Memorie per l’oggi. Su “Campi d’ostinato amore” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti, “Campi d’ostinato amore”, La nave di Teseo 2020

Un giorno, al telefono, Umberto mi disse che lui conosce i fiori e le piante che numerosi compongono, più che un erbario, il giardino della sua poesia. Forse solo Pascoli conosceva ciò che nominava; Montale, no, al massimo ne aveva un’idea tutta letteraria che accompagnava il ricordo di avere veduto un fiore o una foglia. Ma lui, Umberto Piersanti, invece sì: conosce i fiori dei suoi versi, e le piante, come pure i corsi d’acqua che scorrono verso il mare. Conosce la terra in cui si è mosso e nella quale ci ha condotto, di sentiero in sentiero, per tutto l’arco della sua poesia. Conosce e ci ha insegnato a conoscere le sue Cesane.
Campi d’ostinato amore, la sua più recente raccolta di poesie, uscita che sono pochi mesi, rinnova questo patto con la natura che è un patto con la vita. Rinnova l’immagine dell’ultimo dei poeti bucolici d’Italia che gli è stata cucita addosso, ma che non rispecchia se non parte della sua opera in versi. Perché piante e fiori sono l’aspetto che più colpisce di questa immensa elegia composta da Umberto Piersanti; potrei dire che sono la parte per il tutto. Ma c’è sempre il “tutto” da affrontare, esplorare con lui, da comprendere con gli occhi e col cuore (gli occhi, sappiamo bene, sono la via per accedere al cuore da secoli e secoli). E il tutto di Piersanti è un mondo che della bellezza non nasconde il rovescio della medaglia, quell’altro mondo che a lui per primo rimane sconosciuto: il mondo del figlio Jacopo.
Jacopo, sempre più protagonista della poesia del padre, è agli occhi del lettore il termine di confronto con la realtà che noi tutti conosciamo per tentare di decifrare le verità che ci escludono. Noi che tutto diamo per scontato ci scontriamo contro il vero muro: quello che tutta la nostra poca conoscenza non ci permette di conoscere. E il poeta ci dice questo:

[…] ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori […]

Il limite umano, con tutta la sua caducità, non è addolcito affatto: il vecchio cerca di condurre il figlio. Anchise porta Enea, e non viceversa. E probabilmente non è nemmeno così, perché Anchise segue e insegue Enea, che gli sfugge di continuo per via del suo inarrivabile vivere. Eppure, c’è tutta la bellezza dell’amore assoluto in questa dichiarazione anche di dolore, una bellezza che si accompagna al divenire sempiterno della natura che insegna all’uomo l’attesa (lezione che pare non essere chiara e compresa prima ancora che appresa, soprattutto in quest’ultimo frangente storico) della fioritura del favagello, fiore sconosciuto alla tradizione poetica italiana. Una tenacia che è per l’appunto l’ostinato amore nel quale ci addentriamo scendendo, o salendo, di verso in verso come scendessimo, o salissimo, una scalinata, o un pendio. Se poi vi è capitato di visitare le zone marchigiane care alla poesia di Piersanti, mentre leggete questi suoi nuovi versi, vi si paleserà tutto ciò di cui sto cercando di parlarvi.
Passato e presente, memoria e quotidianità. Le parole devono essere esatte per raccontare un mondo. E le memorie in un qualche modo si fissano in poesia. O in essa si reinventano fino a intrecciarsi coi ricordi dei racconti sentiti in famiglia, memoria di una società rurale, arcaica, che riemergono con una tale forza impensabile anche per il Piersanti di due decenni fa. Teso sempre al recupero della dimensione privata, sempre capace di guardare universalmente a un mondo scomparso come quello rurale, nominato mai in maniera indeterminata – si è detto -, mai generica. E quel «pianto che mai non cessa», che fu prima della madre Maria, ora appartiene al poeta stesso che avoca a sé il peso della espiazione delle colpe degli uomini, riconduce a sé e ricuce in sé stesso il mondo che in passato si riassumeva nella figura del bisnonno Madìo.[1]
Ed è ancora la memoria – una memoria intermittente, proustianamente intermittente – ciò permette di ricostruire la storia di un mondo che il poeta avverte di dovere raccontare affinché non se ne perda traccia: le «memorie» che «salgono/ fitte alla gola,/ e se tendi la mano/ quasi le tocchi», ma non puoi afferrarle perché «il passato è una terra remota/ magari non esiste,/ non sai dove» (Il passato è una terra remota, p. 14); «di volti che s’affollano […] dinnanzi agli occhi/ e tramano nel sangue», volti che si offuscano perché affiorano dai ricordi dell’infanzia «quasi oscura […] che negli anni s’inoltra/ e ti pervade,/ ossessiona i tuoi giorni/ e un poco,/ almeno un poco,/ li consola» (Terra di memorie, pp. 52-53); o ancora il ricordo dell’aprile 1944 – Piersanti aveva poco più di tre anni – con i carri militari alleati che «vengono giù/ dalle Cesane,/ fitti,/ fitti più della grandine/ d’aprile», con tutto il «nero bitume» della stufa di casa nel quale confluisce tutta l’angoscia della guerra, che non risparmia le ignare creature della natura nella stessa misura con la quale non risparmia l’uomo, in una poesia come L’aquila della Wehrmacht (pp. 53-55). E non si tratta di immagini di corredo provenienti dal passato di tutta la famiglia, e tramandate anche di generazione in generazione; è una reale attualizzazione della storia per consentire di decifrare l’uomo di adesso che in poesia sa mescolare tutto il portato di una tradizione poetica che gli ha offerto un patrimonio dal quale attingere per costruire la propria lingua, che non è un mero riuso postmoderno: è la rivendicazione di un ruolo, di una funzione, demandata al poeta dalla Storia.
Colpisce la fragilità con la quale si presenta Piersanti in Campi d’ostinato amore; una fragilità tutta umana, reale, anti eroica; una fragilità che non nasconde gli acciacchi dell’età («acciacchi, una parola/ adatta ai vecchi,/ e non troppo cruda,/ colma di comprensione,/ quasi piana», Dentro il duomo di Parma, p. 128).
Ed è proprio per rispondere ai malanni del tempo che Umberto Piersanti ci consegna ancora una volta il mondo guardato con gli occhi di un bambino ribelle e curioso, diventato poi quell’eterno ragazzo che ha vissuto davvero la vita che ci ha raccontato in versi e in prosa, e che, infine adulto, ha saputo dare voce anche al dolore che sta oltre quel muro che esclude:

i cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,
ma tu li ascolti
Jacopo quei cori?

© Fabio Michieli

 


[1] Notava qualche anno fa Carlangelo Mauro: «dalla discesa nell’inconscio privato/collettivo ritornano come fantasmi i personaggi del proprio passato, fissati nei gesti e nelle parole di una sacra rappresentazione […]. Nel rivolgimento (metabolé) della tempesta l’io lirico rivive la propria infanzia» (Il luogo come civiltà perduta o tradita. Appunti su Paolo Volponi e Umberto Piersanti, in Id., Libero di dire. Saggi su poeti contemporanei, Edizioni Sinestesie, 2012, p. 43).

 

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