Maria Benedetta Cerro, L’oscura chiarezza

Per una lettura della poesia di Maria Benedetta Cerro*

Lo sguardo inverso è l’ultima pubblicazione poetica di Maria Benedetta Cerro, l’ultima di un lungo e fecondo percorso che dura ormai da sette lustri.
Si tratta di una raccolta che impropriamente può definirsi tale, perché, anzi, la sua caratteristica essenziale, sia sul piano stilistico che su quello della trama ideativa, consiste in una unità che trascende la unicità dei singoli testi e realizza un continuum, un flusso verbale e concettuale che tende naturalmente verso la dimensione del poema. Questo tratto, per dir così, poematico dell’ultimo libro è, per la verità, un connotato costitutivo del suo far poesia già presente, quindi, seppur in maniera meno evidente, nelle prime e già mature prove poetiche, anche se ha avuto modo di delinearsi con crescente e progressiva lucidità a partire soprattutto dalla più organica testualità di Allegorie d’inverno (2002), e poi, sempre più marcatamente, con Regalità della luce (2009) e, ora, con Lo sguardo inverso.
Si tratta, in realtà, di un contrassegno che è insieme formale e ideologico, che trova il suo fondamento essenziale in una poesia che rifugge dalla suggestione del frammento e persegue, al di fuori, certo, di una linea speculativa ordinaria e facilmente decrittabile, la necessità di dialogo come espediente retorico e come struttura logico-espressiva per procedere in una investigazione della realtà sempre più vertiginosa e talvolta apparentemente rarefatta che, pertanto,  esige la corrispondenza di un lettore particolarmente avvertito e pronto a ingaggiare la sfida dell’interpretazione, in un impegnativo ma remunerativo circolo ermeneutico.
Questa persistente cifra dialogica naturalmente viene declinata secondo modalità le più varie e diverse nel tempo, a seconda delle mutevoli occasioni che accendono la sua ispirazione, ma presuppone sempre e costantemente la presenza dell’altro da sé, sia pure nella forma dello sdoppiamento dell’io (e, quindi, anche del monologo). Ne deriva, di fatto, una  implicita ma identificabile inclinazione teatrale che da tempo accompagna la scrittura poetica della Cerro, che, per questo, finisce per assumere una veste e un andamento drammatici, creando e muovendosi in uno spazio mentale in cui si svolge  e si realizza una sorta di dramma a più voci: un dramma in cui si palesano e interloquiscono, per così dire, i personaggi dell’anima, i fantasmi della coscienza, più che personaggi in carne ed ossa iscritti all’anagrafe di un definito tempo storico. Un dramma, cioè, senza segnalazioni deittiche e senza concrete designazioni, ossia un dramma metafisico, che rientra, in ogni caso, nel carattere irriducibilmente monologico del linguaggio poetico.
L’inizio della storia poetica di Maria Benedetta Cerro ufficialmente e formalmente coincide ovviamente con la pubblicazione della sua opera prima, Licenza di viaggio, che porta la data del 1984, in anni, cioè, che si situano alle spalle di oltre un ventennio percorso da vicende storiche e culturali complesse e spesso tragiche.
In questo periodo, si attacca alla radice lo stesso istituto della letteratura, si revoca in dubbio e si svuota di significato la funzione dell’intellettuale, il ruolo dell’artista, del poeta, che si trovano ad operare con uno stato d’animo che oscilla tra sentimento di impotenza, senso di vergogna, disagio psicologico e disorientamento esistenziale, tra chiusura privatistica e insopprimibile volontà di espressione, in una situazione di penosa insufficienza e di smarrimento tipica di chi non ha più punti fermi a cui ancorarsi, per l’assenza di “modelli unificanti”, di maestri carismatici, di categorie e ideologie in grado di indicare una direzione sicura e soddisfacente.
In questo contesto estremamente mobile e caratterizzato da una pluralità di proposte, compare il primo frutto della poesia di M. B. Cerro, caratterizzato da un forte tasso di inattualità; una poesia tutta giocata, sin dall’inizio, sul versante di un’autenticità che opera in due essenziali direzioni: quella della coraggiosa e per certi versi anacronistica riproposizione di una poesia forte, ambiziosa, direi totalizzante, e quella della piena riappropriazione della valenza semantica e musicale del significante.
