutti siamo scivolati tra le pareti
come gocce che perdono dai tubi
e ora siamo raccolti nei bacini
delle auto. Immobili
tremiamo.

Non ci sono orpelli; se possibile, si abbassa pure il registro linguistico verso il colloquiale, all’ironia che si fa sarcasmo («camera con vista/ la chiamano»); eppure siamo sempre in presenza della poesia, assistiti dalla poesia, protetti da essa, perché la poesia è un’ancora che traduce in speranza ciò che l’immobilismo renderebbe solo paura.
Fa da contorno a queste poesie, e in esse si incunea, il corollario di affetti familiari e sociali di un ragazzo che sta scoprendo la sua vita, e attraverso di essa le vite altrui, e sulla vita riflette (emerge qui pure l’anima speculativa del Canaletti studente di filosofia in quel di Bologna). La scoperta degli affetti e dei sentimenti è qui raccontata con sincerità, come pure con la stessa sincerità sono raccontati l’eros e il desiderio così come vengono vissuti da un ragazzo ventenne.

Quasi fosse una litania (caproniana?), le poesie che compongono In che luce cadranno, seconda raccolta di Gabriele Galloni, nato nel 1995, scorrono sul filo teso e fragile delle domande fondamentali della vita senza mai porre una sola domanda diretta, perché i morti «faticano/ a rispondere a tutte le domande// che gli vengono fatte.» Non v’è bisogno, in effetti, di dare risposte vuote. C’è però bisogno di giovani voci che diano nuove immagini attraverso le quali guardare alla realtà. Vita e morte, morte e vita.
E così “i morti” che compaiono in ogni poesia sono i vivi: siamo noi vivi; siamo noi osservati e auscultati senza filtri, a volte in modo brusco, irridente e irriverente. I morti è quel mondo parallelo dal quale giungono continue ambasciate al mondo nostro, porte con “la mano sinistra” come indicato da Anna Maria Curci nella nota pubblicata non molti giorni sono.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.

Ogni epoca ha le sue voci e le sue lingue. Galloni attinge alla tradizione per tradurre poi nella sua lingua ogni frammento della realtà osservata. E poi, non è compito della parola entrare nel reale, e dal reale passare al mistero di quanto non è più tangibile. Ecco quindi evocati “i morti”, ed evocati in molte possibili sfaccettature, quasi Galloni volesse rendere parzialmente definito ciò che è indefinito, ossia l’infinito.
Quella che pare un’inversione di ruoli tra i morti e i vivi è, in verità, una risposta della poesia al bisogno umano di consolazione («i morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi:/ rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/ due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule»). E i morti sanno consolare e consigliare da sempre, sin da quando i poeti hanno cominciato a varcare la soglia dell’aldilà. Ma per avvicinarci di più ai nostri giorni, sarà sufficiente nominare nuovamente Caproni, o Sereni, o Amelia Rosselli (come pare autorizzare la coppia di sostantivi “lapsus/inciampi” presente nella poesia che apre la raccolta). Perché il Novecento è stato anche un secolo di poesia che ha cercato di mantenere vivo, nonché ridefinire, quella dimensione altra che è l’aldilà, come indicato da Sereni: «I morti non è quel che di giorno/ in giorno va sprecato, ma quelle/ toppe d’inesistenza, calce e cenere/ pronte a farsi movimento e luce./ → Non/ dubitare, […]/ parleranno» (La spiaggia, vv. 9-14).

© Fabio Michieli

Colin Herd, ‘Keats e l’imbarazzo’ e l’imbarazzo… (trad. di A. Brusa)

Colin Herd (photo by Chris Scott)

KEATS E L’IMBARAZZO E L’IMBARAZZO

La melma è l’imbarazzo dell’acqua.

Una perversa e beffarda posta del cuore
che non ha mai ricevuto lettere.
L’edentulia (persino nei bambini)
è cosa così delicata da provarne quasi
vergogna, avvolta com’è in una morbosa
attenzione da mettere in difficoltà.

