Autore: Francesco Filia

Giovanni Peli, Onore ai vivi (Nota di Melania Panico)

onore ai vivi

“Questo canto comincia quando tu sei battito, sedici millimetri di Altro, e sei nello stesso tempo ciglia, sei ali, vola tra gli animali (…)”
Si può scrivere una storia nuova ogni volta. Si deve. Quando fare poesia è ricominciare dal suono, cantare. Ricominciare da un battito in cui è racchiusa ogni possibilità: “questa è la beatitudine dei ribelli”.
Onore ai vivi è evidentemente già dal titolo un inno alla possibilità di riscrittura: “dici cantiamo ancora/ abbiamo distrutto a sufficienza/ così la voce torna/ da pulsazioni di roccia”. Ma cosa canteremo? Quando tutto è già stato detto, scrivere poesia che cos’è? Canteremo il desiderio, dopo aver dimenticato tutto, canteremo la parola stessa come ricerca. Ricominceremo da questo.
Onore ai vivi è anche un libro che ha a che fare con la speranza, ma non un inno alla speranza, attenzione: “sono troppe le ore passate a sperare/ siamo quello che facciamo/ faremo canestro con la poesia sperimentale/ vecchia di quarant’anni”. Proprio in un momento in cui si parla molto della morte della poesia, Giovanni Peli ci parla di una nascita, e della libertà, e del canto che sugella.
Il dialogo dell’autore con l’Altro tocca punte veramente alte. A tratti è un dialogo con una entità che solo a parole chiamiamo “altro”. Noi stessi siamo spesso l’altro a cui parlare: “ti voglio rettile, giunco, terra fresca fino alla fine, ti voglio resa, animale notturno, incubo di dio, insetto mangiato, carezza, squallida attrazione, ti voglio risata, danza feroce, e non ti controllerò, là dove ti sentirai simile a qualcuno sarai l’Altro, il pensiero violato e il coraggio”.
Altro come proiezione di un Noi, della possibilità negata all’Io.
“Quello che scrivo esiste da prima”, dice l’autore. Allora fare poesia è trovare una lingua. Solo così il canto resterà per sempre.

© Melania Panico

può scegliere se vivere
o occupare il suo posto nel mondo
può decidere di passare alla storia
come quello che è morto lasciando qualcosa
ma tutti siamo perduti e alla resa dei conti
siamo costretti a definirci noi
noi tutti ci ritroveremo tagliati di netto
con le ossessioni un tempo addomesticate
e amate
la frasi forbite che sfruttano biografie
e altre menzogne
le due parti di noi non sono più conciliabili
una delle due per esempio
pronuncia gli accordi di una chitarra
le corde sono state le nostre vene
da giovani tutto sembra impuro e giusto
ora si avvia nella purezza e nella povertà (altro…)

Pietra lavica di Francesco Iannone (nota di Enzo Rega)

pietra lavica

Nella sua postfazione, Giovanna Rosadini colloca la poesia di Francesco Iannone (Pietra lavica, Nino Aragno Editore, Torino 2016, pp. 107, € 10,00), pur con una sua specificità, nella reazione euforica che dagli anni Settanta va a contrapporsi a una reazione disforica: la prima (Alda Merini, Patrizia Cavalli ecc.) si caratterizza per la propria emergenza emotiva scegliendo forme vicine alla lingua parlata.
Esempi del genere infatti non mancano in questo volume, come anche il richiamarsi a una sorta di grado zero della scrittura: «Devi fare/ voce piccola/ se vuoi davvero/ che il bambino/ impari/ a schioccare/ la prima sillaba dalle labbra» (p. 94). Il lemma “bambino” compare più volte, e proprio in questo testo – come in altri – la versificazione si articola in tre, due o addirittura una parola per linea, come a riprodurre lo stesso linguaggio olofrastico e telegrafico infantile. Il poeta si fa sempre all’origine del linguaggio: «Chi sono io?/ Il bambino balbuziente […]» (p. 84) si è chiesto poche pagine prima. Ma anche in questo caso la metafora del bambino alla scoperta del mondo si attaglia alla funzione del poeta che scopre-riscopre.
Questa ‘originarietà’ si riverbera anche nello spazio che la natura ha nel libro: «Tu impara dai pesci, impara/ dagli uccelli. Impara» (p. 87). (altro…)