Di fatto, M. B. Cerro schiva d’istinto e per impulso di interiore necessità, e con il sostegno di una lucida elaborazione intellettuale, sia la via del riflusso privatistico, intimistico e deresponsabilizzante, sia quella del gioco ludico-dissacratorio o seduttivo o velleitariamente antagonistico perseguito dai più, ponendo a fondamento della sua esperienza lirica, sin dall’inizio, con sorprendente maturità e consapevolezza, l’esigenza di fare dell’espressione poetica un’esperienza totale e non solo letteraria, proiettata, com’è, verso una dimensione tendenzialmente, naturalmente, metastorica, come atto di conoscenza che, mentre oltrepassa il confine del qui ed ora, riconosce a se stesso un valore di assolutezza che pertiene ad una visione essenzialmente religiosa e metafisica della vita.
Il che, tuttavia, non dà luogo ad una poesia disincarnata e disancorata, perché, anzi, non c’è poesia più di quella di Benedetta Cerro consustanziata nella realtà del dolore e della sofferenza originata dal fondo di un trauma biologico che detta il Leitmotiv delle prime pubblicazioni, ma che, di fatto, resta la specola drammaticamente privilegiata del suo rapporto con l’esistenza e dell’intero suo percorso lirico sempre più orientato a inseguire anche negli umili segni del visibile l’epifania dell’invisibile, e a scorgere nella sfera del transitorio e del contingente l’orma dell’assoluto.
Si capisce, dopo queste brevi considerazioni, come la poesia di M. B. Cerro rifugga, per sua intrinseca natura, ma anche per deliberata scelta, dall’atteggiamento di  resa tipico di molta parte della poesia dell’ultimo scorcio del secolo 20° e dei primi lustri del 21°, prevalentemente sfociata nell’adozione, con varie modalità, di una tendenza irrimediabilmente, preventivamente rinunciataria e minimalistica, speculare all’accettazione di un ruolo sempre più marginale e irrilevante riservato all’arte nell’epoca del trionfo pervasivo e cogente della tecnica, con la conseguente omologazione di comportamenti, gusti e linguaggi verso un indistinto grado zero.
Si tratta, invece – così ci dice implicitamente M. B. Cerro con la sua esperienza poetica – di dover praticare e rivendicare, nonostante tutto, un’assunzione di responsabilità sul piano assiologico e di avere il coraggio di esercitare una funzione alta della parola. Nell’un caso e nell’altro, l’atto creativo e la stessa prassi creativa si propongono in una posizione critica e intrinsecamente antagonistica, svolgendo, in tal modo, un compito resistenziale nei confronti dell’assopimento delle coscienze, della neutralizzazione dei valori, dell’appiattimento della lingua e della sua riduzione a gergo povero, inespressivo, puntellato di acronimi.
Tutto questo può essere fatto, come fece e, continua a fare (anche con le recenti liriche dello Sguardo inverso), M. B. Cerro, innanzitutto, riconsegnando alla poesia una funzione essenzialmente conoscitiva, capace cioè di porsi in ascolto del segreto ed enigmatico respiro della realtà, cogliendone e rivelandone il dato di significatività oltre la mera sua superficiale manifestazione, ovvero tentando di decifrare l’oscuro geroglifico dell’anima, di evocare e dare consistenza all’assenza, di indovinare e inseguire le piste che introducono al mistero della vita e della morte, dis-velando, o cercando di disvelare (nel senso letterale di togliere il velo)  ciò che impedisce di attingere al fondamento di verità che sorregge e dà senso alla realtà, alla umana esistenza e alla stessa civile convivenza.
Si tratta di un tentativo rischioso, addirittura audace, sostenuto da una sorta di religiosa fede nel potere della poesia e della parola, che, contrastando il processo di indebolimento e di “dimagrimento del soggetto”, anche di quello che fa poesia (enfatizzato dal cosiddetto ‘pensiero debole’), restituisce alla figura del poeta una funzione in qualche modo sacrale, oracolare, direi persino anacronistica e antistorica o, più correttamente, metastorica e inattuale (in senso nicciano), che si spinge sino a recuperare la lezione di una certa pretermessa tradizione orfica, in cui e per cui la parola poetica si carica di una forza prodigiosa e, direi, numinosa, sorgendo “salvifica/ dalle vocali spumeggianti”, riuscendo come per magia persino ad “ammansire il buio”.