È imbarazzante scrivere del cibo.
La tovaglia macchiata è imbarazzante
per la tavola. Andare a capo è imbarazzante
per il verso. Tutti i film che vedrai nella tua vita
ti metteranno in imbarazzo. Fatta eccezione
per il primo Paul Verhoeven che ti si addice.

Non puoi mettere nulla in imbarazzo senza dover
fare grandi sforzi e fare quegli sforzi è imbarazzante.
Mangiare in pubblico è imbarazzante. Anche una banana
che non sia matura o un piccolo vassoio di mirtillini.

Le raccolte di poesia sono imbarazzanti
per la poesia. Alcune più di altre.
Le metafore mettono in imbarazzo la lingua.
Instagram è l’imbarazzo di qualunque cosa.
Instagram mette in imbarazzo se stesso.
Ecco perché la sua icona è rossa.

Imbarazzo per un libro è la sua
copertina ed imbarazzante per la
copertina è la fascetta. Ed il dorso.
E soprattutto i numeri delle pagine
quando ci sono, messi in un angolo come
discoli in punizione. Le parole “testo” e “lavoro”,
usate per evitare l’imbarazzo della parola “libro”
sono esse stesse imbarazzantemente intime.

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I poeti della domenica #230: Sandro Penna, “Salivano lente le sere”

RENZO VESPIGNANI, Sera del 10 giugno 1940 a Fiumicino, 1972

Renzo Vespignani, Sera del 10 giugno 1940 a Fiumicino, 1972

Salivano lente le sere…

a Renzo Vespignani

Salivano lente le sere
e il mondo restava beato.
La giovinezza mia era la lieve
lieve gioia imprevista di soldato.

Venne la guerra poi o, nella vita,
non salirono più lente le sere.
Polverosi i tramonti. Ed infinita
la noia fitta delle primavere.

da © Sandro Penna, Poesie 1922-1976, in Poesie, prose e diari, Mondadori, 2017

 

I poeti della domenica #229: Sandro Penna, “Al pari di un profilo conosciuto…”

Sergio Scatizzi, Nudo

Al pari di un profilo conosciuto…

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
fra gli altri animali, unica terra
la tua forma casuale quanto amai.

da © Sandro Penna, Croce e delizia [1958], in Poesie, Garzanti, 1989; ora anche in Poesie scelte e raccolte dall’Autore nel 1973, in Poesie, prose e diari, Mondadori, 2017

 

#MeridianoPenna

Penna MeridianoConsiderazioni a margine di
Poesie, prose e diari di Sandro Penna

di Fabio Michieli

 

