Autore: Francesco Filia

Lettera all’autore #3: Costanzo Ioni, Stive

 

Caro Costanzo,

nel leggere il tuo Stive ho avuto come la sensazione che stessi aprendo una scatola su cui c’era scritto ‘maneggiare con cura’, non perché ci fosse qualcosa di delicato, nel senso di fragile, ma perché al suo interno c’è un qualcosa di potenzialmente esplosivo. Il tuo è un libro che ha un che di dinamitardo e questo, in un’epoca in cui nulla è più sorprendente, in cui niente provoca più, è qualcosa di veramente unico. Nei tuoi testi c’è un’eco persistente della forza dirompente delle prime avanguardie, quando la forza della provocazione e della sovversione non erano maniera, ma urgenza e intelligenza del dire. In questo libro – nato da anni di silenzio non-silenzio, silenzio editoriale ma non-silenzio nei tuoi reading e nelle tue tantissime iniziative e frammentate pubblicazioni, anche qui un bel rompicapo direi – il centro mi sembra essere il tuo rapporto polemico con la realtà, sia essa sociale, storica che artistico-letteraria. Mi spiego meglio, al centro della tua visione, perché di questo si parla, della parola poetica mi sembra esserci il polemos, uno scorgere i contrari in ogni elemento della realtà, che diventa un vero e proprio pirandelliano sentimento del contrario, elemento chiave del tuo umorismo e del tuo sarcasmo a volte beffardo. Una visione conflittuale che è la linfa vitale dei tuoi scritti – tutti quelli raccolti in questo libro, che coprono un arco quasi trentennale – scritti che hanno in comune questa tensione che li attraversa come una scarica elettrica. La stessa tradizione è trattata in questa chiave. Le tue parole nascono dalla negazione dialettica della tradizione letteraria, i continui riferimenti ad essa, la deformazione in chiave ironica dei topoi della letteratura, la stessa lingua che è detta, urlata, ridetta, cantata, manipolata fino a renderla irriconoscibile, subiscono un vero e proprio shock ironico. Attraverso il sentimento del contrario la tradizione viene corrosa in chiave ferocemente umoristica che porta, però, a reinventare una lingua che, in alcuni momenti, da neolingua risale – in un circolo vertiginoso, in un vero cortocircuito – all’origine del volgare italiano, come, in particolare, nelle sezioni Limiti di velocità e Rif. Lettere che sembrano un calco e una dilatazione surreale e sulfurea del placito capuano, basti pensare al tuo ‘Elogio della puzza’ (da li tempi antiqui lo homo, lo quando lo krede ankora de sta’ sopra na pizza, como ogni animale emette odore. Sta puzza sierve a marcare sua presenzia et ello sparge entorno por tene’ lontani li rivali et garanti’ la propria descendenzia). Una lingua embrione quindi che non è più ciò che era: italiano, napoletano, latino, inglese, francese; e non è ancora, né sa ciò che diventerà: ibrido, esperanto surrealista, di tanti frammenti e spezzoni linguistici. La lingua, quindi, ci viene restituita, attraverso mille storpiature, nella sua radice di pura possibilità. È questo il compito che mi sembra tu ti sia assunto, che è al tempo stesso un compito linguistico e politico, e per far ciò hai scelto il ruolo di saltimbanco, un Totò se non addirittura un Buster Keaton della parola (il tuo indomito e imperterrito versificare è parente al muoversi muto, frenetico e meccanico di Keaton), cogliendo così la vera essenza del poeta nella modernità, la sua essenza buffonesca, il suo essere un saltimbanco appunto, per dirla con Baudelaire. Questo saltimbanco che aspirerebbe ad essere anche flâneur, se non vivesse a Napoli, imbottigliato nel traffico cittadino o in ostaggio su un autobus stracolmo, proprio dalla città estrae, quasi come in uno scavo minerario e archeologico, la fonte di energia della sua versificazione vulcanica e iconoclasta. Nei tuoi testi però l’infinita malinconia che si cela dietro il muro dei versi della modernità, non viene mai mostrata per quel che è, ma sempre rilanciata in mille forme diverse ma coerenti. Il poeta si mostra come clown e come clone della realtà in un processo d’infinito sdoppiamento che porta allo sbriciolarsi di ogni identità, per restituircene una o forse tante o nessuna. Il poeta clown, nel suo mostrarsi nudo nella sua maschera, mostra l’angoscia sottesa al nostro vivere, l’angoscia dello scorrere del tempo, dello sbriciolarsi di ogni cosa, della vanitas di ogni azione, eppure mostra anche qualcos’altro. Mostra che ciò che conta invece è la continuità delle forme, pur nel loro de-formarsi (la faccia delle cose dall’altro lato è costante non muta se non nel movimento compiuto dello sguardo). Dietro la deformazione linguistica non vi è altro che la deformazione del reale, è la realtà che è deformata senza saperlo, la lingua poetica, in una mimesi grottesca, non fa altro che portare a consapevolezza, una consapevolezza radicale e allucinata, il deformarsi della realtà, l’informe violento che la caratterizza. E questa mi sembra essere un’altissima ed elegante forma di pietas, che si manifesta pienamente nell’ultima sezione che dà il titolo al libro, qui la forza poetica si scontra con la forza tragica della contemporaneità e l’impatto dà vita a versi tra i più riusciti della tua produzione, dove forza espressiva, indignatio, intelligenza poetica si uniscono in una sintesi superiore. Eppure rimani consapevole, come in fondo chiunque vi si dedichi con dedizione esclusiva, che la letteratura non è altro che uno zero, spazzatura, immondizia in cui rimestare, forse buona solo per il riciclo e che però trita tutto soprattutto chi si fa suo strumento, chi agisce in suo nome (Potendo, il verso ama se stesso, s’è perso, invece,/ l’amplesso con l’autore,/ non gliene frega niente di quel signore, onnipresente, che ogni volta/ lo osserva estasiato come fosse miracolato/ e ritiene di aver trovato/ la cifra immanente della letteratura ma non ha fatto niente, ha solo/ rimestato nella spazzatura).

Spero che queste mie poche parole abbiano colto, non dico il centro, ma che abbiano almeno sfiorato alcuni temi di un libro che più che essere interpretato e ingabbiato vuole essere letto e liberato nelle sue infinite possibilità. Ti saluto in amicizia.

