“Frammenti del risveglio” di Bruno Di Pietro. Nota di Floriana Coppola

Bruno Di Pietro, Frammenti del risveglio
Oedipus Edizioni 2021
di Floriana Coppola

L’officina di Bruno Di Pietro ha prodotto un’altra creatura, Frammenti del risveglio, sempre edito dalla elegante casa editrice Oedipus di Francesco Forte. Esiste e resiste, direi, una linea di connessione profonda con i precedenti testi e soprattutto con l’opera Colpa del mare e la sua successiva costola Colpa del mare e altri poemetti. Già l’esergo, preso da una pagina del saggio, La gaia scienza di Nietzsche, parla di mare e di naufragi. In molti testi di Bruno Di Pietro, le metafore del viaggio e del naufragio sono presenti come tracce evidenti e copiose di una conversazione interiore. Uno sfondo significante che indica una direzione di pensiero, la cornice decadente del nostro millennio senza utopie di sostegno, scenario scarnificato di senso. Bruno Di Pietro si presenta come un grande lettore di poesia e di filosofia. La sua scrittura è un profondo distillato di conoscenza e di percezioni multisensoriali ridotte al minimo da un lavorio di scavo e di sottrazione sillabica.

siamo senza passato
casa senza linguaggio
pensiero senza parole
l’ombra alle spalle
di fronte al sole

Ogni parola è dosata con estrema cura, mai in abbondanza, nella ossessiva ricerca di un’armonia, di una misura adatta a fornire una freccia sintagmatica che deve centrare l’obiettivo con forza, determinazione, efficacia. Senza sbavature, senza ripetizioni, con il massimo controllo. Ciò che viene detto, è pesato sulla bilancia interiore dell’essenzialità più estrema. Il frammento diventa l’ultima stazione di una riflessione esistenziale, instancabile, sulla condizione umana in un tempo feroce, fatto di inquietudine e di precarietà. Il poeta è in ascolto del mondo e cerca di decifrare l’indecifrabile, restituendo il suo codice criptato, fatto di immagini e simboli. Cerca di celebrare la vita, negli attimi folgorati di bellezza. Pensare e scrivere poesia diventano due atti dello stesso gesto espressivo. In una intervista Bruno Di Pietro cita Heidegger e un termine a lui caro, Lightung, radura.

non previsti
nei piani del mondo
naufraghi trasmettiamo
messaggi alla terra
dove ancora fanciulli
giocavamo negli uliveti
scossi dal vento

L’atto poetico è quell’illuminazione obliqua e sottile che per un attimo illumina il bosco. Il bosco, la selva, la vita quindi, un intrigo di eventi e di accidenti che sconvolge e disorienta. In questa dimensione inquieta e disperata la poesia si offre come una pausa interstiziale, un flash che pacifica e solleva dalla visione del niente. La vita biografica dell’autore non vuole emergere con chiarezza nei frammenti, rimane come dietro un velo opaco, nascosta e in ombra ma vibrante ugualmente. Filosofia e poesia sono assolutamente intrecciate nella scrittura di Bruno Di Pietro che sente la responsabilità del ruolo intellettuale come un agente di senso, che non si può sottrarre al dibattito sul significato dell’esistenza, per trovare e poi perdere di volta in volta la bussola. La poesia non offre risposte certe ma indica quindi questa ricerca mai consolatoria oppure autoreferenziale. I frammenti hanno un interlocutore, sono rivolti all’altro per condividere con passione questo baricentro in continuo spostamento drammatico ma pulsante. E allora il mare e le maree, gli approdi e i porti, gli esili e i naufragi diventano metafore universali trasversali, che attraversano il tempo e prendono il sapore arcaico dei poeti/filosofi dell’antichità. Diventano il modo per offrire il proprio sguardo al mondo.

i giornali di bordo
sono inventari del destino
diari di scogli e fondali
carte nautiche
di un unico viaggio

Eliot rimane il testo sacro della ricerca poetica di Bruno Di Pietro ma anche i suoi poeti del cuore come Sanesi, Gatto, Giudici e Sinisgalli. Sono agenti di fratellanza poetica, genealogia del racconto in versi che ognuno costruisce dentro di sé, per resistere a ogni accadimento. Rimane aperto il senso di responsabilità etica che deve guidare ogni operatore culturale in questo momento, senza fare inutile autopromozione ma ascoltando i problemi della contemporaneità e denunciare con le sue armi ogni scandalo, ogni abominio, ogni ingiustizia. Non servono lunghi discorsi ma a volte basta uno spostamento dell’anima per accogliere la realtà in una prospettiva diversa e beneficiare dell’unguento lenitivo della parola che ferma il candore spaesato del creato. I poeti non possono cambiare il mondo ma possono indicare una direzione di cambiamento, un ampliamento della sensibilità umana per tendere verso un altro livello evolutivo. La lezione degli autori classici diventa per Bruno Di Pietro proprio questo ammonimento etico e epistemologico del fare poesia. La riformulazione breve del frammento con il suo stile epigrammatico non è mai oggetto di improvvisazione postmoderna, dai ritmi spezzati o prosastici ma è letteralmente il distillato essenziale di una percezione che si incarna in un’immagine precisa, un fotogramma che si appoggia per un attimo sulla retina oculare, una vibrazione simultanea di parola e significato, che circoscrive un dettaglio fisico e naturale offrendolo al lettore come simbolo evocativo di un altrove desiderato. I vari frammenti sono tutti uniti dentro un unico sguardo di insieme che li cova gelosamente come solo una sensibilità particolare sa fare. La sapienza espressa proprio in quell’attimo fermato dalla penna, attraverso poche e misurate parole. Potremmo dire che in questo esercizio poetico di meditazione sul reale e sul simbolico potremmo ritrovare l’elaborazione originale della tradizione ermetica di Ungaretti, dell’influenza della filosofia orientale e del lirismo arcaico classico.

