Paola Deplano, Aspettando “Campi d’ostinato amore” di Umberto Piersanti

Quando sai che verrà a trovarti un caro amico, lo aspetti – come si diceva nell’Ottocento – trepidante. Guardi dalla finestra, guardi il cellulare, non vedi l’ora, non vedi l’ora che l’amico ti stia vicino, per darti qualcosa di sé. Ogni buon libro è un caro amico da attendere, a cui dare il benvenuto nella propria casa. Così aspettiamo un nuovo libro, un bel libro di Umberto Piersanti, Campi d’ostinato amore, che uscirà il prossimo 5 novembre per La nave di Teseo.
Stilisticamente la poesia di Piersanti non piglia respiro, è un discorso unico e fluido che continua ininterrotto dall’inizio alla fine, evocando le sue immagini ricorrenti, sempre nuove, sempre ossessivamente uguali: Cesane-mare-figlio-amore-ricordi, immagini magicamente reinventate e mescolate in tutti i modi possibili. Le sue poesie non prendono fiato e sono come il destino su cui sali e da cui non puoi più scendere finché non arrivi al capolinea. Si procede trascinati dalla corrente in queste spirali di pensiero incatenato e concatenato finché scopri l’Altrove. Tutto torna, i grandi saggi lo sanno, Piersanti lo sa. Tornano le sue parole di padre torturato e felice – o piuttosto, come più volte ha scritto, “sgomento”. Tornano i ricordi di bimbo, la guerra evocata come sogno, le movenze fanciullesche della sorella, il profilo sereno della madre. Torna l’amore per la donna, inizio e fine di ogni mistero. Torna il legame con la terra, la propria e quelle altrui, non solo le Cesane, ma anche monti, isole, città, paesaggi esterni che corrispondono al variegato paesaggio interiore del poeta. (Dice di sé, “sono un uomo di terra e di mare”, concidentia oppositorum o moto circolare?) Tornano i favagelli, fiore dal giallo trionfante di cui ignoravo il nome, prima di conoscere Piersanti.
Torna la poesia, ci trova ad aspettarla. Eccola: 

Volti

volti, volti nella mente
infissi,
sempre più infissi
e incerti,
e poi così lontani,
lontani e persi,
nell’oscura veglia
mi siete d’intorno,
vicini, così vicini
alle mani
e agli occhi,
padre da un grande tempo
dimori oltre la valle
che la nebbia copre,
la grande nebbia
che sta oltre,
oltre ogni casa
e campo,
come chi ha la vista
quasi spenta
risalgo con le mani
alla tua fronte,
su ogni piega
mi soffermo e insisto,
del tuo magro sorriso
ricerco il dono

e i tuoi occhi madre
sono i più chiari,
io me li stampo dentro,
mi fanno il sangue lieto
e nulla può il dolore
che m’abbranca,
restano chiari
e azzurri
oltre lo sguardo,
lo sguardo mio
che tanto s’appanna

sorella dalla veste chiara
ora m’allacci i pattini
e spingi alla discesa,
lascia ch’io tocchi ancora
i tuoi capelli così lunghi
e scuri

l’altra ha quei tacchi larghi,
larghi e spessi
degli anni di guerra,
tra le ginestre lei
rifulge tanto
che degli occhi appannati
lacera il velo

e padre e madre,
e la bruna sorella
l’altra più chiara,
la cucina fumosa
e l’orto coi soldati,
quelle canzoni lente
e disperate
mentre il maiale cuociono
sull’erba,
tra loro un giorno
ti sei risvegliato
e loro t’hanno accolto
e riscaldato,
il tempo poi dissolve le figure
ad una ad una nel vortice
degli anni rapinate,
contro il vuoto che ghiaccia
sangue e fiato
dentro l’aria le incidi
per l’eterno

e poi c’era quell’erba
contro i mali
quella di colore scuro
come il nome,
è l’erba delle bisce
che la pozza cerchia,
se la metti a bollire
sopra un gran fuoco
e poi quell’acqua bevi
densa e nera
i mali come serpi
strisciano via
lontani

era come una radura
riparata dall’acqua
e i venti,
dai fuochi d’attorno,
l’unica che rammenti,
se altre ne ho incontrate
non le ricordo

marzo 2018

(da Campi d’ostinato amore, La nave di Teseo, 2020)

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