Autore: Francesco Filia

Polesìa (51 poeti per la democrazia)

premio-letterario-trivio-20171

 

Domenica 18 novembre ore 10,30 a “Il tempo del vino e delle rose”, Piazza Dante, Napoli, verrà presentato il 4° numero delle rivista «Trivio» (Oèdipus) ovvero Polesìa (antologia di 51 poeti italiani per la democrazia).
Interverranno: Bernardo de Luca (poeta e critico), Francesco G. Forte (editore), Antonio Pietropaoli (direttore della rivista «Trivio»), Ferdinando Tricarico (curatore del fascicolo), oltre ad alcuni dei poeti antologizzati.
Trivio, o trivium, in epoca medievale indicava le tre discipline liberali filosofico-letterarie e il loro insegnamento: grammatica (lingua latina), retorica (l’arte dell’oralità), dialettica (filosofia). Con la denominazione «Trivio» è stata fondata a Napoli una rivista semestrale che si occupa di poesia, prosa e critica edita dalla casa editrice salernitana Oèdipus di Francesco Forte e diretta da Antonio Pietropaoli. Il quarto numero della rivista, che ha come titolo Polesía, è curato dal poeta Ferdinando Tricarico e si presenta eccezionalmente come un volume monotematico sulla “democrazia”, volume che coinvolge un folto numero di poeti. La scelta nasce dalla considerazione del direttore scientifico Antonio Pietropaoli (si veda la sua breve Premessa al volume, a p. 5), secondo cui se una rivista culturale deve “da un lato godere della più ampia libertà di movimento” deve anche, “dall’altro, … lasciarsi incalzare dagli eventi della realtà esterna”: una realtà di grave disagio politico e civile, nella quale “non solo il sistema democratico mostra evidenti crepe, ma il concetto stesso di democrazia viene revocato in dubbio, è entrato in crisi … ultimo effetto perverso della globalizzazione, che ha inoculato in tanti, in troppi, la convinzione che la democrazia fosse solo quella degli integrati, degli inclusi, degli (ad) agiati, e si fosse dunque trasformata in odiosa oligarchia”.
L’intento di quest’ampia riflessione sulla democrazia, come forma di potere, ma soprattutto come forma di convivenza civile e culturale è spiegato dal curatore del numero, il poeta e critico Ferdinando Tricarico: “ Lanciare il sasso nello stagno del disincanto politico, pur essendo, nell’era della globalizzazione finanziaria, la crisi della democrazia ed il tentativo di rigenerarla, questione cruciale per il vivere civile, non è stato facile. Dubbi sul convocare i poeti in modo così esplicito a dire in versi ciò che è ostico inquadrare a sociologi, filosofi e politologi, dubbi sulle antologie tematiche come antidoto all’impossibilità di quelle per autori o per tendenza, dubbi sulla possibilità di selezionare testi molto differenti per modi e forme mantenendo una qualche coralità. Eppure, l’effetto straniante e qualche volta disturbante dei miei inviti, (qualche rifiuto per delusione da militanza, insospettati timori di adeguatezza, eccessi di aspettativa in senso positivo o negativo) mi hanno convinto, già in corso d’opera, sempre di più, della necessità di insistere nel simposio poetico. […] Sono tante, invece, le strutture formali adottate: l’apologo, la fiabetta, la ballata, il dialogo, la riscrittura, il monologo, il cut up, il sonetto, la canzone, la prosa poetica, il frammento, la sequenza seriale, la filastrocca, le tante possibilità della tradizione e delle avanguardie più recenti di manipolare la plastica e malleabile lingua letteraria italiana. Non mi dilungo su cose finemente commentate da Francesco Muzzioli e Giso Amendola in pre e post-fazione, ma si legge chiaramente che agli autori la crisi della rappresentanza appare definitiva, al meglio si indicano ipotesi di partecipazione diretta come uscita collettiva dalla crisi o ricerche di ambiti piccoli e privati dove esprimere bisogni di uguaglianza e giustizia. In ogni caso, per conflitto, disillusione, negazione fino al nichilismo, i poeti cercano l’inedito, comprendono il mutamento epocale, non abusano del passato quale ancoraggio ma navigano nel mare aperto oggidiano con le sue inquietanti oscurità. Infine, la lingua e la sintassi, davvero ci dicono della fine delle dicotomie novecentesche: canone e avanguardia, prosa e poesia, armonico e dissonante: senza doversi auto-etichettare, i versi si mostrano per quello che sono, non c’è ricerca spasmodica di spiegarsi, di dirsi altro, di chiudersi in casematte, non ce ne sono di bunker sicuri e i poeti democratici l’hanno capito”. (altro…)