Lettera all’autore #6: Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

ANDARE-PER-SALTI

Cara Annamaria,

nel rileggere il tuo Andare per salti a distanza di mesi dalla presentazione napoletana dell’autunno scorso, mi soffermo con maggiore attenzione sul senso del verbo del titolo, ‘andare’ e mi sembra che tu riprenda la dimensione originaria dell’atto poetico a partire dalla sua origine arcaica, il poetare, il raccontare, il dire è un andare, esso si rifà al peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli. Quindi l’andare rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. L’andare è ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo e al tempo stesso ci permette di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. L’andare rimanda subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri, corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza, che è un andare enigmatico. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero.
Mi sembra che la tua cifra poetica si inserisca in questa dimensione e vi apporti un contributo originale e perciò spiazzante rispetto alle attese del lettore. Perché il tuo andamento poetico è un andamento, che, come il titolo del libro enuncia radicalmente, procede non in maniera costante e lineare, ma per salti, per balzi e sussulti. In una prima accezione, il tuo andare per salti potrebbe far riferimento ad un’attenzione rapsodica dei tuoi versi alle varie sfaccettature del mondo e della vita, ma a me sembra che ci sia un senso più profondo, che investe prime di tutto il nucleo ispirativo della tua versificazione, che si dispone sulla pagina come frammento che emerge dallo sfondo bianco e che in maniera, al tempo stesso, fluida e precisa, come nella grande tradizione novecentesca, di cui al tempo stesso sei erede, ma che volutamente tradisci per procedere oltre. È presente un fluire da tempo andante musicale, che impedisce all’orecchio di soffermarsi sul singolo elemento ma che restituisce il suono e il senso delle parole e dei versi in maniera complessiva. Ma vi è anche una dimensione di senso profondo e di visione del mondo, il tuo andare per salti è un “fare i conti” con il mondo in maniera radicale, giungere con un balzo sulla cosa da dire e offrirla alla parola poetica, la portata di quest’atteggiamento la si evince soprattutto nella seconda e terza sezione del libro – Per tumulti; Per spazi inaccessibili – dove il confronto con la vita si fa più serrato e riesce a fare i conti sia con il contemporaneo, sia con la storia, sia con la dimensione mitica attraverso la storia, in particolare gli intensissimi testi sulla Shoah, nella sua dimensione epocale, ma anche, soprattutto nella prima sezione, nella sua dimensione familiare e individuale (così mi lascio vivere/ un vivere semplice che almeno/ un po’ faccia coesione/ un rimpicciolirmi come/ seme tra i semi.), il passaggio da una generazione all’altra, la dedica a tua nipote in esergo ne è il segno tangibile. L’insieme di tutte queste suggestioni rivelano un sostrato etico profondo, una tensione morale che non arretra dinanzi nemmeno agli spazi inaccessibili del dolore e del male.
In questa prospettiva la tua poesia si presenta come un andare che diventa un deviare, e la poesia è proprio questo deviare dal vedere ordinario, è un deviare che sposta il punto di vista ordinario e volge lo sguardo in altra direzione, lungo magari un sentiero più nascosto e più impervio ma che, in quanto non già battuto, ci fa vedere le cose, quegli stessi sentieri ordinari della nostra vita quotidiana, in un’altra luce, magari con lo smalto originario del primo giorno della creazione, per dirla con Boris Pasternak. Solo correndo il rischio di errare e di perdersi si può approdare da qualche parte, fosse anche solo l’andare stesso. L’uomo non è, ek-siste, cioè è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana dell’andare, dell’errare, della possibilità inquietante dell’errore nel fare dell’uomo, ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa. La poesia è il filo di Arianna, le molliche di Pollicino che ci guidano nel labirinto dell’esistenza mostrando in controluce, in negativo, la via non presa, il bivio dove si decide la vita di ognuno. Essa è un tenue segno che ci guida lungo il percorso, creandolo di volta in volta, che ci può condurre a casa o farci perdere definitivamente. La tua poesia (tu aguzzino tu vittima/ vera o consenziente (lo sai solo tu)// resta la poesia?) mi sembra non far altro che parlare in maniera essenziale, a tratti leggera, a tratti vorticosa – penso alla poesia Taràn (tu non lo sai ma questa tua danza turbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate)– a tratti sofferta della condizione umana e della sua intima e rischiosa libertà fino a giungere ai bordi da cui si contempla l’infinita distesa del Nulla costitutivo di ogni cosa (come all’origine nudi/ finalmente originali miseramente/ splendidi del nulla).
Ti saluto con stima e amicizia.

