Su “Opera incerta” di Anna Maria Curci

Anna Maria Curci, Opera incerta
Postfazione di Francesca Del Moro
Editrice L’arcolaio 2020

Di libro in libro, di verso in verso, Anna Maria Curci ha intessuto le trame di un fitto racconto sull’individuo, la percezione del suo essere parte della storia collettiva, del suo non essere escluso, estraneo a ciò che accade. Una narrazione che ha puntato il dito più volte contro le varie forme di egoismi; una narrazione che non ha negato accuse esplicite, e che soprattutto ha rivendicato la fierezza di donna che sa e vuole dire le cose in un mondo che ancora vorrebbe zittire chi solleva il capo.
E ha sempre fatto tutto ciò tenendo alta la tensione linguistica che inevitabilmente – e fortunatamente per chi legge – è significato anche un’alta tensione poetica, chiedendo e imponendo al lettore un grado di attenzione maggiore per godere appieno di ogni sfumatura, di ogni immagine, di ogni allusione, di ogni aspetto di una poesia che ha impiegato molto tempo per essere riconosciuta, e che ora giustamente è apprezzata (come testimoniano le molte recensioni alla precedente raccolta, Nei giorni per versi, Arcipelago itaca 2019).
Bisognerebbe distendere tutte le poesie di Curci su un unico tavolo, o appenderle a delle cordicelle come faceva Jolanda Insana, per scorrere dentro la storia raccontata e scorgervi il forte, profondo amore per la vita, e quindi il profondo dolore per come viene trattata, che in esse viene profuso in un lungo discorso etico in cui lo sguardo fisso su ciò che siamo stati consegna inesorabilmente anche l’immagine di ciò che siamo diventati e di ciò che purtroppo saremo (il monito dantesco «nati non fummo…» si espande e rimbomba continuo). Le smancerie in poesia non sono ammesse. I facili risultati, il superfluo meno che meno. La poesia di Anna Maria Curci percorre le stesse strade che lei percorre come lettrice e come critica. Nel corso degli anni le sue note di lettura delle opere altrui, insieme alle sue traduzioni, ci hanno insegnato a guardare a una poesia che cammina parallela a quella che gode di una a volte ingiustificata maggiore visibilità: una poesia che custodisce il seme e la cura della tradizione. Specialmente se è espressione della cultura dialettale. E Opera incerta, raccolta di poesie fresca di stampa per L’arcolaio di Gian Franco Fabbri (che già pubblicò Nuove nomenclature e altre poesie nel 2015), tra le altre doti ha anche quello di invitarci a porci in ascolto della poesia in silenzio, con umiltà (luziana, aggiungo io, umiltà).
Il massimo che si concede l’io è quello di sorridere di tanto in tanto: sorridere con ironia, a volte con sarcasmo, altre volte per celare il dolore. Sorridere alla vita come cura; sorridere alle basse provocazioni come arma che disarma l’avversario.
Apparentemente in posa su una sponda del fiume, Curci osserva il farsi delle cose, il procedere (in processione) di individui esautorati di ogni individualità e resisi automi; un fiume che di volta in volta può sembrare il classico nonché dantesco Acheronte, ma che può essere anche il Bisenzio del magmatico Luzi, o il Tevere di voci care alla poetessa, come Ingeborg Bachmann. Perché la parola di Anna Maria Curci si fa carico di una robusta tradizione per spiccare in tutta la sua autonomia, in tutta la sua tensione capace di ardite figure di luminosa assolutezza e asciuttezza (una personale raggiunta concinnitas).
Già: “luminosa assolutezza”! Perché è nel segno di una ricerca della luce, metaforica luce, che si procede di verso in verso. E nuovamente la condizione dell’ascolto è d’obbligo, e nell’ascolto sempre il silenzio. Il mondo chiede d’essere ascoltato; ma immersi nello schiamazzo odierno abbiamo perso la percezione di quest’unica voce da cercare. Certo è una tensione tutta metafisica, religiosa, che in lei assume davvero i toni di un sentire cristiano messo in crisi nei suoi cardini. Una religiosità non tanto campiana (nessun estremismo, tanto meno arroccamento a un’ortodossia che nega l’evoluzione del pensiero in virtù della difesa della ritualità come rifugio) quanto piuttosto affine al sentire di Simone Weil proprio nel punto in cui Cristina Campo sembrò non riconoscervisi più. E in queste mie parole interviene il ricordo di una passeggiata sull’Aventino con Anna Maria che emerge nei versi della quartina XXI di Nei giorni per versi; quartina che porta in scena l’immagine dei granchi che nuovamente tornano ora, e rinnovano, nella loro andatura incerta, tanto la fragilità quanto l’opposta dimensione dell’impudenza di chi – come bene indica Francesca Del Moro nella postfazione – predilige «le vie più dirette», senza ostacoli, da velocisti brucia tappe («gli affannosi affanni» di chi avanza con «mazurche» e «ammiccare di anche»).
Ma la vita chiede, in quest’ultimo periodo più che mai, che ci si metta in ascolto dell’incertezza indicata sin dal titolo; questo titolo che rinvia a una precisa e antica pratica architettonica e allo stesso tempo sembra volerci dire che proprio nel suo incerto, impreciso, non perfetto mostrarsi, in questo suo essere composto di pietre diseguali, armoniosamente disarmoniche, risiede la necessaria solidità per resistere alla corruzione dei tempi: mura solide e non piedi d’argilla, per semplificare.

© Fabio Michieli

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