Francesco Filia

Costanzo Ioni, Stive, Guida, 2017, prefazione di Antonio Pietropaoli, € 12,00

Prova d’inchiostro e altri sonetti, Mariano Bàino (Nota di Enzo Rega)

Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

Alla poesia Bàino torna a quindici anni di distanza da Amarellimerick (Oèdipus, 2003), dopo un lungo silenzio editoriale ma non creativo, perché, a fasi alterne nel lungo arco di tempo, ha lavorato alle sezioni che compongono questo libro mentre andava pubblicando i libri in prosa. E vi torna con la forma chiusa del tradizionale sonetto, rivisitato alla sua maniera: la forma chiusa come “riparo” alla Caproni, mette in evidenza lo stesso Cortellessa. E Francesco Muzzioli, in una recensione-saggio (Bàino e il sonetto come “prova di sopravvivenza”, in “Malacoda”, n. 9, ottobre 2017), ritiene che questa scelta sia compiuta non solo per la «sazietà di un verso libero ormai ridotto a portata di blog e stremato da un uso comune della lirica come diario in versi, ma anche con la convinzione di voler saggiare la resistenza di modi fin troppo costituiti.» Bàino stesso nei “pensieri spettinati” (come li chiama) posti in Nota chiarisce che «a fronte dei vari boom della poesia come status symbol e autopromozione narcisistica» abbia «sempre sentito il bisogno della mediazione tecnica, della probità artigianale» (p. 84). Nel tempo che ha impiegato per decidersi a chiudere il libro, nota sempre l’autore, si sono attenuate le dispute su verso libero e neometricismo. E riprende l’osservazione di Montale secondo la quale è poco interessante la contrapposizione tra forme aperte e chiuse, perché non esiste poesia senza artificio. Possiamo notare che già nel 1975, all’uscita dell’antologia intitolata Il pubblico della poesia, curata dalla coppia Berardinelli-Cordelli, si imputava il basso livello di certa poesia di quei tempi in alcuni casi proprio all’abbandono delle forme consolidate dalla tradizione per seguire una «disorientante molteplicità di ispirazioni e linguaggi» (dalla quarta di copertina della nuova edizione ampliata: Castelvecchi, 2015). Quella che all’epoca appariva una liberazione da schemi consunti, a posteriori sembrerebbe rivelarsi – per qualcuno – come la matrice di futuri guasti nella direzione di un permissivismo formale appiattente. Da qui il bisogno del recupero di certe forme chiuse che, si badi bene, non è solo odierna. Bàino stesso cita un Fortini, per il quale l’inautentico (la forma) fonda l’autentico, o l’uso ironico della forma sonetto da parte di Sanguineti, o Raboni che è contemporaneamente per e contro il sonetto. E poi Ungaretti, Pasolini, Caproni con la «disperata tensione metrica.» E possiamo aggiungere la poesia ininterrotta di un Edoardo Cacciatore con le sue varie forme chiuse: ricordiamo proprio, come titolo, La puntura dell’assillo. Cinquanta e un sonetto (Società di poesia, 1986). (altro…)

Lettera all’autore #2: Anna Toscano – Una telefonata di mattina

 

Cara Anna,

è un po’ che volevo scriverti a proposito del tuo libro, sin da quando lo presentasti a Napoli da ‘Io ci sto’ con Antonella Cilento, ma i miei tempi di gestazione, il trasformare le impressioni che le letture mi suscitano in idee compiute e articolate, si stanno facendo sempre più lunghi e la loro messa a fuoco può durare anche molti mesi, ma tant’è.

La sensazione che la tua raccolta mi ha dato e mi dà, in questo lungo tempo in cui l’ho letta e ripresa più volte, è quella di un libro al cui centro vi sia lo stato d’animo dell’attenzione, attenzione verso tutto ciò che c’è, senza però mai disperdersi dall’io lirico che osserva e sente l’esistenza, anche sintatticamente è la centralità del tuo scrivere ad essere ben evidenziata. La sensazione è quella, dunque, di uno sguardo commosso e partecipe verso la vita e i suoi dettagli anche minimi, un’estetica, nel senso di percezione, del quotidiano che diventa un vero e proprio percorso esistenziale sino a farsi etica della parola e del vissuto (Non ditemi sempre/ l’ovvietà del male// lo vedo lo vedo/ il nero catrame dei nostri giorni// cerco un pertugio dove trovare/ l’ovvietà della decenza/ come uno specchio oblungo/ infallibile nel suo porsi). Mi sembra che le tue poesie, volutamente e dichiaratamente brevi, abbiamo tutti i pregi della brevitas – precisione, concisione, limpidezza – senza averne i difetti, oscurità ed eccessiva allusività. Ecco, per dirla in altri termini, nel tuo verso vi è un respiro breve, che quel che non ha in estensione, guadagna in intensità, in profondità del dettato. La tua antologia, pur nella varietà di scrittura e momenti di occasioni e di luoghi, mantiene una coerenza d’ispirazione e di visione che si fa cifra stilistica netta. I vari temi, quello del rapporto tra la parola e la cosa, reso esplicito sin dalla prima poesia in maniera paradossale e senza la presunzione di poterlo sciogliere del tutto, quello del viaggio e dei luoghi di volta in volta da te vissuti (Venezia, Milano, San Paolo, Bologna, Istanbul, Baires), la dimensione della distanza come cifra esistenziale (Una telefonata di mattina, appunto), quello della memoria personale (E poi ci sono le persone) – sotterraneo e persistente in quasi tutti i testi, un vero e proprio sentimento del tempo – la letteratura come vocazione e scelta esistenziale, la pratica rituale della lettura e della scrittura, sono resi con tocco impressionistico (nel senso alto del termine) e anche quando affrontano il dramma della malattia, del dolore e della morte sono risolti con levità d’immagini che riscattano anche il vissuto più doloroso. Una trattenuta ironia e, cosa rara nei poeti, autoironia in molti testi riesce a parlare al lettore con tono confidenziale, riducendo la distanza tra i testi e chi legge. Eppure vi è un sottofondo cupo, una consapevolezza che la parola, la scrittura, la lettura, la memoria, l’amore, gli affetti sono solo una parantesi, una sospensione rispetto al corso della vita senza perché, una vita, insomma,/ con dei perché, è quella che tu desideri. Il ‘buon tempo’ di cui tu parli, in uno dei testi più belli dell’intero libro, mi sembra essere una faticosa conquista, un’oasi di pace dopo una tempesta e prima di un futuro che si mostra incerto e imprevedibile. La tua parola vuole dire questo ‘buon tempo’, è essa stessa il buon tempo che la vita può concedere a se stessa (Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata). Forse l’aspetto che più mi ha colpito dei tuoi testi è la capacità di rivelare il dettaglio apparentemente marginale, casuale, che a un occhio distratto, impoetico, non si manifesterebbe, accostandolo, in alcuni versi, senza mediazione, all’immenso, a una visione che proietta il quotidiano in una sfera straniante e folgorante: la fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania. Quell’attenzione di cui parlavo all’inizio è la capacità di salvare il più piccolo dettaglio dall’oblio e dal vuoto che incombe. La tua poesia riesce a descrivere una traiettoria che nel suo procedere raccoglie e salva ciò che incontra per portarlo con sé. Dove? Apparentemente in un viaggio con infinite tappe e quasi dispersivo, ma, a ben vedere, in un luogo ben preciso geografico ed esistenziale. Non a caso l’ultima poesia del libro è intitolata Venezia, la tua città, la traiettoria quindi si mostra essere un ritorno, dove già sei stata, un viaggio accidentato, ma sicuro verso casa e con te, con le tue parole, i tuoi amori, le tue paure porti, per un attimo, anche noi che ti leggiamo. Grazie.