A Montefredane, Monia Gaita (Inedito)

2015-08-16-20-00-00-Montefredane--paesaggi-irpini-provincia-avellino

Montefredane (AV) © Paesaggirpini

A Montefredane

Anche il tuo corpo è da salvare.
Io sono in grado di comprenderne la lingua
dentro l’erba,
indovinare i segni
nella membrana elastica del vento,

chiudere la bottiglia degli sbagli
con un tappo,
in questi campi
che raschiano i ricordi dagli alveoli
e li concentrano.

Una è la terra, una soltanto.
Una la vena degli ulivi
a trasportare il sangue.
Uno è l’atrio delle viti,
uno il ventricolo dei fiori.

Tanta aderenza alle fratte e al cielo,
la lussazione di chi è andato,
la pelle intatta del contatto
che difendo.

Siamo due pezzi della stessa stoffa:
io ne rigonfio l’astro nella nebbia,
tengo perfettamente il centro,
lapido la paura
nel bruno delle foglie.

E sorvegliarti con i 4 sensi
le pareti
è perdermi dentro la scia precisa
dei noccioli,

sfregare
la polvere da sparo del deluso
e seppellirne il morto ancora vivo
nella terra.

 

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11-71 ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino. Giornalista, ha all’attivo le seguenti pubblicazioni: Rimandi (Montedit, 2000), Ferroluna (Montedit, 2002), Chiave di volta (Montedit, 2003), Puntasecca (Istituto Italiano Cultura Napoli, 2006), Falsomagro (Editore Guida, 2008), Moniaspina (L’Arca Felice, 2010), Madre terra (Passigli, 2015). È direttore editoriale di Delta3, collana “Ancoraggi” (narrativa, poesia saggistica e arte). Promotrice culturale, scrive su importanti riviste web e cartacee. È inserita in numerose antologie e testate nazionali online. Diversi sono i saggi dedicati alla sua poesia. Porta avanti nella sua Montefredane, con la Proloco che presiede, il Premio di Cultura “Oreste Giordano”, una manifestazione che vede premiate ogni anno, eminenti personalità del mondo giornalistico, della poesia, della scrittura, dell’arte e della scienza

John Taylor, L’oscuro splendore (nota di Melania Panico)

