Giorgio Galli, Canzonacce

Giorgio Galli, Canzonacce
Delta3 2021

Quando visioni e passioni si incontrano, intrecciano i loro passi e fanno vibrare le loro corde, le Canzonacce di Giorgio Galli diventano, per prodigio (sembra così) e per sapienza (è così), veri e propri accadimenti, manifestazioni; rendono concretamente ciò che lo stesso autore, nel capitolo dedicato a Leóš Janáček nel libro La parte muta del canto (Joker 2016), riferisce alla musica: «La musica non rappresenta nulla, non racconta: la musica accade».
Questo avviene in Chagall, componimento in cui la poesia tesse con i suoi fili la tunica multicolore e polifonica di un dipinto dallo Shtetl, di una scena da Il violinista sul tetto, di una poesia sonora e cromatica che evoca Bisanzio e che va e viene da altra poesia (come non pensare a Yeats?).
Scorrendo Canzonacce ci si imbatte in versi di fattura perfetta, come quello conclusivo di Via del pensiero («avreste avuto voi su un’altra strada»), in riprese da opere precedenti, in prosa, di Giorgio Galli – per esempio, in Ultimi anni di L.J., da Leóš Janáček in La parte muta del canto; non mancano, tuttavia, richiami a Le morti felici (Il canneto 2018) e a Le voci sopravvissute (Gattomerlino 2020) –, in riscritture da Brentano e Arnim (Il corno magico del fanciullo), come accade, sulla scorta del Lied Das irdische Leben di Gustav Mahler, in Ballata del bimbo e del grano.
In poesie come La canzone del portinaio, I poveri, Un giorno, Storia di una ballerina, Ultimi anni di L.J., la robusta vena narrativa di Giorgio Galli si sposa con un ritmo sicuro e una autentica grazia del dire.
Sono complementari alle ‘poesie narrative’ alcune forme più brevi, come avviene negli omaggi ai paesaggi sui quali sguardo e anima ritornano – Arno, Siena, Mattinata a Pescara – e brevissime, come le quartine di Ascensione e Desolazione. Ricorro intenzionalmente all’aggettivo “complementari” per mettere in risalto la necessità di considerare tutta la raccolta Canzonacce come una composizione le cui misure e le cui sonorità scaturiscono da una voce che modula il proprio canto – come la poesia Canto della terra mostra con felice evidenza – sulle proprie, molteplici, vocazioni, così come sugli amori di una vita, per la Terra, per la musica, per l’arte figurativa, per la letteratura tutta.

© Anna Maria Curci

 

Canzone del portinaio

Quando di nascosto dagli operai e dai capi
riparato dagli strumenti e dal bordo
[di un finestrone
sbucciavo un’arancia
era come se il sole mi sorgesse fra le mani
il sapore dell’arancia era la luce
il suo succo calore celeste
e l’estate tornava a squillare
nel chiarore gelido di gennaio;
e quando a sera dietro al vetro scuro
razzolavo piselli e patate
ero un contadino di ritorno dai campi
e portavo una camicia di lana a quadri
e una casacca marrone.
La notte poi tornava, ma era amica.

 

Ascensione

E così procediamo
sempre più in alto
fino al punto da cui
non si sente più niente

 

Desolazione

Traverso scheletri d’alberi stecchiti
passa la voce d’invisibili uccelli:
cinguettii freddi come stalattiti
di ghiaccio, che si staccano dal cielo e vanno giù.

 

Chagall

Una luna azzurrissima riposa.
Tutta la città tace: è notte. Quand’ecco dalle case
vedi uscire un rabbino
con i libri della Legge fra le mani,
un giocoliere, uno col violino
che volteggia suonando sopra i tetti.
Vanno fluttuando nell’aria come uccelli,
come bambini che giocano nel mare.
Le candele si accendono su Vitebsk
e la banda accompagna il funerale
– il funerale della tua compagna
che ancora giovane un giorno ti lasciò.
Vola davvero sopra i tetti rossi
insieme agli angeli ai violini e alle trombe
con la sua veste da sposa,
madre dolcissima in oro di Bisanzio…

 

Via dei pensieri

Ti ho raccontato della via dei pensieri,
di quella strada dove
da ormai due anni cammino, cammino,
con la notte e col giorno, spargendo come sale
i miei dubbi, i deliri e le speranze
e gli amori traditi e mai nati.
Ti ho raccontato il terrazzo dal quale
con le notti sorridenti di un’estate
o fra i siderei rigori di un autunno
pronto a mutarsi in inverno più cupo
miravo le stelle, o guardavo le finestre
delle persone amiche, quando il lume si spegneva…
Quanti aneliti ho rivolto al cielo scuro
e alla cascina color sole di settembre
che dal pendio del prato mi balzava incontro…
Quante volte i miei giorni incompiuti
ho rispecchiato nella volta delle stelle
o nelle nere finestre della cascina
forse disabitata, oppure, chi lo sa…
Oramai per ogni giorno ch’è passato
si sono aggiunti un pensiero o un ricordo,
ho metà vita affidata a questa via,
i miei pensieri hanno assunto la sua forma
tristissima e lieta, e il passo della marcia
con cui con rabbia o letizia l’ho percorsa,
e di certo avrei avuto altri pensieri, e un altro Giorgio
avreste avuto voi su un’altra strada

2 commenti su “Giorgio Galli, Canzonacce

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