Francesco Filia

Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

Michele Joshua Maggini, Esodo

Michele Joshua Maggini, Esodo, Round midnight edizioni, 2017

 

Zama

Dimentica delle piante i nomi,
il sangue si perpetua nelle spire del lignaggio,
come una semiretta perduto il punto.
Essendo padre e padre, legionario
perito nell’avvolgersi dei secoli,
ti attendi nelle risposte già veci
del tuo qualcuno.

Era a Zama la sconfitta
nella trappola del tuo stesso amplesso:
ma non scostasti il baricentro:
la finta di Canne: eri approdato
anche tu al punto immobile
per cui ogni volto ha il proprio volgere
nel perpetuarsi delle stagioni.
Già fummo polvere dispersa
nei polmoni della pietra.

 

Uomo, abbiamo chiesto altari per i nomi:
nominare è una religione che accorda una morte.
Uomo è un nome che richiama la terra
non scalfita dal tempo
tempo in cui abbiamo stipulato nuove
alleanze con la pietra e la materia.

Più mentre non c’è, perché attenda tu l’ora
della gestazione dell’idea, allora t’incunei
nel grembo delle madri: nel groviglio
di radici l’essenza
prematura di cui ti rendi padre.

E si è padre e figlio.

 

Ecco noi che fummo
per la nostra corsa all’uno:
immolati milioni; ed uno
è due sempre con organi in comune.
A perpendicolo, il nome che porti
della giada divenne l’istante e il punto
dell’asse, meridiano che sprofonda
nell’arteria di questa vita.

 

Nell’attesa che da un ieri ti confina, tutto
si trasforma e diviene:
l’acqua in sale, ferro in ruggine, verbo carne
e s’accetta, ma non è una rassegnazione.

Non è del mondo il dolore tuo che ti confina.
E, vedi, in fondo al buio c’è una luce
smorzata che irradia un buio più veloce del buio
dove si è tutto, ammassati.

 

Età dell’oro

(Ad ogni risveglio si compie l’omicidio
di ciò che ero ieri.)
Oro è ciò ch’è perso:
e si ricostruisce il passato, rovine
con le rovine, mito con altri miti e
così si immortala il nostro giorno stirpe era.

 

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online «Midnight». È stato tra i menzionati, per la sezione inediti, del premio “Elena Violani Landi” 2016. Sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come “PoverArte”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.

Accecate i cantori – Angela Caccia

 

Se c’è una madre c’è un figlio
e il respiro resta circolare

Ora che hai riempito la bocca
di sensi e parole, i piedi di cammino
questi sguardi digiuni
che chiedono, mi chiedono …

alla fine le alghe s’ammassano
la rondine riconosce la gronda
ma l’umano   l’umano
è solo transumanza   e noi
.        ai suoi crocicchi
dispersi scatti di bui di luci

… ad uscire
ogni giorno nel giorno
s’impara: la notte
ha le mani già piene di alba,
avrà un senso questo andare
per campi e per stelle
fiancheggiare i dirupi
e danzare in un fiotto di sole
tra le pozze di pioggia
avrà un senso…

Da lontano ti guardo
mi dormivi sul petto
sei lo stesso calore
lo stesso dolore …  come allora
parlo piano per non svegliarti

 

*

Dalla retina alla corteccia
della notte si teme
la profezia che cela
– anche con le finestre chiuse
la luna può farsi insidiosa –

a sera
nella camera oscura del ventre
ricomponete i minuti raccolti preziosi – poi –
ancora una volta   accecate i cantori!

…che un po’ di futuro si faccia remoto

 

*

Posso trascinarla per giorni
stanarla e impedirle
di spingersi insidiosa avanti

la ritraggo mentre lavoro
si rimaglia da sola la notte

sospesa aspetta – e anch’io
aspetto che sedimenti –

finché    sul fondo
ciò che era goccia si fa sale
e non rischia di debordare dagli occhi

 

 

Angela Caccia, Accecate i cantori, € 10,00 pp. 80 (Il filo dei versi 29) nov 2017 ISBN 978 88 94903 17 1. Opera vincitrice del concorso Versi con-giurati.

Angela Caccia, funzionaria in un ente pubblico, vive e lavora a Crotone; studi classici e laurea in materie giuridiche la hanno ulteriormente abbarbicata alla poesia. Gelosa dei suoi affetti, ritiene con Octavio Paz che “I poeti non hanno biografia. La loro opera è la loro biografia”, l’unica che restituisca il riflesso più fedele di un autore –molte volte sconosciuto all’autore stesso. Ha vinto diversi concorsi ed è inserita in numerose antologie. Con Fara ha pubblicato le raccolte Nel fruscio feroce degli ulivi (2013) e Il tocco abarico del dubbio (2015). Con LietoColle ha dato alle stampe Piccoli forse (2017).