Francesco Filia

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca, 2017

Michele de Virgilio, Tutte le luci accese

I sottoscala del cuore

Al posto di una introduzione, sarebbe stato più efficace – e più originale – proporre, per questa raccolta di poesie, una mappa. Una carta geografica su cui segnare spostamenti, soste, passaggi. Nomi di città, strade. Michele de Virgilio dice – in sede quasi proemiale – della bellezza di “escludere il mondo” (la solitudine e l’intensità della scrittura che cerca di rendere limpida l’esperienza). Eppure, nei fatti, non lo esclude; lo include – quasi letteralmente – nello spazio poetico. Include – nelle poesie “low cost” aperte da un’epigrafe non a caso firmata da un grande fotografo – sentieri di montagna in salita, fiumi e ponti di città europee, campanili e targhe, portici e fessure nei muri. Una volta inclusi questi pezzi di paesaggio, attiva «il pulsante della scrittura» perché guadagnino senso, perché siano davvero e fino in fondo toccati. Nella poesia intitolata Nei miei viaggi dà seguito al titolo con una vorticosa enumerazione: «Ho toccato mani, maniglie, cani./ Mani che toccavano maniglie,/ maniglie a forma di mani.// Magliette, maglioni, travi./ Trote che nuotavano come triglie,/ treni in cui ho perso le chiavi.// Scafi, scafandri, dadi./ Mani che afferravano bottiglie,/ bottiglie scolate negli stadi». Ma appunto, il più autentico contatto passa dalla scrittura; saper viaggiare e imparare ad amare – sostiene de Virgilio – non sono la stessa cosa. Si scrive per trattenere qualcosa – anche fosse una semplice ciglia ritrovata nella copia ingiallita di un libro. «L’ho trattenuta sull’indice» scrive l’autore; ma ciò che poi aggiunge conta di più: «avrei preferito ritrovare l’occhio/ nascosto che aveva letto/ quelle pagine, il pensiero/ fragile». La mappa di Tutte le luci accese di Michele de Virgilio non è facile da disegnare perché contiene, oltre ai luoghi, le persone. Trattate tuttavia anch’esse come pezzi di paesaggio – zone del mondo parecchio più vaste di quanto ne occupino o occupassero davvero. Luci accese, appunto. de Virgilio, da narratore in versi, fa di quel po’ di luce una storia, guidato da un moto di tenerezza mai retorica, talvolta direi persino fisica, verso l’esistente – quello più prossimo e quello meno prossimo. La vita familiare, l’infanzia – con certe madeleine «molto particolari» restituite dai «torrenti» della memoria. Un centro di salute mentale e i suoi “abitanti”. Un portalettere e una voce origliata senza volerlo. Mettiti in ascolto. Guarda a fondo. In un caffè vedi tutte le donne che hai amato. Nel fumo di un sigaro una parte di vita «indesiderata». Milioni di uomini potenziali in un fiotto di sperma. La delusione nello sguardo di un gatto. de Virgilio non spegne nessuna luce, prova a illuminare tutto. Lavora sul tratto di silenzio che c’è fra le pupille e come, dice lui, «i sottoscala del cuore». Costringe il lettore a seguirlo, a sostare lì, per quaranta secondi – il tempo di una canzone, di una poesia – e per un secolo, per migliaia di anni luce.

Paolo Di Paolo

 

 

NEI MIEI VIAGGI

Ho toccato mani, maniglie, cani.
Mani che toccavano maniglie,
maniglie a forma di mani.

