Paolo Carlucci, Forma ed essenza poetica nell’opera di Marina Cvetaeva

«Se perso è il trono,/ resta la bisaccia»
Forma ed essenza poetica nell’opera di Marina Cvetaeva

Ai miei versi scritti così presto
che nemmeno sapevo d’esser poeta
scaturiti come zampilli di fontana
come scintille dai razzi
[…]
Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove mai nessuno li prese né li prenderà, 
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Improvvisi lirici, tempestosi e profetici, così appaiono questi giovanili versi di Marina Cvetaeva (1892-1941) ma tenacemente lavorati e cesellati fino a pervenire alla stazione di un’espressione chiara e terribile che la contraddistingue. Scalpello dell’esistente, fedele al sangue del verso, Marina lo sarà sempre, fino alla sua morte tragica e disperata. Nei suoi numerosi scritti, Cvetaeva parla spesso del suo metodo, dell’orecchio per arrivare alla Poesia.
È con tono di sogno ma insieme di filastrocca grottesca e popolare, che nella Pasqua del 1917 si rivolge allo Zar, quel Nicola l’ultimo, l’emblema ormai demitizzato, che sarà protagonista e vittima della catastrofe imminente della Rivoluzione russa e bolscevica.

Zar! Progenie
e avi: soltanto un sogno
Se perso è il trono,
resta la bisaccia
.

Versi intensi, al di là del tono apocalittico, e voce della mentalità religiosa contadina, sacro-pagana della Santa Madre Russia, tipica peraltro di molte poesie della Cvetaeva e di altri grandi poeti, come Esenin, il lirico di Rus’.
Anche Marina, nella sua vasta produzione letteraria, attinge a piene mani al tessuto dell’immaginario, alle tradizioni russe di favole e fiabe; Cvetaeva recupera così molte immagini e temi della tradizione folklorica: si pensi alla satira lirica sul pifferaio magico, ma in versione popolare russa, sviluppata in L’accalappiatopi. Parte della produzione della Cvetaeva cerca la forma per l’infanzia.
Marina pensa spesso, nelle sue opere, alle figlie e al mondo dell’infanzia, adattando forme espressive consone alla sensibilità, al sentire in forma di racconto e scene teatrali. Anche nel diario in versi Il Campo dei cigni, si rivolge spesso alle figlie bambine nella tempesta di fame e guerra. 
In versi semplici e toccanti, per addormentare la figlia canta una sorta di ninnananna ancestrale d’animali; simbolo e forma poetica si fondono in canto, per un’essenza d’affetto.
Così ricorda Cvetaeva in questo suo diario in versi, Il Campo dei cigni, testo denso delle cronache di fronte alla Rivoluzione e alla guerra civile tra bianchi e bolscevichi, testo recentemente edito, per i tipi di nottetempo, a cura di Caterina Graziadei.

– Dove sono i cigni? – Sono andati via.
– E i corvi? – I corvi sono rimasti.
– Dove sono andati? – Dove vanno le gru.
– Perché sono andati via? – Per non cedere le ali.

– E papà dov’è? – Dormi, dormi, il Sonno
adesso verrà, in groppa al suo fiero destriero.
Dove mi porterà?
Al Don dei cigni.
Là – sai un bianco cigno m’aspetta…

(27 luglio 1918)

Nell’opera torna potente il senso del Sacro russo: 

Va il Te Deum per i campi.
Della vita russa il libro
segreto, che cela i destini del mondo,
fu già letto e sigillato.

E rovista il vento, rovista la steppa: Russia! Martire! Riposa in pace

Sognante e concretissima sempre nel tempo della storia, spesso Cvetaeva si rifà così al mulino del folklore russo, alla religione dell’orda d’oro, al mondo delle icone, che fascinerà anche la giovane Achmatova.
Dal canto suo, Marina Cvetaeva si pone in modo originale il problema della forma in poesia: «Io non penso, io ascolto. Poi cerco un’incarnazione perfetta della parola…». Poesia è «un seguire la traccia dell’orecchio popolare e naturale».
Esempio massimo di poesia come ricerca, dunque l’opera di Cvetaeva, sa dire spine di poesia nei tempi della catastrofe presente e nella sua imminenza. Si pensi alla forza assoluta dei versi nella raccolta Dopo la Russia, ma pure alla necessità espressionista di un allucinato distacco, come nel suo famoso Poema della montagna.     

Fammi cantare del dolore
della mia montagna
né oggi, né per l’innanzi
tapperò il rosso buco
fammi cantare del dolore
in cima alla montagna.
Quella montagna era come il petto
d’una recluta falciata da un obice
quella montagna voleva labbra
vergini, un rito nuziale
esigeva quella montagna
– Oceano nel padiglione auricolare
con un urrà dirotto d’improvviso!
la montagna incalzava e guerreggiava
.

Dirà, del proprio andare alla poesia:  

Poesia, giurerò
su di te e finirò con un raglio
Tu non sei il bel portamento d’un fine dicitore,
tu sei un’estate in terza classe
Tu sei periferia e non canto.