Web: ilciottolo.blogspot.it

Lettera all’autore #1: Andrea Raos, Le avventure dell’allegro leprotto e altre storie inospitali.

Caro Andrea, 

mi sono preso un po’ di tempo per leggere il tuo libro e quindi per scriverti. È stata una lettura affascinante e impegnativa. Ti confesso che dopo le prime pagine mi sono chiesto cosa stessi leggendo, se un libro di prosa, un libro di traduzioni, un saggio, un libro di poesie, una favola, un racconto, un diario di viaggio, un manga. Poi, quando ho compreso che il tuo libro è tutte queste cose insieme, mi sono rilassato e mi sono goduto la lettura fino in fondo. L’Allegro leprotto mi è  sembrato un esperimento riuscito, perché riesce a sintetizzare tutti i generi attraverso un’unità superiore. È come se nel percorso labirintico del testo vi fossero dei fili che si dipanano lungo i vari capitoli che non fanno smarrire mai del tutto il lettore nella vertigine della lettura, insomma mi sembra che dietro l’apparente prevalere di forze centrifughe ve ne siano altre altrettanto forti che hanno un ruolo centripeto, in particolare dei temi che sono presenti come delle ossessioni che circolano in tutti i capitoli: la rievocazione di un passato che assume i tratti di una vera e propria anamnesi personale, dissimulata e moltiplicata nei tanti mascheramenti che la voce narrante e poetante assume; l’uso di parole che assumono un valore simbolico e allusivo, sia in tono ironico, prevalente, sia in tono rivelativo; la forza sperimentale del testo; il rapporto polemico con le forme della tradizione poetica, vedi le sestine implose o le ottave di L’anno scorso pervinca; il confronto con la cultura e con la lingua giapponese; gli animali fantastici che circolano e imperversano tra le pagine, buoni compagni de Le api;  un sottofondo, una nota cupa e costante che si presenta come sottotesto di ogni pagina e che è, a ben vedere, segnalato e suggerito dall’aggettivo del sottotitolo – ‘inospitali’ -, un confrontarsi con l’enigma dell’esistenza, con l’orrore di fondo del mondo, senza neanche bisogno di esplicitarlo. In ultimo mi sembra che rispetto ai tuoi lavori precedenti, forse con la sola eccezione di le Lettere nere che mi paiono riecheggiare in alcuni passaggi, vi sia un coinvolgimento più sofferto dell’io lirico che emerge tra le varie immagini del testo, un’urgenza di raccontarsi, sempre nelle forme che ti sono proprie, che rende la lettura in molti tratti commovente. A queste che ti ho appena elencante, aggiungo altre considerazioni sparse, così come mi vengono in mente; l’aggettivo ‘allegro’ mi sembra che si debba riferire prevalentemente al lessico musicale, alla velocità di esecuzione, a un tempo veloce (come il leprotto mi verrebbe da dire), all’incalzare della scrittura e dell’atto della scrittura, che muove sia tu che scrivi sia noi che leggiamo e credo di poter aggiungere che il tuo stile in questo libro è quello non solo di un allegro, ma di uno scherzo che diventa, in alcuni passaggi, un vero e proprio allegro feroce. Altro punto centrale è l’uso radicale dell’ironia, la volontà riuscita di una totale dissimulazione e spiazzamento del testo stesso, oltre che del lettore, l’utilizzo ironico della favola, che già ti caratterizzava, qui addirittura diventa ancora più sofisticato, trasformandosi in una cornice in cui si inseriscono altre tipologie di testi; un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è la struttura stereoscopica del libro, a cui accenni anche tu quando parli di libro pop-up, preciso meglio questa mia sensazione, è come se nella tua scrittura si passasse dalla similitudine alla metafora, e qui niente di nuovo mi dirai, ma la metafora si stacca completamente da ciò a cui si riferisce per diventare altro, per assumere vita propria e a sua volta generare altre metafore che diventano altri personaggi e storie, il color pervinca che diventa protagonista incontrastato di un’intera sezione. E da questa forza metaforica e allegorica non sono escluse neanche le sezioni in cui, apparentemente, riferisci di episodi della tua vita o ricorri esplicitamente alla memoria. Il tuo libro è un libro tridimensionale, per tornare all’immagine stereoscopica, è un libro che nella suo polimorfismo assume una vita propria, inquietante e sempre nuova ogni volta che si rilegge.

Forse ti starai chiedendo perché ti scrivo una lettera anziché fare una recensione seria come Dio comanda? Un po’ per motivi miei, un po’ perché il tuo libro eccede qualsiasi forma chiusa, anche quella di una recensione che lo voglia contenere e definire e quindi dirti le mie impressioni provvisorie, e tali mi sembrano dover rimanere, mi è sembrato l’unico modo onesto per essere all’altezza del tuo testo e poi, lo confesso, ti ho usato come cavia, per vedere se la forma epistolare possa essere adatta a parlare in maniera, non dico esaustiva, ma almeno opportuna di un libro. In ultimo, a proposito di cavie, ecco cosa mi frullava in testa sin dall’inizio della lettura e anche dalla lettura de Le api e degli altri tuoi libri, che non riuscivo a mettere a fuoco, le vere cavie della tua scrittura sono i lettori, oserei dire che c’è quasi un elemento sadico nella tua scrittura, non sei tu che vai incontro al lettore, ma è il lettore che deve spasmodicamente seguirti, anzi inseguirti, braccarti nei tuoi continui depistaggi e, quando ha la sensazione di averti raggiunto, tu, come scrittore, sei già altrove, sei già in un altro luogo poetico ed è forse proprio in questo continuo spostamento, in questo essere sempre oltre che cogli la dimensione più propria della tua poesia e della poesia nella sua essenza. Ti saluto con profonda stima e con affetto e spero che prima o poi avremo l’occasione di incontrarci di persona. A presto, dunque.