oscuro splendore

Il mio approccio a questo libro è stato volutamente lento. Ci ho messo molti mesi prima di decidere di parlarne perché non è un libro di spunti: è un libro di risposte, anche se tocca a noi trovarle disseminate. John Taylor è un poeta ma è anche un traduttore, è un autore che fa continuamente i conti con la “patria”, se patria è una lingua “come tua sola forza residua/ una lingua incerta”, se patria è una casa a volte racchiusa in un recinto, da salvaguardare, a volte è mare sommosso, dove la vita è soprattutto sotto e la superficie è sempre increspata. Sempre.
“Dove i ruscelli s’incontrano/ tu stai sulla stretta riva”: nell’incontro tra le lingue si sta su un margine che non è sicuro ma è anche un punto di osservazione privilegiato. C’è sempre qualcosa che deve venir fuori o che deve essere proiettato, come se la realtà fosse proiezione essa stessa: “qualcosa come le vestigia nell’allineamento di assi muffite; qualcosa come il futuro”.
L’oscuro splendore, nella traduzione in italiano di Marco Morello, è un libro che guarda al fondo ma non per scardinare, semmai per cercare “le tessiture/le architetture”, per cercare il senso vero (l’impalcatura/ che cede la sua forma), non più fantasmi o schermi ma accoglimento dell’inevitabile inondazione: all’inizio è come una rete che tiene le distanze o mantiene la struttura: “le strade e le vie traverse/ formano una rete”,in seguito si comprende che le maglie della rete permettono tanto altro: “ora la galleria e l’impalcatura sono una cosa sola”. Dicevo lingua e patria. Mi viene in mente una splendida poesia di Sujata Bhatt “the one who goes away”, la casa intatta ma sempre mutevole, “I am the one/ who Always goes/ away with my home/ which can only stay inside/ in myblood – my home which/ does not fit/ with any geography”. Anche ciò che abbiamo perso può diventare un rifugio ma non rifugio melanconico legato al ricordo. Andare via e allo stesso tempo mantenere un legame, come se si potesse vedere bene solo da lontano: “quando stai di fronte a queste rovine/ capisci/ che non hai mai capito/ che tutto questo era un insieme”. Probabilmente l’oscuro splendore a cui fa riferimento il titolo sta proprio in questo: nella perdita impronunciabile, a light laced/ with black . (altro…)

Antonio Nazzaro, Amore migrante e l’ultima sigaretta (nota di Melania Panico)

Nazzaro-2018-Amor-migrante-PORTADA-03-red_Página_1

Nel libro di Antonio Nazzaro, amore e viaggio sono i temi principali che si intersecano per dare vita a una poesia a tratti duplice ed evocativa, una poesia fatta di reminiscenze, in cui il passato è qualcosa a cui guardare con dolcezza ma anche con malinconia. Il passato è il luogo del ricordo e come tale è vivo ovvero rivive continuamente negli atti, in una quotidianità legata al senso dell’andare/ritornare: «Tu hai il potere di mancare/ senza averti avuto mai./ Come una terra perduta/ che solo può promettere il cielo.» Nella metafora della terra perduta gran parte del senso di questo progetto bilingue – italiano e spagnolo – lingue entrambe molto care all’autore. La lingua è un margine d’incontro per chi va via, emigra. Incontro con il nuovo ma anche punto di rottura, limite su cui costruire qualcosa di nuovo, come elaborare un lutto e ricominciare a disegnare su una pagina bianca.
Dicevamo amore e viaggio. Eppure il viaggio – se senza ritorno – può far mancare la terra sotto i piedi, proprio come l’amore: «Voglio un mondo semplice tra noi /dove non ci sono paure/ ma solo abbandoni./ Senza poter pensare/ di/ cadere.» Amore è cercare una casa e trovarla. È poter pronunciare di nuovo una parola svuotandola della memoria, se necessario: «non voglio la memoria/ ma solo/ quest’infinito presente.» Un poesia, quella di Antonio Nazzaro, che non ha paura di inseguire la verità, soprattutto quando è una verità dura e delicata allo stesso tempo, una verità per cui può anche mancare il fiato.

© Melania Panico

 

Tu hai il potere di mancare
senza averti avuto mai.
Come una terra perduta
che solo può promettere il cielo.

Tú tienes el poder de faltar
sin haberte tenido nunca.
Como una tierra perdida
que solo puede prometer el cielo. (altro…)

Teoria e poesia. Edoardo Sant’Elia.