Magliette, maglioni, travi.
Trote che nuotavano come triglie,
treni in cui ho perso le chiavi.

Scafi, scafandri, dadi.
Mani che afferravano bottiglie,
bottiglie scolate negli stadi.

Seni, guance, bocche.
Bracciali attaccati alle caviglie,
occhi da trovare nelle brocche.

Nelle mie mani i microbi
di migliaia di ere. (altro…)

Cinque poesie di Bertolt Brecht tradotte da Federica Giordano

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foto da standupandspit.wordpress.com

Le poesie qui selezionate delineano un arco temporale che va dal 1933 al 1947. “Tempi duri per la lirica”, scrive Brecht. In questi versi, si materializzano immagini minime eppure di grande potenza, animate dall’amore del vero. Il messaggio che viene fuori con perentoria irruenza, nonostante esso venga custodito e protetto da un’armatura di delicatezza, è che l’autore ha un legame così profondamente intimo con la parola e con la storia, da fare della sua poesia uno strumento di lotta politica. Più precisamente, emerge quanto l’attenzione agli uomini e alle loro cose non possa che sfociare, nella sua più alta declinazione, in una sfera di politicità.

 

Tempi duri per la lirica  (1939)

Lo so bene. Solo chi è felice
è amato. Volentieri
si ascolta la sua voce. Il suo viso è bello.

L’albero contorto nel cortile
indica un terreno marcio, ma
i passanti lo insultano”storpio”
e hanno ragione.

I battelli verdi e le vele serene del Sund
non le vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete strappata dei pescatori.
Perché parlo solo
della bracciante di quarant’anni che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze
sono caldi come un tempo.

Nel mio canto una rima
mi suonerebbe insolente.

In me si scontrano
l’entusiasmo per il melo che fiorisce
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.

Solo il secondo però
mi spinge di forza alla scrivania.

 

Schlechte Zeit für Lyrik (1939)

Ich weiß doch: nur der Glückliche
Ist beliebt. Seine Stimme
Hört man gern. Sein Gesicht ist schön.

Der verkrüppelte Baum im Hof
Zeigt auf den schlechten Boden, aber
Die Vorübergehenden schimpfen ihn einen Krüppel
Doch mit Recht.

Die grünen Boote und die lustigen Segel des Sundes
Sehe ich nicht. Von allem

Sehe ich nur der Fischer rissiges Garnnetz.
Warum rede ich nur davon
Daß die vierzigjährige Häuslerin gekrümmt geht?
Die Brüste der Mädchen
Sind warm wie ehedem.

In meinem Lied ein Reim
Käme mir fast vor wie Übermut.

In mir streiten sich
Die Begeisterung über den blühenden Apfelbaum
Und das Entsetzen über die Reden des Anstreichers.
Aber nur das zweite
Drängt mich zum Schreibtisch. (altro…)

Angina d’amour – Giulio Maffii, di Melania Panico

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Angina d’amour è un libro complesso e vivo in cui si intersecano temi fondanti come amore, lutto, memoria, in una struttura che non lascia spazio a equivoci o storture. Un libro che segna un passaggio netto nella produzione dell’autore.
Il titolo è un chiaro riferimento – attraverso una terminologia medica – al rapporto stretto tra eros e thanatos. La prima sezione Venti angine d’amore si apre con Cosimo Ortesta: “la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore”.
Il dolore non è qualcosa da cui ci si può salvare, è la ferita e dopo la ferita la cicatrice. La poesia – quando autentica come in questo caso – serve ad avallare o a raccontare, poco a dimenticare e di nuovo a inserirci nella vita. La poesia è testimonianza: “ho fatto le ossa/ rapinando il respiro del sasso/ non rispondo e torno/ nel nucleo della sera/ ti lascio con i nodi”.
Angina d’amour è pieno di oggetti e di solitudine, di moltitudini che si incontrano nel “mistero eucaristico del sanguinamento”, un mistero che unisce tutti, una umanità che fatica a trovare una risposta, un senso, eppure lo cerca, nella contraddizione costante e spesso avvilente, per quanto umana, tra ciò che si desidera e ciò che si ha.
“Nessuno sembra lacerato dentro/ sono qui che t’aspetto/ si aspettano i santi/ a chiese aperte e occhi spupillati/ mi benedice la cassiera sudata/ con il sorriso inverso”. A guardarla da fuori sembra una realtà perfetta e onesta. A guardarla da dentro, con gli occhi all’interno, si avverte la deformità del senso e il rumore che fa questa deformità. È un rumore silenzioso. Sono gli oggetti a essere infestati dal silenzio ed è un silenzio infettato quello che gli oggetti stessi ci rimandano indietro. (altro…)