Francesco Filia

Andrea Raos, Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Arcipelago Itaca, pp. 156, Brossura, EAN: 9788899429225
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Un giorno l’Allegro Leprotto decise di andare a vedere com’è fatto il cielo e, raccontata una bugia ai genitori per potersi allontanare da casa, si mise in cammino.
—Camminò per quasi una settimana scalando, un saltello dopo l’altro, la montagna più alta che c’è. Poco a poco sparirono gli alberi e i fiori, gli animali e i prati, e si trovò a scorticarsi i polpastrelli contro gli stuoli di rocce taglienti e fredde verso la cima.
—Finalmente giunto sul cocuzzolo stette da lì proteso verso il cielo, ormai vicinissimo, per diversi giorni e notti finché, stiracchiandosi e allungandosi più che poteva, non riuscì ad afferrare con gli zampini il bordo della volta celeste. Per qualche istante riprese fiato con la testa mezza dentro, issato in un buio che non capiva, e il sedere mezzo fuori, nel mondo normale fatto di luce e muoni; poi, con un ultimo sforzo, si slanciò ancora un po’ più su e capitombolò dentro a dietro il cielo. Fu come trarre un sospiro, gettare uno sguardo in tralice, e alla fine un piccolo “clac”.
—Seduto sul didietro, ancora intontito dalla rotolata che aveva fatto cadendo, si guardò intorno. Vide che dietro al cielo tutto è buio. C’erano solo il freddo e il niente.
—L’Allegro Leprotto capì che i pianeti e le stelle che vedeva brillare dal basso, quando nelle sere d’estate andava a rincorrere le lucciole nei prati invasi dal profumo del fieno appena tagliato, sono pietre che sprizzano luce verso la terra rotolando e stridendo in assoluto silenzio, come calcoli neri e pulsanti di cui traspare il ghigno se premuti contro la membrana che li chiude.
—Io spero che ti scardini la vita.
*
Penso il pensiero
altrui formarsi e farsi fiato e vedo
che le cose
accadono e non sono mai le stesse:
tutte cambiano,
le buone ingrigendo con il giorno, le cattive
fisse in uno sguardo pronto a spegnersi.
Così sono guardato
mai guarito dalle cose.

Giancarlo Pontiggia – Il moto delle cose

il moto delle coseI poeti che hanno la capacità di centellinare la pubblicazione delle proprie opere poetiche, facendo loro oltrepassare un lungo periodo di silenzio, riescono, a mio avviso, a rendere la parola poetica sapiente e attraversata da una pienezza evocativa che rende ogni pagina, ogni parola, necessaria. È il caso di Giancarlo Pontiggia; poeta, critico, traduttore dal francese e dalle lingue classiche, è una figura schiva, appartata, ma che sin dagli anni Settanta ha dato un contributo determinante alla poesia italiana, sia come poeta – parsimonioso ma essenziale (Con parole remote, 1998 e Bosco del tempo, 2005) − sia come osservatore attento e critico (Contro il Romanticismo. Esercizi di resistenza e di passione, 2002 e Selve letterarie, 2006) delle esperienze più interessanti del nostro panorama poetico. Tra i primi, insieme a Paolo Lagazzi, a interessarsi in maniera critica e approfondita alla poesia di Attilio Bertolucci, redattore con Milo De Angelis della rivista «Niebo», curatore, tra le altre, dell’antologia La parola innamorata (1978), che ha rivelato molte delle voci di maggior rilievo della poesia italiana degli ultimi decenni), con il suo terzo libro di inediti – Il moto delle coseLo specchio, Mondadori, 2017 – in ormai quarant’anni di attività ci mostra cosa significhi confrontarsi in maniera essenziale con la parola poetica e con la sua potenza, al tempo stesso, evocativa e disvelativa.

Il titolo del libro mostra l’oggetto, al tempo stesso meraviglioso e terribile, della riflessione e della visione poetica, il divenire che travolge ogni cosa, il suo incessante e ineluttabile fluire che rende ogni cosa al tempo stesso unica e finita. La riflessione poetica parte da questa visione, da questa meraviglia originaria, da questo thauma – per rifarci al termine greco, che per Aristotele era all’origine sia del pensiero filosofico sia della parola del mito e quindi della poesia – verso l’enigma del mondo. Ciò che rende necessario questo libro è la tensione partecipe dell’io lirico verso l’enigma che attraversa il nostro stare al mondo, in quanto del moto delle cose ognuno di noi è partecipe drammaticamente e quel moto siamo anche noi, nel nostro spirito e nella nostra carne, presi nella nostra irripetibile e mortale individualità. Potremmo dire che l’ispirazione originaria del libro è il sentimento del tempo, del suo mistero, quasi un sentimento agostiniano, in cui l’io lirico si rende conto, per accensioni e balzi di senso, che è impossibile parlarne esplicitamente, ma se ne può accennare solo raccogliendosi in un’attenzione profonda verso se stesso e verso le cose. La resa linguistica, ed è qui che il libro mostra la sua originalità più profonda, è data da un equilibrio tra dettato classico e dettato incalzante, a tratti ossessivo e martellante, in cui brevità e concentrazione dei testi si confrontano con testi di più ampio respiro, ma in entrambe le tipologie la tensione originaria dell’ispirazione poetica non viene mai meno, si dilata a volte in una più pacata riflessione che diventa meditazione sofferta sulle questioni ultime dell’esistenza, altre volte si concentra in una visione e in un verso che dice drammaticamente l’«artiglio del tempo». In ogni caso resta preponderante un dialogo costante e vigile dell’io lirico con se stesso e con il mondo, che a tratti si fa plasticamente teatrale, la voce o le voci si fanno persone e carne, punti di vista, spauriti e indagatori, in cui il dramma si presenta sia del pensiero, che si arrovella senza sosta sull’enigma del mondo, sia del corpo, dolore opaco e senza nome. Non è un caso che Il moto delle cose sia stato preceduto di qualche mese dalla pubblicazione di Ades. Tetralogia del sottosuolo – Neos Edizioni, 2017 – opera composta da quattro pièces teatrali, che sono delle vere e proprie catabasi nella condizione dell’animo umano, colto nella sua disperata solitudine e nel buio della coscienza e dell’epoca che viviamo. La stessa tensione è presente in molti versi di questo libro, ma a fianco al movimento verticale di Ades, lo sprofondare infero e la remota e forse impossibile speranza in una redenzione verso l’alto, qui i movimenti sono anche orizzontali, la linea del tempo attraversa la nostra esistenza, la trafigge, l’accelera, la rallenta, la ferma in una stasi paralizzante o la piega, la incurva in una spirale che si avvolge su se stessa, in un vortice senza tregua che si arresta solo con la fine. L’esistenza, i suoi moti incessanti, i suoi rovelli insolubili e ineludibili, sono la condizione intrascendibile della riflessione poetica, il suo alfa e omega.