9788865423189.jpgNell’attuale panorama culturale, italiano e non solo, appare necessario un ripensamento dei paradigmi che stanno alla base sia dei diversi saperi, sia della produzione artistico-letteraria, di conseguenza ne discende un confronto sempre più serrato tra attività che appaiono distanti tra loro e che, però, dialogano in maniera sotterranea, ne siano consapevoli o meno i soggetti coinvolti. L’emersione di questo fiume carsico che attraversa i vari campi del sapere appare sempre più ineludibile a partire dalle sue origini. In questa prospettiva, il confronto serrato tra i vari saperi che dialogano intorno a due o più concetti opposti, ma in relazione tra loro, può essere inserito nella più ampia relazione tra poiein e theoria, tra la produzione e la conoscenza. Confronto che parte dall’antica Grecia e che nei millenni giunge a noi. In un’epoca in cui l’iperspecializzazione delle scienze e delle tecniche fa perdere di vista il quadro d’insieme del sapere umano, appare necessario ritornare a un sapere che si confronti con l’insieme delle connessioni e delle questioni aperte del nostro tempo. Per far ciò, un ripensamento del rapporto tra gli antichi saperi dell’uomo e le nuove scienze sembra una strada obbligata e al tempo stesso feconda. Nella cultura delle origini, tramandata oralmente, di cui noi conosciamo il depositato scritto dalle opere e dalle testimonianze che ci sono state trasmesse, è quasi impossibile separare discorso poetico da quello mitico-religioso. La stessa parola mythos significa sia parola sia verità e la parola poesia (poièsis) deriva dal verbo greco poièô che significa ‘invento’, ‘produco’, ‘compongo’, ‘faccio’: essa è una delle tecniche di produzione umana, ma è quella che, in particolare, produce un senso all’accadere, sottraendolo dal muto e implacabile succedersi degli eventi naturali. Il termine theorìa indica, nella sua evoluzione, lo specifico approccio del sapere greco alla realtà rispetto alle altre culture antiche. Termine che significa ‘solenne ambasciata’, ‘festa’, da cui si origina quindi la religione, il mito, la poesia, il teatro e il pensiero di una comunità, cioè il luogo in cui i mortali entrano in rapporto con il sacro, con ciò che è separato dalla realtà sensibile, ma che la anima e quindi è ciò che è essenziale per la vita stessa.fuoco-terra-aria-acqua-A-220x320
Queste forme di produzione di senso e di sapere sono nate come risposta necessaria all’inquietudine dell’uomo. Recuperando in questo modo la dimensione radicalmente e specificamente umana della filosofia e della poesia, seguendo la traccia sofoclea dell’Antigone (“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”, vv. 332/333), che l’uomo è l’unico essente, per quel che ne sappiamo, che è enigma a se stesso, a cui è negata la presunta beatitudine degli dèi e l’istintiva e immediata certezza degli altri essere viventi e che, quindi, quello specifico mortale che è l’uomo, specifico perché sa che deve morire, deve produrre un senso, fosse anche nel dover riconoscere un senso già dato una volta e per sempre, come crede di fare la metafisica, e che la dimensione originaria di questa produzione è quella mitico-poietica. Questo approccio permette di gettare uno sguardo sulla contemporaneità da un punto di vista eccentrico e al tempo stesso inusuale, ma stringente sulle questioni ineludibili del nostro specifico stare al mondo. Il recupero di quest’antico e originario rapporto tra teorie e produzione poietica mi sembra il punto di vista adottato da Edoardo Sant’Elia, poeta e saggista, nella sua attività culturale. (altro…)

Giovanni Peli, Onore ai vivi (Nota di Melania Panico)

