Autore: Francesco Filia

Alessia Iuliano, Non negare nessuno

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Da Imprevisti, Non negare nessuno, CartaCanta, 2016

*

Amen – la messa è finita
andate in pace (andate)

andate piano e diffondete

(diffondete)

la parola amen.

Amen.

Dove hai puntato
l’occhio oggi chi
tradisce chi è
il tradito – Dio

mio la confusione
è poco, confusione
è mondo ma ti sento

anche nelle lontananze

.

*

Questa notte così folta
ha la violenza
delle cose che stupiscono
quando serrata
la bocca non basta

è il tuo gridare
muto, ingiusto
giusto a metà che mi ferma –

perché lui che dorme sdraiato
sul fianco battuto della stazione
è la tua sete a chiamarlo.

Eppure la nebbia congela

mani come bandiere

.

*

Alla fine non ho dormito

aspettando i colombi
in terrazza quando la sera
sbattevi la tovaglia.

Tornano sempre
dove si mangia

senza nessuno
a scacciarli

.

*

Si poteva comunque
qualcosa

e settembre chissà –
è l’odore di marzo.

Chiariremo la forma
del niente, quando luogo
avrà avuto

l’imprevisto di nascere

.

Da Mare cardinale, Non negare nessuno, CartaCanta, 2016

*

Di nuovo è lei:
le case si svegliano
i pakistani cucinano

c’è vita ovunque, la senti?

È fatta di niente, di volti
primissime albe

e sì, anche di baci

.

*

Tornare a casa
è come non tornare
ma perdersi,
più bosco e le luci
a non dimenticare –

che del silenzio
puoi fare miniera
e dal baratro rotto
partorire bellezza

 

 

 

Alessia Iuliano è nata a Termoli nel 1995; studia lettere moderne a Chieti e Musicoterapia presso il conservatorio di Pescara. Dal 2015 collabora con la rivista online clanDestino diretta da Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano. Nello stesso anno, la Word Federation Music Therapy sceglie Thanks to WFMT, canzone di cui Alessia ha curato interamente il testo, come sua sigla ufficiale. Nel gennaio 2016 è pubblicata per la casa editrice Edizioni di pagina la sua prima traduzione dall’argentino: Il ladro di ombre, libro che nel maggio 2016 è il super vincitore del Premio Elsa Morante Ragazzi. Non negare nessuno, la sua prima raccolta di poesie, è vincitrice del primo premio al concorso nazionale di poesia “Serrapetrona – le stanze del tempo 2016”, promosso dalla Fondazione Claudi.

Fabio Orrico, Della violenza. Una guerra di nervi

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da Della violenza. Una guerra di nervi, di Fabio Orrico, FaraEditore, 2017. Opera finalista al Concorso Versi Con-giurati.

 

“I miei genitori dovevano
tenermi stretta per impedirmi di
scavalcare il davanzale (prima dei
vent’anni non distinguevo fra penetrazione
e percosse)”- ecco, io sapevo che era
impossibile
stancarsi, nonostante avvertissi il morso
della ruggine serrare il mio corpo,
nutrirsi letteralmente di me, come
un essere che ha l’autorità per farlo, il
doppio fondo di un uomo – e immaginavo la
sua corteccia cerebrale attraversata da
denti, unghie, schegge d’osso, immaginavo
il suo cuore pulsante aperto da
un grande occhio smarrito, una specie di
marionetta inesperta che si domanda
il perché e il percome…

 

Elementi del paesaggio (II)

Una volta, tanto tempo fa, dovevo fare
il bagno
nell’acqua sporca, già usata da altre persone
e nonostante questo, avvertivo
come una luce intorno a me e organizzavo
l’epica
della mia distruzione.
Tu, invece, eri già perfetto così: frignavi
e facevi economia
ma, dicevi se un uomo da bene cade in
povertà
nessuno lo soccorre e molti se ne rallegrano
e ridevi e ridevi perché
adoravo anche solo l’idea di essere scopata
da un uomo colto.
Adesso, per cercare un po’ d’aria, sono
salita qua in cima. I
profughi hanno lasciato alle loro spalle
solo una grande
malinconia e kilometri di terra straziata.
Nemmeno gli innocenti, promettono,
saranno graziati.

 

*

Ogni volta che incrociavo
lo sguardo di qualcuno mi scoprivo
a tremare: la sensazione non so
descriverla ma era fin troppo chiaro che
l’uomo sdraiato, le braccia morte
ai lati, ero io. Questo potrebbe spiegare
tutta quella fretta nell’esaurire gli argomenti
o il gusto provato nell’accarezzare
la lama al contrario. C’era il desiderio
fisico di essere l’animale, rilassare
i muscoli e lasciarsi versare
nella scodella dell’officiante.

 

*

Pensavo che bello sarebbe incrociare
le braccia proprio qua in mezzo, mentre
l’epoca dei padri raggiunge il suo punto di
fusione e si scioglie nelle smorfie della
donna che amo (…) prima di farla venire
le sussurro di riempirmi la bocca.

 

*

L’addestramento dei cani si svolgeva nell’ex
macello
comunale. C’era uno strappo nella rete
ma era
altrettanto facile scavalcare il muro di
cinta – non molto alto.
Certe bestie avevano un sorriso così umano
da risultare complici:
inquadrate dal mirino telescopico sembravano
raccomandare
cautela; a memoria tua, mai sentite chiedere
pietà.

 

*

Nessuno si sarebbe sognato di interrompere
la processione; nell’indirizzo sulla carta
da pacchi volle riconoscere una calligrafia
femminile (“…”) la verità era che sentiva
i pensieri della figlia come dita supplementari
distribuite sulla mano. Fotografie e lettere
erano sparse nei cassetti e da qualche parte
avrebbe giurato che ci fosse ancora un
vecchio
8 mm, ormai inservibile. Quando i cavalieri
passavano davanti alla sua roulotte, la
mattina
presto, speravano di scorgere la sua ombra
oltre
le finestre per poi raccontare di averlo
visto piangere.

 

*

Un viso, uno dei tanti e nemmeno
te lo ricordi e perché dovresti? I sintomi
del male
lo terrorizzavano più del male stesso, per
questo, pensavi,
aveva sbagliato mestiere. Altroché giuramento
d’Ippocrate, qui è così caldo che tutto si
scioglie, tutto
precipita. “Siamo come sassi” diceva il
primario “la
nostra parabola è breve e tra la pelle di
un uomo e
la sua terra non c’è molta differenza”.
Durante la licenza
si raggrumava tutta l’angoscia: aveva pagato
un’indigena
perché si facesse il bagno davanti a lui, lo
pensasse marito.

 

*

Il carnet pieno – tutti i balli prenotati;
sognava
le civetterie e le confidenze della cugina
di primo grado, ogni
contrazione del muscolo cardiaco evocava
lo sbadiglio della
folla. Una nuova e terribile alterazione del
senso comune
muoveva i convenuti, li sbatteva di qua
e di là. Lui
pensava: “prove tecniche di naufragio” e
interrogava
l’oracolo, la donna amata, la prostituta
in odore
di santità. Sulle colonne del tempio tracce
di materia
fecale: “sono i prigionieri pieni di terrore
che rinunciano a
ogni controllo” ma la paura, pensava
ancora, è una specie
di onda, la paura è un’onda tremenda che
non ci risparmia
e riplasma la vita nostra e altrui,
smussandone i contorni,
schiantandone la sua sofisticatissima
struttura.

 

 

Fabio Orrico è nato, vive e lavora a Rimini. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie (l’ultima, Strategia di contenimento, nel 2005 per Giulio Perrone Editore), ha scritto, a quattro mani con Germano Tarricone, il thriller Giostra di sangue (Echos edizioni, 2015) e, da solo, il romanzo breve Il bunker (ErosCultura, 2016). Scrive di cinema sul blog zonadidisagio.wordpress.com.

