Mattia Tarantino, “Fiori estinti” (Nota di Lorenzo Pataro)

Mi scoppiano le vene e sto cantando.
Nota di lettura a Fiori estinti di Mattia Tarantino
di Lorenzo Pataro

Fiori estinti di Mattia Tarantino (Terra d’ulivi edizioni, 2019) è una lunga poesia ininterrotta, quasi un poema circolare, un cane che si morde la coda, l’ultimo lungo vaticinio di un augure-bambino orfano di un altrove che compie la sua ultima viandanza a partire «da un gerundio predicato/ come tempo primigenio» e in cerca di una «sillaba segreta/ che comanda la rovina di ogni cielo», «una parola che annuncia il diluvio/ e morde le vocali», «che schiuderà il mondo/ all’epifania delle cose, l’esatta/ misura del verso in cui tutto/ tornerà carogna tra i denti dell’angelo», una lingua caduta mentre «Babele sventra il cielo», un alfabeto capovolto che capovolga la discesa, il precipizio, la stortura della nascita, un viaggio di anabasi e catabasi in cerca di un nome che richiuda lo squarcio, la cifra dello strappo dopo i «versi separati dal vagito; il primo/ grido con il canto della madre», «la discordia/ verticale che fu taglio», per pronunciare, alla fine, il «vagito finale e gerundio». C’è come una continua e oscura nostalgia dell’origine in questi versi, un tentativo quasi di compiere un regressus ad uterum, una nostalgia del seme che non è in questa terra e va cercato in un altrove sfibrato, in un cielo ostinato, interpretando il volo degli uccelli affinché sia prossima la risalita, l’ascesa celeste, mentre ciò che è terreno si dilacera, va incontro alla catastrofe, annunciata per esempio da un passero di ronda che canta, da un vento che stordisce i passeri neri e in cui il poeta-augure stesso confida, mentre si accorge che «le foglie sono incerte», che riconosce nel suo stesso canto-vaticinio «il mistero delle gazze quando legano/ alle ali un cielo furibondo» e «l’ultima/ voce a ordinarne le ali», che conosce « le trame del volo basso», il “singhiozzo delle allodole” o vede le stesse allodole impiccate, un corvo che tossisce e fa curvare le foglie. C’è una continua tensione verso la promessa di un ritorno, un nòstos capovolto, cercando ossessivamente, verso dopo verso, «la fune che pende dagli astri» e con cui «si impiccano i bimbi e i poeti». In questo percorso viatico, però, il poeta non è solo, ma è come se la sua stessa vocatio si specchiasse nel tu a cui si rivolge dal suo spazio privilegiato, per pochi iniziati, quasi che ogni verso-mantra, ogni parola-mana che ritorna ossessivamente (come già Giorgia Esposito rileva nella postfazione), non sia altro che la via d’accesso come ad un rito misterico eleusino, dionisiaco, orfico o mitraico, qualcosa che si opponga al mondo e che al mondo stesso non va rivelato se non in parte, un “aldilà senza nome”, lo chiama ancora Giorgia Esposito. Il tu a cui si rivolge è un interlocutore quasi da iniziare e con cui iniziarsi al tempo stesso, in un canto incessante e continuo, quasi un salmo allungato, ripetuto circolarmente e ossessivamente (e per questo quasi usurato, consumato dall’ansia di urlarlo), con una funzione quasi apotropaica, per aprire le «stelle che tappano/ il cielo, e le schiere degli angeli», perché sa che «verrà un giorno che la neve brucerà» e insieme a questo tu saprà aprire un varco contro ciò che ha permesso l’estinzione dei fiori; per questo gli dice: «vivremo nel bosco segreto/ dove accade ogni cosa» o ancora: «saremo la grazia e la lira,/ il passero che addomestica il cielo», quasi a rassicurarlo, a promettergli un luogo del sigillo che verrà. Mattia sente come una chiamata, c’è qualcosa di sciamanico nei suoi versi, l’impressione è di assistere come all’evocazione di uno sciamano bambino predestinato a essere guida, sacerdote, psicopompo, guaritore di anime, purificatore, che sa interpretare gli astri perché è come se dagli astri stessi fosse caduto, in un giorno che si perde nella memoria del mondo, come caduti sono gli angeli che lo rincorrono, che diventano richiami continui, voci che affollano la sua viandanza, popolano la terra come bestie del quotidiano, si spogliano di ogni incrostazione e ogni connotazione meramente evangelica, non hanno una grammatica eppure comunicano con il poeta in una lingua che solo lui sembra conoscere, una lingua caduta dalla