Autore: Francesco Filia

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia

Fuoco. Terra. Aria. Acqua.

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Sognando una foresta

Chi l’ha detto che dalla filosofia non può germogliare la poesia? Filosofia e poesia sono alberi che appartengono alla stessa foresta, i loro rami, le loro foglie si intrecciavano un tempo, le loro radici attecchivano in un terreno comune, i loro frutti si proponevano al morso con la stessa carica di seduzione. Poi la foresta è divenuta in parte luminosa serra in parte oscura selva. Platone, lo spietato giardiniere, separò i semi dei due linguaggi, analizzò e disfece, codificò e distinse: condannò la poesia e scelse la filosofia, anzi la inventò come forma scritta creando la tradizione occidentale. Le sue parabole, i suoi dialoghi erano comunque intrisi di poesia ma questo non contava. Noi, allora, vogliamo ripartire da Empedocle. Guaritore, scienziato, profeta, imbonitore, l’unico filosofo greco – greco di Agrigento – che mise in versi la sua filosofia. Apparteneva a quella che lo stesso Platone definì ‘l’età dei sapienti’, omaggio astuto che relegava quegli uomini (Eraclito, Parmenide, Zenone…) nella nebbia fascinosa ed equivoca del mito; una nebbia, comunque, favorevole al pensiero e non impenetrabile. Empedocle volle spiegare la nascita del mondo e delle cose attraverso l’unione variamente mescolata di quattro elementi (la definizione ‘elementi’, tuttavia, è un altro successivo prestito platonico): il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua. Che sono, in ordine zodiacale, le simboliche e concrete suggestioni alla base di questo volume. Quattro poeti si misurano con queste suggestioni, ciascuno incarnando un elemento: Giuseppina De Rienzo fa crepitare i versi temperandoli attorno ad un ininterrotto fuoco, “unica sezione conica rovente”; Rossella Tempesta si immerge e riemerge dalla terra attraverso essiccate terzine, “Lei mi ripara/ la terra è verità./ Lei mi genera”; chi scrive offre voce e sguardo, in forma poematica, agli spiriti dell’aria, “burattinai segreti/ delle vicende altrui”; Valerio Grutt ripercorre la mutevole ebbrezza di una città d’acqua, “I rubinetti, le porte, i cuori, / le cose felici, apritele”. Quattro poeti del Mezzogiorno, quattro voci tra loro dissimili per stile e timbro ma consanguinee quanto all’immaginario antropologico di riferimento, riconducibile ad una linea meridionale della poesia italiana contemporanea sintetizzata in un progetto, Poesia Portale Sud, che si propone di far emergere – oltre le secche dei modelli primo o tardo novecenteschi ed accettando in pieno la sfida del postmoderno – un diverso modo di ‘sentire’, di praticare la scrittura: magari mettendo in musica, musica verbale, il pensiero. Chi l’ha detto che dalla poesia non può germogliare la filosofia?

Edoardo Sant’Elia

Fuoco

Non cambia il corpo
nel vetro
ruba
riflessi
accende l’abbandono
fieri
i seni
quieto il ventre
forza
mai domata l’attesa
linee
da prima creazione
tagliano via
le mani dal riquadro
superfluo l’indice
non serve
cercare il padre

(Giuseppina Di Rienzo)

 

Terra

Sotterrato
ricoperto
ogni giorno altra terra spingo
come cumuli di sabbia alle finestre.

E rinasce il tuo nome
chiaro
spacca le zolle, svetta
si rigonfia di tralci e pampini.

Ancora vita beve
e non si cura della notte, che a me
e torce lenzuola intorno al corpo.
E non la sente la preghiera lacrimosa
il parto di ogni sera.
Tra lo spavento, il riso,
ti ascolto che rinasci dentro il petto.

(Rossella Tempesta)

 

Aria

10. VORTICI

Il cielo è un mare rovesciato,
senza fondo, dove i piedi
non possono toccare,
è una casa fatta d’aria,
senza finestre, senza porte,
ci sei dentro tuo malgrado
e non puoi evadere
(ma non è una prigione),
è una casa che respiri
senza rendertene conto,
che inghiotti con lo sguardo
(ma non ci fai caso).
Il cielo, adesso, gira in senso orario,
o forse no, forse nell’altro senso,
e tu ti lasci andare,
steso a croce sull’acqua,
fai ‘il morto’, galleggi,
e lei giace al tuo fianco,
immemore, defunta,
e assieme vi stupite
di quelle nuvole
che non somigliano a nulla,
soffici, opache,
nubi di un cielo casuale
eppure inconfondibile,
che a quanto pare
gira in senso orario,
o forse no, forse nell’altro senso.

