Riletti per voi #32: Anna Maria Farabbi, Abse

Anna Maria Farabbi, Abse
Il ponte del sale 2013
Nota di Carlo Ragliani

Entrare nel corpo poetico di Anna Maria Farabbi non significa semplicemente fruire di un libro, o di un’opera fine a sé stessa; questo perché nell’opera si è testimoni di una scrittura che intende sagomare l’interezza dei fenomeni dell’esperibile, filtrati peculiarmente dal medium poetico dell’autrice, e modella un particolare significato nel senso di poter/voler ridefinire il contorno della realtà esterna, della circostanzialità degli eventi.
O meglio: la poiesis contenuta in Abse in verità risulta tanto intimamente ermetica, e impastata nella matrice lirica del canto, da non essere completamente lirica, né anche impenetrabile nel suo esserci; il che determina una sorta di respiro circolare nell’opera, che anima una dialettica per cui il susseguirsi e l’incatenarsi dei componimenti struttura un singolare dialogismo interiore, dove la tramatura dell’opera si erge sulla continuità argomentativa da un versante, e dall’altro si incunea nella discontinuità testuale, fino a incontrare anche la consapevolezza del limite della scrittura come mezzo espressivo.
In questa sorta di lucida oscurità (o di opaca luminosità) si assiste alla fabbricazione incessante di significati e significanti, che conduce alla realizzazione dell’opera come totale; il che riporta alla mente la leggenda del golem di materia grezza, animata dalla sola imposizione della “verità” sull’argilla della propria carne.
Ed è grazie a questo fenomeno di creazione-decreazione che noi lettori entriamo e usciamo in eterno nell’opera, nella sua accoglienza rude, e nella severa maternità che riceve quanto edifica, e nutrica e sfama.
Per certi versi, al netto di una lettura che tenta di essere più comprensiva del testo, l’entrata e la compenetrazione dei versi tanto smarginano la pagina quanto sanno chiudersi in sé stessi: in quest’atto, potremmo speculare, il dettato (e l’autrice con esso) si rende capace in un solo atto nominativo, e in un unico gesto definitorio, di intendere la ragione sottesa ai phainomai, per distaccarsene conseguentemente.
Per correttezza d’indagine e zelo critico, acconcia dirsi che non di mera poesia si tratta in questo libro, quanto più dell’unica poesia è necessario annotare una certa ricerca nell’artisticità; questo perché il verso computa tutta la materia del “dire-che-è-il-fare”, e non lesina per questa ragione di manifestarsi in una scrittura gravida delle modalità espressive ad essa consone.
Ne consegue, dunque, che sarà la sostanza ad avvocare a sé stessa la forma che più necessita: sia questa di natura prosodica o di genesi antropologica, sia intesa in un disporsi brevilineo di una rigida natura gnomica, sia piuttosto lungo-versista e didascalico, se non anzi talora intimistica-diaristica.
Perciò la natura della versificazione assume i connotati della pronuncia oracolare (e quindi la parola poetica come esercizio sciamanico per eccellenza), e il verso si immerge nella sacralità del valore assoluto, e nella verità per cui non è necessaria l’instaurazione di un contraddittorio in cui far comparire concretezza e irrealtà.
L’opera di Farabbi, in effetti, esordisce già dal titolo in un assoluto, se non anzi nell’assoluto totale; nel massimo conoscibile che rimane in-conosciuto, rifuggendo tuttavia ogni tentazione olistica, e catapultandosi in una certa primitività percettiva di una ben più profonda necessità artistica.
Abse, così come recitano le parole medesime dell’autrice, è il termine vernacolare umbro per definire ciò che è «il nulla, espressione che in quel dialetto paterno è vicinissima a “l’abise”, il lapis, la matita, espressione alla quale collego idealmente il verbo latino “absum” – e non scantona, non desiste, ma trova e raccoglie, volti e creature e terra e odori, colori, ancora, colori.»
È esattamente dal nulla che parte il lungo viaggio di cui si ha testimonianza nell’opera, poiché di questa trama questa è intessuta: un percorso originario, che porta nel petto e nel cuore il segno della destinazione univoca e inequivocabile; e tutta la cognizione dell’indelebilità dell’inchiostro e dell’atto, che umano impregna la carta.
In un certo qual senso, è già la necessità della prima riga dell’opera a enucleare un sicuro itinerario nella composizione, che ricordiamo essere fondamentale alle creature, onde poi tramare il significato del canto come una sorta di orazione perenne, e respiro interiore: da “la prima porta” a “il cimitero”, nel testo si computa una geografia di quel che esiste nel nulla, ma affonda le radici nella terra e nel profondo alligna l’espressione della propria identità.
Deponendo ogni sorta di ambage lessicale, il dettato di Farabbi fa proprio un sermo humilis che afferisce a un campo semantico materico; ma il semema, a seguito della sottrazione (se così è lecito dire) dell’ampollosità letteraria, non risulta in nessun modo privato della propria capacità espressiva, né sfigurato nella propria essenza.
