Francesco Giusti, “Vivere di patate”. Nota di Annelisa Alleva

La prova del mare

A lei, alla notte,
          la sorvolata da stelle, l’inondata di mare,
          a lei nata dal silenzio, […]

          Paul Celan, da Argumentum e silentio

L’ultima raccolta di poesie di Francesco Giusti coincide completamente con chi l’ha scritta, e questo ne fa la sua perfetta riuscita.
Chi scrive è un poeta assoluto, che vive esclusivamente di poesia e per la poesia, propria e degli altri. Veneziano di stanza da più generazioni a Santa Croce, nei pressi di Campo San Giacomo, Francesco vive nel suo campo, dove incontra gli amici, e nei pressi immediati frequenta una stamperia che gli pubblica minuscole, preziose raccolte stampate, numerate e firmate in poche copie, e cucite a mano col filo rosso: le edizioni DoppioFondo. L’ultima s’intitola: Con le veneziane abbassate.
Francesco Giusti ha pubblicato diverse raccolte – nel 2019 è uscita da Quodlibet Quando le ombre si staccano dal muro, con una prefazione di Giorgio Agamben e un testo di Elenio Cicchini, che presenta anche questa raccolta – ma negli ultimi tempi il suo scrivere è diventato totalizzante: spesso una poesia al giorno, composta soprattutto di notte, come testimoniano i suoi versi.
Chi scrive è ammalato e vulnerabile, ma nello spirito molto resistente alle avversità del destino, stretto ai suoi luoghi e ricordi.
La sua voce ha nel cuore il dialetto, con cui è cresciuto e che parlava in casa da bambino. Ha scritto e pubblicato anche in veneziano e nella voce dal timbro profondo si sente la cadenza dolce e familiare della sua città. Stupisce, in queste pagine, la presenza mai stucchevole e mai da cartolina di Venezia, qualche volta nominata e vista come una donna troppo desiderosa di piacere, che si vende:

io sto dentro di te, Venezia,
ma non so dove, per il fatto che non sento che tu mi senti,
che sai di me,
e se mi dici di sì non so se sia vero
così voltata che sei a guardare questi che vengono
a farti le moine,[1]

o anche raffrontata con la vicina Padova:

[…] ma altri,
ne aveva, Venezia, di occhi, nobili e fetidi.[2]

Venezia significa anche le sue pietre, le sculture di angeli e cavalieri, che nell’immaginazione di Francesco spesso prendono vita:

Prima mi sono voltato
e c’era l’angelo che mi agitava
contro la spada, […][3]

la città vola con i suoi angeli di pietra
lasciando sguarnita la guardia
sui frontoni delle chiese […][4]

[…] Angeli possenti,
di marmo, protesi dalle chiese su questa carne in avaria,[5]

Perché i freddi cavalieri di marmo
lasciano ogni sera l’austera postura[6]

È lui al contrario, l’autore, a vedersi inanimato e lasciato ai margini di un giardino come statua. Un sentimento d’incertezza, d’instabilità fisica ed esistenziale, attraversa tutto il libro;

[…] Assieme andammo chiedendo
cos’era il mondo che chiamavamo mondo – un orto
in bilico sul nulla.[7]

Sono quello che sono.
Sono l’esatto contrario di ciò
che mi capita di essere.[8]

Sei solo ciò che nessuno vede di te – paura, solitudine, magrezza,
una statua in un angolo morto di un giardino morto.[9]

Non essere dove dovremmo essere
ci fa dire con una espressione del volto dove non siamo.[10]

stretto fra essere io quello
e tuttavia essere questo,[11]

Oppure, preso da un desiderio febbrile di viaggiare in un sogno tanto casalingo quanto interiorizzato, cerca una via di scampo sull’acqua, sale a bordo:

            […] Ora per esempio sono
a bordo della volta celeste. Starci
è come viaggiare dentro il cappello largo del mondo
e una fantasiosa luminaria oscillante a prua
ci mettesse in mano la direzione,
che, nondimeno, la nostra poca fiducia
ci cancella via via.[12]