Il moto delle cose è un’opera, quindi, che procede per stratificazioni di senso e linguistiche. I versi, tra le altre soluzioni stilistiche, mostrano  la loro natura drammatica nell’uso incalzante dei verbi riflessivi che sembrano nascere da una tensione interna delle cose, sempre sul punto di deflagrare, che le porta a mostrarsi, a trasformarsi quasi per intima e ineludibile necessità. Le parole si fanno dense, precise, serrate nel loro significato fino a tracimare l’utilizzo ordinario, sia grazie a una particolare posizione nel verso e nella frase o sia grazie ad una torsione del significato comune, in tal modo esse rivelano un senso inaudito, le parole assumono al tempo stesso una dimensione nuova, aurorale e originaria. Vi è, dunque, una tensione spasmodica della lingua di questo libro, come nell’opera tutta di Pontiggia, nell’aderire quanto più possibile alla cosa da dire, all’oggetto della visione e del discorso, la parola quindi ha come sua necessità interna la precisione estrema; una fatica di Sisifo forse, ma non per questo  meno impellente e necessaria, solo così si si può dire quel che c’è da dire senza sbavature o cedimenti. La classicità del dettato di Pontiggia risiede proprio nella risoluzione di questa tensione linguistica in un punto di equilibrio in cui le forze contrapposte della parola e della cosa trovano una sintesi estetica e veritativa, sintesi provvisoria ma che si fa punto significativo  e paradigmatico nell’infinita linea del tempo, il punto di osservazione che separa l’indistinto del flusso del divenire, un approdo momentaneo ma necessario nell’implacabile moto delle cose.

© Francesco Filia

***

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.
Che siano limpidi – per guardare il cielo
alto –

e severi, se così è il tuo animo.

*

Rovine, trombe, quando
chi siede, in un giardino
di pensieri e di aranci, sente
all’improvviso un urto, scricchia
il terso dei cieli, s’incavedia
il lume della vita – arco, stame

sfinge

*

E in un vimine, in un filaccio
di stoppia, nel viticcio
che si avviluppa – sovrano, irripetibile –
alle correnti, ondose, dell’aria, è

cielo
e fuoco,
terra che smotta, acque
che sprofondano in altre

acque

*

Nell’ordine uncinato delle cose,
nel suo fulgore di fuoco e di vento
in ciò che è
e non è

impazzano

gli atomi della mente, nomi
infrazionabili

*

Una linea infinita di tempo
ci precede; un’altra
ci segue: attoniti le contempliamo,
sospesi fra due mondi
indifferenti, lontani. Eppure, niente li separa

se non te, che guardi.

*

Tutto è natura, anche la fine
– la fine, soprattutto, il soffio

che da noi evade,
scatta, sale,
sormonta
il giogo immenso del tempo, poi
sbatte, precipita,
s’infima
nella corteccia delle cose,

fumo, fuga,
impronta di ciò che fu, ultima

ruga

Da Le muraglie del mondo

5
E t’immoti, nel tuo ultimo qui
come nel primo, ti incateni
agli stupefacenti velami del mondo
– ori che razzano, ombre, lumi
di poco, nomi
che s’inabissano in altri nomi, sensi
petrosi, sepolti

in una voragine di fuoco

6
E in un vimine, in un filaccio
di stoppia, nel viticcio
che si avviluppa – sovrano, irripetibile –
alle correnti, ondose, dell’aria, è

cielo
e fuoco,
terra che smotta, acque
che sprofondano in altre

acque

7
Guardi, e temi
nello stridìo rigoglioso delle cose
che scrollano
da sé ogni nome

vibrano

s’impollinano, tumultuano
all’appello

di un ordine incessante

Milo De Angelis, Tutte le poesie

 

Tutte le poesie di Milo De Angelis (Mondadori, pp. 464, € 22,00, 12,7 x 19,7 cm, brossura con alette) è una pubblicazione necessaria, e se mai ce ne fosse stato bisogno, lo conferma anche il fatto che è già esaurito e si sta procedendo alla ristampa. Il libro oltre a raccogliere tutta la produzione edita di De Angelis, dall’esordio di Somiglianze (1976) a Incontri e agguati (2015), comprende una cospicua selezione di inediti giovanili, alcuni ritrovati, altri esclusi dal primo libro, e una nota dell’autore che ripercorre il suo rapporto con la poesia e cerca di rispondere alla domanda delle domande per chi scrive in versi e non solo: Cosa è la Poesia? Chiude il volume una precisa e ampia postfazione di Stefano Verdino, che ripercorre l’intero percorso in versi di De Angelis, mostrandone l’intima coerenza.

Il merito di questo libro è quello di rendere accessibile nella sua totalità una delle esperienze poetiche più importanti e radicali degli ultimi quarant’anni. Una poesia che ha segnato più generazioni di lettori e poeti. In cui la parola poetica diviene, anzi ritorna ad essere, un’esperienza essenziale del Mondo. In De Angelis ritorna la tragica serietà del dire poetico. È questo che ha sconvolto generazioni di lettori, il superamento di colpo da un lato dell’esperienza delle neoavangaurdie con il loro portato ideologico e impegnato a destrutturare la tradizione, dall’altro di tanto lirismo novecentesco, anche nella sua declinazione orfico-romantica. A partire da Somiglianze De Angelis mette in atto un poesia che intende ritornare alle origini, alla radici del dire, che vuole rinascere come esperienza veritativa e fa questo attraverso una nitidezza ed esattezza espressiva rara, come rileva Verdino nella postfazione, ed anche attraverso un lavoro sul verso in cui il dettato stesso si fa vertigine e visione, tensione spasmodica e strappo. Si può affermare che in De Angelis, pur essendo egli nella forma, nell’uso del verso e del lessico, radicalmente contemporaneo, vi è il ritorno di un’esperienza che è all’origine della cultura occidentale, l’unità di pensiero e parola, sintetizzata nella parola greca logos, che può significare sia parola che pensiero. La poesia dialoga strettamente con la teoria, con il pensiero, è questo che emerge potentemente in tutti i testi di De Angelis e che viene confermato, se mai ce ne fosse bisogno, anche dai testi inediti giovanili. Pur tenendo ferma la distinzione tra poesia e teoria, in ogni verso vi è un dialogo costante e drammatico, pensiero che si fa sangue, parola che si fa riflessione e visione folgorante. La poesia per De Angelis è una esperienza conoscitiva, è una conoscenza per via estetica, la parola deve dire, obbligata da un vero e proprio imperativo categorico, da una legge che la precede e pretende obbedienza, la dimensione finita e tragica dell’esistenza. Solo accettando che ogni cosa finisce irrimediabilmente, e con le cose una parte di noi che si perde senza rimedio, si può rendere giustizia alla nostra esistenza. Si rende giustizia alla vita e a ogni suo evento, relazione, gesto, non procrastinandola, non estenuandola, ma lasciando finire ciò che è già decretato finisca, questa è la vera profondità tragica, che compie interamente la sua giustizia essendo radicalmente ingiusta verso ciò che è destinato perisca. Questa, a mio avviso, è l’intuizione centrale e ossessiva della poetica deangelisiana, che viene diversamente declinata nei suoi vari libri: la finitudine umana che entra in conflitto tragico con l’immensità enigmatica e implacabile del Tutto.

La poesia, come esperienza originaria dell’uomo, non può far altro che tracciare delle linee, cercare di dire l’enigma dell’esistenza senza mai poterlo svelare del tutto, preparare i mortali, per accenni e strade solo in parte esplorate, a quell’appuntamento definitivo che rende la vita quel che è e l’apparenta all’eterno.
Questo libro, dunque, ci restituisce una delle grandi possibilità e percorsi della poesia contemporanea italiana, la si condivida o no fino in fondo, un sentiero che vede in Milo De Angelis una delle svolte decisive e vertiginose. Adesso bisogna solo porsi in ascolto del silenzio essenziale di questa parola e mettersi in dialogo serrato con esso.

© Francesco Filia

L’idea centrale (Somiglianze, 1976)

È venuta in mente (ma per caso, per l’odore
di alcool e le bende)
questo darsi da fare premuroso
nonostante.
E ancora, davanti a tutti, si sceglieva
tra le azioni e il loro senso.
Ma per caso.
Esseri dispotici regalavano il centro
distrattamente, con una radiografia,
e in sogno, padroni minacciosi
sibilanti:
“se ti togliamo ciò che non è tuo
non ti rimane niente”.

*

Viene la prima (Somiglianze, 1976)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

*

I bastoni (Millimetri,1982)

I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.

*

Semifinale (Biografia sommaria, 1999)

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

Riccardo Prencipe – Inediti

 

Le Rotaie e il porto

Apre il collo a cobra la preghiera
scalcia sulla ruggine il mio ascolto,
orda di papaveri
sul binario morto

 

I franchi tiratori

noi siamo le antenne degli insetti
che afferrano dall’aria
le vibrazioni di ciò che sarà
e le trasformiamo, senza paura,
in inni alla gioia
rapsodici e popolari

 

La casa del ponte

In una casa di provincia
iniziai a sognare
le notti di Roma
in cui avevo dormito
e le tante in cui avrei vissuto
non c’era macchia nella prepotenza

le colate di cuoio sul bianco
frustate di cinghia senza religione
erano solo percussioni vogliose
sui muri della mia casa,
la casa del ponte.

La casa del ponte
è un parco infinito

c’è un colombario
sotto la terra del padrone
che ho scoperto senza io
e poi ne ho fatto nido

le lucertole dai tubi mi guardano
come un boia in ciabatte
che ha ucciso i loro nonni

gli assaggi ladri d’uva
e l’umore di chi la sciupa ancora,
tante notti piene d’orme:
le flotte degli amici.

Un esercito di racconti a passo svelto
che giocano di notte a nascondino
tra le more assonnate
e gli alti ricci

la mia culla è nata lì

Nell’aria, ingenuo, il male
al ritmo dei campi,
ascoltavo i narratori.

Un solo negozio
un solo sapore
pochi suoni
e gli amori, alieni in embrione
erano fontane di fantasia.

Alla fine della strada
una capanna,
ricoperta da piume metalliche,
radunava gli scugnizzi taglialegna.

(altro…)

Antonio Perrone – Inediti

 

****
Non esiste misurare l’esistenza
con l’insieme delle vite
né l’esistere del tempo
con l’insieme dei due tempi
misurare col finito l’infinito
percepire con l’effimero l’eterno

****
L’esistenza è composta da kairoî
posologicamente indivisibili
qualitativamente valutabili
innumerevoli unità non mi-
surabili alla pari dei due chronoi
(ossia le quantità quantificabili
del tempo percepito e sequenziale)

****

Problema scaccia problema dal più
grande al più piccolo come in un gioco
di scatole cinesi infinito
pensiero scaccia pensiero dal più
innocuo al più grave in senso inverso
alle urgenze dei mantra sociali
la mente è un trivio di forme ossessive
dentro le quali si vive ingabbiati

****

Sei come un elemento presocratico
ragione primordiale della vita
(la mia)

****

4 o 6 e 10 o 4 e 6 e 10 o multipli di 2
sommati fino a 10 (a volte anche
a 11 –più raramente 12–),
librati sugli accenti delle let-
tere ordinate in sillabe: giù e
su, su e giù « la prima no, neanche
la terza. Solo le pari sono i codici
da decifrare, i numeri da met-
tere in sequenza come crome e se-
miminime». Ordinare la materia
è secondario rispetto alla norma
che separa dal “come” i “perché”,
e la terzina non è esoteria
se la cascading style sheets è l’e-format.