Annibale Rainone, I baci tra i poveri

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Annibale Rainone, I baci tra i poveri. Componimenti in versi e in prosa 1994-2015, La Vita Felice, 2016

 

La strada

Anche la strada
Gode di una fede
Attende il mattino
Fa festa a scuola

Ramino

Disegno il cerchio
(Appare) dalla memoria delle dodici e un quarto perfetto
Simbolo che io volevo chiamare caldo, il culo
Eppure chiama
Ma le parole
Sciolte per la mia politica liberistica consumistica
Non piene
Per la cura dei denti, i capricci del tempo
Per la ragione dove ci piove dentro
Fanno ritorno a me che gonfio di male, antimalthusiano
Vedo nero: africano mare

È proprio per questo
La lingua che parliamo
(E tu volevi uno sviluppo)
Mihi ex mihi
Non è data.
Perdonami perciò se non sono io a dirtelo
Ma i miei shampoo di voce
Se ho conosciuto di te
La composizione dei tuoi flashes
Le braccia per dormire e se ho amato
Cum semplicitate seniore
Il fuoco tuo nero

E tu
Mi portavi i fiori sulla tomba e neppure piangevi
L’età nel suo regresso e scommetto
Perché neanche oggi ciò i soldi per portarti all’altare

Sai, l’umanità è quasi tutta quanta boreale
Abita il 90% degli uomini tra il settantesimo e il quarantesimo parallelo
Fra i tuoi ricci
T’avrei consumato, o mio glande
Mia cara calza strumentale (casta di numeri telefonici sciatti e globali)

Ma sposami! adesso che
È molle la traccia ironica sul tuo buco
Adesso che contro di me/contro di me
Non ho conoscenza
Se non mi parli di tutto
E, via di rima: del tuo lutto

(altro…)

Monia Gaita. Inediti

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Tu rassicurami

Io non so seppellirti

e fare sosta

lontano dai tuoi arrivi.

Perché io non so sopprimerti

somministrando una ragione altra

a questo andare.

Si fa rabbiosa la fame dell’attesa,

raccoglie molti affluenti di tenacia

e raccomanda l’àncora dei giorni

alle tue funi.

Un racemìfero Dio

rammenderà

lo strappo del mio cuore,

ma io rampollerò in acerbo

dalle spighe.

E raschierò come un cancello che si oppone

all’apertura.

Tu rassicurami

che niente andrà perduto,

che la membrana o il seme di noi due

non avvampava d’ira

ma d’amore.

 

 

Imprimo il tuo nome

Imprimo il tuo nome sull’argilla.

Dalla cisterna risale fino all’ultima terrazza.

Due fiumi lo attraversano: il prima e il dopo.

Scavano ai fianchi la montagna

e inondano il terreno tutt’intorno.

Imprimo il tuo nome sull’argilla.

Coi fili tesso stoffe e annodo corde,

occupo la penisola che abiti al suo centro.

Boschi di abeti e cedri ti percorrono,

strisce di piane fertili e castelli.

Io ti cammino nel sottosuolo degli incendi

e salvaguardo oltre la copia delle forre

quel che resta:

la mano nella mano

che pigia l’uva dell’affetto nella conca

e il capo della luce

che al limitare delle perdite

ci avvolge.

 

 

Nella taiga

Ti parlo sottovoce e senza vocazione.

Sono stanca.

Forse perché lo spigolo tuo vivo

ancora mi ferisce,

forse perché ho girato a vuoto

nel lemmario dell’autunno,

forse perché un impervio di battaglia

ribolle dal profondo.

Ti parlo sottovoce e senza vocazione

mentre i cavalli tuoi selvaggi

mi galoppano i dintorni

e tu lesioni e lastrichi d’agguati

le montagne.

Io aggancio la mia slitta al tuo calesse,

saliamo in groppa

ad un macchieto di domande.

Mi ami? -Ti chiedo-

mentre si smussano

i denti della rabbia

e tento di annegarti

nella taiga di un racconto

un’altra volta.

 

 

E attendo l’ora

Fischiano i polmoni delle case,

ne premo con la punta delle dita

gli alveoli sovvertiti.

Fa male guardare il vuoto indefinito

alle ringhiere,

scioglierlo lentamente sulla lingua

come un bacio.

Il nido dell’infanzia è divorato,

scorge da un gomito del monte

una frontiera,

spartisce l’acqua del deluso

coi noccioli.

Eppure si consola

e nella polveriera pronta a esplodere

del giorno

si traveste,

sicuro di sfuggire alla vecchiaia,

al buio che lo spintona

nella fine.

E camminiamo scalzi,

le bocche sgretolate dalla bruma

di ciò che non sappiamo,

che scarica alla cieca la sua furia,

che fa dei passi

un peso liquefatto.

E attendo l’ora

che guarirà le ulcere alle mani,

che accenderà le stelle al led

nelle cucine.

Attendo l’ora

e la fisionomia di quanti

non posso più chiamare

con un nome.

 

 

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11-71 ma vive a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino.

Giornalista e critico letterario, ha all’attivo pubblicazioni in prosa, Rimandi(Montedit-2000) e in poesia, Ferroluna(Montedit-2002), Chiave di volta(Montedit-2003), Puntasecca(Istituto Italiano Cultura Napoli-2006) , Falsomagro(Editore Guida-2008), Moniaspina(L’Arca Felice-2010), Madre terra(Passigli-2015).

Presiede con Elvira Micco il Premio di Poesia e Giornalismo Giuseppe Pisano che promuove con la Proloco.

Diverse sono le riviste e le antologie che si sono occupate della sua poesia: La Mosca, Gradiva, L’immaginazione, Sinestesie, Silarus, Critica Letteraria, La Clessidra.

Collabora a “Clandestino” e “Nuovo Meridionalismo”.

Antonio Vittorio Guarino, La costellazione dell’assenza

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Estratti da La costellazione dell’assenza (Fara, 2016), vincitrice della VI edizione del premio Faraexcelsior.

*
La vita torna sui suoi passi,
occhi bassi e niente da dire
a nessuno, soltanto pensieri in testa
al corteo di pretesti precari:
comprare un regalo, del fumo,
andare in giro, incontrare
qualcuno che non incontreremo.
Fogli come colombe si alzano da terra,
piroettano in aria, lambiscono i rami,
restano impigliati nelle reti arancioni
per i lavori stradali.
Il moto di cose inanimate
predice il vuoto che appare
nascosto dalle lamiere.
C’è una forza che ci spinge
e porta – Caritas Christi urget
nos? No –: è solo il vento.
Un dio remoto dorme
in cima ai campanili,
sulle guglie, dove si annidano
nembi; non risponde, si contempla
nello specchio del cielo – l’assenza
ha il colore di un ferro ossidato.

(pag.16)

*
L’assassino ha dimenticato
il coltello in cucina.
Sta per piovere, o forse no,
e nessuna sorpresa ti attende all’angolo.
Il terzo segreto è stato rivelato
un po’ di anni fa. Adesso
bisogna camminare nella verità
e non cercare sul volto
i segni del morbo,
dei sogni, delle pulsioni
abnormi che tendono i nervi
facciali in smorfie di
contenimento. Bisogna fare
i conti, e devi farli bene,
con tutto quello che ha smesso
di aspettarti, con tutti
gli appuntamenti mancati – la strada
è piena di fantasmi.
Il mondo è crudele senza riti,
e il tempo scade senza sorpresa,
ma a te non dà nessun preavviso.
Perciò cammini,
e ad ogni passo
perdi qualcosa: si comincia
quasi sempre da una matita,
e poi ci si ritrova nudi
e forse mutilati sul bordo
di un pontile, dove vorresti
ci fossero i suoi occhi a
guardarti e non solo l’azzurro.

(pag. 18)

*
Pensa ai quadri, un perimetro di rifugio
dove l’immagine è riassunto del tutto
e miliardi di piccoli segni vanno a comporsi,
solidificarsi nella scalarità del dettaglio,
dall’infimo all’enorme, l’insignificante macchia
che si fa forma del reale. Gli oggetti, specie
nella solitudine, privati di relazione,
mostrano il loro significato, o meglio sono
mostrati come del tutto vuoti, inutili, quasi
senza materia. Questa povertà manifesta,
non compresa, è il limite di ogni discorso
sul mondo, la negazione di una ragione
intrinseca alle cose. Tutto qui muore,
tutto qui è fermo anche se mima
il movimento. In definitiva i corpi
sono sempre e solo carcasse inermi,
ossa ottuse senza spiragli, senza
profondità in cui si possa discendere
come in un pozzo artesiano: qui
Alfredino non è caduto, qui nessuno
si è calato per salvarlo: il contenuto
è inesistente e la scatola è spianata
in modo da non poter ricevere nient’altro
che la luce. Del resto, in principio,
lo Spirito aleggiava sulla superficie.

