Mattia Tarantino, poesie da “Fiori estinti”

 

Fiorire

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

 

Nella torre

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Ora le vie del canto sono aperte:
vengano i fiori e tutte le creature
a sputare sui miei versi; accorrano
alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi
il cerchio e la croce. Non temete
questa parola che nasce
in altri mondi, dove nerissimi
gigli affliggono e azzannano.

Amate anche il canto
finale del passero; le astuzie
che nutrono i morti. Altrove
è la terra del verme, ma solo
al di qua può regnare col cuore.

Prima che carne nient’altro
che carne nutrì il fiore ossuto.
Prima che acqua nient’altro
che acqua devastò la mancanza
di forma: tutta loro è la colpa.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

 

Il fiore stremato

Vi confido il manifesto dell’angelo,
l’appello alla rovina del cielo:

vennero tre gazze, offrendo
l’antico stupore del volo,
e non fu che il precipizio
alla fine dell’erba, ad accoglierle.

A un tratto una stella segreta
cadde loro nel becco:
è primavera se dal sangue
spunta un fiore ordinato.

 

Vorrei guardare il cielo

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
mi aprono il sangue e disturbano
i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa
al pane che si spezza, non consente
né risate né preghiere, capovolge
tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda
quante volte ha indovinato, quante volte
la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio
i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
un piccolo coltello e svuoto
le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.

 

La sillaba segreta

Che strana impostura uscire dal nido,
rimediare alla sventura dei padri
che risparmiano i figli, disperdere
prematuri la mano dell’angelo:

ancora percorro la stessa
via della sorte, ancora
ignoro quanto breve sia il passo
che conduce al di fuori del bianco.

(Ho riposto altrove la sillaba
segreta dell’amore, e mai
che ne ricordi il grafema.

Donatemi la vostra voce,
poeti che ignoro! donatemi
solamente un canto nuovissimo).

 

Crepassero le stelle

Crepassero le stelle queste braccia
che non ebbero gavetta:
se il linguaggio mi rovescia e poi dimora
questa carne malaticcia, allora crollo
come crolla il fiore all’ultima
veglia. Il verso

che mi tiene ormai è custode
e fa distico del tempo.

 

Silenzio

Ma lo conosci il segno
degli angeli? Quello che confonde
l’acqua con le rose, il pane
e un antico verbo senza suono.

Da molliche e da crepacci risorgiamo
a una veglia furibonda:
è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

 

Mattia Tarantino, Fiori estinti, Terra d’Ulivi edizioni 2019

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