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

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Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia

Fuoco. Terra. Aria. Acqua.

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Sognando una foresta

Chi l’ha detto che dalla filosofia non può germogliare la poesia? Filosofia e poesia sono alberi che appartengono alla stessa foresta, i loro rami, le loro foglie si intrecciavano un tempo, le loro radici attecchivano in un terreno comune, i loro frutti si proponevano al morso con la stessa carica di seduzione. Poi la foresta è divenuta in parte luminosa serra in parte oscura selva. Platone, lo spietato giardiniere, separò i semi dei due linguaggi, analizzò e disfece, codificò e distinse: condannò la poesia e scelse la filosofia, anzi la inventò come forma scritta creando la tradizione occidentale. Le sue parabole, i suoi dialoghi erano comunque intrisi di poesia ma questo non contava. Noi, allora, vogliamo ripartire da Empedocle. Guaritore, scienziato, profeta, imbonitore, l’unico filosofo greco – greco di Agrigento – che mise in versi la sua filosofia. Apparteneva a quella che lo stesso Platone definì ‘l’età dei sapienti’, omaggio astuto che relegava quegli uomini (Eraclito, Parmenide, Zenone…) nella nebbia fascinosa ed equivoca del mito; una nebbia, comunque, favorevole al pensiero e non impenetrabile. Empedocle volle spiegare la nascita del mondo e delle cose attraverso l’unione variamente mescolata di quattro elementi (la definizione ‘elementi’, tuttavia, è un altro successivo prestito platonico): il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua. Che sono, in ordine zodiacale, le simboliche e concrete suggestioni alla base di questo volume. Quattro poeti si misurano con queste suggestioni, ciascuno incarnando un elemento: Giuseppina De Rienzo fa crepitare i versi temperandoli attorno ad un ininterrotto fuoco, “unica sezione conica rovente”; Rossella Tempesta si immerge e riemerge dalla terra attraverso essiccate terzine, “Lei mi ripara/ la terra è verità./ Lei mi genera”; chi scrive offre voce e sguardo, in forma poematica, agli spiriti dell’aria, “burattinai segreti/ delle vicende altrui”; Valerio Grutt ripercorre la mutevole ebbrezza di una città d’acqua, “I rubinetti, le porte, i cuori, / le cose felici, apritele”. Quattro poeti del Mezzogiorno, quattro voci tra loro dissimili per stile e timbro ma consanguinee quanto all’immaginario antropologico di riferimento, riconducibile ad una linea meridionale della poesia italiana contemporanea sintetizzata in un progetto, Poesia Portale Sud, che si propone di far emergere – oltre le secche dei modelli primo o tardo novecenteschi ed accettando in pieno la sfida del postmoderno – un diverso modo di ‘sentire’, di praticare la scrittura: magari mettendo in musica, musica verbale, il pensiero. Chi l’ha detto che dalla poesia non può germogliare la filosofia?

Edoardo Sant’Elia

Fuoco

Non cambia il corpo
nel vetro
ruba
riflessi
accende l’abbandono
fieri
i seni
quieto il ventre
forza
mai domata l’attesa
linee
da prima creazione
tagliano via
le mani dal riquadro
superfluo l’indice
non serve
cercare il padre

(Giuseppina Di Rienzo)

 

Terra

Sotterrato
ricoperto
ogni giorno altra terra spingo
come cumuli di sabbia alle finestre.

E rinasce il tuo nome
chiaro
spacca le zolle, svetta
si rigonfia di tralci e pampini.