(Edoardo Sant’Elia)

 

Acqua

Il sole ricama fiori
sui mobili della cucina.
C’è una voce che chiama dall’universo
nell’acqua che scorre dal rubinetto.
Mia madre risponde al telefono
con i capelli nuovi,
alle sue spalle cade la mia città
tutta incendiata di rabbia e bellezza.

(Valerio Grutt)

Antonietta Gnerre, da Le cifre delle correnti (Inediti)

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Se ho pianto è perché sono stata al buio
con un peso
capovolto di assenze.
La nave inclinata nella sua rotta,

i sogni non infilati
più tra le stelle.

Se ho pianto è perché le preghiere
rientravano e uscivano
da una linea
sottile di menzogne.

Il giorno soffocato nelle sponde dei pini,
dopo una mareggiata,
acceso solo dalla luna.

Se ho pianto è perché da ragazzina
ho giurato
che avrei guardato in silenzio

la bellezza dei germogli svanire
davanti ai miei occhi.

 

*
Le mani unite in una promessa:
custodire le voci
che hanno pronunciato il mio nome.
Cercare tra gli indumenti quale indossare
i vostri, i miei, i tuoi indumenti.

Di colpo il cielo abbassato sopra la pelle.
Ogni immensità sulle mani.

La memoria di appartenere al mondo
passa anche in ciò che abbiamo indossato.
Sugli indumenti restano i confini dei sogni,
il replicarsi del giorno che sono nata.

 

*

Provvisori segni, versi di cicatrici consumate.
Già cresce un’altra nuvola sulla montagna
dove riposano le ombre dei lupi.

Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo.
La misuro con le imposte delle case distanti,
che abbiamo abitato,
per esercitare un sopralluogo di pensieri.

Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,
la resa degli anni che si riorganizza.

Se mi dici, se ti dico, che questa gioia di guardarci è poca cosa
un’eco da lontano ricompone, dentro e fuori dall’atmosfera,
la vera voce di questo amore.

 

*

Cercare nel tempo della semina
le tracce confuse delle volpi.
La distanza della neve che spinge i semi.

Anch’io avrei voluto badare la terra.
Risvegliarmi nel vento che riporta indietro
le nuvole,
forse la prossima stagione
anche loro impareranno a stare nei confini.

Impareranno a chiamare per nome
le spighe che dormono.
A proteggerle dalla morte che le osserva.

 

Antonietta Gnerre, nata in Irpinia, è poeta, scrittrice e giornalista. Laureata in Scienze delle Religioni si occupa, come studiosa, di ecumenismo, dialogo interreligioso e poesia spirituale del ′900. Collabora con la Cattedra di Diritto e Letteratura dell’Università del Sannio (BN) e con l’Università Irpina del Tempo Libero di Avellino. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie; tra le più recenti: Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008); PigmenTi (Edizioni L’Arca Felice, 2010), I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015). Suoi i saggi Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi e Cristina Campo. Il viaggio silenzioso e spirituale, Forme di Pensieri, entrambi pubblicati con la collana di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci, ESI, Napoli. È Direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella. È promotrice della Kermesse itinerante Il Festival della Valle. Cura la rubrica La poesia della settimana per la Scuola Yanez di Bellinzona e per il sito letterario Gli Amanti dei Libri. Collabora come opinionista con quotidiani e riviste religiose. Come critico letterario e intervistatrice, invece, con riviste cartacee e on line di cultura poetica.

 

 

Monica Guerra, Sulla soglia (Nota di Melania Panico)

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Monica Guerra, Sulla soglia (On the threshold; traduzione di Monica Guerra e Patrick Williamson), Samuele editore, 2017