Anzi: la parola si manifesta fisica nel suo essere foriera di consistenza, e carnoso il linguaggio conserva e mantiene un legame materiale all’esistere, enucleando un senso tattile che esplica un concretismo lessicale di pregiata ricercatezza e sapienza d’uso nel lessema.
Il concetto medesimo di poesia, in effetti, sembra richiamare alla materia quello spazio da poter chiamare ambiente domestico, sia questo incarnato in una casa vera e propria, sia questo un vero e proprio corpo; il che – tanto, o poco, che possa essere – chiama a sé l’urgenza di maneggiare il reale sporcandosene le mani, e passando certamente per la natura più realizzata degli epifenomeni come necessità vitale.
Così, impastando il pane e zappando l’orto, il dire della poeta si mostra concentrato più sulla semiotica e sul significato piuttosto che sulla significazione da derivarsi par ricochet dalla singola riga; così come incentra l’afflato non tanto su una struttura filosofica fine a sé stessa come sfoggio di un eruditismo, ma su di un rigoroso impegno spirituale che richiede dedizione assoluta, pratica e disciplina – sacrificio, perfino.
Poesia che, pertanto, si manifesta come “io che leva io all’io”: in questo, il soggetto nominale si eleva e si spoglia al contempo della propria sostanza, e si fa in quanto mero medium per un disegno ben più profondo che, poiché formalmente poetico, afferisce ad una essenza completamente estatica (nel suo valore puramente etimologico).
Il pellegrinaggio della nostra si districa in un vagabondaggio incorporeo, e si compie attraverso un non meglio determinato cammino di disperanti memorie e disperate istanze, in cui lacrima e partecipazione celeste (tanto propri quanto altrui, considerando il tenore dell’immersione e dell’emersione costante nel cuore totale dell’umanità) si intrecciano come il diritto al rovescio dello stesso tessuto.
La parola assurge al compito di farsi portatrice non solo di un essente, non solo di una singola unità umana come percettiva e adesiva a un epifenomeno dell’esistenza, ma di una autocoscienza che, in quanto forgiata dalla solitudine e dall’inospitalità, sa accogliere tutte le altre esperienze vergate dal deferor hospes oraziano.
Se il verso si pone dentro la vita, tuttavia, appare anche equidistante dalla tentazione del sublime come da quella delle cose umane: quel che ne risulta è una versificazione dedita a una registrazione dell’esistere non più (rectius: non solo) come strutturata attorno a quanto sia possibile sentire perché percepito, ma come percezione e immedesimazione in cui intervengono visioni, sensazioni, quasi ricordi e testimonianze di altri soggetti, di altri tempi, di altri tempi e spazi.
Quest’atto estremo di spoliazione del proprio, seppur tanto naturale nella poetica di Farabbi, conferma un soggetto testuale sostanzialmente depauperato di ogni lode quando presente, e di fatto compartecipe alla natura mistica della comprensione della realtà come concatenazione di sacro e di ineffabile.
Emerge così una poesia che risolve sia la crisi storica del codice dell’io lirico, sia i rischi d’afasia e incomunicabilità relativi alla natura non condivisibile delle varie esistenze; ne viene quindi il dispiegarsi di una fenomenologia della persona e dell’altrui dagli esiti complessi, seppur determinati, in cui queste figure – talora marginali, talora concretamente eroiche – sorreggono l’intero dell’enunciazione poetica in quanto tale.
Ovvero, configurandosi come personaggi che irrompono nel confine dell’io poetante, sconvolgendone la struttura logica, i vari soggetti che si affacciano sulla pagina sembrano trascendere il lirismo della pagina; e si fanno quindi trascendentali in una certa elementalità del testo, e in grado di parlare per sé stessi, se non oltre sé stessi.
Altro elemento indispensabile per la comprensione del testo è la matrice femminile del verso; perché in Abse, probabilmente hapax legomenon della poesia italiana, si può leggere la parola “femmina” – spogliata di ogni sanzione culturalmente imposta, e fermamente aderente alla propria natura.
Questo lemma ricorre alle labbra spontaneo, sicuro e finalmente arricchito della semplicità che corona il contenuto animale che in esso è contenuto – senza più temere giudizi a valle della pronuncia, o aprioristici, quasi instaurando un controcanto di opposizione esistenziale che non richiede conferma (né consenso) per esplicarsi nell’esistenza.
E lo stesso vale per tutto il resto della raccolta, soprattutto nel momento in cui si vengano a trattare tematiche considerate spinose; quali, per citarne alcune, l’infanzia, la malattia mentale e spirituale, le circostanze familiari, l’argomento del sacro e della sacralità.
Questo corrobora e contribuisce all’atto di ascensione per eccellenza: destituire dall’eccesso ogni elemento della realtà, per non più procedere l’esercizio nelle cose futili, ma per anellare tanto la sofferenza quanto il sofferente dell’ascolto anzitutto, e della cura d’amore che questa necessita, che gli spetta per giustizia – prima ancora per diritto.