onore ai vivi

“Questo canto comincia quando tu sei battito, sedici millimetri di Altro, e sei nello stesso tempo ciglia, sei ali, vola tra gli animali (…)”
Si può scrivere una storia nuova ogni volta. Si deve. Quando fare poesia è ricominciare dal suono, cantare. Ricominciare da un battito in cui è racchiusa ogni possibilità: “questa è la beatitudine dei ribelli”.
Onore ai vivi è evidentemente già dal titolo un inno alla possibilità di riscrittura: “dici cantiamo ancora/ abbiamo distrutto a sufficienza/ così la voce torna/ da pulsazioni di roccia”. Ma cosa canteremo? Quando tutto è già stato detto, scrivere poesia che cos’è? Canteremo il desiderio, dopo aver dimenticato tutto, canteremo la parola stessa come ricerca. Ricominceremo da questo.
Onore ai vivi è anche un libro che ha a che fare con la speranza, ma non un inno alla speranza, attenzione: “sono troppe le ore passate a sperare/ siamo quello che facciamo/ faremo canestro con la poesia sperimentale/ vecchia di quarant’anni”. Proprio in un momento in cui si parla molto della morte della poesia, Giovanni Peli ci parla di una nascita, e della libertà, e del canto che sugella.
Il dialogo dell’autore con l’Altro tocca punte veramente alte. A tratti è un dialogo con una entità che solo a parole chiamiamo “altro”. Noi stessi siamo spesso l’altro a cui parlare: “ti voglio rettile, giunco, terra fresca fino alla fine, ti voglio resa, animale notturno, incubo di dio, insetto mangiato, carezza, squallida attrazione, ti voglio risata, danza feroce, e non ti controllerò, là dove ti sentirai simile a qualcuno sarai l’Altro, il pensiero violato e il coraggio”.
Altro come proiezione di un Noi, della possibilità negata all’Io.
“Quello che scrivo esiste da prima”, dice l’autore. Allora fare poesia è trovare una lingua. Solo così il canto resterà per sempre.

© Melania Panico

può scegliere se vivere
o occupare il suo posto nel mondo
può decidere di passare alla storia
come quello che è morto lasciando qualcosa
ma tutti siamo perduti e alla resa dei conti
siamo costretti a definirci noi
noi tutti ci ritroveremo tagliati di netto
con le ossessioni un tempo addomesticate
e amate
la frasi forbite che sfruttano biografie
e altre menzogne
le due parti di noi non sono più conciliabili
una delle due per esempio
pronuncia gli accordi di una chitarra
le corde sono state le nostre vene
da giovani tutto sembra impuro e giusto
ora si avvia nella purezza e nella povertà (altro…)

Pietra lavica di Francesco Iannone (nota di Enzo Rega)

pietra lavica

Nella sua postfazione, Giovanna Rosadini colloca la poesia di Francesco Iannone (Pietra lavica, Nino Aragno Editore, Torino 2016, pp. 107, € 10,00), pur con una sua specificità, nella reazione euforica che dagli anni Settanta va a contrapporsi a una reazione disforica: la prima (Alda Merini, Patrizia Cavalli ecc.) si caratterizza per la propria emergenza emotiva scegliendo forme vicine alla lingua parlata.
Esempi del genere infatti non mancano in questo volume, come anche il richiamarsi a una sorta di grado zero della scrittura: «Devi fare/ voce piccola/ se vuoi davvero/ che il bambino/ impari/ a schioccare/ la prima sillaba dalle labbra» (p. 94). Il lemma “bambino” compare più volte, e proprio in questo testo – come in altri – la versificazione si articola in tre, due o addirittura una parola per linea, come a riprodurre lo stesso linguaggio olofrastico e telegrafico infantile. Il poeta si fa sempre all’origine del linguaggio: «Chi sono io?/ Il bambino balbuziente […]» (p. 84) si è chiesto poche pagine prima. Ma anche in questo caso la metafora del bambino alla scoperta del mondo si attaglia alla funzione del poeta che scopre-riscopre.
Questa ‘originarietà’ si riverbera anche nello spazio che la natura ha nel libro: «Tu impara dai pesci, impara/ dagli uccelli. Impara» (p. 87). (altro…)

