Antonietta Gnerre, Poesie da “Quello che non so di me”

 

Poesie tratte da Quello che non so di me, Interno Poesia 2021

1

Per non dimenticarmi lascio cadere
un ago di pino in un solco.
Lo faccio apparire nei miei occhi.
Le labbra benedicono la terra appena nata.
I pensieri che si uniscono per scrivere
la forma esatta della prossima neve.
Per non dimenticarmi chiedo perdono,
curo le cicatrici sulle mani.
Mi confesso al ramo che osserva.
Ora tutte le donne che sono stata
sono in silenzio, le chiamo con il mio nome.
Le libero dalle parole e dai suoni
della mia vita. 

 

Se non ho saputo trattenerti
è perché gli anni in cui siamo stati
non li ho raccontati.
Nessuno ha spiato i nostri sguardi,
le stagioni degli abbracci.
I verbi degli aceri in un giardino.
Ho incorniciato nel presente tutti gli errori:
quadri alla parete del mio silenzio.
Ogni notte divido gli abiti che indosso
da ciò che sono prima di dormire.

 

Lo sai
i ricordi sono sentinelle invisibili
che guardano il cielo.
Dicono mamma,
dalla parte più sottile del passato.
Dicono papà,
quando si sbilanciano nei sogni.
Nel tardo pomeriggio si muovono in fila
sulla carne che muta.
Lo sai
tutto obbedisce al riassunto
degli anni. Alle tempeste.
Questo mi hanno detto,
questo ti dico:
ci vuole coraggio per invecchiare.
Resistere alla ferita,
disegnare il peso di un granello sulla neve.

4

Provvisori segni, versi di cicatrici consumate.
Già cresce un’altra nuvola sulla montagna
dove riposano le ombre dei lupi.
Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo.
La misuro con le imposte delle case distanti,
che abbiamo abitato,
per esercitare un sopralluogo di pensieri.
Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,
la resa degli anni che si riorganizza. 
Se mi dici, se ti dico,
che questa gioia di guardarci è poca cosa
un’eco da lontano ricompone,
dentro e fuori dall’atmosfera,
la voce di un amore.

 

Cercare nel tempo della semina
le tracce confuse delle volpi.
La distanza della neve che spinge i semi.
Anch’io avrei voluto badare la terra.
Risvegliarmi nel vento che riporta indietro
le nuvole,
forse la prossima stagione
anche loro impareranno a stare nei confini.
Impareranno a chiamare per nome
le spighe che dormono.
A proteggerle dalla morte che le osserva.

 

 

Il pavimento forma un verso.
E qui, dove invento una casa nella tua, 
poggio le mani sui muri ancora caldi
dell’ultima estate.
Le poggio per misurare chi siamo.
Gli ulivi ci attendono nascosti.
Ora, ad esempio, anche loro stanno fissando
le formiche che trasportano un chicco di grano.
Il verso si completa con la luce che arriva
dalle persiane 
tra i nomi delle formiche
che ci osservano.

 

Non sono pronta a dirmi addio.
La gioia di quel poco che ho imparato
mi riporta al primo giorno.
Oltre ciò che sono.
L’allenamento che ripeto per trattenermi
l’ho imparato a fare da bambina.
Smetto di riconoscere il vento.
Muore un tulipano, la mia foto, 
il libro che avevo sul comodino.
Il mare mi educa al silenzio.
Guardo l’azzurro che non c’è.
Gli alberi mutano in forma di ricordo,
anche loro non sono pronti a dirmi addio.

 

Antonietta Gnerre, nata ad Avellino nel 1970, è poetessa e scrittrice per ragazzi. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Il Silenzio della Luna (Menna,1994); Anime di Foglie (Delta 3, 1996); Fiori di Vetro – Restauri di Solitudine (Fara, 2007); Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008); Pigmenti (Edizioni L’Arca Felice, 2010); I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015); Quello che non so di me (Interno Poesia, 2021). I Saggi: Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi (Delta 3, 2008); Cristina Campo. Il viaggio silenzioso e spirituale e Forme di pensieri, saggi di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci (ESI, Napoli, 2013-2015).

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