Nelle mie scarpe sto come
il vacillante topolino affamato che gira
per la stiva di un’antica galea.[13]

Una nave sta per partire nell’acqua di una pentola che scotta.[14]

Lo sguardo ci scivola dentro,è giorno ed è notte,
c’è la notte dentro il giorno,
spingiamo a remi, non si va
da nessuna parte. Figli
di una bonaccia nera
siamo abbandonati in mezzo a un
giorno nero. [15]

Casa e acqua si alternano e invadono la vista; subito oltre si apre il mare, che è anche spazio immenso di morte:

e io sono libero sopra quel che vedo
e la città si perde, aperta mano in capo al mare,[16]

La casa un braccio di mare,
una prova. Annegando vi soccombono
visi portati dal vento; […][17]

noi di rimando apriamo la scatola
dei ricordi, gustiamo le flebili voci care,
le ali trasognate di quelli
che tanto amammo nel lampo salino
quando, alzandosi da dietro l’incanto
di una sera che scendeva pioggia leggera
sulle selvagge dune ci trovava
lungo il mare color perla, deserto.[18]

nero sugli occhi e invece è mare,[19]

Al desiderio di libertà, espresso come immagine di fuga, fa da contrappunto il motivo del chiodo freddo, che invece fissa alla propria condanna, martirizza e santifica, fa coincidere la carne con la croce, attenta agli occhi, e allo stesso tempo è certezza, punto fermo; conficca l’essere dentro la propria discendenza:

Amica notte […]
proteggici dal rumoroso marcire estremo della luce
e dai chiodi, così scintillanti da infastidire chi vede,
con cui ci appende gli ultimi occhi in croce,
se puoi.[20]

[…] il freddo chiodo
che vincente c’inchioda[21]

Il colpo di martello che pianta il chiodo,
il dagherrotipo dei genitori dei genitori dei genitori.[22]

Alla porta il catenaccio, l’ulivo benedetto, il chiodo.[23]

La poesia di Francesco Giusti ha una grande immediatezza e capacità di abbandono. La qualità speciale della sua naturalezza è dovuta forse anche all’aver cominciato a parlare in dialetto, più vicino della lingua alla comunicazione, all’espressività della confidenza, alla chiacchiera, a un discorso comunque piano. L’abbandono però è anche di chi resta da solo in mare aperto.
Il motivo qui più ricorrente è quello della notte amica, del buio avvolgente, che esalta per contrasto il lucore del giorno dalle infinite gradazioni; quando svanisce reca in sé il ricordo, più che della fiamma di una candela, della cera che si disfa, ed è anche luce elettrica, o lucciole di altri tempi, afferrate dai bambini:

                        […] Il nome
di uno spazio nero è notte nera.
[…] Difficile alzarsi
senza ali in volo quando da te
fugge cerea la luce a sera.[24]

Città tramortita, scolorita
nell’abbaglio della grigia luce pomeridiana. [25]

                        […] l’astuccio
nero del canale, anch’esso vuoto.[26]

Ci sono ore della notte
che, guardato indietro dentro
il giorno dove sono stato,
infilati i piedi in babbucce di miagolante sogno,
faccio presto, cucio tutto, spengo luci
color oro argento nero
salgo sul davanzale, parto.[27]

Sulla spianata del tavolo
l’incontro, le luci,
mattino e lampada, due in una. [28]

                        […] Nella casa al buio,
cavate le pietre dalla pietraia dei prensili pensieri,
rimangono quel paio di metri e più di velluto verde bosco
del cielo disceso in terra, dove sono archeologia
le luciole senza una c dei bambini […][29]

Lo stare alla mercé degli elementi induce alla riflessione, al dubbio dell’essere o non essere, all’intrattenimento del m’ama non m’ama, al rimuginare con se stessi; l’acqua crea l’eco della risacca e sdoppia, deformandola, l’immagine della cosa che vi si specchia; monta e si ritira al capriccio delle maree, subisce le impennate del vento, e costituisce una continua, terribile, imprevedibile minaccia per l’uomo:

In mezzo una luna grande ci prende
e ci solleva nel pallore come fa con le acque,
un mare dove arriva a brani il nero
di tutto il nero dell’immensa notte
che fin qui s’è trascinata, mentre
nelle narici siamo di nuovo luce[30]

Il mare polmone oscuro
si alza e si abbassa, monta ombra sulla riva.[31]

Ascolto salire dal gorgo della paura
inenarrabili dita di mare
che mettono una notte pungente, di acqua sporca,
in tasca a chi non ha requie.[32]

sfidare l’infinita vociante capriola
del vento (là fuori con scura pinna di onda, possente
si alza),[33]

Le immagini che il poeta ci dà in queste sue pagine intense fanno pensare a tanta pittura: Venezia vista allegoricamente rimanda al Trionfo di Venezia di Paolo Veronese a Palazzo Ducale; il restare abbandonati a mare aperto senza protezione fa pensare a La zattera della Medusa di Géricault; quel nero sempre di sfondo a una luce che s’irradia, violenta e improvvisa – in genere alla pittura di Caravaggio; il nero è anche importante per Tintoretto, pittore vicino a Francesco Giusti; il ricordo antico di suo padre che «guardava gli uomini intabarrati/ battere le carte» evoca i Giocatori di carte di Cézanne.
È, questa, una poesia ricca di epifanie, annunciazioni, cene raccolte, mai sontuose. Ha qualcosa dei mosaici delle catacombe romane. Sontuosi sono i colori dell’oro su fondo nero. Nero è l’inchiostro.
Quando penso a Chicco mi viene in mente l’unico orecchino che non abbandona mai da chissà quanti anni. Un piccolo orecchino fatto di un cerchietto d’oro con una pietruzza di turchese e una di corallo. L’orecchino è il suo talismano, il suo oggetto-simbolo. Così, quando disegna, usa la matita blu e rossa come quelle di scuola, con cui traccia disegnini sul frontespizio dei libri. Grigio-scura è la grafite con cui scrive le dediche. Istoria anche la busta, sempre con le matite colorate.
Turchese, corallo, oro.

© Annelisa Alleva


[1] Da Chiacchiero con le pietre, p. 55 (in dialetto veneziano a fronte).
[2] Da Amori, p. 82.
[3] Da Salendo in quota, p. 24.
[4] Da Discesa dello spirito santo, p. 104.
[5] Da Si fanno mute le trombe di Gabrielli, p. 45.
[6] Da Nelle reciproche morti, p. 87.
[7] Da Discendenza, p. 46.
[8] Da Un piede, pure l’altro, p. 88.
[9] Da Vivere di patate, p. 93.
[10] Da Sodale leviatano, p. 109.
[11] Da Solitudine estiva, p. 86.
[12] Da Chiudersi la porta alle spalle, p. 27.
[13] Da Precoce addio, p. 84.
[14] Da Vivere di patate, cit.
[15] Da Entriamo nel giorno dalla parte sbagliata, p. 49.
[16] Da Vespro, p. 73.
[17] Da Vento per casa, p. 106.
[18] Da Senza velo, p. 107.
[19] Da Porre domande, p. 95.
[20] Da Preghiera, p. 36.
[21] Da Presi alla sprovvista, p. 92.
[22] Da Un piede, pure l’altro, cit.
[23] Da Sempre, p. 113.
[24] Da Quando senti la fatica, p. 110.
[25] Da Distanza tra noi da rispettare, p. 101.
[26] Da Cosa ci viene dall’eredità del mattino, p. 26.
[27] Da Vecchio astronauta», p. 22.
[28] Da Cavaliere solitario, p. 42.
[29] Da Notte che ci tiene, p. 47.
[30] Da «Negli archivi della storia», p. 41.
[31] Da Ammaraggio, p. 112.
[32] Da Si fanno mute le trombe di Gabrielli, cit.
[33] Da Una mattina di queste, p. 44.

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