La scorsa estate, col ‘Meridiano’ dedicato a Sandro Penna fresco di stampa, volutamente, ho rivisto Umano non umano di Mario Schifano; ho voluto rivedere il film per risentire la voce di Penna monologante («Tu te ne stai là… non parli… non dici nulla…», sbotta a un certo punto il poeta, guardando davanti a sé in direzione della cinepresa e rivolgendosi all’amico regista).
L’ho fatto perché ricordavo bene il momento in cui Penna, tenendo in mano una copia di Poesie, la prima raccolta completa delle sue poesie, uscita per Garzanti nel 1957 (d’ora in poi Poesie 57), fa capire chiaramente che quello sarebbe il libro che vorrebbe rimanesse di sé («questo libro è l’unico mio», dice Penna), malgrado l’editore non si pronunciasse per una ristampa del volume ormai andato esaurito. Il film è del 1969, le riprese probabilmente di un anno prima.
Si fa presto a collegare le parole del poeta allo scambio di lettere tra Amelia Rosselli e Pier Paolo Pasolini (un paio di queste lettere, con alcune mie considerazioni, costituirono il cuore di un breve intervento qui su «Poetarum Silva» qualche tempo fa); la Rosselli verso la fine degli anni Sessanta aveva da poco scoperto la poesia di Penna, e insieme aveva pure riscontrato che non si trovava una sola copia di una qualsiasi sua raccolta. Garzanti davvero non voleva saperne di ripubblicare allora Penna, probabilmente perché nel 1958 il poeta aveva consegnato Croce e delizia a Longanesi, passando sopra a un accordo verbale precedentemente stipulato.
Grazie a Pasolini, a un certo punto la situazione dovette trovare una soluzione e nel 1970 uscì il volume Tutte le poesie; come già per Poesie 57, nuovamente la poesia di Penna veniva organizzata per sezioni individuabili con le raccolte ufficiali pubblicate e alcune sezioni di inediti, questi ultimi accorpati per sommari limiti temporali.
Per i due volumi del 1957 e del 1970 (soprattutto per quest’ultimo) Pasolini è l’uomo chiave: è lui che nel 1957 convince l’editore a pubblicare un volume che raccolga tutte le poesie di Penna, e convince anche il poeta a raccogliere tutto in un unico volume con l’aggiunta di un centinaio di allora inediti. Sarà nuovamente Pasolini nel 1970 ad aiutare Penna a sistemare Tutte le poesie, consigliandolo nella scelta di ulteriori inediti, e a superare le riserve – già ricordate sopra – di Garzanti verso un nuovo libro penniano. Pochi anni dopo spetterà a Cesare Garboli il ruolo di consigliere di Penna, quando proprio a lui il poeta perugino si rivolgerà per allestire Stranezze, pubblicato nel 1976 sempre da Garzanti.
A Tutte le poesie del 1970 nel 1973 Sandro Penna fece seguire un’autoantologia intitolata semplicemente Poesie (d’ora in poi Poesie 73; il titolo Poesie ritornerà un’ultima e definitiva volta nell’edizione postuma del 1989). Si trattava di un’edizione tascabile, divulgativa: una scelta d’autore come Bertolucci, Caproni e Luzi ne fecero, senza mai dare a esse alcuna valenza sistematica e tanto meno fondante; pure Sereni e Zanzotto pubblicarono in quello stesso anno le loro autoantologie.
A nessuno verrebbe in mente di impostare la ricostruzione storica dei percorsi poetici individuali di questi maestri della poesia del Novecento sulle loro autoantologie. Perché, allora, lo si è fatto per Sandro Penna?
La domanda non è affatto retorica, perché è proprio sulla decisione di Roberto Deidier di fondare su Poesie 1973 la disposizione delle poesie all’interno del ‘Meridiano’ che ruota e ruoterà tutto il mio discorso. Una disposizione che consta in due sezioni: Poesie scelte e raccolte dall’autore nel 1973, ovvero Poesie 73, e Poesie 1922-1976, seconda sezione che raggruppa tutte le altre poesie di Penna, comprese quelle che raccolsero Elio Pecora in Confuso sogno (Garzanti, 1980) e Cesare Garboli in Penna Papers (Garzanti, 1984), fatta eccezione di quelle oramai dubbie pubblicate in Peccato di gola (Scheiwiller, 1989), disposte in un’unica sequenza cronologica, basata sulle date riportati dai testimoni censiti, sulla loro comparsa nelle raccolte ufficiali, nonché, in assenza di date certe, sulla nota datazione approssimativa (spesso su base aneddotica) già messa in pratica dal poeta stesso. Si noterà subito come la prima sezione non riprenda il titolo originale, Poesie, scelto da Penna per la propria antologia. (altro…)

BiL: Bologna in Lettere. Premio poesia contemporanea 2018

Giunto alla sesta edizione, il Festival Multi-disciplinare di Letteratura Contemporanea “Bologna in Lettere” si propone al pubblico come appuntamento consolidato nel panorama delle manifestazioni nazionali (e non solo nazionali) che si diano come fine ultimo la diffusione, la promozione, della poesia contemporanea come realtà viva e non stantia, e ancor meno modaiola.
Rientra proprio in questa linea editoriale il bando per il Premio di poesia contemporanea “Dislivelli”; banco che scadrà il prossimo 31 gennaio 2018. (fm)

BiL: Bologna in Lettere 2018
Dislivelli
Premio di poesia contemporanea per opere edite e inedite

 

Il premio è aperto a opere di poesia edite (sezione A), inedite (sezione B) e a poesie singole (sezione C).
Per inediti si intende mai pubblicati in forma cartacea. Testi apparsi solo in rete sono da considerarsi inediti.