Si resta sulla soglia per vari motivi. Si resta per guardare con occhio attento e quasi distante, tra il sospettoso e il pauroso.
Si resta per attendere una risposta, perché non ce la si fa a stare completamente dentro una situazione che fa male.
Si resta sulla soglia per segnare il confine tra questa e quella parte, tra noi e noi, quando il confine diventa un modo per riflettere anche su se stessi: ciò che siamo stati, ciò che non siamo più, ciò che siamo diventati.
Il libro di Monica Guerra è tutto questo. È un libro che riflette sulla questione del restare. Come se restare, il compito di chi resta, chi non va via, fosse una responsabilità. La responsabilità della vita: «la catena che non spezzo», nonostante tutto perché «morire è un’isola/ perché morire/ non è come dirlo».
Restare è anche una prova. Infatti il libro è un viaggio (anche cronologico) a ritroso, a ripercorrere il perché e il come del saluto (che è il titolo della prima sezione). Monica Guerra parla del tempo come ripetizione del gesto e in alcuni punti diventa esplicito il suo riferimento al “ciclico”: «morire è un gesto/a ripetizione […] la separazione non esiste».
Come a dire che nulla è definitivo, tranne l’amore come motore e pena, non soltanto ricordo ma stella fissa sempre splendente – quando effettivamente resta in alto come punto a cui guardare – per trovare una direzione. L’estrema sezione del libro si intitola proprio Il ricordo: tutto si è già compiuto, anche l’elaborazione della distanza, anche la fermezza e il commiato, la vita che non mi fa dormire e poi l’epilogo: «pensare che sondavo il morire/ dov’è ora il mare». Qualcosa che somiglia alla grandezza.

© Melania Panico

6 Luglio 2016

la lacrima lungo l’angolo
sinistro il passaggio, ogni
giorno riscorre il tuo andare
nel mio occhio in prestito
che poi cosa vuoi che sia,
la vita non è tutto. (altro…)

Rossella Frollà, Eleanor (Nota di Enzo Rega)

Rossella Frollà
Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria

Nota di Enzo Rega

 

Un libro complesso questo di Rossella Frollà, Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria, Interlinea Edizioni, 2017: una poesia civile che ha però una sua particolarissima declinazione. Il libro affronta alcuni dei fatti storici o delle emergenze umanitarie più gravi dei nostri tempi – dalla guerra in Bosnia del 1992-95, all’attentato dell’11 settembre a New York e agli attacchi terroristici recenti di Parigi e Bruxelles, alla guerra in Siria, con sullo sfondo perennemente la drammatica questione degli sbarchi a Lampedusa o in Grecia. Ma benché Eleanor, che dà il suo nome al libro e voce agli eventi, sia una reporter, questi fatti non sono vissuti sul piano della cronaca, anche se i riferimenti agli accadimenti sono ovviamente presenti. Quello che la poesia registra è invece l’impatto dei fatti su chi ne viene a conoscenza: quello che qui conta è il loro riverberarsi nella coscienza che li rielabora e ne espone l’essenza in una scrittura alta, universalizzante. I testi, i singoli poemetti, si articolano in un macro-testo – il poema che ne scaturisce – nel quale Eleanor interloquisce, ma non nei toni di un dialogo corrente e corrivo bensì elevato, con Anima e Verità, mentre interviene come nella tragedia greca il Coro; e qui e là compaiono altre figure, come l’Ombra (nel poemetto La principessa).
Nella Premessa, vengono specificati i diversi “ruoli”: Anima e Verità «trasportano la fragilità che è in noi con tutti i suoi detriti. […] Il Coro puntualizza i fatti e l’Io della reporter imbocca le stanze delle domande e vive autenticamente le contraddizioni del mondo in una realtà immaginifica, visionaria mai destituita di senso, nella coincidenza delle cose tra Verità e Bellezza, in quell’andare oltre anche del male» (p. 5). E l’autrice cita di seguito i suoi stessi versi: «Le bombe e le granate a Sarajevo/ e le botteghe a Djerba e Marshalam/ illuminavano le nuche scure/ nelle parabole di primavera». E la primavera appare come un simbolo di rinascita contro il cielo foscamente illuminato dalle bombe. I nomi fatti in questi versi già disegnano un’ampia zona che costeggia tutto il Mediterraneo, centro di almeno una parte delle storie che attraversano questo libro. Da Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, ai piedi dei Monti Dinari; a Djerba – isola tunisina dove si sono incontrati berberi, arabi, ebrei e popolazioni africane; a Marsa Alam, in Egitto, sulle coste orientali del Mar Rosso: antica località di pescatori il cui nome (possiamo notare) richiama quello della nostra Marsala, ovvero il Porto di Allah. (altro…)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai (Nota di Melania Panico)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai, RPlibri, 2018