(pag. 20)

*
La bellezza è nell’occhio
mucido di chi guarda
commosso ciò che
non riconosce: il nulla –
l’altro è dentro,
come un reietto che
osserva il paesaggio,
forse è solo un corpo
scomposto ma immobile,
un presagio del nostro
disegno, un abbozzo di
quello che saremo domani,
oppure già siamo –,
questa grazia
flagrante di rottami
in forma di amanti,
di arti divorziati
da altri arti, nervi,
epidermidi, tendini
tesi nello sforzo
della carezza, che sfiora
ma non tocca, che si lascia
nell’imperfetto tempo
dell’orfano.

(pag. 28)

*
Restare è impossibile,
come diceva Rilke;
l’odore si disperde
del nostro volto – in quale
volto? – subito, nel tempo
di poche carezze,
e non lo trattiene
la porta chiusa
delle stanze
in cui ci lasciamo
ovunque con impronte
e bave di particelle
vorticanti, eliche
deformi e serpenti mozzi
Dunque indosseremo
il berretto del progresso
per salutare gli angeli
da guardia che sostano
sempre laddove finiamo
o stiamo per apparire.
Evadendo dal limite,
il nostro destino si compie
e scompare, e in un qualche
modo rimane nella replica
del passo di ciascuno,
come tentativo di
immortalare il mortale
della nostra condizione
di esseri che non
sussistono in sé stessi,
ma per altro: il solo che
può trattenerci,
traslati come cosa,
oltre, dove già più non
siamo il perimetro
di tempo che ci raffigura.

(pag.39)

*
Ma tutte queste cose
mediti nel cuore, attardandoti
nella lenta ora a cucire
mistero a mistero,
chiudendo le labbra
in lembi di dita,
toccandoti, sola,
il seno che duole.
Accoglieresti la luna,
il sole, le onde in
fiamme e tutti i venti
che percuotono la terra;
sul tamburo del tuo ventre
lasceresti scandire in colpi
il tumulto crudele e
innocente del sangue,
sciogliendo, carne
nella carne, la mia,
la tua assenza – il fantasma
del mondo che ci osserva
dall’altra parte, da occhi
diversi, mentre noi
con gli stessi
vedremo non più
come in specchi, ma
finalmente faccia a faccia.

(pag. 47)

 

Antonio Vittorio Guarino (Napoli, 1985) vive ad Avellino. Laureato in Filosofia e comunicazione presso l’Università degli studi di Napoli “l’Orientale”. Ha pubblicato: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011) e La costellazione dell’assenza (Fara 2016). Alcuni suoi testi sono presenti su riviste, antologie e siti web.

Melania Panico – Poesie inedite

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***

Calcola il ritorno
calcola gli sfoghi a perdere
la storia del nostro fallimento raccontata in un libro
calcola la clinica
il sangue prestato alla scienza la sala d’attesa devi essere paziente
.                                                                         devi essere paziente
l’antidolorifico splendente
le luci anche di notte l’artificio della calma
affrontare il giorno a occhi aperti la solitudine
gli spiragli nella solitudine il misticismo
calcola respirare camminare a testa alta salire su un treno
non fuggire
calcola non fuggire confondersi con le cose
mai appassire

 

***

Dentro le cose arrese si tengono i paesaggi
i fiumi che si scontrano, l’aria immobile
e noi che non torneremo più.
Il tempo guarisce col tempo
non conta andare o chiedere
perché ci siamo ritrovati soli?
Restare è un verbo che si impara tardi.

 

***

Ho l’estate confessata sulle dita
nella sigaretta
valuto se è giusto ristabilire il cordone
restarmi nelle mani come un re
esaudire il desiderio
dopotutto la scrittura è mutata
 è naturale insabbiare le ombre –
ti aspetto e tornerai
(ho imparato i passi del ritorno)
tornerai radice o erba scomposta

 

***

l’aria già preme sui bastioni alberati
sulla grondaia illuminata
agosto sui cuscini
così mi accerto di tutto
il vuoto le scogliere la riga sugli occhi
poi l’alba, qualcosa come un pensiero inosservato
so quanto costa mantenere il bianco
proteggerlo, raccontare il modo perverso delle lettere
ma cos’è questo arrendersi sul viso?
solo il muro di fronte chiede tempo.

 

***

Nella memoria la tua sembianza è una scala
un temperino che gratta in superficie
resiste solo il profumo di vecchio
nella notte a clessidra
questo amore è un presagio ferito
inabitabile
come la sala d’aspetto di una clinica
e poi autenticare il vuoto è un lavoro da artigiani
si può stare in silenzio
tutto diventa compulsivo
il rapimento della finestra
la traccia delle smagliature di vetro
che non sanno più appartenere al corpo
l’agglomerato feroce delle ore.
Il restare funziona così:
è un patto
è disporsi in direzione contraria all’ombra.

 

***

Soffrivamo la vertigine dei nostri incontri
il futuro già scardinato
in silenzio a cercare un’area di non smarrimento
 sempre –
nella testa era già tutto scritto
forse eravamo due gocce di plastica
in pericolo di trovare la comprensione
o due candele all’aperto quando va via la luce
poi una pioggia di antefatti e le piastrelle
arrese alla dinamica del quotidiano.
Quanto abbiamo aspettato prima di arrenderci?

 

 

Melania Panico (Napoli 1985) è laureata in Filologia Moderna. Ha lavorato nel settore editoriale. Insegna italiano e latino. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati in antologie. Nel 2014 ha vinto il Premio Speciale della giuria nel concorso nazionale di poesia “città di S. Anastasia”. Vincitrice del Premio di Poesia “Ambrosia”: opera prima Campionature di fragilità (La vita felice, 2015). Nel 2015 risulta vincitrice, per la sezione inediti, della seconda edizione del premio “La fenice aquilana”. Con Campionature di fragilità ha vinto il premio Opera Prima nel concorso nazionale “città di S. Anastasia” ed è risultata finalista al premio Elena Violani Landi edizione 2016. Con l’inedito è tra i vincitori del premio Gozzano 2016. Collabora con la rivista letterario ClanDestino ed è responsabile del salotto letterario di “ArtGallery&Salotto Letterario Design” di Napoli.

Dire di Fabio Micheli – Nota critica

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Scrivere del libro di Fabio Michieli non è impresa facile per almeno due ragioni: 1) perché si manifesta come un lavoro in corso, in quanto pubblicato in prima edizione alla fine del 2008, è tutt’ora oggetto di un’ampia e sofferta riscrittura che dovrebbe portare a una seconda edizione nei prossimi mesi. Questa riscrittura, a cui il sottoscritto ha avuto accesso, è essa stessa un libro nel libro e amplifica, potenziandoli, molti temi centrali della prima edizione, basti pensare al tema della memoria che diventa, in una nuova sezione dedicata alla figura paterna, un vero e proprio dialogo con le ombre, un corpo a corpo con il senso dell’esistenza; 2) perché, paradossalmente, proprio per essere un lavoro soggetto a una potente riscrittura, è un libro che aspira a una compiutezza estrema, a una limpidezza cristallina, ottenuta con un lavoro di sottrazione e cesello certosino, che respinge qualsiasi sovrabbondanza interpretativa e si presenta come un tentativo estremo di espressione di purezza, in cui il verso fa tutt’uno con il bianco, con la pagina bianca da cui sorge (volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca quasi pura).

Dire – L’arcolaio, 2008, con nota di lettura di Augusto De Molo e foto di Anna Toscano –, dunque, è un libro radicale, nel senso etimologico del termine, sin dal titolo, si confronta con la radice del poetare, con la sua espressione primigenia, il ‘dire’ appunto e lo fa riuscendoci in maniera originale, grazie al continuo confronto con la tradizione poetica italiana e classica. Questa necessità di scavo e di confronto con gli archetipi della nostra cultura, che non ha nulla della pedanteria archeologica o pseudosperimentale di tanta poesia contemporanea, emerge dalla presenza di tante figure del nostro immaginario letterario – San Sebastiano, l’Ulisse di Dante, le Muse – ma anche e soprattutto dalle due poesie dedicate esplicitamente al mito di Orfeo ed Euridice, in cui si sviluppa un dialogo breve e intensissimo, un botta e risposta serrato che definisce il perimetro del quadrilatero vita, parola, amore e morte che fonda il libro di Michieli. In questo perimetro si muovono tutti i testi, guidati in un invisibile filo comune dalla memoria, che non è una semplice memoria personale di luoghi (Venezia su tutti), eventi, persone, ma è una vera e propria memoria pensante che attraversa e fa riemergere immagine archetipiche sedimentate nel profondo. Il dialogo tra Orfeo ed Euridice, in cui lui parla nella prima poesia e lei risponde nella seconda, nella sua drammatica brevità, mostra il rapporto tragico tra canto, amore e morte. Come sottolinea De Molo nella sua nota di lettura, l’originalità del dialogo è data dalla risposta di Euridice. Ella sa, a differenza di Orfeo, che il canto non può salvare dalla morte, che essa è un limite invalicabile e che riattraversare il Lete non è dato ai mortali, ma invece può eternare l’oggetto del canto e dell’amore, proprio annullandolo come principium individuationis, attraverso una trasfigurazione che trasforma il corpo, la carne in parola. Una trasfigurazione che permette di riconoscere il niente che siamo per aprire la via al tentativo di eternarsi della poesia. Solo riconoscendo il nostro esser finiti possiamo aprirci all’eternità del canto, la resurrezione è soltanto, ma forse è già tanto, nelle parole e nella memoria, il portato classico ed etico del dettato di Michieli è in questa verità.

