Giancarlo Baroni, “I nomi delle cose”. Nota di Carlo Tosetti

Giancarlo BaroniI nomi delle cose
Puntoacapo Editore 2020

I battesimi del conquistatore

Montagne laghi fiumi
mano a mano che procede li battezza
con i nomi della sua lingua.

Da domani sarà proibito
chiamare le cose in un altro modo.

I nomi delle cose (Puntoacapo Editore, 2020), ultimo libro del navigato poeta Giancarlo Baroni, è una raccolta le cui sezioni guidano il lettore lungo un percorso che si snoda fra le stanze di un museo.
Giunti al termine della visita, la sequenza delle stanze (e cioè delle otto sezioni che compongono la raccolta) ha completato la parabola dell’uomo che definisco pre-industriale – con questo indicando un lungo arco temporale, che escluda il mondo contemporaneo e liquido – un uomo più vicino ai codici, alle pulsioni dell’Ariosto («Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,/ le cortesie, l’audaci imprese io canto […]»), che al moderno esistere, le cui zone di benessere, poste al riparo da guerre e barbarie, prevedono esistenze compresse (con allusione al mondo digitale) e, quindi, appiattite per via della limatura degli eccessi.
Questa impronta non deriva dal disinteresse dell’autore verso il tempo attuale (non mancano, infatti, sconfinamenti nel qui ed ora, o in temi svincolati dal tempo, universali, che proprio per queste caratteristiche ben si collocano nella progressione del libro, alimentandone il senso generale); al contrario vi è che l’uomo antico possa assurgere a modello dell’essenzialità, liberato l’omologo contemporaneo dagli strati sabbiosi che la civiltà ha sovrapposto al sanguigno desiderio, all’ardore e all’ardire delle tramontate “audaci imprese”, e che sia il veicolo ideale per raccontare la luce e il buio che si alternano da sempre nella nostra coscienza, quindi di descriverne il bene ed il male, l’amore, la violenza, i turbamenti della fine, i tentativi di beffare la morte attraverso l’arte.
Ho posto in esergo la prima poesia della raccolta (I battesimi del conquistatore, p. 9), perché l’uomo di Baroni è, ribadendo la sua natura essenziale, conquistatore e acquisisce il diritto alla conquista e al dominio direttamente dal Genesi, laddove in II, 19-20: «Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici […]».
Il genetico dominio sugli animali e via via sulle cose, oggi scontata relazione regolata dal Codice Civile, che assimila i viventi agli oggetti nel delinearne la proprietà e le conseguenze che da essa ne derivano, nell’uomo antico descritto da Baroni – lontanissimo dagli attuali principi e norme – è stimolo innato di una cavalcata di conquista, stabilendo i nomi a proprio arbitrio, battagliando ad infinitum, nel tentativo di inglobare l’intero mondo circostante.
La carrellata di Baroni – naturalmente – nell’inquadrare la nobiltà si imbatte nella miseria, e il tutto è illustrato con maestria pittorica e cinematografica.
La sequenza di poesie della prima sezione (I nomi delle cose), che spazia dal Medioevo alla Grande Guerra, ci accompagna in un viaggio che profuma de Il mestiere delle armi di Olmi e Uomini contro di Rosi, questo anche grazie alla forma principe dei componimenti: poesie brevi, terzine e distici dall’atmosfera algida, lapidaria, senza rinunciare a delle punte ironiche.

Kangarù

Kangarù risponde all’esploratore
che gli domanda il nome

di quel buffo animale saltellante
Kangarù ripete non capisco. (p. 10)

 

Assediati

Pronti a trafiggerli
con le frecce dagli spalti
a ustionarli con liquidi bollenti

scorte di cibo abbondanti. All’improvviso
piove il corpo di un appestato
lo scagliano con una catapulta. (p. 14)

 

Despota

Sconfigge gli invasori
lo nominiamo re

pretende come tributi
a turno le nostre figlie. (p. 18)

 

Pietà in trincea

Basta non avanzate
smettete di farvi massacrare

ma alle nostre spalle gli ufficiali gridano
la pietà è il nemico peggiore. (p. 37)