 

****
Avrai bisogno d’anni
per imparare
avrai bisogno d’anni
per dis-imparare
(l’arte della scrittura
-se di arte si può
parlare- è la misura
ma il metro è multiforme di natura)

 

 

Antonio Perrone (Napoli 1991) è insegnante di materie umanistiche per la scuola secondaria di secondo grado. È laureato in Lettere Classiche con 110 (discussa una tesi sul Carducci classicista), e in Filologia Moderna cum laude (discussa una tesi sul topos delle foglie cadenti). Conosce l’inglese ed il francese, con certificazioni di livello B2. Redattore di Levania rivista di poesia, pubblica nel 2016 il volume Curae per la Limina Mentis editrice, ed è presente in varie antologie (tra cui Nazione Indiana, con estratti dalla stessa silloge), è inoltre candidato alla raccolta edita dalla Marcos y Marcos per i giovani poeti del 2019. Un suo contributo scientifico in materia di letteratura comparata è attualmente in pubblicazione con Aracne (novembre 2017).

Rosanna Bazzano – Inediti

da Ciclo di Amanda

Amanda che pigoli piano nelle
sere fredde, e stai assopita
dentro il tuo patire il gelo,
il male, e la vergogna di
essere al mondo senza preavviso.
Ti chiama il vento, nel randagio andare
ma tu, piegata sul rosso della fiamma
mediti primavere di ciliegi bianchi
e batti piano la selva delle ciglia.

 

da Giaculatorie

..e c’è un filo sottile
tra Nisida e Coroglio,
una lingua di terra.
Una lingua di terra
battuta dal mare e dal vento.

(Nisida e Coroglio sono due promontori che si fronteggiano nella zona di Bagnoli, tenuti insieme da un pontile, che a guardarli da lontano sembra un’esile linea, Nisida sarebbe un’isola in realtà)

 

*

…e anche seduta,
davanti ai ceri accesi dell’altare,
ti fisso
e ricomincio
amando ciò che hai tralasciato:
una donna semplice, seduta,
davanti ai ceri accesi di un altare.

 

*

… e sul greto asciutto
della mia lingua
è scivolato piano,
unico verbo
che mi faccia viva,
il pio gerundio
amando”.

 

*

…e scrivo,  scrivo, scrivo.
Giaculatorie, preghiere,
l’eterno riposo a quest’amore.
Anche così può andare via il dolore?

 

da Prospera Paturnia

Vuie me guardate cu nu pizzo a rriso
comme si me vulisseve cuffià
redenno m’’ite ditto ca so’ brutta
cu a’ capa fresca ’e chi me vo’ ncuità.
Ve donco nu cunziglio, mio signò,
si vuie sapite addó ’a bbellezza è certa
jatece pure ca a’ tavola mia
già stammo astritte e tengo ‘a ggente all’erta…

 

Mediterranea in ogni suo sentire, è nata a Floridia (SR), vive e gestisce un Caffè letterario a Napoli, e ha un pezzetto di cuore a Ermioni, in Grecia.
Per quattro edizioni dal 2005 al 2008 viene insignita del Premio Internazionale alla cultura
per la poesia del trofeo Medusa Aurea bandito dall’Accademia Internazionale di Arte Moderna di Roma. Nel 2009 vince il premio nazionale Il Fiore e le viene assegnato il Premio Gilda Mignonette per aver dato lustro alla cultura napoletana. In vernacolo vince nel 2006 e nel 2009 il Premio Carmine Capasso di Napoli. Per la prosa ha vinto con due racconti brevi il premio letterario La mia pagina nel 1991 e il concorso bandito dalla Associazione A.L.I. Penna d’autore, di Torino nel 2005, finalista in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali è presente in numerose antologie.
Nel 2009 pubblica, unico autoprodotto, la autobiografia poetica “L’Olivo Saraceno”.
Del 2012 è “Lune d’agosto” , Intra Moenia edizioni recensito spontaneamente dal Tg 3 Campania, da La Repubblica e 2 volte dalla rivista nazionale Poesia di Crocetti editore.
Sempre del 2012 è la favola poetica “Gelsomina e il pupazzo di neve”, Iemme edizioni.
Ancora nel 2012 il libro di ricette filastroccate per bambini “Il Mangiarime”, Iemme edizioni, su ricette della chef stellata Rosanna Marziale.
Nel 2013 esce “Il nuovo Mangiarime”, Iemme edizioni, ancora con ricette della Marziale.
Nel 2014, Incontrati a Caserta, cinque poeti campani e un editore svizzero, ed. alla chiara fonte, Lugano.
I suoi lavori sono stati spontaneamente recensiti da moltissime testate giornalistiche tra cui spiccano: Tg3 Campania, La Repubblica, Il Mattino, Il Roma, sito Riso Flora.


Su internet:
Blog: lolivosaraceno.blogspot.it;
Pagina Facebook: Rosanna Bazzano
Pagina Facebook: Il tempo del vino e delle rose

Federica Giordano – Inediti

Gli uomini straordinari

 

Hanno petto mancino
e per casa il mondo.
Sanno riconoscersi e si nascondono
nel pelo della terra,
dove minuscoli coltivano
enormi cose.
Credono nel suono e nel ventre.
Attorno a loro c’è profumo
e si crede alla magia dell’occhio.
Sono di oggi e di ieri.
Il passato gli è presente.
Rinascono con altri nomi

 *

Se si sta in silenzio
si può sentire il suono perenne
della carne degli uomini,
come una sirena nascosta nel contesto,
flusso continuo perché per uno che muore
un altro nasce e nulla cambia.
Lui ha sorgente che non ci guarda
e resta identico come un muto nelle orecchie.
Forse solo questo conosceremo dopo la morte:
quell’unico indecente suono.

 

 *

Il corpo squassato per farti nascere
mi ha reso ancor più mortale.
La paura ha esteso il suo dominio:
è il bosco di Friburgo, la sua cinta buia.
Oppure la montagna dove mio padre ha liberato
dall’urna le ceneri calde di suo padre.
Sono più mortale mentre ho il seno gonfio,
ma temo la grinza che non c’era e che già mi allontana da te.

 

 

 *

La parola perfetta è
il canto del gallo
a dire che il giorno
è il torso della mela che non mangiammo.
La voce lancinante che proviene dagli ovili
solo i morti la intendono.

 

 

Notizia biografica

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.