Ancora vita beve
e non si cura della notte, che a me
e torce lenzuola intorno al corpo.
E non la sente la preghiera lacrimosa
il parto di ogni sera.
Tra lo spavento, il riso,
ti ascolto che rinasci dentro il petto.

(Rossella Tempesta)

 

Aria

10. VORTICI

Il cielo è un mare rovesciato,
senza fondo, dove i piedi
non possono toccare,
è una casa fatta d’aria,
senza finestre, senza porte,
ci sei dentro tuo malgrado
e non puoi evadere
(ma non è una prigione),
è una casa che respiri
senza rendertene conto,
che inghiotti con lo sguardo
(ma non ci fai caso).
Il cielo, adesso, gira in senso orario,
o forse no, forse nell’altro senso,
e tu ti lasci andare,
steso a croce sull’acqua,
fai ‘il morto’, galleggi,
e lei giace al tuo fianco,
immemore, defunta,
e assieme vi stupite
di quelle nuvole
che non somigliano a nulla,
soffici, opache,
nubi di un cielo casuale
eppure inconfondibile,
che a quanto pare
gira in senso orario,
o forse no, forse nell’altro senso.

(Edoardo Sant’Elia)

 

Acqua

Il sole ricama fiori
sui mobili della cucina.
C’è una voce che chiama dall’universo
nell’acqua che scorre dal rubinetto.
Mia madre risponde al telefono
con i capelli nuovi,
alle sue spalle cade la mia città
tutta incendiata di rabbia e bellezza.

(Valerio Grutt)

Antonietta Gnerre, da Le cifre delle correnti (Inediti)

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Se ho pianto è perché sono stata al buio
con un peso
capovolto di assenze.
La nave inclinata nella sua rotta,

i sogni non infilati
più tra le stelle.

Se ho pianto è perché le preghiere
rientravano e uscivano
da una linea
sottile di menzogne.

Il giorno soffocato nelle sponde dei pini,
dopo una mareggiata,
acceso solo dalla luna.

Se ho pianto è perché da ragazzina
ho giurato
che avrei guardato in silenzio

la bellezza dei germogli svanire
davanti ai miei occhi.

 

*
Le mani unite in una promessa:
custodire le voci
che hanno pronunciato il mio nome.
Cercare tra gli indumenti quale indossare
i vostri, i miei, i tuoi indumenti.

Di colpo il cielo abbassato sopra la pelle.
Ogni immensità sulle mani.

La memoria di appartenere al mondo
passa anche in ciò che abbiamo indossato.
Sugli indumenti restano i confini dei sogni,
il replicarsi del giorno che sono nata.

 

*

Provvisori segni, versi di cicatrici consumate.
Già cresce un’altra nuvola sulla montagna
dove riposano le ombre dei lupi.

Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo.
La misuro con le imposte delle case distanti,
che abbiamo abitato,
per esercitare un sopralluogo di pensieri.

Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,
la resa degli anni che si riorganizza.

Se mi dici, se ti dico, che questa gioia di guardarci è poca cosa
un’eco da lontano ricompone, dentro e fuori dall’atmosfera,
la vera voce di questo amore.

 

*

Cercare nel tempo della semina
le tracce confuse delle volpi.
La distanza della neve che spinge i semi.

Anch’io avrei voluto badare la terra.
Risvegliarmi nel vento che riporta indietro
le nuvole,
forse la prossima stagione
anche loro impareranno a stare nei confini.

Impareranno a chiamare per nome
le spighe che dormono.
A proteggerle dalla morte che le osserva.

 

Antonietta Gnerre, nata in Irpinia, è poeta, scrittrice e giornalista. Laureata in Scienze delle Religioni si occupa, come studiosa, di ecumenismo, dialogo interreligioso e poesia spirituale del ′900. Collabora con la Cattedra di Diritto e Letteratura dell’Università del Sannio (BN) e con l’Università Irpina del Tempo Libero di Avellino. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie; tra le più recenti: Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008); PigmenTi (Edizioni L’Arca Felice, 2010), I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015). Suoi i saggi Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi e Cristina Campo. Il viaggio silenzioso e spirituale, Forme di Pensieri, entrambi pubblicati con la collana di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci, ESI, Napoli. È Direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella. È promotrice della Kermesse itinerante Il Festival della Valle. Cura la rubrica La poesia della settimana per la Scuola Yanez di Bellinzona e per il sito letterario Gli Amanti dei Libri. Collabora come opinionista con quotidiani e riviste religiose. Come critico letterario e intervistatrice, invece, con riviste cartacee e on line di cultura poetica.