L’intera opera, come una partitura che riprende di volta in volta i temi e i leitmotiv del dettato poetico, è attraversata da una musicalità sommessa ma costante che, reggendosi sull’architrave endecasillabica, crea un melodioso andante che è il tessuto sonoro di tutte le composizioni, un sottofondo di armoniosa lira, per rifarci ancora una volta all’archetipo di Orfeo, che però alcune volte assume le note di un malinconico tango che dalle strade del ‘900 e della contemporaneità dialoga con la musica degli antichi e delle sfere celesti. La poesia è mèlos e dire, unione inscindibile, totalità che scaturisce dalla visione dall’immagine, per tradurre il titolo della poesia Das Bild. La poesia è un tradurre l’immagine, la visione in parola e in quanto immagine e parola essa si fa forma (Gestalt) e informa di sé l’intero dettato, come unione inscindibile di musica e senso, parola che suona e che dice e dà vita a un tutto che è maggiore della somma delle pari che lo compongono.

L’aspirazione del poeta è di scorgere, di aver visione del tutto che ci comprende, ma il vedere è anche e soprattutto un esser visti dalla forma e l’esser visti, scorti, frugati è un esser riconsegnati alla nostra finitudine, essere consegnati alla nostra fine costitutiva. Il tema della fine è strettamente connesso a quello di limite, il limite è ciò che ci definisce appunto, che separando dà forma, la sottrazione crea la forma in cui emerge un senso che ci ha preceduto e che ci sopravviverà, un macrocosmo a cui far corrispondere il microcosmo che l’io lirico è. Ma questo nesso nei versi di Michieli ha poco o nulla di rassicurante, la forma e l’immagine da cui scaturisce il senso del limite sono percepiti come problematici, come qualcosa che non è dato naturaliter ma che è una conquista. L’esser forma, nell’esistenza di ognuno di noi, può darsi non come pienezza ma come vuoto per l’io lirico che non sa chi è. Il pericolo insito nel vivere e nel dire è diventare una sagoma a cui non corrisponde niente e che mette in evidenza in maniera plastica il contrasto irrisolto dell’esistenza, come mostra perfettamente la poesia Sebastiano (A volte penso di essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sono ancora). Imparare a finire è una conquista esistenziale e morale, che spesso risulta irraggiungibile, bisogna attraversare il negativo che abita l’esistenza, l’inganno che ci vive, nella consapevolezza che nessuna sapienza è data una volta e per sempre (e non so mai quando è giusto finire).

In questa prospettiva il testo Epigramma assume un valore paradigmatico, sia per l’utilizzo di una forma classica, sia per il richiamo alla tradizione novecentesca con Montale citato in epigrafe, sia, soprattutto, perché la parola, in questa poesia, è presa direttamente dalle Muse che rispondono alla domanda del poeta, l’unica forse che i poeti hanno sempre posto: chiedere versi. La risposta delle Muse non è evasiva, le Muse inviano versi ma a determinate condizioni, loro presiedono all’ispirazione che unisce i poeti e gli dei, inviano parole sotto forma di versi canticchiati, come usava un tempo, i versi volano di bocca in bocca per giungere al poeta che deve saper porre ascolto, la parola poetica non si concede a chiunque ma solo a chi ne comprende il codice, la struttura che la rende quel che è, la forma: attento a non dimenticare/ che la rima chiude il tema iniziale. La poesia, in quanto forma e canto, chiede compiutezza, è un circolo che si chiude e in cui il poeta è un semplice punto della circonferenza. La poesia è dunque un ritorno all’origine di cui il canto del singolo poeta è solo un infinitesimo segmento, ma che aspira ad essere un punto decisivo e inaggirabile. Il ritorno all’origine, che ogni dire poetico è, mostra la propria originalità nel percorso, nel segmento di cammino che la singola voce poetica intraprende. Il tratto originale del percorso di Michieli si manifesta chiaramente nell’ultima poesia della raccolta, in cui il rapporto tra parola e vita viene sintetizzato nella figura dell’Ulisse dantesco che però si moltiplica nei tanti Ulisse quotidiani, anonimi alle prese con le loro personali odissee. Il senso dei versi danteschi subisce un rovesciamento epocale, la consapevolezza che non fummo e quindi del nostro dover essere oltre il mero dato dell’esistenza si trasforma nell’ineluttabilità di essere sempre più a brani su sfatte pareti alle prese con la sconfitta delle nostre esistenze, alle prese tragicamente con la nostra pesta dignità. La poesia è dunque non salvezza ma luce e consapevolezza estrema dell’unione drammatica dell’esistenza con le forze antiche che ci attraversano ed è il cercare di tenerle insieme, di dirle di chiuderle in forme che abbiano il sigillo dell’irripetibilità.

Francesco Filia

Utopia fuggiasca, Federica Giordano (di Enzo Rega)

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Iniziando a parlare del libro di Federica Giordano, Utopia fuggiasca, Marco Saya Edizioni, 2016, è il caso di cominciare dal titolo e dalla copertina. Dunque, il titolo: Utopia fuggiasca. È solo la terza e ultima sezione del libro a intitolarsi Utopie. Ma se poi il libro tutto riceve questo titolo, vuol dire che per l’autrice la questione è cruciale, nel suo libro, nella sua poesia, nella sua vita. Possiamo dire che la letteratura, e la poesia in primis, è sempre “utopia”, e che l’utopia, come qualcosa che non si raggiunge e non si realizza mai pienamente, è sempre fuggiasca, fuggente, sfuggente. Chi scrive (ma anche chi legge, e attraverso ciò che legge) si protende tra il qui e ora e l’altrove, tra i reperti – sia detto in senso psicologico-psicoanalitico – della propria quotidianità, che cerca di comprendere, e un mondo altro, inteso sia in senso esistenziale che in senso altamente politico, che tenta di prefigurare. Una possibilità altra, un mondo migliore. Utopia, è vero, già nel titolo della celebre opera di Tommaso Moro, è costruzione dal greco ou, cioè non, e topos, luogo: quindi il non-luogo che non esiste. Ma in inglese si gioca con l’omofonia, costruendo il termine con eu, buono, e topos, luogo: in inglese si pronunciano allo stesso modo, ottenendo una polisemanticità che sta quindi a significare: un luogo buono che non c’è; che non c’è ancora, possiamo aggiungere, ma al quale i nostri sforzi potrebbero farci approssimare. Il poeta, e quindi Federica Giordano, e quindi questo libro, stanno tra il qui e l’altrove: tensione tra concreto/astratto che, come nota Bruno Galluccio nella sua prefazione, è ben rappresentato dall’illustrazione di copertina di Riccardo Varini: radici in basso e, dopo una sospensione che in linguaggio matematico oltre che in quello letterario potrebbe essere rappresentato dai puntini, i rami che si protendono verso l’alto, verso un sole, la cui luce è indispensabile per la vita, un sole che non verrà mai raggiunto: ma senza questa tensione/tentativo non ci si muoverebbe, non si crescerebbe.