Come non sentire la suggestione anche di un espressionismo vagamente cinematografico, quale allora si manifestava in Germania e in Europa? Visione del profondo, sarebbe diventato anche lacerata storicità. Si pensi alle immagini di rappresentazione epiche di masse disperate, affamate di sangue e di speranza, nude verità d’orrore, nel bianco e nero di un maestro del nuovo cinema tedesco espressionista come Fritz Lang, o ai potenti e drammatici montaggi di Eisenstein.
Torniamo però alla densa cifra della Cvetaeva e alle sue dichiarazioni di poetica: «Io sono sedotta dall’essenza delle cose… la forma verrà da sola. E arriva… la forma richiesta dalla data situazione, ascoltata da me sillaba dopo sillaba».
Spicca l’opportuno giudizio e ricordo di Pasternak, che di lei fu sodale a lungo, nella vita e nell’arte: «Nella vita e nell’arte la Cvetaeva aspirò sempre avidamente, quasi rapacemente alla finezza e alla perfezione». Ora ben si comprenderà cosa Marina intendesse: una perfezione formale, ma nel dramma delle cose, una cinepresa dell’anima.
Nel vento della storia russa e poi sovietica, impetuosi e appassionati, i versi della Cvetaeva son timbri di sgomento, suonano la Sinfonia della Paura, della disperazione, la morte per fame e l’epidemia della spagnola; ecco le note stregate sortite dalla rossa speranza dell’Ottobre sovietico, leniniano e poi staliniano.  
Drammaticamente segnata da questi eventi, Cvetaeva ebbe a perdere una figlia e il marito Sergej Efron, poi disperso nella bufera di quella guerra civile, così ben descritta anche nelle pagine di Babel e di Bulgakov, nella sua Guardia bianca.  
E così proprio in quegli anni tremendi, tra il 1918 e i primi anni Venti, tenebrosi, folli, rivoluzionari di sangue e miseria, ma esattamente veri nell’essenza, appaiono allora esemplari i versi del diario poetico che Marina tenne, tra l’ottobre 1917 e il dicembre 1920, annotando tormenti quotidiani, un privato che si fa collettività di carestia e angoscia umana ed esistenziale, ma anche storica. 
Questo sentire, orecchiare la disperazione in forma di poesia, la Cvetaeva lo interpreta in Il Campo dei cigni, opera prima citata, ma a lungo trascurata, o meglio rimossa, anche in Russia e considerata ingiustamente minore. Errore! Un’opera invece complessa e ricca, per entrare nel metodo della poesia e della vita di Marina Cvetaeva, autrice di un’ampia messe di testi, in versi e in prosa, in cui dà conto del paese dell’anima russa, lei emigrata come, Chagall e Kandinskij, nell’Europa di Thomas Mann, di Stefan Zweig, di Rainer Maria Rilke.
Nel diario Il Campo dei cigni, abbonda dunque un espressionismo consono al dramma storico. Gli orrori della Grande Guerra sono colti nei suoi truci orecchi visivi:

Tre berretti
squillo di tromba
strazia il cuore.
– Così senza spada?
Senza spalline
da ufficiale?
Al mattino –
in una fossa comune?

Tacciono le trombe.
Buona notte –
a voi, fatti a brani –
sulla breccia!

(17 luglio 1917)

E sempre su questa sinistra fame di spettri chiudiamo queste note sul vero in forma di canto, che caratterizza gran parte della scrittura poetica di Marina Cvetaeva, impietosa cronista in versi di un dramma in cui non manca il grottesco gogoliano dell’eterna anima russa.

Avvolti nella fodera rovesciata
del Manto dei Nemici del Popolo
con tutto il portamento giuriamo:
cipolla e libertà.

Il timone del carro della vita
non ha spezzato la boria
del corsiere. Come che sia:
cipolla – e bara.

Ecco la nostra risposta all’ingresso
del paradiso, sotto il mandorlo in fiore:
– Signore! Al banchetto del popolo
digiunammo – come Idalghi veri.

(novembre 1919)

Versi che certo turbarono alcuni acmeisti e poi restarono nell’ombra d’una scomoda denunzia, deviazionista, esempio pericoloso di lirismo borghese; forse solo pallida umanità, come nelle pagine del Dottor Živago, in qualche modo presentite, evocate anche da Cvetaeva:

Vuoi sapere come scorrono i giorni
miei nel paese delle offese?
Le mani reggono la scure,
il cuore chiama un solo nome.

Se solo girassi per la casa –
sapresti! Come ogni notte canto,
quasi non legno –
ben altro spaccassi.

E impazzano folli a tagliare
le mie mani – così libere finora.

E passa, ripassa la sua saggina
la Vergine-Bufera di neve.

(novembre 1919)

Ecco, concentrato in una poesia d’amore e ricordo, il canto tutto russo di un’altra Lara: Marina pensa al marito, Sergej Efrov, qui indicato solo con le iniziali, quasi un’epigrafe inconscia, A S. E. Un disperso bianco, da ricordare nella durezza della forma dei tempi, nel ricordo quotidiano, con l’anima alata dei versi

© Paolo Carlucci

 


Nota bibliografica
Marina Cvetaeva, Poesie, traduzione e cura di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli, Milano, 1992
Ead., Il Campo dei cigni, nottetempo, Milano, 2016
Ead., L’ accalappiatopi, edizioni e/o, Milano, 2017

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