Una domenica inedita #7: Francesca Del Moro, da “Dalla soglia”

Soglia d’estate_Mariateresa Carbonato
(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

 

Ho stretto l’urna contro il ventre
pesava pressappoco come allora.
Un figlio lo contieni sempre
e ogni minuto io contengo
ogni minuto sento dentro
mio figlio che muore
mio figlio che decide di morire.

 

L’estremo gesto, il gesto insano.
Il rapporto di polizia si concede
qualche cliché letterario.
Ma io ricordo bene
il viso buono di chi quel giorno
mi ha fermato sulla strada
e gli occhi lustri di chi ci ha ridato
i suoi effetti personali
mentre i nostri si riempivano di lacrime
e il suo ripetere commosso
non è colpa vostra, mi raccomando,
ricordate, non è colpa vostra.

 

Mi sono picchiata,
ho percosso le tempie
coi palmi delle mani,
premuto i pugni
sugli zigomi, sbattuto
la fronte alla parete.

Chissà se, ovunque sia,
l’angelo, coi suoi angelici
occhi, mi vede.

 

Le nostre grida,
il fiato spezzato,
il rumore del pianto.

Tutte le parole
che accalchiamo.

E su di noi la sua pace,
il suo silenzio di marmo.

 

Il sole che da luglio mi ferisce
torna buono in questo giardino.
Ecco le aiuole, le rose, il tavolino
tondo, le ombre del fogliame,
il sorriso di Adriana.
Nella stanza per me il letto fresco
mi ridona l’emozione del viaggio,
delle bozze sul comodino.
Piangere è dolce la sera tra la meliga
e l’orsa che seguiamo nel cielo
pulito, è un pianto condiviso.

 

“Andrà tutto bene”
mi colpisce, passando
davanti a una tabaccheria,
questo augurio feroce
per chi piange i suoi cari
e per me, che partecipo
a questa pagina di Storia
con il lutto più atroce.

 

Lo stesso sorriso
con cui mi accoglievi
è qui fermo. Da mesi
ne avevo paura.
È un prendersi cura,
ancora, lei dice
guardandomi
salire sulla scala,
passare e ripassare
il panno lentamente,
posare un fiore nuovo,
far brillare l’oro
del tuo nome.

 

Rincasando, la sera,
vesto della tua apparenza
e guardo con amore
ogni ragazzo in bicicletta
che mi viene incontro
finché si avvicina troppo
e l’illusione si rivela.
È incredibile com’era
forte il balzo del cuore
al vedere la luce accesa
dietro la tua finestra,
richiuderti le imposte
e poi aprire la porta
e pronunciare il tuo nome.
Com’era bella la gioia
del ritrovarti quotidiano,
come un regalo inaspettato.
Com’era grande l’emozione
per la banale sorpresa
di vederti, per caso,
nell’aria dolce della sera,
venirmi incontro in bicicletta.

 

Non c’è un’ombra di polvere ma io
continuo a lucidare il marmo,
passo e ripasso con il dito il panno
in ogni numero, ogni lettera d’oro
del tuo nome, col pretesto
di pulirti il viso, lo accarezzo,
lei ha scelto un vasetto di fiori
dai colori esuberanti come te,
io annaffio d’acqua e lacrime
la piantina ai tuoi piedi,
ne depongo una nuova,
mi illudo che ti arrivi amore,
ancora.

 

Mi ricordo di un uomo,
lo incrociavamo spesso
ai tempi del liceo,
indossava d’inverno
un cappotto color fumo
con il colletto alzato,
le mani nelle tasche.
Di quello sconosciuto
sapevamo soltanto
che molti anni prima
aveva perso un figlio.
Una volta l’ho visto
da vicino, era bello,
con la pelle un po’ scura,
fattezze forse slave,
gli occhi chiari a fessura,
le guance contratte,
il labbro superiore
leggermente sporgente
di chi stringe nel viso
un dolore infinito.

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