Una lunga premessa che però credo serva a cogliere il senso della poesia, e l’intentio, di Federica Giordano. Ecco, semplificando, la prima sezione, Luoghi bianchi, è il qui, il concreto, il reperto anche spesso geograficamente localizzato, una geografia non solo orizzontale, ma anche verticale che va in profondità per gli echi che suscita. Luoghi: appunto, per dirla in greco, topoi. Sono luoghi bianchi, forse perché puri, incontaminati. Infatti, nel testo d’apertura, che dà il titolo alla sezione, leggiamo: “Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo: / gli occhi del cavallo – ossi di nespola / il pianoforte e la scordatura avorio, / il sorriso alla sconosciuta. / Il volo del nibbio sulle case, la giornata lenta di Morano”. Dove “luogo” non indica solo il “posto”, uno spazio fisico, ma anche un luogo della mente, nel senso che può avere l’espressione che troviamo a volte in coda a qualche volume e che recita “indice dei luoghi”: ovvero i temi, le tematiche trattate. Ed ecco altri luoghi, concreti e astratti allo stesso tempo, come Ercolano, Pompei, Il teatro di Miseno, Cuma che, pur visitabili qui e ora, si ripresentano nell’eterno ritorno del mito, come diceva René Girard. Anche luoghi più prossimi nel tempo, come il Petraio a Napoli, che potremmo consumare nella distratta quotidianità attuale, si trasfigurano nella luce del mito e della storia: “Luce gialla sul Petraio, / Gatto-Anubi impietrito sulle scale. // Giù dal porto brulica una confusione turca. // Il Mediterraneo intrappolato nei suoi occhi, / una scossa talentuosa e criminale”. Il toponimo “Petraio”, rafforzato dall’assonanza creata con l’aggettivo “impietrito”, ci richiama più cose: da un lato, la concretezza materiale del riferimento e il radicamento alla terra, dall’altro le pietre, intrise di storia e mito, delle stesse città di Ercolano e Pompei. Per quest’ultima, per fare un esempio, leggiamo: Quella pietra longilinea / è risveglio di madre antica”, in cui troviamo il tutto conciliato nell’immagine della madre-terra come origine. La chiusa di Ercolano parla di una “corolla avvelenata / che ha nome memoria”. Questo sentimento originario è racchiuso anche nei versi dedicati a una regione italiana interna, ma nello stesso tempo con affaccio sul mare: “La Basilicata è tutta un timore di mandria che perturba il silenzio. / Primitivo e perentorio il canto corale delle pietre”; una Basilicata bucolica e mitologica insieme che ci ricorda Leonardo Sinisgalli. Sulle ciglia fatte navigli, siamo portati all’altro capo del mediterraneo, a Istanbul, nell’incontro di Europa e Bosforo con versi che hanno cadenza ieratica accentuata dalla spaziatura che tra verso e verso interpola uno spazio bianco e un respiro trattenuto: “Con gli occhi neri e scavatori / guardasti tutto ciò che dentro di me era Europa, / per te è stato niente, una delle onde del Bosforo, / le tue ciglia lunghe navigli”.

Un’utopia che dunque guarda anche al passato, un passato che, rivissuto nella memoria storica, diventa acronico non luogo, un non luogo senza tempo, e perciò eterno, e perciò futuro. È il modo con il quale viene reinterpretata la figura di Ifigenia, sacrificata per propiziarsi la conquista di Troia. Nella seconda sezione, infatti, intitolata appunto Ifigenia siamo noi, la giovane greca incarna tutte le donne, madri sorelle mogli figlie, che lottano per la libertà in qualunque tempo della storia e in qualunque luogo della terra. Con il loro sacrificio, come scriveva Giuseppe Vetromile, introducendo l’antologia a più voci femminili Ifigenia siamo noi (Scuderi editrice, Avellino 2014), in cui originariamente è comparso questo gruppo di poesie di Federica, sono le donne che con il loro ‘sacrificio’ (il sottotitolo di questa sezione è infatti “poesie-sacrificio”) trasformano la civiltà e la storia: un’utopia fuggiasca che si va realizzando spostando continuamente avanti il proprio traguardo. E scrive Federica: “Scegli Ifigenia, / scegli in questo tempo di non morire. / Scegli e conserva il neo sul viso, / scavalca la vicenda”, dove proprio lo scavalcare la vicenda c’indica la progressione del progetto utopico, espressione che chiude anche il testo della pagina precedente. E nel testo che chiude la sezione viene seguito il ciclo di vita di una bambina che diventa donna e poi vecchia nel senso anche di una ciclicità vitale ritornante. Il “pugno chiuso” dell’età che s’incontrano e intrecciano compare anche dopo.

La vita nuova, la vita che si rinnova, ritorna infatti anche nell’ultima sezione Utopie. Così l’autrice registra e ascolta la vita che cresce nel suo grembo: “La bimba si muove inascoltata / nel mondo dei suoni d’acqua. // Non misura la terra / e il suo tempo enorme. // Lei pensa che il suo calcio /giunga fino a te / ed è vero”. Questa nuova vita imprigiona, come in un attimo di eterna sospensione “il tempo nel pugno”. E infatti la madre invita la bambina a restare “ancora per un po’ / dentro il suo giocattolo”, in un tempo prima del tempo, denso di tutte le possibilità future: il grembo materno come non luogo, come utopia. La gravidanza diventa dunque una danza (pro)creazione: per la procreazione appunto come creazione di nuove vite per poi “costruire case, costruire destini, / costruire sulla carogna del caso”.

In questa raccolta la poesia di Federica giunge a una nuova maturità, una poesia a levare, a ripulire, per lasciare ciò che è necessario. Ecco dunque testi molto brevi, pur affianco a composizioni più lunghe, in una varietà di toni tenuti insieme da una voce unitaria e riconoscibile. Opportunamente osserva Galluccio nella prefazione: “è poesia restia ad abbellimenti superflui, si muove sul filo di una tagliente essenzialità per un’esigenza etica di responsabilità della parola poetica e di ascolto del respiro profondo e ciclico della vita; vi prevale calma e lentezza, la concretezza e la nettezza delle immagini, e gli elementi ritmico-sonori costituiscono parte non secondaria nella costruzione dell’armonia compositiva delle immagini e il senso della costruzione in uno spazio-volume”. Nel rapporto parola-silenzio Galluccio opportunamente individua l’influenza di un Paul Celan. Ma nell’utopia retroattiva, che cioè guarda al passato, e al viaggio come ritorno, vi si può ritrovare, intenzionale o meno, l’impronta di un Hӧlderlin. Già nella prima sezione leggiamo di un ritorno, in versi non a caso più distesi del solito, come a raccogliere e riabbracciare quanto lasciato, e con l’interpolazione di un termine dialettale napoletano con forte valore connotativo: “Durante la mia assenza resta immutato il lavorio provinciale. / Sotto le nocelle tutto prosegue, ignorante e in sordina. / Si distinguono gli odori dei fiori, le ormai abituali allergie / e costruzioni mostruose che non finiscono, non fanno presa / tra questi contadini che aspettano la festa. / Nella testa torna un’infanzia intera e non capisco quale parte di / me sia bugiarda”. Un ritorno che, circolarmente unisce la terra dei “ragazzi di Germania” (un testo quasi in chiusura), la nuova patria culturale della germanista Giordano, con la terra dell’infanzia di Federica. Anche questa una, tutta personale, “utopia” in un non luogo che tutti i luoghi raccolga. E dove “festa” e “testa” rimano insieme.

