Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono (rec. di Marco Bellini)

Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono
Amazon Fulfillment, 2020

È possibile chiedere aiuto, e direi addirittura una collaborazione sotterranea, per compiere il proprio destino e precipitarlo dentro pagine nuove, a un autore vissuto oltre un secolo prima? Con Un uomo di cattivo tono, Ercolani ci mostra come si possa “vibrare” in consonanza con uno scrittore, nel caso specifico con Anton Čechov, riuscendo a mettere a disposizione dell’altro la propria penna, realizzando pagine di grande forza sorgiva attingendo da un magma comune. È così che, partendo da un evidente riconoscimento di sé nell’altro, si accende un dialogo profondo e assolutamente sintonico che consente di affermare come: I libri veri sono destinati a smuovere l’immaginazione, in prosa come in versi. È evidente che, a premessa di quest’opera, vi è un grande lavoro di scandaglio delle potenzialità espressive di Čechov, attraversato, frequentato e avvertito come esperienza numinosa. Forse, potremmo arrivare a dire che, queste pagine rappresentano un’autentica dichiarazione d’amore. Un uomo di cattivo tono è un’opera viva e originale, la cui germinazione trae humus da I quaderni del dottor Čechov. Appunti di vita e letteratura 1891-1904; dei quali costituisce una personale integrazione o, per dirlo come Ercolani stesso, una reinvenzione apocrifa. La composizione per frammenti, illuminazioni, aforismi, spunti per nuovi racconti, tracce tutte da esplorare, riflessioni e molto altro, lo rendono un luogo dove possiamo incontrare il pensiero laterale e la scoperta fino a un autentico stupore. Siamo di fronte al “corteggiamento artistico” di uno scrittore/medico verso un altro scrittore/medico; professione che evidentemente rappresenta uno spazio dove si attivano/si attivarono energie rivelatesi comuni ai due e che trova riscontro all’interno del libro: Aspetto ancora i libri di un medico che sappiano rendere l’angoscia intollerabile di certe chiamate notturne. Attraverso l’incontro con l’autore russo, Ercolani ha visto disvelarsi parti della propria natura e della propria psiche che, attivandosi, si sono riversate dentro scorci e visioni nuove portatrici di un sentire fortemente cechoviano. I protagonisti, le ambientazioni e le vicende delle opere di Čechov si fanno fessure luminose attraverso cui lo scrittore/medico di oggi investe il proprio sguardo ribadendo come: Qui nasce la meraviglia. E io osservo, trascrivo; tentando, con successo, un dialogo e un rinnovamento: È come se gli anni ti costringessero a gettare via le parole superflue. Borges ci ha spiegato molto bene come uno scrittore vero crea, e in qualche modo giustifica, i propri precursori, affinandone le modalità di fruizione, attraverso la propria opera, ovviamente, dopo esserne stato influenzato. Ecco, credo che in questo caso, attraverso la parola contemporanea di Ercolani, qualcosa di simile sia avvenuto, al punto che la voce solida e connotata di Čechov si veste di una sfumatura nuova e insolita. Tutto questo sapendo che comunque: Ogni uomo, morendo, lascia incompleto il mondo e se ne rammarica.

© Marco Bellini

In giorni di malinconia e di silenzio essere in una grande libreria. Leggere è superfuo. Ma guardare i libri che, come da un anfiteatro ci avvolgono, consola sempre, come il canto degli uccelli nel bosco che credevamo silenzioso.

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Per ragioni dipendenti dalla malattia la mia vita sarà breve e non riesco ad amarla più di tanto o commuovermi per il mio triste destino: posso creare personaggi che, più di me, suscitino una compassione universale. Io, da solo, resto un fabbricante di racconti.

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Ogni tentativo di essere felici passa per lo stato d’estasi a cui ci abbandoniamo durante l’atto amoroso. Dopo, chissà quanta neve fradicia in cui inciamperemo.

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Se rifletto al futuro, immagino finestre che non siano più pezzi di vetro preparati a separarmi dal mondo ma schermi che riflettono altre realtà, interne ed esterne, vicine e lontane, felici e infelici – foreste, mari, montagne, miraggi di città. Il mondo è informe, interminabile, ma allinearlo nelle giuste righe, con la parola dal giusto peso e dal giusto suono, è prendersi cura del mondo.

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Talvolta antiche scritture conservano una traccia che a distanza di anni possiamo notare non come la polvere del tempo trascorso ma come se, al contrario, la polvere si alzasse ora, rivelando verità nascoste.

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«E allora? Non avresti forse dovuto reagire a quello schiaffo? Sei un vile. Ora ti metterai a inventare qualche lamentosa eroina solo per curare la tua mancanza di coraggio!!».

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A me interessano le nervature delle vite: sono fragili, simili a quelle delle foglie.

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In tutti i miei racconti esiste l’inutile fardello di un dolore presente e il tentativo di sconfiggerlo domani.

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Se un domani esisterà, ripeterà gli orrori di oggi. Non credo agli uomini. Credo al singolo uomo che si svincola dalle leggi e dagli orrori. Molti dei miei racconti restano sospesi in questo anelito, oltre il quale si deve solo tacere.

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Il problema non è morire ma restare vivi nel carcere di certe condizioni che non comprendono il concetto di “vita”.

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La conversazione con un uomo intelligente può salvarti la vita. O al contrario sprofondarti nella follia, se vieni a sapere che l’uomo con cui parli ha perso la ragione da un pezzo. Ma allora ti domandi: si può perdere la ragione e restare, nonostante quella perdita, intelligenti e sensibili? La mancanza di ragione, nel prepotente e volgare mondo della Rus’, è spesso presenza felice del cuore.

 

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