 

 

Monica Guerra, Sulla soglia (Nota di Melania Panico)

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Monica Guerra, Sulla soglia (On the threshold; traduzione di Monica Guerra e Patrick Williamson), Samuele editore, 2017

Si resta sulla soglia per vari motivi. Si resta per guardare con occhio attento e quasi distante, tra il sospettoso e il pauroso.
Si resta per attendere una risposta, perché non ce la si fa a stare completamente dentro una situazione che fa male.
Si resta sulla soglia per segnare il confine tra questa e quella parte, tra noi e noi, quando il confine diventa un modo per riflettere anche su se stessi: ciò che siamo stati, ciò che non siamo più, ciò che siamo diventati.
Il libro di Monica Guerra è tutto questo. È un libro che riflette sulla questione del restare. Come se restare, il compito di chi resta, chi non va via, fosse una responsabilità. La responsabilità della vita: «la catena che non spezzo», nonostante tutto perché «morire è un’isola/ perché morire/ non è come dirlo».
Restare è anche una prova. Infatti il libro è un viaggio (anche cronologico) a ritroso, a ripercorrere il perché e il come del saluto (che è il titolo della prima sezione). Monica Guerra parla del tempo come ripetizione del gesto e in alcuni punti diventa esplicito il suo riferimento al “ciclico”: «morire è un gesto/a ripetizione […] la separazione non esiste».
Come a dire che nulla è definitivo, tranne l’amore come motore e pena, non soltanto ricordo ma stella fissa sempre splendente – quando effettivamente resta in alto come punto a cui guardare – per trovare una direzione. L’estrema sezione del libro si intitola proprio Il ricordo: tutto si è già compiuto, anche l’elaborazione della distanza, anche la fermezza e il commiato, la vita che non mi fa dormire e poi l’epilogo: «pensare che sondavo il morire/ dov’è ora il mare». Qualcosa che somiglia alla grandezza.

© Melania Panico

6 Luglio 2016

la lacrima lungo l’angolo
sinistro il passaggio, ogni
giorno riscorre il tuo andare
nel mio occhio in prestito
che poi cosa vuoi che sia,
la vita non è tutto. (altro…)

Rossella Frollà, Eleanor (Nota di Enzo Rega)

Rossella Frollà
Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria

Nota di Enzo Rega

 

Un libro complesso questo di Rossella Frollà, Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria, Interlinea Edizioni, 2017: una poesia civile che ha però una sua particolarissima declinazione. Il libro affronta alcuni dei fatti storici o delle emergenze umanitarie più gravi dei nostri tempi – dalla guerra in Bosnia del 1992-95, all’attentato dell’11 settembre a New York e agli attacchi terroristici recenti di Parigi e Bruxelles, alla guerra in Siria, con sullo sfondo perennemente la drammatica questione degli sbarchi a Lampedusa o in Grecia. Ma benché Eleanor, che dà il suo nome al libro e voce agli eventi, sia una reporter, questi fatti non sono vissuti sul piano della cronaca, anche se i riferimenti agli accadimenti sono ovviamente presenti. Quello che la poesia registra è invece l’impatto dei fatti su chi ne viene a conoscenza: quello che qui conta è il loro riverberarsi nella coscienza che li rielabora e ne espone l’essenza in una scrittura alta, universalizzante. I testi, i singoli poemetti, si articolano in un macro-testo – il poema che ne scaturisce – nel quale Eleanor interloquisce, ma non nei toni di un dialogo corrente e corrivo bensì elevato, con Anima e Verità, mentre interviene come nella tragedia greca il Coro; e qui e là compaiono altre figure, come l’Ombra (nel poemetto La principessa).
Nella Premessa, vengono specificati i diversi “ruoli”: Anima e Verità «trasportano la fragilità che è in noi con tutti i suoi detriti. […] Il Coro puntualizza i fatti e l’Io della reporter imbocca le stanze delle domande e vive autenticamente le contraddizioni del mondo in una realtà immaginifica, visionaria mai destituita di senso, nella coincidenza delle cose tra Verità e Bellezza, in quell’andare oltre anche del male» (p. 5). E l’autrice cita di seguito i suoi stessi versi: «Le bombe e le granate a Sarajevo/ e le botteghe a Djerba e Marshalam/ illuminavano le nuche scure/ nelle parabole di primavera». E la primavera appare come un simbolo di rinascita contro il cielo foscamente illuminato dalle bombe. I nomi fatti in questi versi già disegnano un’ampia zona che costeggia tutto il Mediterraneo, centro di almeno una parte delle storie che attraversano questo libro. Da Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, ai piedi dei Monti Dinari; a Djerba – isola tunisina dove si sono incontrati berberi, arabi, ebrei e popolazioni africane; a Marsa Alam, in Egitto, sulle coste orientali del Mar Rosso: antica località di pescatori il cui nome (possiamo notare) richiama quello della nostra Marsala, ovvero il Porto di Allah. (altro…)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai (Nota di Melania Panico)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai, RPlibri, 2018