Quando la poesia neutralizza l’apertura dello spazio e del tempo. Così mi viene in mente il motivo oraziano del non omnis moriar, non morirò del tutto, sarà certo morte fisica ma non morte del poeta.
Di conseguenza il motivo sacrale della poesia: «il tuo inizio e la mia fine/ la mia fine e il tuo inizio».
Se è vero come è vero che anche il poeta come l’uomo è pervaso dal senso del tempo, Ottobre nei viavai, ultima e intensissima opera di Alessia Iuliano, è un libro in cui il senso del tempo è dettato dal rapporto col mito: «l’Olimpo non è cielo arcaico e mitologico, ma agito a utilizzo vitale del mirino noi. Quando sappiamo scoprire il mito in noi». Così Luigi D’Alessio ci avverte nella postfazione. Il mito serve alla sublimazione dell’elemento quotidiano quando in qualche modo questo elemento è stato scardinato. Hanno spento le luci nella hall dell’Olimpo: scardinare è dimostrare l’inconsistenza di qualcosa.
Una volta dimostrata l’inconsistenza si può procedere a riempirla di senso: «di là in cima alla scala/ nello specchio dissolto/ del mattino dove ora piange/ la resistenza degli occhi». Alessia Iuliano consegna l’io alla narrazione senza svincolarlo dal tempo. Non è operazione facile né comune. Si tratta di un lavoro esteticamente e poeticamente autentico, indagatore. Tutto è collocato con consapevolezza e intuizione. Penso a Nostolskaija il cui nome etimologicamente ricorda tanto quella nostalgia legata al nostos, il ritorno, la memoria del ritorno.
«Doveva riscattarmi il dono di comporre parole/ ma devo essere pronto ad una terra senza/ grammatica». E fin qui Milosz.
Bisogna essere pronti: «sostituire il volo dell’uccello/ alla gabbia di un’intenzione».

© Melania Panico

 

*
Se abbiamo pianto le statue
la sfinge ne custodisce il sapere io
rimetto alla memoria
il merito senza valore
dei cercatori d’oro lungo la risacca

 

*
Mi hai insegnato tu
quanto rumore sia morte.

E prima di lei
il bello ideale, più in alto
non valgono polveri
né letture o implacabili sconfitte,
il mare – almeno il mare!
Lo smeraldo
che in tutto il vicinato
farebbe invidia di noi.

 

*
Ho sognato la morte una donna in tailleur
poi alcuni avverbi volare a stormi
imperfetti sul bianco
e c’era l’arcobaleno
le mezzelune dei colli italiani

ho sognato il bacio all’orecchio del tempo
dire le esatte parole che riporto

il tuo inizio e la mia fine
la mia fine e il tuo inizio

ho capito diversi anni dopo
le due e senza accento

che il sogno anticipa la verità oltre i margini dell’essere.

 

Sulla poesia di Giacomo Viti (Nota di Francesco Iannone)

 

Chi è Charlie?
Un interlocutore che sosta fra una piega e l’altra dei versi di questo giovane poeta.
Charlie ci guarda e sembra volerci forare la pelle con un chiodo.
È cattivo, Charlie, o forse è la mano che regge l’argine del lago attorno a cui il nostro autore sembra compiere un giro.
Charlie è un compagno ma è anche l’altra faccia della speranza e della disperazione.
Un muro, le sue fondamenta, e noi sopra, con le bocche agganciate all’intonaco, con le dita fra le crepe della casa. Tutto questo è Charlie ed altro ancora.
Queste di Giacomo Viti sono poesie di un viaggio quieto e col tormento di un orizzonte offuscato davanti. Viti non è un esploratore eccitato dalla scoperta, nessuna euforia nel deporre la parola sulla pagina. Penso più che altro allo scultore, al suo sguardo acuto, alla sua visione tridimensionale e al vigore con cui posiziona lo scalpello sulla pietra: c’è la precisione del gesto, la forza calibrata esattamente, la giustezza nel sottrarre materia all’intero.
Ma dov’è Charlie? Charlie è in “ogni odore/ dei fiori” che lo “narra in silenzio”, lui che non sa “restare lontano da questa rupe” presta la sua ombra al nostro autore e lo costringe a guardare giù, ad abbracciare la sua vertigine.
Si esiste “in cianfrusaglie”, si rimane un passo indietro all’essenziale, perduti nella folla. E cosa resta di Charlie alla fine? Un segno, una traccia, sovrabbondanze di mondi sconosciuti, il “sapore di legno bagnato”, fragore di schegge, “frantumi”.
Il mondo ha un peso e il nostro autore è “stanco”, e Charlie sembra volergli porgere il fianco, tendere la mano. Charlie sente il rumore del sangue che scorre sotto i nostri piedi, le pulsazioni delle arterie che traghettano con mite saggezza le parole da una riva all’altra. Ma forse Viti ne ha terrore, e perciò si scherma lo sguardo con le mani.
Eppure dai versi si alza potente un grido che non è mai urlato, ma è tutto raddensato nelle vene; Charlie ha un desiderio e una speranza: non vuole “tramontare qui”, ma sarà necessario ancorarsi ad un suono, un movimento, farne incessantemente memoria: “Lo senti?/ È il ritmo che non potrai scordare/ filo cui si lega ogni tuo punto”.