Lettera all’autore #6: Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

ANDARE-PER-SALTI

Cara Annamaria,

nel rileggere il tuo Andare per salti a distanza di mesi dalla presentazione napoletana dell’autunno scorso, mi soffermo con maggiore attenzione sul senso del verbo del titolo, ‘andare’ e mi sembra che tu riprenda la dimensione originaria dell’atto poetico a partire dalla sua origine arcaica, il poetare, il raccontare, il dire è un andare, esso si rifà al peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli. Quindi l’andare rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. L’andare è ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo e al tempo stesso ci permette di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. L’andare rimanda subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri, corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza, che è un andare enigmatico. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero.
Mi sembra che la tua cifra poetica si inserisca in questa dimensione e vi apporti un contributo originale e perciò spiazzante rispetto alle attese del lettore. Perché il tuo andamento poetico è un andamento, che, come il titolo del libro enuncia radicalmente, procede non in maniera costante e lineare, ma per salti, per balzi e sussulti. In una prima accezione, il tuo andare per salti potrebbe far riferimento ad un’attenzione rapsodica dei tuoi versi alle varie sfaccettature del mondo e della vita, ma a me sembra che ci sia un senso più profondo, che investe prime di tutto il nucleo ispirativo della tua versificazione, che si dispone sulla pagina come frammento che emerge dallo sfondo bianco e che in maniera, al tempo stesso, fluida e precisa, come nella grande tradizione novecentesca, di cui al tempo stesso sei erede, ma che volutamente tradisci per procedere oltre. È presente un fluire da tempo andante musicale, che impedisce all’orecchio di soffermarsi sul singolo elemento ma che restituisce il suono e il senso delle parole e dei versi in maniera complessiva. Ma vi è anche una dimensione di senso profondo e di visione del mondo, il tuo andare per salti è un “fare i conti” con il mondo in maniera radicale, giungere con un balzo sulla cosa da dire e offrirla alla parola poetica, la portata di quest’atteggiamento la si evince soprattutto nella seconda e terza sezione del libro – Per tumulti; Per spazi inaccessibili – dove il confronto con la vita si fa più serrato e riesce a fare i conti sia con il contemporaneo, sia con la storia, sia con la dimensione mitica attraverso la storia, in particolare gli intensissimi testi sulla Shoah, nella sua dimensione epocale, ma anche, soprattutto nella prima sezione, nella sua dimensione familiare e individuale (così mi lascio vivere/ un vivere semplice che almeno/ un po’ faccia coesione/ un rimpicciolirmi come/ seme tra i semi.), il passaggio da una generazione all’altra, la dedica a tua nipote in esergo ne è il segno tangibile. L’insieme di tutte queste suggestioni rivelano un sostrato etico profondo, una tensione morale che non arretra dinanzi nemmeno agli spazi inaccessibili del dolore e del male.
In questa prospettiva la tua poesia si presenta come un andare che diventa un deviare, e la poesia è proprio questo deviare dal vedere ordinario, è un deviare che sposta il punto di vista ordinario e volge lo sguardo in altra direzione, lungo magari un sentiero più nascosto e più impervio ma che, in quanto non già battuto, ci fa vedere le cose, quegli stessi sentieri ordinari della nostra vita quotidiana, in un’altra luce, magari con lo smalto originario del primo giorno della creazione, per dirla con Boris Pasternak. Solo correndo il rischio di errare e di perdersi si può approdare da qualche parte, fosse anche solo l’andare stesso. L’uomo non è, ek-siste, cioè è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana dell’andare, dell’errare, della possibilità inquietante dell’errore nel fare dell’uomo, ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa. La poesia è il filo di Arianna, le molliche di Pollicino che ci guidano nel labirinto dell’esistenza mostrando in controluce, in negativo, la via non presa, il bivio dove si decide la vita di ognuno. Essa è un tenue segno che ci guida lungo il percorso, creandolo di volta in volta, che ci può condurre a casa o farci perdere definitivamente. La tua poesia (tu aguzzino tu vittima/ vera o consenziente (lo sai solo tu)// resta la poesia?) mi sembra non far altro che parlare in maniera essenziale, a tratti leggera, a tratti vorticosa – penso alla poesia Taràn (tu non lo sai ma questa tua danza turbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate)– a tratti sofferta della condizione umana e della sua intima e rischiosa libertà fino a giungere ai bordi da cui si contempla l’infinita distesa del Nulla costitutivo di ogni cosa (come all’origine nudi/ finalmente originali miseramente/ splendidi del nulla).
Ti saluto con stima e amicizia.