© Carlo Ragliani

 

io vedo l’aria
e se ho occhi limpidi e precisi nell’aria
leggo la trasparenza dei morti

so che il vento trasporta sostanza
anche l’invisibilità dei morti

            due novembre ore undici
            tutto presente tutti presenti

 

 

mi chiamo annamariafarabbi   vengo dalla terra
scrivo argilla e parlo aria          accendo il fuoco per cuocere
le parole          e mangiarle con te

ho passato il confine da bambina
perché la mia famiglia non era né cuore
non ha scolpito le linee del mio palmo

ho studiato      il vuoto
dell’ago
ora cucio direttamente con le dita
e con il filo che mi nasce dal corpo

ascolto te         il tuo suono tra le righe della pioggia
mentre spargi la lingua nella mia bocca

intensamente intimamente

ma oltre te
umilmente       amore mi coniuga a tutto
togliendo all’io l’io

            nome e bacio
            giocando a mosca cieca

 

 

ce lete do cerase pe mparè ncla bocca maggio?

la mi lengua sciucca a lcanto bucco
vol gì a scola

            la cola de l’orto

 

ce le avete due ciliegie per imparare con la bocca maggio?

la mia lingua asciutta ha il canto vuoto
vuole andare a scuola

            la scuola dell’orto

 

 

canto drento lpolomone
due scoltono i morti

            l’inedito

 

canto dentro al polmone
dove ascoltano i morti

            l’inedito

 

 

i vo a scola de la terra
l’istete me ciadormento sopre
per scoltà ncla schiena
i semi e i morti

ch’enno la stessa cosa

 

io vado a scuola della terra
l’estate mi ci addormento sopra
per ascoltare con la schiena
i semi e i morti

che sono la stessa cosa

 

 

nevica e il vento che ha il corpo di neve
strappa il petto dei lupi

la casa di Andrej Rubliëv è neve non si vede
non si leggono le scritture dei piedi e delle mani
che attraversano la neve
né l’oro ustionato delle icone
l’io è bianco

mi devo concentrare ostinatamente
sulla primavera che avranno i semi

            diario di una pellegrina russa

 

 

la testa mentre prega

la metto in terra
finché a poco a poco
senta il desiderio

di dormire       di esser lasciata sola
morbida senza colloquio
sotto il paesaggio atmosferico

mentre le piogge i venti le mutazioni
solari lunari cosmiche la riducono
spingendola sotto terra:
una tra gli altri semi

 

 

Non ho più lingua.
Non ho più gola

di lupa o cicala
né denti. Mi imboccano
o mi regalano una flebo.
L’io è dissolto
e il grano interiore inquinato sprofondato.

Posso suonare ancora il campanello:
un’infermiera papavero sorge
dal niente
con il giallo e l’ape.

 

 

l’abise lguaderno e la lengua nme

camino la frontiera      sto tsitta
fora spancella più tsitto de me
lbianco me schiara e me nengue drento
me scrive lsilentsio

i so solo che da cinina mè nuto adosso lvento
e ma buttèto nterra
pu so armasta sola ncla terra
ho sentuto desse gnente
e nduelle

i so solo nfilo femmina ntlabse
ntra che ltempo lvento me magna e msona

 

la matita il quaderno e la lingua in me

cammino la frontiera   sto zitta
fuori nevica più zitto di me
il bianco mi schiarisce e mi nevica dentro
mi scrive il silenzio

io so solo che da piccola mi è venuto addosso il vento
e mi ha buttato in terra
poi sono rimasta sola con la terra
ho sentito di essere niente
e in nessun luogo

io sono solo un filo femmina nell’abse
tra che il tempo il vento mi mangia e mi suona

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