I primi premi per le sezioni A e C sono in denaro, mentre per l’opera inedita (sezione B) il primo premio consiste nella pubblicazione gratuita dell’opera da parte dell’Editore Marco Saya.

Tutti i volumi editi partecipanti al concorso saranno inseriti nell’Archivio di Poesia Contemporanea di Bologna in Lettere.

Gli altri premi:

Sezione A
Le opere classificate ai primi 3 posti verranno presentate nel corso degli eventi del festival. Gli autori delle opere classificate dal quarto al sesto posto riceveranno un attestato e verranno invitati a partecipare al festival in uno dei reading in programma.

Sezione B
L’opera vincitrice verrà presentata criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.
Alcuni estratti delle opere classificate dal secondo al sesto posto verranno assemblati in un e-book con scheda e presentazione critica.
Tutti gli autori finalisti riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.

Sezione C
Gli autori delle opere classificate dal secondo al sesto posto riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.

Inoltre, per ognuna delle tre sezioni la giuria si riserva il diritto di conferire una serie di segnalazioni alle opere più meritevoli. Gli autori segnalati saranno invitati a partecipare al reading collettivo che inaugurerà la stagione di eventi successiva (settembre/ottobre 2018). Inoltre il presidente delle giurie si riserva il diritto di conferire direttamente uno o più premi speciali per ognuna delle tre sezioni. I vincitori dei premi speciali verranno presentati criticamente nel corso del reading di cui sopra. (altro…)

Donatella Nardin, Terre d’acqua

Donatella Nardin
Terra d’acque
FaraEditore, 2017

 

Nessun senso di spaesamento assalirà mai chi si accingerà a leggere queste poesie di Donatella Nardin: le parole disegnano i contorni dei luoghi e del paesaggio che si apre innanzi a chiunque abbia, anche solo per pochi istanti nella propria vita, avuto il dono di osservare la laguna veneziana verso nord, ossia la parte dove più ampio è il dedalo di canali tra isole, isolotti, secche, barene e ghebi. Luoghi, colori e anche odori qui conducono alla calma, se solo ci si potesse ogni tanto lasciare alle spalle la frenesia di questi tempi, e ci si abbandonasse al ritmo delle maree, ritmo che tutto domina nella striscia di terra sorta dall’ac­que come un Venere melmosa dove vive la poeta.
Donatella Nardin non è nuova a chi frequenta la poesia: il suo nome si è affacciato più volte in varie edizioni del Segreto delle fragole di LietoColle, come in altre pubblicazioni collettive; si è vista assegnare negli anni un numero non indifferente di premi e attestati in vari concorsi, ma non si è mai fatta preda all’ur­genza di pubblicare raccolte dopo raccolte. Anzi, la prova del libro è arrivata non molti anni fa, nel 2014, con In attesa di cielo, seguita l’anno seguente da Le ragioni dell’oro, sillogi pubblicate coi tipi delle Edizioni Il Fiorino.
Ma è con questo nuovo libro, Terre d’acqua (FaraEditore, 2017), che si rafforza la vocazione elegiaca di Donatella Nardin. È un’unica elegia Terre d’acqua, malgrado siano quattro le sezioni chiamate a scandire il ritmo interno della raccolta; sezioni che seguono forse una sorta di stagionalità, o rincorrono gli elementi, o semplicemente assecondano il bisogno di ordinare una materia vasta che abbraccia la vita e il suo dive­nire (Radici, Cieli di voli e di assenze, Nutrimenti, Le parole per dirsi).
I colori e gli orizzonti che si aprono davanti al lettore di questi versi sono quelli a me familiari e cari: quelli di casa. Donatella come me vive nel piccolo comune di Cavallino-Treporti: una striscia di terra schiacciata tra l’Adriatico e la Laguna nord-veneziana. Un luogo tanto immerso nella silenziosa natura lagunare, quanto ricco di contraddizioni e para­dossi, non ultimo quello di passare da rifugio di poche migliaia di anime per buona parte dell’anno ad affollata meta estiva per centinaia di migliaia di turisti.
Una sorta di “specola” geograficamente privilegiata che permette al poeta l’auscultare la vita propria e quella altrui. E con la sua penna, la poeta attraversa fisicamente i simboli di questo territorio e li canta: canta i suoi due fari, le fortificazioni militari, la sua pineta, e così via. E attraversati questi si salpa per Venezia, si solcano i suoi canali, si calpestano le sue calli, si soffrono le sue violenze subite (il Mo.Se.), per ritornare, per via d’acqua, al territorio natio nel punto in cui più si immerge nella Laguna: quel piccolo borgo che tutti dovrebbero poter vedere un giorno, Lio Piccolo.
E in quest’immensa tela, in quest’unica elegia, ogni tanto a spezzare il ritmo, a ridare il fiato, entra un haiku, frutto esotico, a ricordarci come la poesia sia anche il luogo delle appropriazioni e delle contami­nazioni. Contaminazioni che toccano pure la sintassi lirica, che non è mai monocorde e che non fa segreto di un debito con l’alta tradizione novecentesca. Sono sicuramente riconducibili alla koiné novecentesca – per altro dichiarata in apertura dalla citazione montaliana – gli attacchi con il presente indicativo singolare, spesso di terza persona, al quale fa da variazione un imperativo vagamente parenetico che apostrofa forse il lettore o un destinatario delle liriche: «Considera di questo luogo isolato/ la macchia viva del cielo…»; «Fa l’anima il mare…»; «Guarda laggiù…»; «Acceca le rive una fascio giallo di luce…»; «Galleggia nella bellezza…»; e così a seguire, mantenendosi fedele a un tono confidenziale, che non rifiuta certo esiti alti, ma non tenta nemmeno funamboliche arrampicate che poco avrebbero da spartire con il paesaggio pressoché piano cantato da questi versi. Quando la lingua di Donatella Nardin si innalza è per cantare il cielo, ciò che sta oltre esso, e ciò che immensamente di bello risiede sotto.

