Paola Deplano, Ultima fermata Spoon River

Paola Deplano, Ultima fermata Spoon River
Edizioni Progetto Cultura 2020

Cogliendo l’invito al viaggio formulato dall’autrice con i suoi versi e ribadito da Davide Zizza nella prefazione – «I poeti chiamati a raccolta da Deplano […] stanno salendo su un treno per intraprendere un viaggio e, quindi, non si esprimono per interposta pietra marmorea, bensì per la voce della loro anima, incline a dichiarare e a dichiararsi» – ho percorso le pagine di Ultima fermata Spoon River con un vivace alternarsi, mentre leggevo, di riconoscimento e ammirazione. Ho riconosciuto versi e poeti amati e frequentati, tornati, con una voce che chiama dal tempo (Davide Zizza), a illuminare antiche passioni. Ho ammirato il dettato agile e asciutto, in questo esempio riuscito di concisione visionaria, che ha alle spalle frequentazioni e letture coltivate con cura, ritorni e soste amorevoli. Ci sono testi – e poeti – che si danno la mano, da una poesia all’altra, sfidando qualsiasi distanza temporale, linguistica e culturale. Spesso è lo specchio a sottolineare il passaggio da un componimento all’altro, da una voce poetica all’altra, cosicché la chiusa identica dei componimenti Robert Browning e Elizabeth Barrett Browning («Lo specchio/ lo guardavamo insieme»), tende a mano all’attacco del successivo Giovanni Pascoli: «Ho guardato nello specchio dei suoi occhi uguali ai miei/ e mi sono perso». Non si tratta, tuttavia, di un asfittico girare in tondo, bensì di un percorso che promette, facendone scorgere contorni e sviluppi, altre escursioni, altre esplorazioni. Ogni fermata di questo viaggio è un verso scandito da un lavoro paziente di sottrazione del superfluo. Alcuni guizzi sono volutamente controcorrente (Dante Alighieri), ma senza l’ansia del colpo di scena dell’enfant terrible di turno: al lavoro qui, con una cura per l’espressione limpida, che segue una intuizione felice, è la capacità di leggere tra le righe di opere note, il disegno di dare voce a quello che si vede, o si suppone, soltanto in controluce (Foscolo, Manzoni). Porto con me, come primizie in un giorno d’inverno, i versi che Paola Deplano dedica ai lirici greci. Anche la riscrittura, come avviene in Alceo, si illumina, fiorisce letteralmente. Tra le mie preferite, due poesie dedicate ai ‘fuori dal coro’, per diverse ragioni, una per la vis polemica a me cara, Cecco Angiolieri, l’altra per il suo portare alla luce dell’attenzione, all’orecchio attento, una vita di riflesso e d’ombra: Ippolito Pindemonte.

© Anna Maria Curci

 

GEORGE GORDON, SESTO LORD BYRON

Augusta.
Un castello di falsità regge le vite
e un dolore autentico
serpeggia tra i ruderi
d’un antico splendore.
Se manca la poesia
è tutto un crepuscolo opaco.

 

ANNA ACHMATOVA

Quand’ero viva scrissi
che i morti mi dettavano poesie
(compreso il caro Dante, qui presente).
Ora da questo sogno alla deriva,
cosa volete detti, anime vive?

 

SAFFO

Quest’erba come il vento la muove
il fruscio della vipera nel bosco
la luna lenta sul mare d’agosto.
Ho amato una sola anima in tanti corpi
e l’ho chiamata poesia.

 

ALCEO

E ridi dolce
le viole tra i capelli
amica di parole.
Il sapore delle rose era immenso.

 

CECCO ANGIOLIERI

Fantasma senza pace che ti bacia
e non ti sfiora.
Ecco
sono io
Francesco
l’ingannevole baro maledetto
che il giorno stesso di quel tradimento
gridò più forte il suo amore tra la gente:
“Becchina amor…”
Il mio nero malinconico delirio
ben celato dall’ironica risata
troppo triste.
E gli occhi stanchi di lacrime nascoste
muti e fissi sul tuo volto che non vedo.
Rivoglio il mio corpo.
Voglio essere di nuovo vivo.

 

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