Francesco Filia

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca, 2017

Michele de Virgilio, Tutte le luci accese

I sottoscala del cuore

Al posto di una introduzione, sarebbe stato più efficace – e più originale – proporre, per questa raccolta di poesie, una mappa. Una carta geografica su cui segnare spostamenti, soste, passaggi. Nomi di città, strade. Michele de Virgilio dice – in sede quasi proemiale – della bellezza di “escludere il mondo” (la solitudine e l’intensità della scrittura che cerca di rendere limpida l’esperienza). Eppure, nei fatti, non lo esclude; lo include – quasi letteralmente – nello spazio poetico. Include – nelle poesie “low cost” aperte da un’epigrafe non a caso firmata da un grande fotografo – sentieri di montagna in salita, fiumi e ponti di città europee, campanili e targhe, portici e fessure nei muri. Una volta inclusi questi pezzi di paesaggio, attiva «il pulsante della scrittura» perché guadagnino senso, perché siano davvero e fino in fondo toccati. Nella poesia intitolata Nei miei viaggi dà seguito al titolo con una vorticosa enumerazione: «Ho toccato mani, maniglie, cani./ Mani che toccavano maniglie,/ maniglie a forma di mani.// Magliette, maglioni, travi./ Trote che nuotavano come triglie,/ treni in cui ho perso le chiavi.// Scafi, scafandri, dadi./ Mani che afferravano bottiglie,/ bottiglie scolate negli stadi». Ma appunto, il più autentico contatto passa dalla scrittura; saper viaggiare e imparare ad amare – sostiene de Virgilio – non sono la stessa cosa. Si scrive per trattenere qualcosa – anche fosse una semplice ciglia ritrovata nella copia ingiallita di un libro. «L’ho trattenuta sull’indice» scrive l’autore; ma ciò che poi aggiunge conta di più: «avrei preferito ritrovare l’occhio/ nascosto che aveva letto/ quelle pagine, il pensiero/ fragile». La mappa di Tutte le luci accese di Michele de Virgilio non è facile da disegnare perché contiene, oltre ai luoghi, le persone. Trattate tuttavia anch’esse come pezzi di paesaggio – zone del mondo parecchio più vaste di quanto ne occupino o occupassero davvero. Luci accese, appunto. de Virgilio, da narratore in versi, fa di quel po’ di luce una storia, guidato da un moto di tenerezza mai retorica, talvolta direi persino fisica, verso l’esistente – quello più prossimo e quello meno prossimo. La vita familiare, l’infanzia – con certe madeleine «molto particolari» restituite dai «torrenti» della memoria. Un centro di salute mentale e i suoi “abitanti”. Un portalettere e una voce origliata senza volerlo. Mettiti in ascolto. Guarda a fondo. In un caffè vedi tutte le donne che hai amato. Nel fumo di un sigaro una parte di vita «indesiderata». Milioni di uomini potenziali in un fiotto di sperma. La delusione nello sguardo di un gatto. de Virgilio non spegne nessuna luce, prova a illuminare tutto. Lavora sul tratto di silenzio che c’è fra le pupille e come, dice lui, «i sottoscala del cuore». Costringe il lettore a seguirlo, a sostare lì, per quaranta secondi – il tempo di una canzone, di una poesia – e per un secolo, per migliaia di anni luce.

Paolo Di Paolo

 

 

NEI MIEI VIAGGI

Ho toccato mani, maniglie, cani.
Mani che toccavano maniglie,
maniglie a forma di mani.

Magliette, maglioni, travi.
Trote che nuotavano come triglie,
treni in cui ho perso le chiavi.

Scafi, scafandri, dadi.
Mani che afferravano bottiglie,
bottiglie scolate negli stadi.

Seni, guance, bocche.
Bracciali attaccati alle caviglie,
occhi da trovare nelle brocche.