Enzo Rega

Corpo a corpo #10: Vita fedele alla vita – Mario Luzi

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La città di domenica
sul tardi
quando c’è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere intenerite

e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l’umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,

tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull’asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all’infortunio,

e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,

vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio…

sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

La poesia Vita fedele alla vita, pubblicata nella raccolta Su fondamenti invisibili, mostra nella prima strofa una situazione di apparente tranquillità, di pace dichiarata di tardo pomeriggio domenicale. I versi brevi, ternari, quinari, rendono il dettato sospeso e fermo e restituiscono metricamente la dimensione di sospensione con cui si apre la poesia, sospensione tipica della domenica pomeriggio, in cui tutti gli affari – le banche, davanti alle quali il protagonista passa – e le relazioni quotidiane si fermano. Il ‘darsi da fare’ degli uomini si ritrae nell’apparente pace del giorno di festa. Pace che subito, già nella prima strofa, attraverso un avversativo, subisce una prima incrinatura dai rumori di fondo che squarciano il velo di apparente tranquillità. I rumori per contrasto svelano un’assenza e un vuoto che incombe sulla routinaria quotidianità dei giorni feriali. Nella domenica sera, nel suo silenzio costitutivo, nel vuoto delle sue strade deserte, sembra che la vita sia riconsegnata alla sua fondante gratuità, la città è ferma e inerte, indifferente e cieca, gravida di un’attesa senza oggetto. Questo stato di sospensione, di tregua, ma anche di noia mortale che caratterizza il giorno di Dio, permette all’io lirico di scorgere la vita e l’umano nella sua dimensione originaria, nel suo spasimo, che la domenica rende dolce, di dolore e morte, in cui l’uomo, nei pochi passanti che si fermano intorno a un corpo sull’asfalto, si fa testimone dì se stesso e coglie, nel suo esser finito, un enigma irrisolvibile che lo fa indugiare, lo turba, lo stranisce e che l’uomo nella sua quotidianità cerca di scansare e di rimuovere. Perché proprio la morte – posta come evento al centro del componimento, la testa sull’asfalto di qualcuno che giace riverso – ci riconsegna al nostro esser finito, al nostro domandare, il mi chiedo del terz’ultimo verso, ma anche al nostro esser continuamente chiamati in causa nella sfera impazzita che il mondo del divenire è nell’ordine celeste. In questa prospettiva l’eppure della terza strofa riprende e amplifica il ma della prima, mostrando che l’essenza del vivere è il senso del dolore e della morte ed è da questi due margini dell’esistenza che si può cogliere il senso della vita.

Ed è nella festa che la domenica è, che emerge l’essenza dell’umano dalle chiaviche appiattate, si manifesta l’esser uomo dell’uomo al di là dell’apparenza quotidiana. Il suo essere nella ferita del dolore in maniera consapevole e irrisolta, in cui anche il correlativo oggettivo della seconda strofa, il crepaccio che si apre nei palazzi, ne mostra l’ineludibile tragicità. L’essenza umana è quello spacco aperto sotto il cielo che la tregua momentanea di un pomeriggio domenicale mostra. Non è un caso che il giorno sia la domenica, il giorno in cui i mortali e gli dei, nella nostra cultura, si incontrano, in cui l’uomo chiede ai divini chi è, in cui la comunità si raccoglie nella propria essenza. La differenza ora è che quest’essenza per noi contemporanei si mostra sempre di più come uno svanimento, un vuoto, la noia è la quintessenza della domenica pomeriggio.

La vita – secondo anche il senso cristiano a cui Luzi aderisce, ma direi in generale conformemente al senso complessivo che anche la cultura moderna ha dato al divenire del e nel tempo, viene interpretata, in questi versi, con un andare verso un fine, uno scopo, soltanto che questo scopo si mostra incerto per quel che riguarda il destino individuale, o forse anche per quel che riguarda l’umanità tutta. L’idea che la vita si diriga verso un qualcosa, implica che ci sia un senso ultimo dell’esistenza e che in base a questo senso noi verremo giudicati, l’esistenza è un essere chiamati in causa una volta e per sempre.

La doppia tensione tra scopo e incertezza del suo compimento fa sì che la poesia sia attraversata – come mostrano in maniera esplicita i versi ipermetri che assumono un tono prevalentemente sapienziale, quasi a fare da contraltare a quelli più brevi di carattere denotativo – da una serie di coppie che aprono possibilità alternative sotto forma di aut aut sempre più radicali e indecidibili, che formano un vero e proprio climax all’interno dei versi: io e tu del protagonista lirico e della compagna di poche ore; il caso o il destino che li ha fatti incontrare; la spada a doppio filo del giudizio e della remissione. Tutte queste possibilità, queste opposizioni, queste contraddizioni irrisolte implodono in un’unica evidenza senza più rimandi che è la nostra vita e questo è confermato anche dalla collocazione isolata dell’ultimo verso, introdotto da un avversativo che poi viene duplicato e rafforzato a metà del verso, facente strofa a sé. L’ultimo verso, infatti, mostra l’inconciliabilità delle opposte possibilità, esse non vengono o possono essere risolte ma solo esperite, vissute in un continuo oscillare della vita stessa. Infatti la vita è solo vita, che cerca di bastare a se stessa in una monolitica tautologia e, al tempo stesso, non è solo vita in quanto rimanda sempre ad altro, si sporge sempre in un oltre enigmatico e irraggiungibile.

Sempre sotto la spada del giudizio, la vita dell’uomo è un radicale esser chiamato in causa. Una spada a doppio filo, uno del giudizio, l’altro della remissione, del perdono, è questa doppia terribile possibilità, del discendere o del salire a sbalzi verso il suo principio, del perdersi e del rinascere, che rende la vita quel che è, se stessa, fedele a se stessa, la rende quell’apertura di senso e possibilità che l’esistenza umana è e che la distingue dal darsi opaco degli altri enti. Vi è la possibilità di un’altezza e di un abisso nella vita di ogni uomo, e queste due possibilità sono i fondamenti invisibili di cui parla il titolo della raccolta, sebbene la vita non sia nient’altro che vita. Il fondo della vita è questa sua dimensione irrelata e tautologica, essere se stessa e non altro, ma proprio il non essere altro apre al dover alludere necessariamente a qualcos’altro, è dalla struttura tautologica della vita che nasce la dimensione allegorica dell’esistere umano, il tener insieme questa dimensione contraddittoria della vita, essere necessariamente se stessa e proprio per questo alludere a qualcosa d’altro, apre alla dimensione simbolica. La parola poetica è la dimensione in cui si manifesta la struttura ontologica dell’esistenza – tautologia, allegoria e simbolo – dire la vita in quanto vita alludendo a qualcosa d’altro, tenendo insieme opposti inconciliabili, mostrandone la bellezza e la drammatica irriducibilità, questa è la fedeltà del poetare verso la vita e della  vita verso se stessa.

Francesco Filia

Mors tua, Matilde Serao

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Nella notte smorente, era tramontato l’arco tagliente di una fredda luce lattea della luna: il gran cielo di Roma che si curvava sulle larghe vie venienti dalla stazione, sulle terme di Diocleziano, sui piccoli giardini roridi di rugiada, sulla fontana cantante dell’Esedra, dai nudi, neri, lucidi corpi muliebri, sulle pietre di Roma, che l’umidità di Roma ancora bagnava, il cielo di Roma si chiariva dei primi impercettibili albori, che salivano dall’orizzonte al centro: e vi s’illanguidivano nel cielo, vi si smarrivano, le ultime stelle. Una piccola ombra apparve, sfiorando la siepe di uno dei giardini: e dal bavero alzato contro l’aria prima pungente, dal cappello abbassato sulla fronte, si scorgeva solo un piccolo viso pallido e gentile, occhi bassi, labbra strette, mani nascoste dentro il nero ferraiuolo talare, stretto alla cintura.

Un libro per essere attuale non deve essere necessariamente scritto da poco tempo. Il passare degli anni aiuta il libro stesso a mostrare sino in fondo la sua verità, anzi spesso l’incomprensione dell’epoca in cui è stato scritto e l’ostracismo del potere è moneta per gli anni a venire. Mors Tua (..romanzo in tre giornate) di Matilde Serao, è più di una semplice testimonianza storica, se fosse stato scritto con un’altra lingua o in un altro paese sarebbe stato un capolavoro. Liberato dalla retorica aulica della lingua letteraria italiana dell’epoca, da quel misto di realismo compassionevole e occhio decadente di un certo dannunzianesimo di maniera, questo romanzo sarebbe stato una lama ancor più affilata nel dramma della Grande Guerra.
Mors tua è l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Matilde Serao, figura centrale della letteratura e del giornalismo italiani a cavallo del XIX e XX secolo, pubblicato un anno prima della sua morte da Treves e ripubblicato, dopo novant’anni, all’inizio di quest’anno da Studio Garamond (€ 14,50 ISBN: 978-88-909815-1-7), nella collana Supernova che si occupa di riportare in libreria libri dimenticati come I misteri di Montecitorio di Ettore Socci e Casta diva di Gerolamo Rovetta.
Il romanzo fu osteggiato dal regime fascista per il suo contenuto fortemente critico verso la retorica della guerra e l’analisi spietata degli effetti psicologici devastanti sulla popolazione e anche sulla sua tenuta morale del paese. Letto in profondità, il libro della Serao, che anch’essa prima era stata a favore della guerra, è al tempo stesso una denuncia e un monito. Una denuncia sugli sconvolgimenti che la guerra portò nella vita delle persone, un monito su quello che sarebbe potuto accadere se non si fossero comprese le ragioni e rimosse le cause. In questo libro, il lettore della Serao, ritrova, anche se solo in parte, la sua potente capacità descrittiva e una non comune capacità di scandaglio dell’animo umano, soprattutto femminile, ma non solo. I personaggi, anche quelli maschili, hanno uno spessore non stereotipato, emergono dalla carne viva della storia e si imprimono nella memoria di chi legge per il loro portato umano e tragico. Certo le situazioni e le occasioni dei drammi e le convenzioni della società italiana di inizio Novecento, letti quasi un secolo dopo, ci sembrano provenire da un altro mondo, ma questo è un po’ lo scotto da pagare per entrare in un dramma che mette a nudo le questioni fondamentali della vita: il rapporto madre, Marta Adore, con il figlio; l’amore travolto dalla storia, quello tra Loreta Leoni e Carletto Valli; il rapporto con un dio che è sia quello vendicativo degli eserciti, sia quello dell’amore che si fa parola nel figlio e che chiama chi crede, come Don Lanfranchi, a una decisione. In questo romanzo corale, che rispecchia il dramma al tempo stesso collettivo e privato della guerra, la vicenda di ogni personaggio è legata invisibilmente a quella di ogni altro, la guerra, il suo presentarsi come un incubo inevitabile e interminabile, assume il tratto di uno spartiacque epocale ed esistenziale, un uragano che spazzerà via tutti, ma soprattutto i più deboli, quindi una guerra di classe, e avvelenerà i pozzi, lasciando negli animi di chi rimane il veleno dell’odio nazionalista.
L’originalità del libro sta soprattutto nel trattare la guerra come un vero e proprio dramma psicologico che sconvolge le menti delle persone, un’ossessione che si trasforma in un lutto impossibile da elaborare. Nessuno ne uscirà indenne, ognuno avrà qualche ferita immedicabile, ognuno dovrà fare i conti con qualcosa di perso irrimediabilmente.

La notte sgrana le sue ore sulla casa ove vivono, deserte per sempre dei loro figliuoli, Marta Ardore e Antonia Scalese. Sono ore d’immota e cruda insonnia, ove ritornano i più assillanti ricordi: ore di travaglioso dormiveglia, ove ancora il pensiero inquieto si avvolge e si svolge e si aggroviglia, novellamente, senza tregua: ore di pesante sonno, donde l’anima si scuote, si sveglia, balza fuori, a un oscuro richiamo. Posa sull’origliere la testa di Antonio Scalese e, senza più il sorriso, senza più il riso della follia, tutta si scorge la devastazione mortale di quella fibra materna, e il suo rapido cammino alla morte: si aggrava il sonno, come una pietra, su lei, ma, a un tratto ella sussulta, si leva, nella oscurità, nella solitudine, urla: — Gianni, tu sei morto? È vero, che sei morto? Gianni, Gianni, per pietà, dimmi, se sei morto?

© Francesco Filia

La commedia di Charleroi – Pierre Drieu La Rochelle

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Ma lei sa meglio di me che la guerra è divenuta un flagello mostruoso, sproporzionato, che ha completamente smesso di essere alla misura dell’umanità.

È da qualche anno che, in occasione del centenario della prima guerra mondiale, vengono riproposti non solo libri di storia, ma anche testi letterari che hanno la Grande Guerra come argomento o che ad essa in un modo o nell’altro fanno riferimento. Tra questi testi nel 2014 è stato ripubblicato da Fazi Editore La commedia di Charleroi di Pierre Drieu La Rochelle, libro composto da sei racconti, di cui il primo, forse il più ambizioso e significativo, dà il titolo all’intera raccolta. Gli altri sono: Il cane della scrittura, Il viaggio dai Dardanelli, Il tenente dei fucilieri, Il disertore, La fine della guerra. Il tema dei racconti, più che la Prima guerra mondiale nel suo svolgersi – il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1934 a quasi vent’anni da i fatti bellici – è il ricordo, la riflessione a posteriori sugli eventi che sconvolsero l’Europa per un quinquennio. La Grande Guerra in questi sei racconti – che però sono così intimamente legati tra loro nello stile, nella tematica, da sembrare un unico romanzo visto da angolazioni diverse – diventa il paradigma dell’esperienza stessa dell’esistenza, in cui le sensazioni, le emozioni le azioni assumono un’intensità tale da mostrare il volto profondo e tragico della vita. I protagonisti dei vari racconti, comprendono, rivivendola, narrandola a posteriori, in una pausa o alla fine del conflitto, che in quegli anni, in quei momenti si è deciso qualcosa di loro, al di là delle loro intenzioni, al di là di ciò che loro credevano di essere prima. Grazie alla guerra hanno scoperto dolorosamente chi sono, cosa sono, oltre e al di sotto delle finzioni e delle ipocrisie perenni della vita borghese. In questa prospettiva si può spiegare il titolo del libro, tornare alla fine della guerra, negli stessi luoghi che hanno visto una delle prime battaglie sul fronte occidentale, significa cercare di coglierne il senso a posteriori, rivivere quella temperie bellica con i familiari dei caduti, cercare di spiegare loro gli eventi. Ma questo tentativo trasforma ciò che è stato intensamente tragico, l’atto e il gesto bellico, in una commedia, in una serie di rituali commemorativi che assumono quasi sempre tratti grotteschi e tristi. Quello di Drieu è uno sguardo lucido e problematico, in lui non vi è una ripulsione verso la guerra in sé, come in tanta letteratura pacifista, ma il rifiuto nobile e radicale è solo verso una guerra come quella moderna che non mostra il valore dell’uomo, il suo coraggio, ma lo fa diventare solo carne da macello di strumenti ipertecnologici. Ma in Drieu non è presente nemmeno, come ad esempio in Ernst Jünger, di cui pur condivide posizioni politiche e soprattutto la critica verso il mondo moderno, un’adesione totale all’evento guerra come manifestazione suprema delle forze elementari dell’esistenza. In lui, invece, vi è lo sguardo, al tempo stesso partecipe e distaccato, di chi vive e si vede vivere, di chi si immerge nelle situazioni ma al tempo stesso le vede nella loro finitudine irredimibile, uno sguardo che mostra tutte le contraddizioni senza pretendere di risolverle. Il racconto della guerra – con la sua prosa limpida, elegante, classica – diventa per Drieu meditazione sull’uomo, su chi è veramente, su cosa può diventare. Ciò avviene soprattutto nei dialoghi serrati di alcuni racconti, in cui il rapporto tra l’individuo e il potere, tra il singolo e la sua patria, tra uomo e popolo a cui appartiene vengono messi a nudo («Le personalità non esistono che come rifrazione di un popolo»). La guerra fa deflagrare non solo vite, ma anche le contraddizioni dell’esistenza, le mostra nella loro potenza dilaniante e nella loro unità originaria e annientante. Tenerle insieme con la conoscenza o il ricordo è impossibile, la parola può solo accennarvi, circuirle e circoscriverle. Possono però essere vissute per un istante, per un momento irripetibile, che travolge e abbaglia. Il momento in cui il caso, quello che in guerra separa chi muore e chi vive, si fa destino.

In quel momento ho sentito l’unità della vita. Lo stesso gesto per mangiare e per amare, per agire e per pensare, per vivere e per morire. La vita è un solo getto. Io volevo vivere e morire al contempo. Non potevo voler vivere senza voler morire. Non potevo chiedere di vivere pienamente. D’un solo tratto, senza chiedere di morire, senza accettare l’annichilimento.