irriducibile
la vita
negli inverni
meridionali

Ogni frammento è la summa finale, folgorante e incisiva, di un esercizio di sottrazione e di assimilazione di significati che si aggrumano, si incrociano, disseminando tracce di vita e di riflessione. Indicano altro con pochi sintagmi, creano rebus da decifrare, ospitano simbolicamente elementi di vita vissuta e di estraniamento. Sembra quasi il diario di bordo di un sopravvissuto a una letale conflagrazione terrestre. Si parla di cose comuni e comprensibili ma proprio questa collocazione sulla pagina sviluppa uno sbilanciamento interiore. Un processo di desertificazione della parola, che diventa lapidaria, incisa nella materia come messaggi in bottiglia. Ecco l’immagine universale del naufrago e del mare, Ulisse nella tempesta che sogna e affabula l’uditorio, declinando il suo ruolo di testimone del fallimento umano, gli dèi gli sono contrari, l’isola è lontana. Non rimane che inventare una storia e con la storia formare una tela minimale, una sottile trama nostalgica in cui qualcosa che è andato irrimediabilmente perduto nel tempo e nello spazio viene rievocato e immaginato.

la norma della luna
è il divenire
tessere la tela cosmica
il ciclo e i destini
il corso della storia
dove transita l’essere

Il frammento diventa così un segnale cosmico inviato al lettore, senza affettazioni né sentimentalismi, eppure quel messaggio in versi cerca la compartecipazione estetica ed etica alla drammatica percezione di una fragilità umana inguaribile e profondissima. La filosofia presocratica sembra ispirare questa dimensione devastante dell’umano postmoderno, in bilico tra un quotidiano insignificante e liquido e una tecnologia destabilizzante e disumana.

non apparteniamo al buio
non apparteniamo alla notte
vegliamo lontani
da quel cratere
dove dimora il tempo

Il tono oracolare/sciamanico spinge i versi dentro una dimensione profetica antica, che parla all’io spirituale. Si ricompone una connotazione sacra in uno scenario panico/naturalistico, dove la meditazione sulla vita e sulla morte è sospensione dagli affanni quotidiani. Ogni frammento nella sua intensa brevità contiene un mondo intero. Questa è l’operazione di fondo che porta a termine Bruno Di Pietro, stressando la forma verso il suo limite ultimo, cercando di dire molto nel pochissimo.

sulla via dell’infinito
aruspici e poeti
sciamani rabdomanti (all’ombra di un melo
in tanto gli amanti)

Il libro è diviso in sezioni dedicate alle parti del giorno, indicando una contemplazione del cielo che cambia. Il buio notturno, la presenza lunare e le costellazioni, fino alla luce aurorale del mattino. Ogni frazione di tempo è oggetto dello sguardo del poeta che amplifica le percezioni al risveglio. Aprire gli occhi alla meraviglia del creato e al suo mistero, all’ignoto e a ogni enigma che si impone agli umani, creature senzienti che guardano l’orizzonte e i suoi mutamenti. La brevità del frammento nasconde quell’iceberg sotterraneo, la massa di ghiaccio alla deriva nel mare fatta della nostra condizione esistenziale, sospesa in un universo liquido che si va decomponendo, massacrato da un’orgia ridondante di parole e di eventi. Il poeta e l’uomo suggeriscono nella meditazione lenta e malinconica la strada per non perdersi nella fretta nevrotica degli accadimenti, per ricongiungersi all’essenziale, all’infinito.

Non ci sono
stelle sufficienti
a fare luce
nella notte
del tempo dei tempi

© Floriana Coppola

 


Bruno Di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Colpa del mare (Oédipus 2002); [SMS] e una quartina scostumata (d’If 2002); Futuri lillà (d’If 2003); Acque/dotti. Frammenti di Massimiano (Bibliopolis 2007); Della stessa sostanza del figlio (Evaluna 2008); Il fiore del Danubio (Evaluna 2010); Il merlo maschio (I libri del merlo 2011); minuscole (IL LABORATORIO/Le edizioni 2016); Impero (Oèdipus 2017); Undici distici per undici ritratti («Levania» 6/2017); Colpa del mare e altri poemetti (Oèdipus 2018); Baie (Oèdipus 2019); Frammenti del risveglio (Oèdipus 2021). È presente in diverse antologie. Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in riviste e blog. È redattore della Rivista «Il Re Pescatore». È stato cofondatore con Gabriele Frasca e Mariano Baino della Casa Editrice “d’If” e socio della Casa Editrice “Cronopio”.

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