© Raffaele Pellecchia

 

L’OSCURA CHIAREZZA

Forse sarà la cenere / amica del vento
a  rifondare la vita.

Quest’ora è il mai accaduto
il rivelarsi degli oggetti
.                   mai toccati dalla luce.
Ciò che ha luogo una volta
.                   – testimone lo sguardo
della semplicità elevata e stupefatta –
Può talvolta la vita più misera
farsi evento di universa grandezza.
.         E se un occhio non vi fosse
.         a cogliere quella meraviglia?
Se splendesse per nulla
la chiarezza oscura del sacro
che è nel mondo e nella vita?
Se la luce
.         Se la poesia
.                   Se lo sguardo.

****

Ci vollero secoli
per contarsi interamente
.                             e altri per tacere.
Perché non c’era lingua
.                   per la scrittura della vita.
Né chi la dicesse / con tutti i recessi
dove si stipano i remoti / i trapassati /
.                   i candidati al vivere futuro.
Avrebbe voluto un’anima sorella
per risalire insieme la corrente
.    – anguilla o salmone –
purché trovare il luogo dove visse.
.                   Non si appaiò al suo
neppure un passo zoppo
un vivo con parvenza umana.
.                   Allora chiuse le labbra
e a se stessa cominciò a parlare.

 

Poesia / tu non gridi abbastanza.
Non si ferma / non si volta
chi nella tua voce
.                   un mendicare ravvisa
e non l’orgoglioso lamento
.                   del dolore del mondo.
Non gridare per te – non ne hai bisogno –
Chi ti vuole gloriosa
su di sé reclama gli onori.
Tu sei nuda – anima mia –
.         Tu sei sola.
Tu non gridi abbastanza
la tua estraneità all’imposizione.
Non gridare più / non parlare.
Questo tempo non merita
.                   che il tuo silenzio.

****

Pagina vuota
– carcere della mia scrittura –
.         con le tue righe mi spaventi.
Una dirittura pretendi da inventare ancora.
La mano mentale / con le sue cinque rotte
svicola a caso / col gesto panico
.                                       dell’indecifrato.
Col tuo occhio retto / orizzontale
non vedi come si ferisce
.         il pensiero costretto
quando ciecamente batte
alle pareti senza porte.
Di ogni irrisolto dramma giornaliero
.         – al limite del folle –
scava la ragione.
Non v’è dirittura nell’agire umano
neppure nella buona intenzione.

****

Un cavallo docile e possente
.    – il braccio sul collo –
e un procedere calmo sulla via
come amanti appagati
.    solo della pura compagnia.
Un sogno che non vuole
destarsi alle ore fameliche
.         – le erinni –
Sentire il corpo discosto dai panni
un sudore di puledro in corsa.
Lo scatto / il morso
.         slacciato delle briglie.
E lasciarsi dietro tutte le soglie.


* I testi di Maria Benedetta Cerro e la lettura di Raffaele Pellecchia sono stati pubblicati in SECOLO DONNA 2020. Almanacco di poesia italiana, a cura di Bonifacio Vincenzi, MACABOR, dicembre 2020.

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