© Fabio Michieli

Tutta luce

Considera di questo luogo isolato
la macchia viva del cielo:
un talento mite ma autorevole
inonda i campi e le case
di cose buone, lucenti.
Nel liquido riflesso raggiunge
il suo limite il fiore – si modella
la grazia sulle imperfezioni –.
Considera l’esemplarità della storia:
qui, vicino all’amore,
anche prima di essere pensato
è tutta luce il respiro desiderante
della mia terra
creatura.

 

E poi il mare

E poi il mare.
Così silenzioso, così contrito
nel calice muto del petto
come se al mondo più nulla
esistesse.
E poi l’onda notturna, così stretta,
vibrata, come un lampo
d’imbiancate memorie sul piazzale
assonnato.
Accoglie la notte e le sue moltitudini
grate lo smeraldo splendente,
indistinto qua e là fino a graffiare
la bocca, ogni volta di più
esposti noi nell’urgenza dell’essere
o nel mancarsi pacato
noi figli di un acquoreo disegno
all’infinito.

 

Il cielo sopra Venezia

Oh sì, ogni giorno di più c’invera
il cielo sopra Venezia e c’è sempre
una parte di noi che nell’ineluttabile
suo s’immerge per farsi vertigine
vasta e silente.
Come l’amore paziente, confidente
cerca per lui un fuoco di primavera
una qualsiasi forma, fosse pure
la ventosa malinconia di un dolce
tracollo nel diventare a sera
un tutt’uno con il mare, fosse pure
il desiderio profondo di stelle
o di noi la nostalgia che nell’universo
delle umane cose lo renda possibile
e ne alimenti l’impenetrabilità.

Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

fabbri_01Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

di Luca Cenacchi

 

In questo articolo mi propongo di analizzare Stato di Vigilanza (Manni, 2007) di Gianfranco Fabbri al fine di delineare un rapporto tra lirismo e rappresentazione della realtà che non ponga unicamente l’enfasi sulla modalità diaristica e autobiografica, sempre aperta ai pericoli della mitizzazione privata, ormai invalsa in molti autori del panorama contemporaneo.
In questo libro Fabbri riprende il lirismo proprio dei maestri (per lui Saba e Caproni sopra a tutti, ma anche Sereni), e pone l’accento sulla descrizione-rappresentazione che finisce per trasfondere l’esperienza personale nella realtà stessa. L’autobiografismo, se è lecito parlare in questi termini – in realtà pare di essere più davanti a un diario di un osservatore scrupoloso, dunque diario-mappa –, è utilizzato da Fabbri come strumento in grado di stabilire un rapporto di continuità con il reale e la propria intimità.

Prima di passare al cuore del libro, con la sezione gli oggetti i sogni e l’altra vita, la parte prima del radio­dramma merita una menzione non solo per competenza stilistica, ma anche perché è in questa sede che vi è la riappropriazione del femminile, che permette l’autocoscienza e dunque consente di mettere in moto la macchina della nominazione centrale nelle fasi successive del libro.
In questa sezione il femminile sembra sottrarsi continuamente. Sin dalla prima poesia Fabbri rimarca la distanza tra l’io e la figura femminile, ma nonostante il continuo sottrarsi questa si dimostra necessaria, come se desse la possibilità all’io lirico di riconoscersi: «come se la coscienza/ potesse no­minarsi senza di te». Anche quando si pensa di averla scovata essa si disfa palesando la propria sfuggenza: «assalti nel cono/ d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle». Per questo si può in fondo dire che il libro si apra con l’enunciazione di un’assenza. Dimensione idilliaca, che collima sempre con la sofferenza e l’infezione del giorno. È in questo frangente che Fabbri torna nel tessuto della tradizione e dimostra di saperla variare tra Saba e Palazzeschi: l’assenza diviene un fantasma fra gli echi di un rubinetto gocciante.

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.
.                   Sei tu che gemi
.                   Nelle ossa di una
.                   morte apparente?
Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
-ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana?-

Come si evince da questo testo la figura femminile è rappresentata come entità sfuggente; tuttavia si rivela centrale poiché, come espresso nella lirica ti so frangente, è solo attraverso il ricongiungimento con quest’ultima che l’io poetante potrà chiamare «le cose col nome delle cose». Fabbri, poi, procede a delineare con chiarezza i momenti fondamentali in cui il poeta opera. Il primo di questi è una dimensione di sospensione e potenza rituale: l’alba. Un secondo è la notte nella quale si dispiega l’intimità dell’io «un porta-gioie dove conservi l’oro di famiglia». In ultimo abbiamo il giorno leopardianamente inteso come infettato anzitutto «dell’abominevole colpa del vissuto». La tripartizione in questi tre periodi intende fungere da spazio in cui il poeta si muove e osserva la vita, le cui parti ed elementi potranno essere ‘detti’ attraverso una riduzione oggettuale. (altro…)

Daniele Ciacci, da #LibidoSciendi

 

I

In pasto ai sensi
il corpo umano, tipo
libido sciendi:
non credergli, non hai
altro – pur poco – che te.

 

*

III

Ho disposto le mie trappole con attenzione
ho caricato di pietre il trabucco.
Ho apposto il mio sigillo
su qualunque versante vertesse
la conversazione, ho opposto
le nostre visioni per intercettarne
il fuoco comune.
Ho intonato il canto della guerra
che lascia di stucco il nemico
e lo assorda.
Ho sorriso ai tuoi sorrisi,
ho consolato il tuo pianto
ma veramente del tu
no
non te l’ho mai dato.

 

*

V

Il cetriolo nel moscow mule
lo succhio e lo mangio a morsi.
Bello ascoltare dei tuoi corsi
di yoga e di pilates
mentre a ritmo muovi le dita
sulla shicane applicata
allo stacco tra coscia e polpaccio.

Se la minigonna parlasse di te
avrebbe da dire
qualcosa come due lettere:
sì o no senza menzogna
evangelicamente.
È lo spacco sul seno
a darti uno straccio di maternità
ma finta. Il resto è uno tsunami
di feromoni
su un campo di serotonina
che beve la traccia di primavera
lasciata dalla prima ghiacciata
e ne vuole di più.