© Francesco Iannone

Charlie, sono stanco. Scrivo dal vetro
di una casa che ho incontrato
dopo essermene andato. Lisa
è stata rinchiusa in quel posto
fuori città, fuori mano. Ho fame,
troppa, per andare a salutarla.
Vedeva demoni. Fossimo stati
meno attaccati alle serate,
lo sai, li avremmo presi per noi.
Fossimo stati… (altro…)

Federica Giordano – Inediti

 

Nel punto in cui hai versato tutta la tua luce,
proprio lì dove tu hai nutrito la tua pianta.
Da quel foro della terra, tutti gli alberi del resto del mondo
Lanciano la loro voce.
Ma tu innaffi la tua pianta.
Anche il tuo regno i corrode.
Il bosco scuro ha abitanti maligni che vincono sempre”.
Ho sentito la loro voce
solo sui cadaveri.

 

*
Un’abbondanza in me continua a morire.

Lei mi guarda da lontano, come un’ostrica
che dagli abissi non sospetta il mondo.
Cresce nel segreto.

Da dove io sono, riuscire a guardarla è un dolore.
In un pascolo una pecora ingoia un filo d’erba
e una fonte si prosciuga.

 

*
Al supermercato
La merce e gli scaffali erano un’enorme
struttura mostruosamente posata.
Il latte indispensabile.
Incontrai gli occhi neri del passante che non mi disse mai,
di come una volta ingoiò un pugno di biada
rubata al suo cavallo.

 

*
A Rebecca

I tuoi occhi puliti.
Il tuo è lo sguardo del cavallo.
Non sospetta dei morbi che attanagliano me e il mondo.

Il tuo sguardo è la mia voragine.
È come sentire un urlo senza provenienza
in mezzo alla foresta.

Il viso che sorride si deforma ogni volta,
mostruosamente.
Lei non vede. Non lo sente,
protetta dalla sua violentissima innocenza.

 

Notizia biografica
Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui «Nuovi Argomenti» e «Poesia» di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta Porcellana. Poema sulla distruzione della mia città di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista «Poesia». Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico Ifigenia siamo noi, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett, Cycling the frame e The invisible frame presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe-Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista «Poesia», numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica Utopia Fuggiasca con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato (Nota di lettura di Melania Panico)

 

Per avere una visione migliore, dal basso verso l’altro (o parallelamente dall’interno verso l’esterno), che abbracci l’intero panorama esistenziale – la nostra storia dal passato al presente – è preferibile collocarsi sul lato basso del quadrato: situazione che consentirà una più adeguata proiezione sul futuro.

Questo è quello che ci preannuncia l’autore stesso. A volte la visione “per meglio considerare l’altezza del creato” implica una caduta.
A questa caduta subentra una sorta di redenzione ovvero dopo l’atto del cadere ci si rende conto che – dopo l’iniziale idea di sconfitta (e tutte le conseguenze relative a questa idea) – la risposta si può trovare. La risposta è l’accettazione, inserirsi nel circolo della vita.
La poesia di Giuseppe Vetromile risente molto dell’idea di frustrazione derivata dallo scarto che c’è tra atto e immaginazione. Questa frustrazione è un sentimento tipico e molto comune all’artista in genere. La frattura tra ciò che si ha idea di creare e ciò che realmente si porta a compimento.
In questo senso, l’autore, il poeta che vive il momento intenso di frustrazione ne esce cambiato, il processo lo cambia, in un certo senso diventa ancora più umano come “infettato” dalla frattura e di conseguenza più ricco, pieno (riportata sul piano della narrazione, una ricchezza di contenuti).
E in effetti la poesia di Giuseppe Vetromile è una poesia che della ricchezza della parola fa il suo punto fermo. Dal punto di vista del lessico siamo di fronte a una poesia dell’abbondanza, dell’addizione, cioè è una poesia che a una prima lettura potrebbe apparire addirittura cumulativa.
Uno dei temi principali del libro è Dio: «noi vorremmo mia cara/ un nostro cielo movibile ogni giorno/ che ci faccia il piacere di girare intorno al nostro io/ stanco dei vortici di bazzecole/ e delle giostre di luci fatue sfavillanti/ intorno al grumo decaduto del Creato.»
Nella sezione intitolata Elementi di fatuità è vivida la riflessione su Dio, la divinità e l’uomo. Siamo già oltre il commiato, il sentimento del post commiato. Non c’è più posto per Dio «che si sia sgualcito il quaderno apocrifo io lo so perché/tante volte ho perso il dito a cercarvi dentro il diritto/ di una parola mentre il rovescio scompariva dietro/ le righe.» Eppure il divino è nella ricerca dell’uomo interiore, nell’idea di distacco e al contempo contrapposizione all’uomo esteriore. È in questo scarto la riflessione tutta filosofica della poesia in questione.