Quando la poesia neutralizza l’apertura dello spazio e del tempo. Così mi viene in mente il motivo oraziano del non omnis moriar, non morirò del tutto, sarà certo morte fisica ma non morte del poeta.
Di conseguenza il motivo sacrale della poesia: «il tuo inizio e la mia fine/ la mia fine e il tuo inizio».
Se è vero come è vero che anche il poeta come l’uomo è pervaso dal senso del tempo, Ottobre nei viavai, ultima e intensissima opera di Alessia Iuliano, è un libro in cui il senso del tempo è dettato dal rapporto col mito: «l’Olimpo non è cielo arcaico e mitologico, ma agito a utilizzo vitale del mirino noi. Quando sappiamo scoprire il mito in noi». Così Luigi D’Alessio ci avverte nella postfazione. Il mito serve alla sublimazione dell’elemento quotidiano quando in qualche modo questo elemento è stato scardinato. Hanno spento le luci nella hall dell’Olimpo: scardinare è dimostrare l’inconsistenza di qualcosa.
Una volta dimostrata l’inconsistenza si può procedere a riempirla di senso: «di là in cima alla scala/ nello specchio dissolto/ del mattino dove ora piange/ la resistenza degli occhi». Alessia Iuliano consegna l’io alla narrazione senza svincolarlo dal tempo. Non è operazione facile né comune. Si tratta di un lavoro esteticamente e poeticamente autentico, indagatore. Tutto è collocato con consapevolezza e intuizione. Penso a Nostolskaija il cui nome etimologicamente ricorda tanto quella nostalgia legata al nostos, il ritorno, la memoria del ritorno.
«Doveva riscattarmi il dono di comporre parole/ ma devo essere pronto ad una terra senza/ grammatica». E fin qui Milosz.
Bisogna essere pronti: «sostituire il volo dell’uccello/ alla gabbia di un’intenzione».

© Melania Panico

 

*
Se abbiamo pianto le statue
la sfinge ne custodisce il sapere io
rimetto alla memoria
il merito senza valore
dei cercatori d’oro lungo la risacca

 

*
Mi hai insegnato tu
quanto rumore sia morte.

E prima di lei
il bello ideale, più in alto
non valgono polveri
né letture o implacabili sconfitte,
il mare – almeno il mare!
Lo smeraldo
che in tutto il vicinato
farebbe invidia di noi.

 

*
Ho sognato la morte una donna in tailleur
poi alcuni avverbi volare a stormi
imperfetti sul bianco
e c’era l’arcobaleno
le mezzelune dei colli italiani

ho sognato il bacio all’orecchio del tempo
dire le esatte parole che riporto

il tuo inizio e la mia fine
la mia fine e il tuo inizio

ho capito diversi anni dopo
le due e senza accento

che il sogno anticipa la verità oltre i margini dell’essere.