 

*

IX

(Però era bello
star zitti ad ascoltare
il crepitio
che fa l’aspettativa
in piena gioventù.

Mentre uno cerca
il meglio di se stesso
nell’operare
tocca catrame, ma
tu tu sia sempre tu).

 

*

XII

Sotto il tuo giogo trascini
dolcezza e nostalgia. Come puoi
farlo senza che pesi
l’orgoglio degli uomini?

Porta della misericordia
mentre passi la lingua
sul lobo che amplifica
il cuore che ringhia.

 

© Daniele Ciacci, Libido Sciendi (raccolta inedita)

Su “Ophelia” di Cristina Babino

Cristina Babino, OpheliaCristina Babino, Ophelia
Carteggi Letterari, 2017

 

 

Se ci si fermasse al solo titolo e alle inevitabili implicazioni shakespeariane che esso evoca, di questo poemetto di Cristina Babino perderemmo molto se non tutto. Composto in italiano e tradotto in inglese dalla stessa poeta (auto-traduzione che rende inscindibile il legame con la tradizione poetica inglese), Ophelia è una storia in versi che parte da lontano; un lontano doppio. Un primo legato alla lunga gesta­zione, che dal 2009 fino alla sua stesura definitiva approdata ora sulla carta ha conosciuto asciugature, lima, correzioni e in ultima la traduzione, come racconta Babino nella nota al testo. Un se­condo che annoda questi versi alla lunga tradizione letteraria e non legata alla figura di Ofelia, perché l’elemento pittorico figurativo è portante tanto quanto lo è quello letterario. Anzi, per certi versi forse lo è ancora di più, perché le immagini evocate dai versi sonori di Cristina Babino attingono a tutta una costellazione di quadri famosi che compongono un piccolo catalogo nella parte finale del componimento (e che si riannoda, a sua volta, a certo gusto preraffaelli(s)ta che pur in Italia ha toccato il D’Annunzio di La Chimera, nella quale sono due le “Beatrici” chiamate a incarnare il femminile dualismo sensuale e spirituale, e il Gozzano di La preraffaellista, che, a differenza del vate, dissimula il debito con Rossetti concentrando il dualismo nella protagonista unica del sonetto).

Già la scelta del titolo, che preferisce il nome inglese alla sua resa in italiano, va considerata una scelta di campo: nel dramma dell’Ofelia di Shakespeare Babino innesta il dramma della modella che posò per il quadro del preraffaellita John Everett Millais, Lizzie Siddal, che fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e che morì suicida, come la sventurata eroina dell’Amleto. E nel nome Dante si cela un ulteriore doppio: un non celato debito-tributo all’Alighieri (non tanto per la lingua, quanto piuttosto per una certa ‘sospen­sione’ che rinvia, inevitabilmente, al canto quinto dell’Inferno) e al già ricordato Dante Gabriel Rossetti; nel poemetto di Cri­stina Babino si sciol­gono in unico flusso di immagini i lasciti della tradizione, che ora si rinnova al punto tale da far convergere in questa Ophelia ogni Ofelia (penso a Mi hanno detto di Ofelia di Cristina Bove, per esempio) che si riconosca in questa creatura dai «lucenti capelli infiniti/ intrecciati in ghirlande/ di libellule e viole», ossia una splendida creatura che racchiude, come scriveva Baudelaire, «un emisfero in una capigliatura».

Come disvela bene Fabio Pusterla nelle pagine introduttive, il poemetto prende le mosse dalla fantasia di Lizzie-Ofelia, immersa nella vasca colma d’un’acqua che sarà sempre più fredda col passare delle ore; un’acqua che porta con sé oscuri presagi per un’ancora ignara modella chiamata a posare per un quadro.

L’acqua mi sfiora le orecchie.
Lambisce nel suo ricamo
il broccato tenero dei padiglioni
penetra nell’oscurità dei condotti
col fluire di una remota marea.

[…]

Socchiudo gli occhi
mi vedo creatura
di un abisso stretto
e immobile.

Dimentico le gambe.
E allora sono sirena
[…]

(altro…)