© Melania Panico

(altro…)

Lettera all’autore #4. Lo scialle rosso, Luigi Fontanella

Caro Luigi,

nel leggere il suo Lo scialle rosso, quel che, tra le altre cose, mi colpisce, sono le sue Note dell’Autore, che, pur presentandosi come delle semplici note esplicative o chiarificative dei testi, rivelano altro. Infatti, in alcuni passaggi, sono delle vere e proprie prese di posizione teoriche che indicano la poetica sottesa ai testi. Io, come lei, ritengo che sia compito non secondario del poeta quello di poter, anzi di dover, dire in maniera consapevole e intelligente sui suoi testi, perché la poesia non può essere nulla di ingenuo e d’inconsapevole. Essa è una atto artistico e conoscitivo insieme e il poeta, se nell’atto generativo è passivo, nel momento della composizione è e deve essere consapevole di quel che sta producendo. Riscontrarlo nel suo libro mi ha colpito e confortato sulla possibilità e la necessità di una scrittura poetica che, pur rispettandone le radicali differenze, non smetta mai di dialogare con la teoria.

Inoltrandomi nei nove poemetti che compongono il suo libro, mi è sembrato d’immergermi in un flusso di lettura, di parole e d’immagini che si muovono lungo diversi sentieri che aprono a vere e proprie dimensioni ulteriori, tra loro dialoganti. Vi è un continuo muoversi nello spazio, i vari poemetti e narrazioni in versi si aggirano lungo lo spazio geografico dei tanti luoghi che ha incontrato nei suoi viaggi e soggiorni e, al tempo stesso, percorrono lo spazio immateriale della memoria. Le dimensioni del tempo e dello spazio si confrontano nella radura della parola con una forza calma e discorsiva, che non toglie nulla alla potenza della visione e dei versi ad essa legati, ma, anzi, li amplifica in un’eco che riverbera in chi legge fino a toccarne le corde più profonde. Potrei azzardare che una cifra del suo dettato poetico in questi testi – diversi per tematiche, tempi e occasioni di composizioni – sia una forma poetica della distensio animi di agostiniana memoria, un’esperienza del tempo soggettiva e radicale, in cui il tempo non è più solo cronos ma si fa aion, forza vitale e durata, e kairos, occasione propizia. Diventa un protrarsi dell’anima nel passato che si trasforma in trasfigurazioni e visioni che proprio la forma distesa del poemetto, con il suo filo narrativo nascosto e con le accensioni e le pause che gli sono proprie, favorisce. I luoghi quindi sono al tempo stesso luoghi geografici e luoghi dell’anima, sono sia protagonisti, sia occasione e sfondo del dramma lirico che di volta in volta si accende. E qui mi sembra ci sia un aspetto che si fa vera e propria cifra del suo dettato poetico e che diventa palese nell’ultimo poemetto del libro, Canto del distacco, in cui, come anche lei richiama nelle note, vi è un salto qualitativo del rimembrare, in quanto il ricordo, reso preciso dai frammenti che punteggiano questo vero e proprio diario poetico, non è un semplice ricordare o il rammemorare che si fa parola poetica, ma esso diventa un immaginare e di conseguenza un reinventare il passato, contro la furia del tempo che travolge ogni cosa. Quindi è sì un proustiano ricercarlo o rivederlo, ma, anche e soprattutto, un vederlo per la prima volta, quindi un inventarlo, un trasformarlo da com’è, o meglio come fu, a un come sarà o meglio a come dovrebbe essere. E in questo passaggio mi sembra che la dimensione del sogno, richiamata opportunamente da Paolo Lagazzi in prefazione, sia il segno di questa produzione di immagini che rifondano la visione poetica e la rendono nuova, inaudita, una consapevole illusione (Sono già/ seduto nel treno, spalle rivolte/ alla mia destinazione, mentre/ davanti ai miei occhi socchiusi/ tutto vertiginosamente regredisce, sfuma/ e ai fa sogno/ oblìo/ ombra/ aria/ illusione). Nei