Nelle mie mani i microbi
di migliaia di ere. (altro…)

Cinque poesie di Bertolt Brecht tradotte da Federica Giordano

brecht

foto da standupandspit.wordpress.com

Le poesie qui selezionate delineano un arco temporale che va dal 1933 al 1947. “Tempi duri per la lirica”, scrive Brecht. In questi versi, si materializzano immagini minime eppure di grande potenza, animate dall’amore del vero. Il messaggio che viene fuori con perentoria irruenza, nonostante esso venga custodito e protetto da un’armatura di delicatezza, è che l’autore ha un legame così profondamente intimo con la parola e con la storia, da fare della sua poesia uno strumento di lotta politica. Più precisamente, emerge quanto l’attenzione agli uomini e alle loro cose non possa che sfociare, nella sua più alta declinazione, in una sfera di politicità.

 

Tempi duri per la lirica  (1939)

Lo so bene. Solo chi è felice
è amato. Volentieri
si ascolta la sua voce. Il suo viso è bello.

L’albero contorto nel cortile
indica un terreno marcio, ma
i passanti lo insultano”storpio”
e hanno ragione.

I battelli verdi e le vele serene del Sund
non le vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete strappata dei pescatori.
Perché parlo solo
della bracciante di quarant’anni che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze
sono caldi come un tempo.

Nel mio canto una rima
mi suonerebbe insolente.

In me si scontrano
l’entusiasmo per il melo che fiorisce
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.

Solo il secondo però
mi spinge di forza alla scrivania.

 

Schlechte Zeit für Lyrik (1939)

Ich weiß doch: nur der Glückliche
Ist beliebt. Seine Stimme
Hört man gern. Sein Gesicht ist schön.

Der verkrüppelte Baum im Hof
Zeigt auf den schlechten Boden, aber
Die Vorübergehenden schimpfen ihn einen Krüppel
Doch mit Recht.

Die grünen Boote und die lustigen Segel des Sundes
Sehe ich nicht. Von allem

Sehe ich nur der Fischer rissiges Garnnetz.
Warum rede ich nur davon
Daß die vierzigjährige Häuslerin gekrümmt geht?
Die Brüste der Mädchen
Sind warm wie ehedem.

In meinem Lied ein Reim
Käme mir fast vor wie Übermut.

In mir streiten sich
Die Begeisterung über den blühenden Apfelbaum
Und das Entsetzen über die Reden des Anstreichers.
Aber nur das zweite
Drängt mich zum Schreibtisch. (altro…)

Angina d’amour – Giulio Maffii, di Melania Panico

angina-1050x497

 

Angina d’amour è un libro complesso e vivo in cui si intersecano temi fondanti come amore, lutto, memoria, in una struttura che non lascia spazio a equivoci o storture. Un libro che segna un passaggio netto nella produzione dell’autore.
Il titolo è un chiaro riferimento – attraverso una terminologia medica – al rapporto stretto tra eros e thanatos. La prima sezione Venti angine d’amore si apre con Cosimo Ortesta: “la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore”.
Il dolore non è qualcosa da cui ci si può salvare, è la ferita e dopo la ferita la cicatrice. La poesia – quando autentica come in questo caso – serve ad avallare o a raccontare, poco a dimenticare e di nuovo a inserirci nella vita. La poesia è testimonianza: “ho fatto le ossa/ rapinando il respiro del sasso/ non rispondo e torno/ nel nucleo della sera/ ti lascio con i nodi”.
Angina d’amour è pieno di oggetti e di solitudine, di moltitudini che si incontrano nel “mistero eucaristico del sanguinamento”, un mistero che unisce tutti, una umanità che fatica a trovare una risposta, un senso, eppure lo cerca, nella contraddizione costante e spesso avvilente, per quanto umana, tra ciò che si desidera e ciò che si ha.
“Nessuno sembra lacerato dentro/ sono qui che t’aspetto/ si aspettano i santi/ a chiese aperte e occhi spupillati/ mi benedice la cassiera sudata/ con il sorriso inverso”. A guardarla da fuori sembra una realtà perfetta e onesta. A guardarla da dentro, con gli occhi all’interno, si avverte la deformità del senso e il rumore che fa questa deformità. È un rumore silenzioso. Sono gli oggetti a essere infestati dal silenzio ed è un silenzio infettato quello che gli oggetti stessi ci rimandano indietro. (altro…)

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia