Bustine di zucchero #58: Juan Octavio Prenz

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Mosaico di diverse culture, un’origine plurima – argentino di origine istro-croate – un po’ come Borges e, come Borges, priva di radicale stanzialità («solo gli alberi hanno radici» è una sua espressione nonché titolo un suo libro di narrativa), caratterizzata quindi da un nomadismo di cui si avvertono forti i sentori in poesia, Juan Octavio Prenz è stato un poeta errante, un desterrado, che andrebbe riscoperto e approfondito in Italia. A parte la breve Antologia poetica – in vita l’autore ha pubblicato circa otto raccolte di poesie –, pubblicata nel 2006 a Trieste, una scelta dalle sue raccolte è presente nel libro Figure di prua. Figure di prua, ad esser precisi, riprende il titolo della sua seconda raccolta di versi (Mascarón de proa, 1967) in cui originalità e erranza risaltano maggiormente, se consideriamo che l’ispirazione di Prenz trova fondamento nelle navi – navi che hanno già solcato mari, quindi luoghi senza radici – e in particolare nelle polene. Le polene, le decorazioni di legno poste alla prua dei galeoni già dal XVI secolo in poi e che rappresentano figure femminili o animali, per il poeta argentino sono punto di partenza e testimonianza di un modo di vedere e avvicinarsi alla poesia, visione reale e immaginativa insieme che possiede quella magia descrittiva, quel sollevarsi dal contesto immanente, del citato Borges. I tempi passano, passano le storie degli uomini, le loro imprese e, se non c’è una pagina a raccontare le storie, restano le polene a narrarne le gesta. Come in un cimitero visitato da persone afflitte dal ricordo, scopriamo, fra Buenos Aires e La Plata, un cimitero di vecchie carcasse di legno con volti sfregiati dalle temperie degli abissi; Prenz osserva le figure, ne ricompone e salva una storia marittima di intenzioni, tradimenti, pentimenti, violenza e poesia, un tutto da cui emerge la speranza della memoria «come quella della ragazza con il volto al vento». Un volto di legno, prima slanciato fieramente verso l’ignoto e poi lapide di se stesso, diventa momento e spazio di narrazione in cui ritroviamo il destino di un equipaggio. Ma un cimitero esiste perché la parola poetica gli dà nome, la parola mantiene la capacità di vivificare un sentimento – secondo Magris un sentimento mitteleuropeo – in cui si incrociano i movimenti più interni dell’essere umano nel corridoio del tempo. In fondo alla testimonianza resta l’esasperazione del poeta che, all’iniziale e inflessibile rigore del Prologo necessario a sottomettere la parola alla sua volontà creativa, si sostituisce l’affanno finale (Gli affanni del poeta è contenuta nella raccolta Epilogo necessario) nel non riuscire a riportare a poche, anzi a una sola parola il senso indecifrabile della scrittura. D’altra parte, sebbene il poeta chieda risposte alla poesia, non è la scrittura stessa, per dirla con Jabès, un volto sconosciuto?

 


Bibliografia in bustina
J.O. Prenz, Antologia poetica, Trieste, Hammerle edizioni, 2006.
J.O. Prenz, Figure di prua (traduzione di B.L. Prenz), Milano, La Nave di Teseo, 2019.
C. Magris, Polene. Occhi del mare, Milano, La Nave di Teseo, 2019.

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