Emanuele Franceschetti, Poesie da “Testimoni”

 

da Eingedenken

(INTROITUS)

La memoria coltiva la sua lingua.
Dal fondo di riversa un sillabario,
cose insepolte che ancora significano
dietro la soglia incerta del visibile.
C’è un nome che non puoi dimenticare:
i vivi e i morti restano indivisi
nell’equivoco del tempo lineare.
La vita si contamina, persiste.

 

Arrivano i giorni del contagio.
Rivolte inutili, seme disperso, tracce senza
Testimoni. Benedizioni solo per chi era già salvo.
Costringere alla forma un vuoto che era già spazio
perduto. Corpi da immaginare nel silenzio
del poema e della vita. Chi non possiede cani si domanda
se i cani riconoscano la morta quando si fa sospetto,
annunciazione.
Eppure sarà stato soltanto un nero di giorni come gli altri.
Tutti con un pugno di parole e un corpo
stremato, in piedi tra mille fuochi.

 

da Un pensiero col suo corpo

I dispositivi elettronici a mezz’aria
misurano, glossano le distanze:
stiamo viaggiando a duecentocinquanta,
farà freddo a Bologna,
i giovani godranno di opportune agevolazioni.
Diversamente accade la realtà
se torni con lo sguardo nelle cose:
dai finestroni spariscono i faggeti,
provvisoria una neve innamora
e schiara il sonno di due giovani,
più avanti una si è camuffata il volto
con una mascherina anti-batterica,
la mia vicina forse aspetta un figlio.
Tutto sembra un transito indistinto
un ciclo macchinale di attesa e contaminazione.

 

È una donna. Parla a voce alta,
forse seduta di fronte al dispositivo
che le rimanda una figura intera e conosciuta.
Parla con voce del sud e in certi passaggi quasi grida,
non sai se per gioco per una rabbia improvvisa
nostalgia o terrore.

Oltre la parete sottile forse si chiede se la ascolti,
se esisti, quali frammenti ricomponi.
Cosa vedi, cosa hai perduto.
Anche tu figura, immagine sonora,
testimone.

 

da Misure del canto

Ci sono cose che non posso dirti.
Potrei darti un nome,
indicarti cose in uno spazio che è di tutti,
destinarti parole non diverse da altre che già conosci.
Eppure il nome in cui ti tengo è un segno
che affonda e brucia.
Un culmine, un segreto.
Non posso dirti mia unica figura intatta
mia croce, mia lingua nascosta.
Non posso dirti il corpo
che mi resiste ancora,
corpo che non è spirito
ma terra scossa, carne spalancata.

 

Pensi ai tuoi simili, al primo uomo.
E poi la quiete composta delle cose, la storia.
Ma niente accade, niente acconsente.
Non la voragine, non la voce dei superstiti.
La mente non distingue, la mente è sigillata
al suo fondo oscuro (dunkler grund)
al suo presente.

Piove da cento giorni.
Immagini una torsione. La lingua disarticola la forma,
la parola è tesa, divisa.

 


da © Emanuele Franceschetti, Testimoni
in Poesia contemporanea. Quindicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2021

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