© Francesco Filia

Quarant’anni di Somiglianze

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(Oggi si festeggiano i quarant’anni di Somiglianze presso la Casa della poesia di Milano, libro d’esordio di Milo De Angelis, che ha segnato un’epoca e si è presentato subito come uno spartiacque nella poesia degli anni ’70 e della poesia di fine ‘900, un modello per le generazioni successive, paradossalmente proprio per la sua unicità e irripetibilità. Un libro che ha saputo coniugare, in una sintesi estrema e perfetta, urgenza esistenziale, dire poetico, pensiero, sguardo impietoso, ascolto delle forze originarie del Mondo, tutto raccolto nell’esperienza radicale del tragico. Per questa occasione ripropongo una mia lettura, facente parte della rubrica Corpo a corpo, di una delle poesie del libro: Viene la prima. F.F.)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Viene la prima è una poesia del primo di libro di Milo De Angelis, Somiglianze (1976), ed è inserita nella lunga sezione intitolata L’ascolto. Già a partire dal titolo si crea una dimensione di sospensione e di straniamento, in quanto il legame tra il titolo e il testo è esso stesso enigmatico. A cosa si riferisce il titolo? A una persona, a un momento della vita, a un passaggio, a un rito d’iniziazione o a tutte queste cose insieme? Sono domande a cui il testo non risponde e lascia che sia il lettore a riempire il vuoto da cui i versi sembrano emergere per poi inabissarvisi nuovamente. La poesia si apre con un discorso diretto, che a sua volta ha come incipit, un’interiezione, quell’ «Oh» che è un’esortazione pacata e dolorosa, e che, nella sua forza ottativa, spalanca una dimensione in cui il discorso assume il tono di una vera e propria riflessione tragica, rafforzata dalla sospensione del periodo ipotetico, che dà al discorso un’enigmaticità sacrale: «Oh se tu capissi» questa evidenza originaria non ci sarebbe bisogno di comunicarla, di profanarla pronunciandola, sembra sottendere la voce in prima persona. La verità che viene comunicata è, niente di meno, che il senso del dolore, rafforzata, resa ancora più grave dall’anafora del “chi soffre”, il primo dei quali occupa da solo un intero verso, quasi a sottolineare l’inaudita imparagonabilità della verità enunciata nel verso successivo, “chi soffre non è profondo”. Il dolore non affina, non ci rende migliori, non ci rende più profondi, non ci fa conoscere di più. In questi primi tre versi si ha un congedo definitivo da qualsiasi metafisica romantica e, più ancora radicalmente, da qualsiasi concezione cristiana del dolore, di cui il romanticismo non è altro che un’estetizzazione moderna. Il dolore non ci salva, non è moneta per l’eternità, il dolore è oscuro, opaco, irriducibile; compiacersene, credendo che possa renderci migliori, è barare, essere inautentici. E qui emerge il fondo tragico del testo, tragico come l’assoluta gratuità e fatalità del soffrire. Sin dai primi versi, dunque, si mostra una dimensione del dolore affine alla sapienza dell’antica Grecia, filtrata dalle riflessioni sul tragico del pensiero contemporaneo (si pensi a Hegel, Kierkegaard, Nietzsche), in cui il dolore è ciò che si accetta come irrimediabile, una colpa che non riguarda tanto le nostre azioni ma il fatto di essere mortali, l’attrito tra la nostra singola arbitrarietà e l’ordine imperscrutabile del tutto. Per questo motivo il rimedio alla vita e al dolore non è alla portata degli uomini, o meglio dei “mortali”, perché i “mortali” sono gravati da una colpa che è oltre la loro capacità di agire, essa rimanda al destino muto dell’ordine cosmico, che nessun uomo o dio creò ma che sempre è. Ordine cosmico che si manifesta, nel testo, in un paesaggio da periferia cittadina, un coro silente e assoluto, come emerge chiaramente dai versi quindici, sedici e diciassette «E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento/ che la muove/ e le dà piccole venature come un legno». L’azione si svolge d’estate a Milano, un’estate cittadina assolata e solitaria, non passa nessuno, rade macchine parcheggiate. E questa estate metropolitana è un dilatarsi ad un’intera stagione dell’ora meridiana, l’ora del silenzio  epifanico – nella cui fissità si manifestano gli dei, le forze invisibili che determinano il nostro destino – in cui tutto rimanda a qualcos’altro, somiglia, è in relazione intima con qualcos’altro, tutto, anche un parapetto di periferia, sporto sull’orlo del nulla, una pozzanghera scura, insondabile come il fato, sono in ascolto sullo sfondo dell’immenso ed assumono una luce assoluta. Il tempo sembra fermarsi, anzi, sembra assumere la lentezza delle ere geologiche, somiglia, come l’acqua stagnante mossa dal vento, alle venature di un legno che collocano, incidono – attraverso il correlativo oggettivo reso ancora più stringente, da un lato dall’uso dell’articolo indeterminativo, dall’altro dalla metonimia –  i due personaggi, attoniti e sgomenti, come infinitesimi solchi del divenire. L’intera poesia è costruita come un dialogo tragico, di cui, però, si conosce la parola diretta di uno solo dei dialoganti, presumibilmente una donna, l’altro invece ne raccoglie il sapere e apre lo spazio scenico del discorso, come dimostra il terzo verso che definisce il tenore del testo, in quanto le annotazioni ambientali non hanno alcun valore descrittivo, ma servono, sottolineate dall’interpunzione forte, a dare, proprio per la loro precisione spaziale e temporale, una dimensione che va al di là del qui e ora e assumono un valore paradigmatico, evocano uno spazio iniziatico, un’ora decisiva, la legge del fato che prende forma. Non a caso il verso è chiuso con un fortissimo enjambement sull’“Ormai” che mostra l’ineluttabilità della situazione: tutto è consumato, tutto è prosciugato e ridotto alla sua essenza, siamo scoperti, nudi, non si può più barare, è l’ora della verità, non più della cronaca quotidiana, della chiacchiera inconsapevole, l’edicola è chiusa appunto. Ed è sull’«ormai» che si crea la tensione principale del testo tra le due forze che si incarnano nei due personaggi e che li sovrastano: tra chi è risucchiato dal passato e dall’irrimediabilità del dolore e chi, suo malgrado, può essere proteso in un cambiamento che passa attraverso il «diventare solo», attraverso un «sentire senza pagare», attraverso «una profondità che non/ commemora» e, quindi, attraverso una profondità che non ha l’ambizione di redimere il passato, di conservarlo, ma solo di accettarlo in quanto non più. Solo accettando che ogni cosa finisce irrimediabilmente, e con le cose una parte di noi, le si può rendere giustizia, sembra dire la voce del discorso diretto, essa stessa, in quanto ultimo barlume del passato che sta svanendo, vittima sacrificale del rito tragico della vita, «non aspettare nessuno/ non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi.». Si rende giustizia alla vita e a ogni suo evento, relazione, gesto, non procrastinandola, non estenuandola, ma lasciando finire ciò che è già decretato finisca, questa è la vera profondità tragica, quella che non commemora, che compie interamente la sua giustizia essendo radicalmente ingiusta verso ciò che è destinato perisca. Anche nelle pause del monologo e nell’affiorare dei gesti minimi, essenziali come nel «Mi tocca il viso», si avverte una tensione trattenuta, controllata, una tenerezza indicibile, quasi un passaggio di testimone  tra chi parla e chi ascolta. I due personaggi ci vengono presentati con un livello di consapevolezza diverso. La voce parlante nel discorso diretto è a conoscenza, attraverso un sapere sofferto e drammatico, di una verità che sente la necessità di condividere e tale condivisione è al tempo stesso un congedo di chi si sa figura del passato, ma è anche congedo dall’ora epifanica, in cui un barlume di verità si è rivelata e in cui un testimone è stato passato.  E adesso, chi è stato investito dalla drammaticità di queste parole, deve mostrare il coraggio di meritare il peso di questa rivelazione, di uscire e offrirsi all’evidenza del giorno, di accettare «di perdere, di perdere qualcosa»,  e qui è significativo il parallelismo tra l’anafora del chi soffre iniziale e dell’accetta dei versi finali, che fungono da sigillo all’intera poesia e ne chiudono circolarmente il senso; vero senso del dolore e accettazione della perdita che la vita è, sono l’uno la conseguenza dell’altro. E quindi il dislivello tra i due personaggi non è solo un diverso grado di consapevolezza, ma l’essere o meno iniziati a una verità che ha a che fare con la sacralità del destino, un passaggio da uno stadio ad un altro dell’esistenza, passaggio che non conserva dialetticamente ciò che supera, ma che obbliga colui a cui è rivolto il discorso a decidere, ad accettare di perdere una parte di sé che rimarrà come un’ombra incombente, mentre l’altra figura, nel momento in cui scandisce le sue ultime parole con lentezza epanalettica, con una domanda che è quasi una supplica, «Quando uscirai, quando non avrai/ alternative?», esaurito il suo compito, sembra scomparire  inghiottita dal nulla. È qui che tragico greco e tragico moderno si saldano, nell’idea dell’irrimediabilità del vivere, che esistere sia essenzialmente una perdita e che solo a partire da questa estrema consapevolezza si può cambiare, rinascere forse, per diventare sé stessi, per essere radicalmente ciò che da sempre si è: finiti, mortali.

© Francesco Filia