versi che chiudono Efemeridos, nelle spalle rivolte alla sua destinazione, che è poi la destinazione di ogni vita, in cui tutto regredisce in un sogno e nell’oblio, vi è una sintesi mesta e ferma di un’intera esistenza, che però coinvolge sia il singolo, l’io lirico in questo caso, ma sembra aprirsi ad una meditazione comune. In questo passaggio mi sembra di cogliere la lettura benjanimiana dell’angelo della storia di Paul Klee, sul senso umano del tempo e della memoria, del viso dell’angelo che è rivolto al passato mentre è implacabilmente sospinto nell’ignoto del futuro dalle forze che muovono la storia e le nostre vite. A questo proposito non mi sembra essere un caso che i suoi poemetti siano popolati da persone, figure, personaggi della sua memoria personale – su tutte la figura paterna, protagonista di un vero e proprio dramma nel e del ricordo – ma anche animati da molti e intensi riferimenti letterari, in un dialogo costante con la tradizione, che è continuamente ripensata e ridetta. La poesia, dunque, ha il compito di creare simboli e segni che dicano ciò che si mostra dal profondo e che reclama di esser detto in maniera originaria. Nel poemetto che dà il titolo alla raccolta, ad esempio, il simbolo, in questo caso lo scialle rosso, viene usato in maniera estensiva e intensiva al tempo stesso. Estensiva perché copre, nel suo volteggiare dai primi versi, l’intero svilupparsi del poemetto, accompagnando le varie figure e personaggi che lo animano; intensivo perché nei versi finali si fa cifra, segno della condizione esistenziale e si palesa addirittura come farmaco, come cura ai dolori, alle cicatrici della vita, trasformandosi in un sole altro che tutto illumina e che porta con sé l’anima di chi scrive ( È tardi, ormai./ Vento e pioggia hanno spazzato via/ tutti e tutto./ … avvolgiti, anima mia,/ in quello scialle rosso/ vola fino ad un altro Sole,/ questo/ che oggi scioglie i nostri corpi le nostre dita/ i nostri pensieri le nostre ore/ sotto uno stesso cielo di mani e di mari, sole/ che cicatrizza/ ogni dolore/ ogni ferita.). Ecco, caro Luigi, mi sembra che la sua sia una vera e propria operazione mito-poietica, compiuta con un linguaggio volutamente piano e colloquiale, con rare ma significative accensioni, che, oserei dire, prende per mano il lettore e lo conduce, con un canto sommesso, ma fermo. Una malia che però non si slabbra mai, ma conserva una sobrietà di fondo che si fa vera e propria sostanza etica, che è la sostanza ultima di ogni vera poesia.

La saluto con profonda stima e in amicizia.

© Francesco Filia

 

Luigi Fontanella, Lo scialle rosso, prefazione di Paolo Lagazzi, Moretti e Vitali, 2017.

Cactus – Melania Panico e Matteo Anatrella

[…] Nel desiderio di veder incarnata la voglia di bellezza la poesia e la fotografia decidono di cucire una preziosa dialettica. E nasce CACTUS. Un dialogo dove le più infrasottili sensazioni cominciano ad albeggiare. Questo dittico ci sorprende e ci inquieta. Ci sorprende per la forza espressiva che equamente abita il segno visivo di Matteo Anatrella e la parola poetica di Melania Panico. Ci sorprende perché quest’opera ha nervatura che pulsa d’antico senza dimenticare il modellare oggidiano. Ci inquieta perché le forme della perfezione sono sempre sentimenti complessi, fatti di ferite, lacerazioni, tagli nella memoria e nel respiro. Sia ben chiaro CACTUS va letta come unica tensione concentrica ed espressiva dove lo sguardo spettatoriale potrà perdersi in quella “forza di espansione” (come Barthes sintetizzava il punctum) e parallelamente dentro “l’estasi del tempo” (come Proust nominava la tirannia del dettaglio). CACTUS è voce unica. (Dall’introduzione di Alfonso Amendola dal titolo “La distanza e il dettaglio”).
Cactus, Melania Panico – Matteo Anatrella, Gechi edizioni, 2018