È la sezione finale della raccolta (Le trappole di Rauschenberg) a tracciare l’ultima parte della rotta umana imboccata con la prima (La polvere di cavalieri amici), proiettando nell’eternità (o comunque fuori dagli assi cartesiani), attraverso l’arte, la polvere a cui ci condanna sempre la Genesi.
A p. 90, nell’ultima sezione sopra nominata, leggiamo:

Guido Riccio da Fogliano

Toc toc sono scomparsi tutti
vincitori e vinti
e lui galoppa tronfio

bardato come il suo cavallo
a celebrare il trionfo
della morte

Questa poesia (la cui forma breve, ricorrente, è cara al poeta) si riferisce a un grande affresco della Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena, attribuito a Simone Martini, che rappresenta il comandante delle truppe senesi mentre va all’assalto del Castello di Montemassi in Maremma, nel 1328, e risulta complementare alla poesia a p. 14 (Assediati) e – per affinità temporale e tematica – ad altre, di fatto rendendo coerente l’impianto della raccolta tutta, suggellandola.
Le sezioni intermedie (Un seme frale mani, La partenza del padre, Le arpie in pesci, Siete voi che amiamo, Solo chi rasserena amo, L’amore ha la stessa verità) sono fedeli al progetto del libro, introducendo aspetti essenziali dell’esistenza (la morte – anche narrata dal defunto –, l’anima, l’adattamento alla vita e della vita, la donna, il tradimento, l’amore) introducendo poesie più lunghe ma sempre ben fuse nell’insieme, senza mai cadere in strappi stilistici.

Da Un seme fra le mani

Come fantasmi furiosi

Depositando per primi una manciata di terra
o spargendo dei fiori
si deve seppellire chi ci è caro,

accertarci che la voragine l’accolga.
Arriverà altrimenti
come un fantasma furioso ad insultarci

per l’ingiustizia subita perché morti
quanto lui all’opposto
gli siamo sopravvissuti. (p. 41)

 

Da Le arpie in pesci

Un golfo pieno di vele

Si affaccia alla finestra
sorseggia un caffè beata
come se davanti avesse

non il viale con mille auto
ma un golfo pieno di vele (p. 59)

Da Siete voi che amiamo, ecco l’omonima poesia, a p. 67:

Siete voi che amiamo
care signore
che stamattina
attraversando questa strada
l’avete profumata di pane.

Sporgeva dalle vostre borsette
come una luna in miniatura.
Sappiamo che tenete
nel portafogli come resto
le chiacchiere del droghiere,

e che per ogni
confidenza scambiata
– per ricordarvi
di scordarla al più presto –
stringete un nodo sottile al fazzoletto.

Le poesie presentate non comprendono rime, le quali sono presenti in tutte le poesie della sezione L’amore ha la stessa verità, sezione composta da poesie che rispettano la medesima struttura (due distici) e per la maggior parte con schema AB AB.

Orlando

Guardalo Orlando perdersi stupito
fra questi campi offesi dalla guerra.

In amore da Angelica ferito
più nessuno sopporta sulla terra. (p. 82)

 

Il partigiano Milton

Più ti inseguo Fulvia e più arrivo
a questa verità, che nonostante

gli orrori della guerra resta vivo
chi ama di un amore sconcertante. (p. 85)

Concludendo, I nomi delle cose è una raccolta molto solida e, da questo punto di vista, felice è stata la scelta di comprendere anche poesie già pubblicate, le quali non sono identificabili, a riprova della sensibilità e della coerenza dell’autore nel corso degli anni.
Il concetto di solidità non deve evocare la durezza: i versi più glaciali (che mi hanno ricordato il tocco di Olmi) sono stemperati dalla brevità dei componimenti e dalla ricchezza di immagini e spunti di riflessione. Anche la scelta di una metrica spesso libera, ma attenta agli accenti, non rende frammentaria la lettura, sempre fluida, regalando al lettore una piacevole camminata lungo la storia, le passioni e la caducità umana.

© Carlo Tosetti

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