Francesco Terracciano, Poesie da “MCM” (Oèdipus 2021)

 

Tutte le scuole sulla stessa piazza
e poi i giardini piccoli, i palazzi
coi muri enormi. Vertebre e cordoni
di architetture ardite, i capannoni. 

L’incrocio dove un uomo abbrustolisce
nocciole in un barile di lamiera.
Le braccia nude, il fuoco e le scintille. 

Tornano dal lavoro in tuta o in giacca 
modeste tutt’e due. Prendono a calci
la testa che gli cade, i padri e i figli
lungo la strada che li porta a casa.
Qualche sorriso si attacca alle mani. 

Il sole resta anche quando si scioglie
sopra le corde, agli archi dei portoni.
I tram che corrono su un lato, il suono
che fanno con le ruote. Quel richiamo
di bestia familiare, mansueta. 

Va dritta fino ai casali, ai paesi
e in qualche punto si perde nei campi.
Per tutti noi ha quel nome, la Via Nuova.

 

 

I giri delle catene, la presa
decisa degli anelli sui cilindri.
Le due maniglie. È inutile la punta
di ferro, il cacciavite per spezzarle
che cerchi a terra.
Basta allontanare
il ponte curvo del lucchetto in senso
opposto. È fatta, era solo incastrato.
È nella pace l’ingresso, salvata
dal colpo risparmiato. Sparsi a terra
ancora cartellini, fogli scritti.
Sui muri gli orologi fermi. È l’antro
lungo la roccia scoperto dal mare
quando si abbassa, la sala sospesa
su tubi d’aria.
È inutile pensare
al suono lungo di qualche sirena
la fine attesa del turno. È rimasto
qui dentro, come al fossile che affiora
il setto della conchiglia
cavo, disabitato
la sua frammentazione minerale.

 

 

Sembra una fila di soldati il muro
o di giganti, uno di lato all’altro
che non ci passa una mano tra i fianchi.
Poi è l’ora che qui batte lenta, un suono
che non ritorna. La fabbrica è al centro
con gli isolati e i reparti, una nuca
di dio qualunque che volta le spalle
alle colonne. Tutto è abbandonato.
Lo so, si tratta di uno spazio enorme
è questo che spaventa. Ma se i rami
di un albero sono distesi sui blocchi
e li accarezzano, sciolgono un poco
dei loro nodi. Noi possiamo entrare
da quella breccia. Dentro è tutto bianco
le stanze enormi, i soffitti. Le piante
rimaste che si appoggiano ai piloni.

 

 

Le cose che sono passate, le scritte
sui muri. Quelle ingenue dei ragazzi
la bava della storia nei cartelli
sbiaditi, sulla campata del ponte
o nelle pietre del penitenziario
nere, taglienti. Cantano di notte
qualche messaggio a chi è dietro le sbarre
giovani nella strada. Due monete
bastano ancora a pagargli da bere.
Saluta tu, continua a salutarlo
anche se non c’è più da tanto tempo.  
E alza la testa, se attraversi il ponte.

 

 

Il proiettore, le vecchie bobine
sparse sul tavolo. Il nastro che unisce
un disco piccolo a un altro che gira.
Sono attaccate al muro le figure
sottili che si muovono. Nel buio
gira sull’asse la porta tra i mondi:
l’anima delle cose è un breve tuffo
di polvere nel fascio della luce.
Nino seduto sopra le ginocchia
di qualche zia spalanca gli occhi e ride.

 

 

La spiaggia, San Giovanni. L’altro lato
oltre le fabbriche e le case, il mare.
Il piccolo vulcano che il fratello
faceva con la sabbia, e quello grande
vero, di fronte. Sul fianco scavato
la canaletta per bruciare paglia
e pezzi di giornale, il fumo bianco
in cima. E come avvicinava i fogli
Enrico, al monte che aveva davanti
per fare sbuffi anche lui. Città d’aria
la riva aperta. Gli sembrava appena
poggiato al filo dell’acqua, quel cono.

 

 

Chiedersi adesso com’era lo spazio 
conteso dalle macchine e dai sacchi 
di malta. È dove andavano a giocare 
il piano, i due cancelli, le discese. 

Vederli un giorno qualunque, i quaderni 
messi da un lato sulle scale, alcuni 
correndo intorno alle reti, degli altri 
curvi a scambiare biglie e figurine. 

Al centro, la guardiola del portiere.  

Come sapeva cadere la luce 
quasi una cosa viva tra i balconi 
che si aggrappava ovunque, su ogni testa 
veloce, intorno agli angoli dei muri. 

 

 


Francesco Terraccia­no è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. Collabora con riviste letterarie e partecipa a progetti editoriali, rassegne e seminari; è redattore per il trimestrale di cultura internazionale «Menabò» e condirettore di «Inverso – giornale di poesia».
Ha pubblicato Mistica del quotidiano (Terra d’Ulivi Edizioni, 2018); Limite del vero (La Vita Felice Edizioni, 2019; selezionato al Premio Pagliarani del 2019); e il recente MCM per Oèdipus Edizioni, 2021.
Suoi testi sono stati tradotti in lingua romena e pubblicati sulla rivista di cultura poetica «Poezia» e nell’antologia Mers pe sub cer. 20 poeti italiani d’oggi, presentata alla Fiera del Libro di Bucarest (2019), e in lingua spagnola per riviste di settore. In lingua inglese, i suoi lavori sono stati presentati in manifestazioni patrocinate dalla Dante Alighieri di Copenhagen (2018).

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