 

*
Lui era lì
con la bocca raccolta e muta
disposto a sacrificare l’equilibrio
per una venatura di clorofilla
si è aperto alla promessa
di ricucire la ferita
con mani strette a pugno
mentre il tonfo del secolo
scuoteva insieme viso e suolo
la terra trema costretta
rinasce il giorno in lacrime orizzontali
grigio inebetito
posa le dita sulla fronte di una vite
può grattarne via l’odore
contemplare il rischio di una rinascita.

Sul solco che riconduce a casa
si affretta l’uomo che sa aspettare.

 

*
Del ricordo intendo un verso a respingere
soluzione a tutte le corde spezzate
il giardino che si nasconde nei vetri
e le cose ancora da dire
dell’andare intendo la forza
i pugni di una farfalla ragazza cicatrice
costrizione di palpebre fraintese 

faceva il passo di uno scricciolo
faceva il suono di un rantolo
la bambina da poco

intorno al ventre sottile
un cerchio di luce
le mani svuotate nella faccia
la ricerca delle questioni grandi.
Vorrebbe gridare il suo equilibrio, ora
dire c’ero a sussurrare vittoria. 

Certi passati spaventano anche da seduti.

 

*
Scelgo un bar a caso il momento sbagliato
piango ascoltando musica da spotify
le medicine danno alla testa
tutto l’acciaio e poi le lacrime facili
il salmone in forno e l’acqua bollente della doccia
i capelli perdono colore noi cosa abbiamo perso?
io non dimentico niente non dimentico niente
metto su un film brutto. STOP. ne metto un altro
lo chiudo tossisco e fumo e anche così
non me la ricordo la strada di casa so che è vicina
ma forse è una sensazione sbagliata
come quando ho scelto il bar e tu non c’eri più

 

Fabio Chiusi, Era la Guerra

 

Un giorno marciranno le rotative
ogni governo sarà caduto
le notizie si scriveranno da sole
la mano non avrà cervello

gli automi di un mondo di morti
lo spegnersi tutto delle radure
in schermi colorati
le frasi senza significante

saranno uno splendido insulto

e le pagine saranno gabbiani
dal becco spalancato sui fossi

moriranno inermi
impalpabili
impallinati da noi revanscisti
dal cuore chiaro

o lasciamelo sognare
più raro lettore
che ancora esista la carne
ancora le ossa

in qualche lurido anfratto.

 

*
Polvere che scalci da terra,
ti abbiamo nella bocca.
Bava che spezza il silenzio,
nostra è la bocca. Pazza d’estate
pazza d’inverno: sei guerra
che parli senza ferire.
Saziaci per sempre.

 

*
Se abbiamo ucciso era per salvarti.
Spandevi un profumo e una rabbia.
Eri morta, gioivi. «Penso io
a raccogliere il corpo da terra».
Il corpo verrà. Di lui non sapremo.

 

*
Parlarci sarà una quiete intera,
un corpo che non si muove.
Scale verranno fino a lui
e non vedrai luogo che non lo riguardi.
Ricorderai questo tempo
come il ronzio di un insetto.
Parlerai lungamente, almeno
quanto hai taciuto. Ma non faremo rumore
nelle piazze vuote: tu hai lasciato per sempre
quei luoghi di domande
senza risposta. Quel silenzio
ti racconterà dei tuoi morti, sarai con loro
in ogni luogo.

 

*
Tre fili ingannano la morte.
Non sono tre dee, non si tagliano per morire,
non abbiamo la stessa separazione.
Noi possiamo toccarlo, questa morte possiamo volere,
mai del tutto: ho visto come li guardi, ho visto
come ci guardano. Sono tutto quanto abbiamo
tutta la nostra vitalità. Ed eccoti
sopra la sedia del cielo, il trono del mondo,
le macerie e la nascita di ogni cosa.
Tocca a ciascuno di noi infilarsi tra le braccia
quel cavo e attendere, scalare l’universo
fino a quella sedia, scavare dentro il dolore
per riemergere avvolto a tre fili che spostano l’ago
tre fili che attendono il tuo destino e la grazia.

 

*
Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

© Fabio Chiusi, Era la guerra, Internopoesia, 2017