torre di Babele, da Ponente, una lingua deviata, sconosciuta, forse ancora da inventare e che lui ricrea continuamente, la gira tra le mani come un timpanum (tamburo sciamanico) che accompagni una danza attorno a un fuoco, un’evocazione di qualcosa che sta per accadere e non accade, è presentita, suggerita, annunciata come un oracolo della Pizia, nel tempio di Delfi. Mattia ha come la capacità di praticare una trance estatica, come uno sciamano nero quando è posseduto da un demone (o, in questo caso, da un angelo nero), di cui diventa schiavo e padrone al tempo stesso; con lui percorre tutte le età e per questo nessuna età sembra avere, conosce tutti i luoghi in cui si territorializza di volta in volta, come comunità diverse a cui rivelare il suo mistero o predire la catastrofe imminente, uno sciamano che «vuole offrire/ carne e stelle in sacrificio».
Ecco perché può dire di aver saccheggiato e incendiato Betlemme, di aver generato dall’ustione la croce, di voler prendere Roma, di essere stato gobbo a Sodoma, di essere morto «in un sussulto/ che fa eco nel Giordano; nella foce/ capovolta dell’origine», di venire dalle “icone violentante di Donetsk”, di aver visto «Cristo lussurioso inginocchiato/ tra gli apostoli», di aspettare che «Gerusalemme sarà sterco di capro», di voler piangere alla “lapide di Hèbron”, di essere stato “sarto in Palestina”, nel Giordano battezzato da una zingara, che vede Barcellona come «il profeta che cuce/ il mare nell’osso» o come «l’astuta maestà/ di Ponente» e che a Ponente riconosce come un’origine occulta, lì riconosce la sua legge, lì dove «sta la tana della luce», lì la torre a cui tornare, per recuperare almeno un segno, l’epifragma di ciò che fu. E poi c’è il Sud, che qui non ha quasi connotazione geografica, è come se fosse ovunque, diventa cifra di ogni crepa, “favola di sangue”, un locus non amoenus che fa ammalare il marinaio di un “sole fradicio”, in cui «l’amore fa a brandelli gli alfabeti». Anche qui «uno stormo viene ad annunciare/ la catastrofe, la sorte della terra», anche qui il poeta-augure conosce ciò che gli uccelli sembrano annunciare, «l’ultimo grido/ dei gabbiani a capofitto» diventa la causa come di una morte passeggera che avviene «spezzando loro il becco», come a spostare l’ultima ora un po’ più in là perché ancora non è il tempo dell’ultimo canto. Mattia è chiamato ad un’adunanza, sente un richiamo di sangue, vede «i morti sudare in bocca/ ai vermi» e sa che «ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo», conosce le leggi del mondo pur sapendo che non sono qui le sue radici e vuole annunciare che il suo fracasso, il fracasso delle sue ossa, è il fracasso del mondo. C’è qualcosa della pittura di Egon Schiele in questi versi, il rovescio dei corpi (e qui degli angeli, capovolti anche nella copertina) e il capovolgersi del senso comune, uno spezzarsi dei versi-nervi, quasi che la tensione dell’andare a capo (la trama metrica è maniacalmente perfetta, chirurgica) sia un taglio viscerale sulla durezza delle carni; proprio come nelle figure del pittore austriaco, c’è qualcosa di malato eppure sano nella sua sacralità spogliata di ogni connotazione storica e restituita alla sua matrice originaria, una luce che precipita e si fa spigolo nella pelle, la distorce, mette a nudo le vene, le capovolge e poi le sparge in una comunione transumana, nel dialogo continuo e intessuto con la madre che «inghiotte cento fiori,/ poi rimette dalle vene» e con tutte le figure che popolano questi versi, figure gettate nel mondo con un’identità minima o inesistente, figure a cui rivelare l’ultimo mistero e per cui continuamente cercare un altro nome, l’ultimo baluardo di salvezza, «una corda/ dalla stanza verso il cielo, quasi un cappio», per morire qui e rinascere altrove, tra le stelle. E proprio dalle stelle che questo «fanciullo/ che invoca perdono dai fiori» sembra provenire, quasi che quei fiori estinti siano proprio delle supernove, che la sua discesa sia frutto di una deflagrazione da ricucire continuamente, come se quello che cantava David Bowie nel 1972 in Starman sia davvero avvenuto: «There’s a starman waiting in the sky/ He’d like to come and meet us/ But he thinks he’d blow our minds».
Emblematici, in tal senso, sono questi versi a p. 16:

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
mi aprono il sangue e disturbano
i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa
al pane che si spezza, non consente
né risate né preghiere, capovolge
tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda
quante volte ha indovinato, quante volte
la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio
i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
un piccolo coltello e svuoto
le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.

C’è quindi la traccia di una ricucitura continuamente ricercata, uno sguardo all’origine perché ogni nervo, ogni osso ne annuncia la mancanza, il distacco, il cielo stesso è intrecciato alle ossa, le vene storte sono annodate alle stelle, sa che non può più credere «all’inganno/ che ha nome di madre», una madre come orfana lei stessa; è per questo che ricerca un bosco (luogo che ritorna spesso) dove tornare “all’uovo”; quasi si sente il suo latrato al cielo, di notte, verso un cielo troppo nero; anche se sa che verrà un giorno in cui i sassi in alto che gli tira non lo colpiranno più, in questi versi il seme della nostalgia è acuto, sottile, vibra in ogni angolo del corpo, un corpo ancora abitato dai primi vagiti, dal taglio della madre, in cui i «nervi sono nervi di legno/ marcio: si curvano/ ad arco, e tremano e straziano», i muscoli sono astri rovinati, l’acqua scoppia nelle vene, anche le vertebre si curvano. C’è quindi una tensione continua verso uno slancio, un volo che liberi, gli stessi fiori evocati diventano occasione per percorrere gli steli, gettarsi dalla cima e poi inciampare nella fune tra le stelle e la sua stanza privilegiata, sempre pronta a permettere il viaggio come a ritroso, la stanza stessa (senza una precisa connotazione temporale o spaziale) diventa il luogo cardine della ricucitura per invertire la rotta, percorrere al contrario la caduta con qualcuno destinato ad arrivare, e che giunge, alla fine, ad aprire un varco. In La genesi, l’amore (p. 104) scrive, infatti: «Poi arrivasti,/ arrivasti offrendo chicco/ a chicco la salvezza, come fosse/ un riso antico e semplicissimo» e poco dopo: «ora lancio/ una fune verso il cielo, ora/ salto, finalmente».
L’attesa è come di una danza continuamente evocata, cercata, un moto che permetta l’ascesa affinché il “cardo che collassa nella luce” non abbia più il “dolore di fiorire”, affinché il delirio degli angeli non lasci più la traccia di saliva sul papavero; la danza è la stessa parola circolare che Mattia cerca come cerca l’acqua nella terra il rabdomante, perché «la legge è la parola, la parola/ è la legge». E di questa danza Mattia dissemina le tracce dall’inizio alla fine, è il suo invito ad amare «ostinati la grazia, le impervie/ vie della sorte e mai, mai/ la sciagura dello stare», «la danza dell’agnello che soffre/ l’esilio dal grembo», la danza «nel rovo che veglia/ la torre» per opporre, mentre «Babele sventra il cielo», le linguacce alle lingue, “un girotondo”; danzando, sempre a Babele, «sulla carcassa di un cielo troppo basso» o quando «da lontano una Medea/ araba conduce la sardana», gli stessi angeli danzano al suono di un “tamburo lontanissimo”, la sua è una danza che sbaraglia, che ustiona perché si è scalzi. Una danza accompagnata dallo stesso canto di questi versi, i quali restano nella memoria come amuleti contro ciò che si disgrega; la sua è una nenia ricomposta, ricucita passo dopo passo, quasi che l’acqua spesso evocata non sia altro che quella del grembo, a cui tornare con obbedienza perché gli angeli non disperdano più il loro sangue nero; un salto oltre i nomi, le sillabe o le vocali per dare a questo altrove un ultimo ritmo contro ciò che si frantuma; è questa l’impressione: che la cantabilità evidente di questi versi sia come l’ultima alternativa, l’ultima adunanza, l’ultimo richiamo mentre l’inverno sembra aver paralizzato ogni elemento del reale. E anche quando tutto deflagra, Mattia si accorge proprio di questo, quando dice: «mi scoppiano le vene e sto cantando». Ecco cosa resta, alla fine. Un cuore che tossisce timido, tra le mani degli angeli, la richiesta, nella veglia continua, di una «parola/ che ci salvi dall’inverno e faccia casa», da rivelare a chi ha il coraggio di raccogliere solo fiori estinti, «al grido della schiera/ che spezza il cerchio e lo deforma», come a riconoscersi parte di un unico coro, orfani di luce eppure nella luce cadere continuamente, verso una terra altra, promessa, strappata, crocifissa. Un coro che all’unisono sembra ripetere, come una litania, un verso memorabile di Cristina Campo: «Due mondi – e io vengo dall’altro». Fiori estinti è in fondo la promessa di ricucire la strada del nòstos, chiudere un taglio per poi aprirne un altro. La voce di un aedo e il suo canto, la parola circolare, «il verbo custode/ di ogni avvenire» da opporre come antidoto a ciò che va estinguendosi.

 

P.S
A Mattia, ai suoi fiori estinti

Si sgretola il seme nel cavo della mano
alla terra non resta che il tuo magma

di lamiera versato alle radici
come sperma fecondo per la cenere

dei morti, il volo in frantumi di un passero
di ronda si sparge sterile sul petto
ti taglia la gola e si fa canto.

 

© Lorenzo Pataro

 

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